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L’Immigrato allo specchio

Stasera vi ripropongo un articolo scritto un po’ di tempo fa, ma sempre molto attuale, nonostante la Pandemia. Parla del fenomeno migratorio e prende ispirazione dalla mia esperienza lavorativa di supporto psicologico ai migranti, nei centri di accoglienza sul territorio campano. Un lavoro intenso e spesso doloroso, a volte complesso (a causa dei pregiudizi delle comunità accoglienti), ma molto affascinante. Buona lettura!

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Viviamo un periodo storico in cui sembra che quasi tutta l’attenzione mediatica politica e sociale, sia rivolta alle migrazioni. Addirittura alcuni partiti politici italiani, europei e statunitensi per ottenere consensi, hanno incentrato gran parte delle loro campagne elettorali degli ultimi anni su questa tematica, tendendo sostanzialmente a stigmatizzare lo straniero, l’immigrato e premendo su quella che pare essere una paura “antica” delle persone, la paura del nuovo, del diverso, dello sconosciuto.
Probabilmente conoscere alcune dinamiche psicologiche che caratterizzano l’esperienza migratoria, dal punto di vista del migrante e dal punto di vista di chi “accoglie” gli immigrati, potrebbe aiutarci a essere meno estranei all’estraneo.

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Tendenzialmente, quando il fenomeno migratorio diventa “evidente e ingombrante”, perché invade i nostri luoghi di convivenza sociale, ci sentiamo smarriti e spaesati e ci rintaniamo in una posizione difensiva alzando alte barriere di pregiudizi rafforzati da collanti di moralismi e idee nazionalistiche.

“…l’altro è lo specchio nel…

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Se leggiamo in un’ altra lingua proveremo meno emozioni.

In genere non ce ne accorgiamo, ma quando leggiamo un libro, una poesia, un racconto sul nostro viso si possono avvertire modificazioni significative che rispecchiano le emozioni che avvertiamo durante la lettura e che possono anche essere in accordo con le emozioni dei personaggi del libro che abbiamo davanti. Sono spesso micro espressioni anche impercettibili e non coscienti. Insomma sorridiamo, ci incupiamo, ci arrabbiamo, proviamo paura durante le nostre letture. Quando leggiamo di un personaggio felice sorridiamo, se invece è arrabbiato aggrottiamo la fronte.

Questo fenomeno fa capo alla teoria dell’impersonificazione (embodiment), per la quale quando elaboriamo un’informazione con contenuto emotivo l’organismo attiva reazioni fisiologiche caratteristiche di quelle emozioni che stiamo leggendo. Pare però che questo meccanismo funzioni molto bene per la lettura in lingua madre, ma molto meno per la lettura di un brano o un libro in una seconda lingua.

Photo by Oladimeji Ajegbile on Pexels.com

Questa interessante scoperta è frutto di una ricerca di circa cinque anni fa di Francesco Foroni, un ricercatore della Scuola internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste. Durante la ricerca sono stati misurati con l’elettromiografia (che registra l’attivazione dei muscoli, su un gruppo di 26 ragazzi olandesi, le espressioni facciali mentre erano intenti a leggere dei brani in inglese. Il risultato di queste misurazioni ha confermato che l’intensità delle espressioni facciali era molto più marcata quando la lettura avveniva in lingua madre (olandese). Quando invece le letture avvenivano in inglese il coinvolgimento emotivo era evidentemente minore.

La spiegazione a questa differenza nell’attivazione emotiva nei due casi è probabilmente legata al contesto di apprendimento delle due lingue. Infatti l’apprendimento della lingua madre avviene generalmente in un contesto emotivamente molto carico e significativo, nel contesto familiare. Mentre l’apprendimento della seconda lingua avviene generalmente in un contesto extrafamiliare, meno carico emotivamente e più freddo e istituzionale.

Questa differenza ci fa comprendere quanto sia importante per una persona comunicare le proprie emozioni e il proprio stato d’animo attraverso il proprio linguaggio. Noi pensiamo e sogniamo nella nostra lingua madre.

Questo filone di ricerca e i risultati aprono a diversi spunti di riflessione legati agli aspetti della comunicazione interculturale e agli aspetti legati all’impatto emotivo che possono avere le emozioni sulle decisioni le decisioni.

Inoltre questo ci fa riflettere anche sul fatto che non dobbiamo mai dare per scontato gli aspetti legati all’integrazione di bambini stranieri adottati o di immigrati e famiglie di stranieri. Quanto il linguaggio e la comunicazione incidono su aspetti psicologici, emotivi e sociali. Troppo spesso sottovalutiamo questi fattori.

Interagire ad esempio in lingue diverse o interagire e comunicare attraverso una terza lingua può rendere allo stesso modo? Quanto vengono influenzate le espressioni, i sentimenti, le emozioni, quando dobbiamo comunicare con una lingua diversa dalla nostra?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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è ancora tiempo..

Suono come il mare e le sue onde che minacciano tempesta.

