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Psicologia del trasloco.

L’altro giorno parlando con una paziente in terapia è venuto fuori un tema piuttosto interessante che toccava un nodo cruciale del vissuto di quella persona. La signora G. lamentava un personale senso di smarrimento e confusione ogni volta che ha dovuto cambiar casa. Nel caso di G. in effetti questa situazione si è ripetuta abbastanza spesso per una persona della sua età (40 anni). Era reduce da un ultimo trasloco ad Aprile e nel recente passato aveva cambiato casa almeno sei/sette volte negli ultimi 15 anni. Insomma una vera e propria girovaga a causa del lavoro, di decisioni personali o per scelte legate all’amore. Può essere che la sua iniziale richiesta di una consulenza psicologica per questa sensazione costante e debilitante di smarrimento, confusione, insicurezza e tristezza sia in parte anche legata a questo suo costante girovagare e questo continuo cambiare e traslocare?

In effetti cambiare casa e fare il trasloco presuppongono un momento di profondo cambiamento dove si mettono in discussione una parte delle nostre certezze e delle sicurezze. Si rompono alcuni equilibri personali e familiari e questa condizione crea inevitabilmente una situazione decisamente stressante.

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Cambiare casa e città ci fa perdere importanti punti di riferimento e quindi simbolicamente ci fa “perdere la testa”. Tutto questo perché noi umani siamo tendenzialmente abitudinari e qualunque tipo di cambiamento anche quello più banale (lo spostamento di una scrivania in ufficio o di un mobile in casa ) può crearci disagio o anche solo fastidio.

Quando si parla di cambiare casa, la condizione di stress può già investirci quando si deve scegliere la nuova abitazione: servizi, costo, mutuo, esigenze economiche e fisiche, i conflitti familiari con i figli o con il partner.. Poi il momento del trasloco diventa stressante già dai primi giorni, in cui si vivono momenti di caos per la preparazione degli scatoloni che invaderanno la casa e ci costringeranno a sopravvivere in una condizione psico-fisica scomodissima, nei giorni precedenti il definivo trasloco nella nuova casa.

Ovviamente un trasloco a 20 anni sarà diverso da un trasloco in età adulta, sia per il significato sia per il momento di vita in cui lo si fa. Infatti, il primo sarà una sfida avvincente ed affascinante, bellissima anche se scomoda; il secondo invece diventa decisamente più complesso perché il momento di vita in cui lo si affronta avrà un carico emotivo, identitario molto maggiore. Da adulti abbiamo molto di più la necessità di portarci un bel pezzo del nostro vissuto nella nostra nuova casa, invece quando si è più giovani questa esigenza è limitata a pochissime cose su cui ci si può costruire la propria futura identità in divenire.

In casi estremi di persone fragili e molto attaccate al luogo in cui sono vissuti, un trasloco forzato può addirittura portare a processi di depersonalizzazione. Il trasloco per alcune persone è quindi un’esperienza alienante perché la nostra psiche elabora lentamente i cambiamenti e tende ad evitarli se è possibile.

Ci sono addirittura casi in cui per alcune persone è traumatico anche far visitare la propria casa (in vendita) ai futuri inquilini. Queste visite sono infatti spesso percepita come una vera e propria invasione.

Ovviamente questo tipo di esperienza estraniante e alienante non è comune a tutte le persone, perché si possono incontrare anche persone che possono cambiare casa senza troppi problemi, anche diverse volte nella vita, legandosi e portando con se solo pochi oggetti significativi.

C’è qualche cosa che può aiutarci ad affrontare con più tranquillità un trasloco? Si.

Portiamo con noi i nostri piccoli rituali e le nostre tradizioni che ci fanno sentire “a casa” e stare bene. Ascoltiamo la nostra musica, esponiamo oggetti nostri, che ci caratterizzano. Evitiamo ridefinizioni asettiche e impersonali delle nostre nuove case. La casa ha un significato simbolico profondo e può essere considerata proprio una “seconda pelle”, non rinunciamo alla sua protezione e alla sua “comodità” psichica. Mettiamo una nostra impronta e rendiamo quella nuova casa, la “nostra casa” e ci sentiremo presto a “casa nostra”.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi