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I vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’Apprendimento dei Bambini – PODCAST

Con la nostra prossima tappa percorreremo itinerari fantastici, faremo voli pindarici e fantasiosi, solo per la gioia di poter giocare ancora un po’, ancora una volta.
L’uso della fantasia e del gioco libero agevolano l’apprendimento e lo sviluppo psico-emotivo del bambino, aiutandolo nei successivi step evolutivi e nella formazione della propria identità.
Buon Ascolto..

I vantaggi del Gioco e della Fantasia per l’Apprendimento dei Bambini – PODCAST – In viaggio con la Psicologia

Gmork: sei uno sciocco e non sai un bel niente di Fantasia; è il mondo della fantasia umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità e quindi Fantasia non può avere confini.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Gioco simbolico.

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Durante il secondo anno di vita, i bambini cominciano a pensare a situazioni possibili o ipotetiche e non più solo a cose presenti.

Questa nuova abilità – che apre la strada all’immaginazione nelle sue diverse forme – si manifesta inizialmente come “gioco di finzione”. E’ grazie all’opera di Piaget (nata dall’osservazione dei suoi tre figli) che conosciamo, nello specifico, tale abilità.

Secondo Piaget, possiamo affermare che il gioco di finzione segna l’emergere della rappresentazione simbolica, la capacità di usare qualcosa (il significante) per rappresentare qualcos’altro (il significato).

Alan Leslie pur concordando con Piaget, sostiene che vi sia una piccola differenza rispetto a quanto affermato dallo studioso svizzero. Se Piaget sostiene che il gioco simbolico, in quanto assimilazione pura è fondamentalmente un’attività individuale (e implica la creazione di simboli soggettivi), Leslie sostiene che nel momento in cui cominciano a far finta giocando da soli, i bambini riconoscono anche la finzione negli altri.

Il gioco è presente sin dalle fasi più precoci dello sviluppo e diventa via via più complesso e sofisticato: le forme rudimentali di gioco con l’oggetto (come la sua semplice manipolazione), si evolvono in gioco funzionale nel quale il bambino cerca di conformare l’azione all’oggetto; successivamente le azioni di gioco vengono separate dall’oggetto in sé e il bambino sarà in grado di fingere che un oggetto sia qualcosa di completamente diverso o di evocare un oggetto “finto”, dal nulla.

Leslie ha identificato tre aspetti chiave del gioco simbolico.

Il primo aspetto consiste nella fungibilità di un oggetto per un altro; il secondo consiste nel creare un oggetto immaginario; il terzo aspetto è costituito dall’attribuzione all’oggetto di proprietà simulate.

Anche un singolo episodio di gioco può contenere tutte le strutture prototipiche ravvisate dall’autore: sostituzione, creazione di un oggetto e attribuzione di proprietà.

E’ uno, in particolare, l’aspetto fondamentale del gioco simbolico: la creazione e attribuzione di stati mentali a oggetti inanimati.

Wolf e colleghi hanno documentato, con uno studio longitudinale, questo sviluppo. Intorno ai 18 mesi di età i bambini cominciano a trattare le bambole come rappresentazioni di esseri umani (ma le bambole non vengono dotate di sentimenti autonomi o facoltà di azione; vengono infatti nutrite, lavate e messe a letto). Tra i due anni e i due anni e mezzo, i bambini attribuiscono alle bambole alcune abilità comportamentali ed esperienziali (le bambole parlano) successivamente attribuiscono loro desideri, sensazioni ed emozioni. A partire dai tre anni e mezzo (quattro anni), i bambini iniziano a dotare le bambole di processi di pensiero più espliciti e intenzioni complesse.

Dal momento che il gioco simbolico costituisce la prima manifestazione della capacità metarappresentazionale che consente al bambino di comprendere e attribuire stati mentali a se stesso o agli altri, lo sviluppo dell’abilità simbolica di “far finta” è considerato la principale pietra miliare nello sviluppo della teoria della mente.

Giocare è sempre una cosa seria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

I meccanismi cognitivi del gioco d’azzardo.

Perché il gioco d’azzardo in tutte le sue forme, legali o no, ha così successo?