Suono come la pioggia che nel mare sconfinato batte forte su una barca che a stento resta a galla.

Suono come la certezza di essere sopravvissuto guardando i miei primi passi su questa terra nuova e sconosciuta.

Suono come le voci di questa lingua incomprensibile.

Suono come la voce rotta dal pianto dei miei genitori al telefono.

Enzo Avitabile – Pino Daniele

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’Immigrato allo specchio

Viviamo un periodo storico in cui sembra che quasi tutta l’attenzione mediatica politica e sociale, sia rivolta alle migrazioni. Addirittura alcuni partiti politici italiani, europei e statunitensi per ottenere consensi, hanno incentrato gran parte delle loro campagne elettorali degli ultimi anni su questa tematica, tendendo sostanzialmente a stigmatizzare lo straniero, l’immigrato e premendo su quella che pare essere una paura “antica” delle persone, la paura del nuovo, del diverso, dello sconosciuto.
Probabilmente conoscere alcune dinamiche psicologiche che caratterizzano l’esperienza migratoria, dal punto di vista del migrante e dal punto di vista di chi “accoglie” gli immigrati, potrebbe aiutarci a essere meno estranei all’estraneo.

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Tendenzialmente, quando il fenomeno migratorio diventa “evidente e ingombrante”, perché invade i nostri luoghi di convivenza sociale, ci sentiamo smarriti e spaesati e ci rintaniamo in una posizione difensiva alzando alte barriere di pregiudizi rafforzati da collanti di moralismi e idee nazionalistiche.

“…l’altro è lo specchio nel quale ci guardiamo o nel quale veniamo guardati: uno specchio che ci smaschera e ci denuda e del quale facciamo volentieri a meno”.

( “L’Altro” Ryszard Kapuscinski  ).

Siamo portati ad allontanarci, come in una reazione difensiva, dalla possibilità di comprendere le ragioni e le sofferenze che sottendono gran parte delle migrazioni e dell’esperienza migratoria. La paura dello sconosciuto determina chiusure e fughe.

“Notiamo che il concetto di altro è sempre del punto di vista dell’uomo bianco, dell’europeo.” … “ In questo senso siamo tutti nella medesima barca. Tutti noi abitanti del nostro pianeta, siamo altri rispetto ad altri: io per loro, loro per me ….” 

“L’Altro” Ryszard Kapuscinski

L’esperienza del migrante è complessa e dolorosa, è fatta di distacchi improvvisi, di pericolosi viaggi, di esperienze nuove e tragiche, di fame, sete, sfruttamento, di traumi e violenze. È segnata inoltre da diversi passaggi emotivamente molto dolorosi: la partenza con lo sradicamento dalla terra d’origine, il viaggio, l’arrivo in una terra nuova e il difficile inserimento nel nuovo contesto sociale.

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L’emigrazione inoltre coinvolge diversi aspetti psicologici ed emotivi. La paura della separazione, il senso di abbandono, la solitudine, l’incontro con lo sconosciuto, lo scontro con una nuova lingua. La sensazione di impotenza di fronte la possibilità di non poter comunicare è ciò che inizialmente angoscia di più. Lo stesso Freud durante il suo esilio a Londra provò sulla sua pelle questa esperienza dolorosa e in una sua lettera a Raymond de Saussure scrisse queste parole:
“Avete tralasciato un punto che l’emigrante avverte in modo particolarmente doloroso, è quello per così dire della perdita della lingua con la quale ha vissuto e pensato e che pur con tutti gli sforzi di immedesimazione non potrà mai sostituire con un’altra”. “ Ho realizzato, mediante una comprensione dolorosa, quanto i mezzi linguistici, che avevo facilmente a disposizione, mi mancano nell’Inglese…. “ (Sigmund Freud – lettera scritta in esilio a Londra a Raymond de Saussure).
Ciò che si osserva nelle persone che si apprestano ai primi colloqui è un senso di “solitudine” e di “vuoto comunicativo” ; perché comunicare attraverso la mediazione di un linguaggio non originario determina in parte la perdita del significato e la potenza del peso specifico delle parole e quindi della descrizione di aspetti emotivi e sensazioni del proprio vissuto. La sensazione di non essere compreso può tramutarsi facilmente, in una persona spaventata e sola, nella sensazione che l’altro non voglia comprendere e quindi può generare angosce, paranoie, tristezza e quindi il ritorno di pensieri legati ai propri vissuti di abbandono.

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Tutto ciò inevitabilmente può rispecchiarsi nell’altro che accoglie. Se lo straniero è portatore di sofferenze, traumi dolorosi, povertà, può generare in chi lo accoglie sensazioni di impotenza e fragilità che cozzano con la possibilità di incuriosirsi e comprendere la sofferenza dell’altro.
È più facile e veloce erigere muri e chiudere e proteggere i nostri confini piuttosto che lasciarsi andare alla curiosità e quindi aprirsi all’accoglienza, all’aiuto e all’integrazione.

Dott. Gennaro Rinaldi