Archivi tag: Psicologia e Lavoro

Psicologia del Lavoro – Come far funzionare bene i gruppi di lavoro – PODCAST

Quanto la Psicologia applicata ai contesti lavorativi è importante per comprendere le dinamiche dei gruppi di lavoro, per salvaguardare il benessere mentale e lavorativo dei lavoratori ?

Pochi sanno che con una buona gestione del “clima” nel contesto lavorativo può aumentare di molto la produttività e il benessere dei propri dipendenti.
In questa tappa del nostro viaggio ci occuperemo delle dinamiche più o meno complesse che caratterizzano i gruppi di lavoro e che ne influenzano il buono o il cattivo funzionamento.

Buon Ascolto..

Come far funzionare bene i gruppi di lavoro.. – ilpensierononlineare – Spreaker Podcast
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psicologia e lavoro – il Burnout – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio avremo la possibilità di approfondire un disturbo psichico legato al lavoro, molto comune, ma spesso e purtroppo, non riconosciuto e poco considerato.
Il Burnout è una condizione per cui l’eccessivo stress legato al lavoro porta a una situazione psicologica, emotiva e fisica in cui ci si sente come “bruciati”, “fusi”.
Ma scopriamo insieme cos’è il Burnout e quali sono i rischi per le persone.
Buon Ascolto…

Psicologia e lavoro – il Burnout – PODCAST – In viaggio con la Psicologia
Psicologia e lavoro – il Burnout – PODCAST – In viaggio con la Psicologia – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ricaricare le vitamine: Warr-Psicologia del lavoro. PODCAST.

E se ti dicessi che le vitamine hanno una qualche relazione con la psicologia del lavoro, ci crederesti?
Warr nel 1987 ci ha fornito un modello teorico “Vitamin model” con cui ha spiegato come l’effetto di 12 fattori lavorativi possano essere paragonati(in termini di aumento o decremento) alle vitamine; così come un accumulo o una carenza delle vitamine hanno effetti positivi o negativi sull’organismo umano, così questi fattori lavorativi influenzano il benessere psicofisico del lavoratore.
Come gestire al meglio lo stress-lavoro-correlato?
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio..

Alla ricerca della perfezione..

Lo stimolo a far sempre meglio e alla ricerca continua della perfezione è una delle chiavi del successo (in particolare nel lavoro), ma se si trasforma nella ricerca di una perfezione difficilmente raggiungibile, allora può diventare unavera e propria malattia.

Il perfezionismo è un tratto della personalità molto importante. Consente infatti di orientare il processo creativo ed il lavoro, fino ad essere determinante per la riuscita degli obiettivi prefissati. In tal senso, una buona dose di perfezionismo può aiutarci tantissimo, perché ci consente di essere efficaci e ci spinge a sfidare noi stessi e a dare il meglio di noi in ogni cosa.

Ma c’è il risvolto della medaglia. Se il perfezionismo comincia ad assumere proporzioni esagerate, diventa incontrollabile e può intrappolare in un loop ossessivo sia coloro che ne soffrono, sia coloro che ci vivono accanto.

Esistono tre tipi di perfezionismo:

  • quello orientato verso di sé, che consiste nell’esigere la perfezione da se stessi;
  • quello orientato verso gli altri, in cui siamo noi ad esigere la perfezione dagli altri che ci circondano;
  • quello socialmente prescritto, e cioè richiedere perfezione verso l’ordine sociale.
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Il perfezionismo orientato verso di sé rappresenta un fattore di vulnerabilità per una psicopatologia. Ad esempio, in situazioni di stress, chi ne è affetto rischia. Il perfezionismo sociale può generare un sentimento di impotenza simile a quello delle persone depresse. Il perfezionismo orientato verso gli altri, potrebbe avere effetti devastanti, specialmente all’interno delle relazioni dove il perfezionista esige in modo quasi tirannico che il partner sia perfetto (secondo i suoi standard) e lo critica in continuazione.

Quindi se il perfezionismo risulta essere un carattere prevalente e rilevante, può causare vari sintomi; in particolare una insoddisfazione permanente e una paralisi all’azione. In questo caso il perfezionismo diventa “tossico” e bisognerebbe intervenire per rimediare e contenerlo, perché può assumere facilmente i contorni di una psicopatologia.

Le aspettative del perfezionista tossico sono sempre troppo elevate, e si impone sempre e soltanto obiettivi irraggiungibili, non è mai soddisfatto dei risultati ottenuti. I perfezionisti tossici sono eterni insoddisfatti e invece di ammettere dell’impossibilità dei loro obiettivi, pensa di non essere abbastanza bravo per raggiungerli. Questo tipo di atteggiamento li porteranno a perdere fiducia in se stessi e quindi a imporsi degli obiettivi ancora più assurdi (ovviamente saranno destinati a fallire in continuazione). Questo perfezionismo è definito di valorizzazione: per sentirsi valido una persona deve essere perfetta.

Malgrado poi alcuni successi, il perfezionista tossico, sarà sempre e comunque insoddisfatto si se stesso. Non sa godere dei momenti di piacere e di gioia. Teme l’errore e il fallimento ed è terrorizzato dall’imperfezione. I perfezionisti sono spesso anche ossessionati dal senso dell’ordine e del dettaglio. Hanno difficoltà a prendere decisioni, rimandano spesso o fanno decidere gli altri. Inoltre non sopportano le critiche.

Ma non bisogna demonizzarlo, a esserne consapevoli. Il perfezionismo se è moderato è assolutamente benefico; infatti le aspirazioni sono elevate, ma non irrealizzabili e raggiunti gli obiettivi si è fieri di se stessi. Questo perfezionismo buono si accompagna ad un sentimento di soddisfazione personale. L’errore è visto come fattore positivo e punto di partenza: sbagliando si impara.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ricaricare le vitamine: il Vitamin Model di Warr.

Siete felici di ritornare a lavoro?

Con l’ingresso ufficiale nella stagione autunnale, possiamo considerarci (salvo alcuni fortunati) tutti ritornati agli impegni quotidiani, primo fra tutti: il lavoro. Il ritorno a ritmi frenetici e pressanti, così come il doversi destreggiare tra le continue richieste familiari, lavorative e individuali, comporta il dover attuare il più precocemente possibile, strategie che aiutino a limitare o gestire l’inevitabile stress correlato prima che questo cresca a tal punto, da rendere difficile gestire anche la più semplice delle attività quotidiane.

 

 

urlo

“L’urlo” Edvard Munch. Fonte immagine Google.

Dallo stress lavorativo al benessere psicologico.

Attualmente si intende con stress-lavoro-correlato, una risposta psicofisica che occorre quando le richieste del lavoro superano le risorse o capacità del lavoratore di farvi fronte”. Gli elementi considerati sono:

1)le richieste del lavoro (stressors)

2)la risposta psicofisica (strain o outcome)

3)le caratteristiche della persona (che attenuano o rafforzano la relazione tra stressors e strain)

A tal proposito, la persona che si trova a dover fronteggiare un periodo di stress molto forte, può manifestare una vastità di malesseri che interessano tre domini differenti. Si possono pertanto manifestare:

  1. Reazioni psicologiche (irritabilità, tensione, disturbi del sonno)
  2. Reazioni fisiche (disturbi gastrointestinali, spiccato aumento o perdita di peso, allergie)
  3. Reazioni comportamentali (uso di alcool, tabacco o droghe, disturbi nella sfera sessuale).

Peter B. Warr (1987), ci ha fornito un modello in cui sostiene che il benessere psicologico sia da definire innanzitutto in termini affettivi, ovvero sulla base del tipo di emozioni esperite.

La metafora delle vitamine.

Il benessere psicologico è descritto sulla base di due dimensioni:

  • La piacevolezza dell’esperienza
  • I livelli di attivazione mentale (arousal)

Dall’incrocio di queste due dimensioni, si generano quattro stati affettivi: ansia, depressione, comfort ed entusiasmo, i quali a loro volta si differenziano in stati affettivi ancor più specifici. Warr specifica poi che per comprendere ulteriormente il benessere psicologico, sia necessario specificare la sfera di vita interessata. Secondo l’autore il primo livello è la vita in generale (free context, indipendente dal contesto) che comprende dei livelli ancor più specifici come la sfera lavorativa, la sfera familiare, quella del tempo libero e del sé. Ognuna di queste sfere può essere caratterizzata da un grado di benessere del tutto particolare. Secondo Warr il benessere sperimentato dipende sia dalle caratteristiche dell’ambiente che della persona. Per quanto concerne l’ambiente (specie quello lavorativo), Warr individua dodici fattori che concorrono a determinare il grado di benessere: 1)opportunità di controllo personale; 2)opportunità per l’utilizzo delle competenze possedute; 3)obiettivi generati esternamente; 4)varietà; 5)chiarezza ambientale; 6)contatto con gli altri; 7)disponibilità di denaro; 8)sicurezza fisica; 9)posizione sociale ben riconosciuta; 10)supporto dei superiori; 11)opportunità di sviluppo di carriera; 12)equità. L’influenza di questi fattori non è sempre uguale, ed è qui che Warr utilizza la metafora delle vitamine.

Le dodici vitamine.

I fattori in precedenza citati sono paragonati dall’autore alle vitamine e agli effetti che queste provocano nel nostro organismo.

warr

relazione tra dimensioni lavorative psicosociali e benessere: il modello di Peter Warr, 1987. Fonte Google.

I fattori dal 7 al 12, sono paragonati alle vitamine C ed E (constant effect) in quanto un sovradosaggio non causa problemi all’organismo; i fattori dall’1 al 6 sono paragonati alle vitamine A e D (additional decrement) il cui sovradosaggio può invece causare danni all’organismo.

Pertanto, com’è facilmente intuibile, l’ideale consiste nell’avere un equilibrio tra “le vitamine”, ma in che modo? Innanzitutto creando una buona rete di supporto sia all’interno dell’organizzazione lavorativa, che in quella familiare. Una buona rete consente infatti:

  • una migliore suddivisione dei compiti (il che comporta che tutti si sentano parte di un sistema più ampio, tenuto insieme proprio dal singolo apporto specifico. Il beneficio che il soggetto prova è nel non sentirsi un semplice anello di una catena di cui non si conoscono né l’inizio né la fine, ma viceversa, una parte attiva)
  • una migliore gestione dello stress (quindi un miglior adattamento psicofisico del soggetto)
  • la possibilità di fare squadra, intessendo solide relazioni con i propri colleghi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Cos’è il Burnout ?

Bruciarsi e consumarsi a causa dell’iperlavoro? Purtroppo è una realtà comune e spesso invalidante per chi vive questa condizione. Vi ripropongo stamattina un post sul burnout.. buona lettura!

ilpensierononlineare

In questi mesi a causa dell’emergenza sanitaria, abbiamo purtroppo visto spesso immagini e interviste di operatori sanitari oberati di lavoro e sempre più stanchi. Costretti ad affrontare tutti i giorni turni massacranti, in una condizione di continua attivazione, costretti a scelte difficili e con la persistente paura di essere contagiati e poter contagiare.

Lavorare con questo continuo carico di stress può portare a quella condizione di logorio psicofisico chiamata sindrome di burnout (crollo, esaurimento, surriscaldamento).

Il burnout è una condizione per cui l’eccessivo stress legato al lavoro porta a una situazione psicologica, emotiva e fisica in cui ci si sente come “bruciati”, “fusi”. Una delle sensazioni è quella di sentirsi a pezzi, “sbriciolati” a livello psicofisico, per cui non si riesce più ad andare avanti sia per la stanchezza sia ed ancor più per la confusione mentale che ne deriva. Le persone che arrivano a questo livello di stress, si…

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Lavoro

“L’operaio è diventato una merce ed è una fortuna per lui trovare un acquirente. E la domanda, da cui dipende la vita dell’operaio, dipende dal capriccio dei ricchi e dei capitalisti.”

Karl Marx

Il lavoro è una fetta importante della nostra vita e definisce anche un pezzo della nostra identità. Il lavoro modella i nostri stili di vita e caratterizza le nostre famiglie. Il lavoro è un pezzo della nostra socialità, delle nostre relazioni, delle amicizie. A lavoro trascorriamo una parte importante del nostro tempo, e quel tempo prende forma e senso attraverso il lavoro. Il lavoro ci fa sentire utili e determinanti; il lavoro ci permette di vivere la nostra vita e soddisfare i nostri bisogni.

Il lavoro dovrebbe essere progettazione, costruzione, futuro. Il lavoro dovrebbe assecondare le nostre abilità, i nostri interessi. Il lavoro dovrebbe essere condito da vitalità, interesse, curiosità, crescita, soddisfazione..

fonte: google

Il lavoro oggi è flessibilità e precariato con l’aggravante di una pandemia che ha solo peggiorato un processo di deterioramento del concetto stesso di lavoro. Il lavoro oggi non è un diritto, è privilegio. Il lavoro non è passione, appartenenza, soddisfazione; oggi il lavoro è precariato e sopravvivenza.

Il lavoro, come inteso oggi, è un attrattore di stress. Non trovare lavoro o cambiare continuamente lavoro significa anche cambiare continuamente la propria vita, i propri tempi, le proprie conoscenze, i luoghi, il nucleo sociale di riferimento. Cambiare significa non avere mai dei riferimenti, non rafforzare mai le proprie competenze e perderle per strada, magari vedendosele di volta in volta disconfermate.

Precarietà significa non avere diritto ai diritti; significa essere sempre e comunque sfruttati intellettualmente e fisicamente. La sensazione del precario, del disoccupato e spesso anche del “lavoratore flessibile” è quella di vivere letteralmente da precari. Questo significa non avere la possibilità di pianificare il proprio futuro, ma di vivere esclusivamente nel presente e per il presente. Questa condizione è debilitante e ostacola anche i progetti di vita più elementari e apparentemente banali come quello di pensare ad una vacanza o aggiustare l’auto.

Questa condizione, negli ultimi anni, ha generato un fenomeno molto comune in Italia e per il quale tanti giovani sono stati accusati negli ultimi anni di “pigrizia” e di essere dei “bamboccioni”. I più giovani sono intrappolati in una sorta di limbo, nel quale diventa decisamente impossibile pensare al proprio futuro e proiettarsi su un proprio interesse. “Se mi dicono che non ho nessuna possibilità che senso ha impegnarmi in qualcosa o pensarmi nel futuro se non avrò nessun futuro? “.

L’insicurezza e l’incertezza sociale limita, rallenta e a volte blocca le decisioni importanti.

“Quanto meno mangi, bevi, compri libri, vai a teatro, al ballo e all’osteria, quanto meno pensi, ami, fai teorie, canti, dipingi, verseggi, ecc., tanto più risparmi, tanto più grande diventa il tuo tesoro, il tuo capitale. Quanto meno tu sei, quanto meno realizzi la tua vita, tanto più hai; quanto più grande è la tua vita alienata, tanto più accumuli del tuo essere estraniato.”

Karl Marx

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Gli abiti che indossiamo

Può un abito che indossiamo influenzare la percezione degli altri su di noi in positivo o in negativo?

Sembrerebbe proprio di si. Sono stati condotti diversi studi sull’abbigliamento delle persone e la correlazione con il proprio status. In generale i risultati di questi studi evidenziano sempre un vantaggio per chi veste abiti eleganti o uniformi. Ad esempio, sarà più facile che le persone si spostino per far posto su una panchina ad uno sconosciuto ben vestito; così come saranno più predisposti ad aiutare (a raccogliere degli oggetti caduti) una persona vestita bene.

L’abito giusto e il colore giusto possono predisporre ad una valutazione positiva anche dei reclutatori o dei responsabili delle risorse umane durante un colloquio per un assunzione. Due psicologhe statunitensi, Mary Damhorst e A. Pinaire-Reed, hanno constatato, in un loro studio in cui chiedevano ad alcuni esaminatori di valutare sulla base di fotografie, un gruppo di candidati ad un impiego. Gli esaminatori donna giudicavano più favorevolmente le candidate vestite con toni chiari e colorati. Gli esaminatori uomini invece valutavano positivamente più facilmente le candidate che vestivano con colori scuri. Nel caso dei candidati uomini, ottenevano valutazioni migliori quelli che vestivano con colori scuri.

Photo by August de Richelieu on Pexels.com

Questi risultati hanno indotto i ricercatori a pensare che gli uomini e le donne attribuiscono un senso diverso ai colori. Secondo le autrici dello studio, le donne (esaminatrici) valorizzerebbero più degli colleghi uomini le qualità di indipendenza dei candidati. Per questo motivo, probabilmente, sarebbero più attirate da un abbigliamento meno conformista. Invece i colleghi uomini, che avevano probabilmente una visione diversa del lavoro, percepivano i colori scuri come simbolo di “potere” e sicurezza, quindi prediligevano i candidati vestiti di colore scuro.

Uno Psicologo inglese Aldert Vrij ha dimostrato nei suoi studi che in un processo, un imputato che indossa una camicia nera viene percepito dalla giuria, come più aggressivo e che imputati che vestono abiti scuri spesso vengono giudicati colpevoli. Sempre Vrij ha dimostrato che anche in ambito sportivo c’è una tendenza da parte degli arbitri di partite di hockey e calcio a mostrare più sanzioni di gioco a squadre che indossano completi neri, rispetto alle altre squadre con divise colorate o chiare.

Insomma sembra proprio che gli abiti riescano a condizionare i nostri giudizi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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