Sembra strano ma è proprio la rarità di un evento che ci fa sopravvalutare le possibilità che si verifichi. Proprio per questo ci facciamo l’illusione che vincere al gioco sia meno difficile di quanto lo sia in realtà.

In tutti i tipi di gioco (a partire dalle lotterie e dai giochi nazionali, scommesse, macchine da gioco..) le possibilità di vincere un premio (in particolare il primo premio) sono davvero remote, di contro le probabilità di perdere sono decisamente molto più alte di quelle di vincere. Sembra quindi paradossale che pur conoscendo queste statistiche e queste probabilità (ormai per legge sempre indicate) molte persone sono comunque spinte ad investire molto denaro nel gioco, illudendosi di poter avere la meglio sulla fortuna.

Tra le teorie psicologiche che provano a dare una spiegazione a questo comportamento c’è la teoria dell’ottimismo irrealistico, messo in evidenza dallo psicologo americano Neil Weinstein nel 1980. Attraverso questa teoria possiamo almeno in parte dare una spiegazione alla febbre da gioco.

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I risultati degli studi di Weinstein dimostrarono che le persone avevano per lo più la tendenza a credere che avessero molte probabilità di imbattersi in eventi positivi rispetto agli altri. Al contrario, tendevano a ritenere di avere probabilità minori rispetto agli altri di trovarsi a fronteggiare eventi negativi. Insomma, ciascuno è convinto che il futuro e la fortuna sarà dalla sua parte e che “certe cose capitano solo agli altri”.

Ricerche successive hanno potuto appurare che l’ottimismo irrealistico è molto diffuso nella popolazione. Infatti come già accennato l’ottimismo irrealistico, non alimenta solo false illusioni sulle possibilità di vincere al gioco, ma altera anche la percezione rispetto al fatto di poter essere colpiti ed esposti a malattie, eventi negativi, tragedie , di evitare incidenti automobilistici, ma anche di avere una vita lavorativa e sentimentale felice, ad esempio. L’ottimismo irrealistico è quello che spinge i ragazzi a guidare l’auto anche se palesemente ubriachi o sotto l’effetto di droghe. L’ottimismo irrealistico riesce persino ad alterare la nostra visione degli eventi sconosciuti e catastrofici e che ha spinto, ad esempio, alcune persone in questi mesi, durante la pandemia, a rifiutare di indossare le mascherine, ad organizzare feste, a non rispettare le norme basilari per evitare l’innesco dei contagi.

Nel contesto del gioco d’azzardo invece, l’ottimismo irrealistico ci spingerebbe a credere che le nostre probabilità di vincere siano maggiori di quelle degli altri giocatori. Dal punto di vista cognitivo il gioco d’azzardo presenterebbe tutte le caratteristiche appropriate a favorire errori di ragionamento, causando la distorsione delle probabilità di vittoria a favore del giocatore.

Nel 1996 lo psicologo inglese Peter Harris, sempre riferendosi al gioco, ha potuto osservare che la maggior part delle persone sono vittime di un preconcetto cognitivo; pensano che un evento molto raro abbia più probabilità di accadere a loro che ad altri.

La desiderabilità di un evento più è allettante tanto più si sopravvaluterà la probabilità che si verifichi.

Ellen Langer parla di “illusione del controllo” quando i giocatori hanno la possibilità di scegliere dei numeri, di grattare un biglietto o di lanciare un dado. Il giocatore ha così l’illusione di avere una parte attiva nel gioco e di poterne determinare l’esito. Con l’illusione del controllo i giocatori avranno la tendenza a sopravvalutare la loro capacità di controllare l’esito di un avvenimento, anche quando quell’evento è totalmente determinato dal caso.

L’ottimismo irrealistico risponderebbe, secondo i ricercatori, al bisogno di ognuno di sentirsi diverso e migliore degli altri quando si va a confrontare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Giocare..

„È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé.“

Donald Woods Winnicott
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Non perdiamo mai la gioia di giocare. Facciamo giocare i bambini e i ragazzi. Insegniamo loro a giocare e giochiamo insieme a loro. Il gioco è un prodotto della nostra fantasia, della nostra creatività, è un pezzo importante del nostro essere.

dott. Gennaro Rinaldi