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Un pizzico di Magia, direzione: ricerca del significato.

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Quando l’essere umano prende coscienza della possibilità che un dato momento, possa essere collegato con una serie di altri momenti, quando prova a decentrarsi e a porsi non tanto come attore ma, questa volta, come spettatore di una sequenza di eventi di cui lui è solo una parte (anche piuttosto piccola)..

E’ in quel momento che comincia la ricerca del significato della propria vita.

Il significato non è qualcosa che viene acquisito in un particolare momento della propria vita (non è in sostanza una tappa di sviluppo raggiungibile in un determinato momento), ma si configura come un processo che avviene analogamente al processo di crescita di un organismo.

In sostanza, ad ogni età dello sviluppo, compatibilmente con i mattoncini costituiti dal grado di sviluppo psico cognitivo -raggiunto- aggiungiamo un po’ di conoscenza circa il significato cui stiamo aspirando di giungere.

Accade spesso di vedere genitori convinti che la mente dei propri bambini, sia come la loro.. come se le idee (su se stessi, sul mondo o sul significato della vita), non debbano avere il tempo di svilupparsi lentamente come il corpo e l’intelletto (i genitori sono convinti che i bambini nascano equipaggiati di tutto un bagaglio di conoscenza uguale e standard).

Non è una esagerazione: l’esperienza clinica insegna.

Il bambino, crescendo, impara gradualmente sempre di più (o almeno ciò dovrebbe avvenire) a capire meglio se stesso e gli altri fino a raggiungere un equilibrio in cui è capace di dialogare con se stesso e gli altri in maniera intima e profonda.

Per trovare un significato, però, è necessario abbandonare una visione egocentrica, uscire dalla propria limitata visione e guardare un po’ più in là (compito questo che spetta prima ai genitori che, decidendo di abbandonare la posizione egocentrica proprio con la genitorialità stessa, dovrebbero essere stati in tal modo, più desiderosi di arricchire l’altro ponendosi in secondo piano)…

A tal proposito, per aiutare i bambini a trovare risposte circa i loro personali dubbi sul senso di quanto li circonda, uno strumento valido sono le favole.

Perchè una storia riesca a catturare l’attenzione dei bambini, questa deve divertirlo e deve suscitare la sua curiosità. La favola, inoltre, per essere qualcosa di profondamente accattivante deve stimolare l’immaginazione del bambino stesso e deve aiutarlo a sviluppare il suo intelletto.

Una fiaba deve aiutare il bambino a chiarire la natura, funzione e significato delle emozioni (le sue, in primo luogo), deve armonizzarsi con le sue ansie e aspirazioni; deve aiutarlo a riconoscere le difficoltà che sta vivendo suggerendogli al contempo soluzioni.

La favola deve pertanto toccare ogni aspetto della personalità del bambino e questo – cosa fondamentale- senza mai sminuire la difficoltà che il bambino magari sta in quel momento vivendo. Accade frequentemente (troppo, direi) che genitori o chiunque si prenda cura del bambino, sminuisca una sua paura, un suo disagio, leggendolo con gli occhi di un adulto (già formato), evitando di contenere ma gettando in faccia al bambino, questa sua paura (magari anche deridendolo).

Le fiabe sono un potente strumento che consente un arricchimento e/o una proiezione del mondo interno del bambino stesso.

Durante i colloqui anche i bambini con le difese più forti, riescono con una parolina alla volta, sussurrata, a restituire il proprio mondo interno, sotto forma di racconto.

Ascoltiamo spesso di mostri, armi, ombre nere e minacciose..

Ascoltiamo spesso di improbabili (per noi, forse) figure terrorifiche che prendono il sopravvento fagocitando, da dentro, i nostri piccoli pazienti.

Difficilmente sentiamo storie di principesse rosa che cavalcano pony in attesa che il principe azzurro, le salvi.

Dobbiamo provare ad accogliere i nostri piccoli anche – e soprattutto- quando hanno paura delle ombre nere; aiutiamoli leggendo loro più favole.. parliamo con loro, spieghiamo loro chi è e cosa fa un principe, chi è la principessa.. Cosa fa un supereroe.. perchè esiste il mostro cattivo..

Proviamo a scrivere insieme a loro una favola..

Non si sa mai..

Magari insieme a loro- con un pizzico di magia- riusciremo a trovare anche noi, nella terra di molto, molto lontano.. il nostro personale senso delle cose..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“C’era una volta..” dal mito alla fiaba: l’importanza del racconto.

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L’essere umano fin dagli albori della sua storia, ha utilizzato il racconto per scandire e accompagnare il tempo che inesorabilmente, passava. Parole in successione che lentamente prendevano corpo, si agglutinavano sempre più fino a costruire racconti, miti e fiabe, che fin da subito hanno evidenziato la loro potenza.

Se da un lato il mito consisteva nella narrazione di qualcosa dall’origine e dalla localizzazione storica o geografica sconosciuta; la fiaba (consistente in storie che la maggior parte di noi conosce fin dall’infanzia), consente di ripercorrere, vivere e rivivere eventi straordinari, dalla risoluzione per lo più inaspettata.

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Analogamente a ciò che avviene in seguito all’emissione di un suono, quando le oscillazioni[1] lungo la direzione di propagazione dell’onda, trasmettono il proprio movimento alle particelle adiacenti (e queste a loro volta a quelle subito seguenti) fino ad avere un movimento che propagandosi crea un’onda sonora, le parole (che altro non sono che produzioni sonore), una volta liberate e trasmesse di bocca in bocca con il racconto, vivono di vita propria consentendo – ad esempio- tutti quei processi di identificazione con l’eroe o l’eroina di turno.

La fiaba ci parla utilizzando il simbolo, ovvero qualcosa “che sta al posto di”; qualcosa quindi che non potendo apparire nella sua totalità, si cela dietro un simbolo (ad esempio un’altra immagine, un altro suono) per trovare la sua massima espressione. Come la psicoterapeuta Verena Kast evidenzia, i simboli che incontriamo nelle fiabe parlano sia al singolo (alla sua personale esistenza), che alla collettività, facendo comprendere all’individuo che il problema non è solo “suo”, ma che può interessare una moltitudine di persone.

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Fonte immagine “Google”

La fiaba trova largo uso in ambito terapeutico in particolar modo con i bambini, (ma non solo). Il potere terapeutico della fiaba risiede nel suo consentire di bypassare le difficoltà del canale comunicativo, consentendo a bambini anche più piccoli e/o che mostrano difficoltà nel comunicare, di raccontarsi/ raccontare/raccontarci.

Per concludere, non ci resta che riscoprire il piacere di abbandonarsi a una buona lettura: Cappuccetto rosso

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Dott.ssa Giusy Di Maio

[1] Oscillazioni: “spostamenti di atomi e molecole”.