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Orecchio assoluto.

Ore ed ore a studiare per “affinare” l’orecchio con dettati melodici senza fine.. Ascolta le note, la melodia e trascrivila sul pentagramma: e se non hai un buon orecchio?

Con l’orecchio assoluto ci nasci oppure si tratta di una “capacità” che puoi “imparare”?

Uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience suggerisce che il cervello delle persone con orecchio assoluto (che sono in realtà poche e maggiormente presenti tra i musicisti professionisti), presenta una forte connessione funzionale tra due regioni che sono la corteccia uditiva e il lobo frontale dorsale.

I ricercatori hanno eseguito lo studio misurando con elettroencefalografia il cervello a riposo di un gruppo di musicisti con e senza orecchio assoluto.

Nei musicisti con orecchio assoluto vi è una forte sincronizzazione tra le zone della corteccia uditiva (responsabile delle funzioni percettive) e quelle della corteccia prefrontale dorsolaterale (coinvolta in apprendimento e memoria) suggerendo scambio di informazioni tra le due aree.

Nessuna di queste correlazioni è stata evidenziata nei musicisti privi di orecchio assoluto.

Lo studio ha mostrato che chi ha questo talento, processa i suoni come le parole assegnando i suoni stessi a specifiche categorie associandoli inoltre anche a informazioni contenute nella memoria coinvolgendo due regioni cerebrali insieme.

Un talento (e funzionamento cerebrale) che – in sostanza- si ha già dalla nascita e che può essere sviluppato esponendo precocemente il bambino ai suoni (nascendo già predisposti ai suoni stessi). Sembra inoltre che tra gli asiatici vi siano più persone con orecchio assoluto in quanto nella loro lingua madre (cinese, mandarino e giapponese) il significato delle parole è strettamente connesso all’intonazione con cui esse si pronunciano.

(Un pò di musica e ricordi…)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Valore.

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Il “punto di valore” – punctum additionis, punto di addizione in uso nel XIV- consiste in un punto che, messo a destra di una figura (nota o pausa), ne indica un aumento proporzionale di valore. Esso può essere semplice “.”, doppio “..”, o triplo “…” portando ad un aumento:

  1. nel primo caso di metà del valore della figura di partenza
  2. il secondo punto “..” aumenta la metà del valore aumentato dal primo
  3. il terzo “…” la metà del valore aumentato dal secondo

Il punto di valore mostra un “punto” molto importante dei rapporti umani. Avvicinare e avvicinarsi alle persone crea una circolarità in cui la relazione, il proprio mondo interno e “chi io sono” aumenta, si raddoppia, triplica.. e così via.

Siamo tanti puntini bisognosi di avvicinarci e sostenerci; puntini dotati ognuno del proprio valore; esistenze calate nella grafia che è il nostro corpo, suoni in accordo o in disaccordo ma pur sempre piccole note sparse nell’attesa di trovare il punto giusto da tenere al proprio fianco.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Ritmica e Metrica.

Immagine Personale

La ritmica si occupa della formazione dei ritmi (da Platone definito l’ordine del moto), nella costruzione musicale assume il significato di ordine degli accenti e delle varie unità frazionarie del discorso musicale (incisi, battute, semifrasi, ecc) considerate sotto il profilo della loro accentuazione.

La metrica riferisce al concetto di misura delle varie unità frazionarie del discorso musicale (incisi, battute, ecc) considerate sotto il profilo della loro lunghezza e della loro funzione logica.

Le origini delle leggi ritmiche e metriche risalgono ad una teorie comune nell’antica Grecia che assimilava, in un certo senso, poesia e musica; senza scendere nel dettaglio (molto interessante degli schemi ritmici usati dai greci), giungiamo al pensiero di Poe.

Edgar Allan Poe nel 1846 sostenne che “la musica è come l’idea della poesia. L’indeterminatezza della sensazione suscitata da una dolce aria, che dev’essere rigorosamente indefinita, è precisamente quello a cui dobbiamo mirare in poesia”.

La poesia pertanto deve avere una parola “indefinita” tale da suscitare sensazioni e non avere un significato come quello che, ad esempio, gli attribuirebbe il linguaggio della quotidianità; per fare ciò, deve avere come modello l’arte dei suoni.

Quanto siamo realmente disposti a vivere dell’indefinita incertezza e quanto, di converso, abbiamo bisogno di parole che siano certe e definite?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Vibrazioni Simpatiche.

Immagine Personale.

In musica esiste un fenomeno che prende il nome di “vibrazioni /oscillazioni simpatiche” o “fenomeno di risonanza”.

Tale fenomeno comporta che: mettendo in vibrazione un corpo sonoro (ad esempio un diapason) vicino al quale si trovi un altro corpo capace di vibrare con lo stesso periodo (un altro diapason), quest’ultimo, eccitato dagli impulsi delle vibrazioni del primo con ritmo concorde al suo moto vibratorio, si metterà ugualmente a vibrare producendo un suono più debole (molto più debole) per la dispersione di una parte dell’energia trasmessa dal primo corpo vibrante.

Questo fenomeno si verifica anche nei suoni armonici (brevemente definibili come suoni le cui frequenze sono multipli di una nota base, la nota fondamentale).

Il fenomeno può essere verificato al pianoforte. Abbassiamo un tasto silenziosamente cercando di non produrre suono “udibile” poi, successivamente, percuotiamo con molta forza il tasto corrispondente all’ottava inferiore – scendendo di 8 note – (tenendo sempre abbassato anche il primo tasto) .

Cosa accade?

Se alziamo repentinamente la mano dal tasto appena percosso, si sentirà vibrare la corda del tasto tenuto abbassato, corrispondente al primo armonico del suono prodotto (in sostanza quella nota sorda, non percossa all’inizio produrrà per simpatia una vibrazione e un suono).

Questo fenomeno è qualcosa di affascinante.

Innanzitutto il fenomeno fisico in sè, da vedere/udire, specie quando sei molto giovane è divertente, inoltre apre a molte considerazioni.

L’essere umano ha bisogno di trovare corpi che siano capaci di vibrare in conseguenza degli stessi impulsi anche quando – per sua natura – parte da un corpo che emette una vibrazione meno “potente”; più debole.

La vibrazione per simpatia, tra persone, attiva vibrazioni che restano in circolo anche quando “la mano è alzata repentinamente” e viene allontanata di scatto (analogamente a quanto accade ai tasti del pianoforte dove poi, l’armonico fondamentale, lo esprime il tasto che era stato abbassato per primo e in maniera più debole).

A ciascuno la sua vibrazione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Tra follia e creazione artistica: Robert Schumann.

La storia che oggi leggeremo racconta di una grande compositore, della sua follia e della sua creazione artistica sapientemente e indissolubilmente legate:

la storia di Robert Schumann.

Buona Lettura.

Il 4 Marzo 1854 il quarantaquattrenne Robert Schumann viene accolto nel manicomio di Endenich in seguito alla sua richiesta. E’ in questo manicomio che sarà seguito dallo psichiatra Richarz, fino alla sua morte nel 1856.

La psichiatria dell’epoca vive sotto l’opera di Philippe Pinel che nel Trattato differenzia la follia in 5 categorie: melancolia, mania con e senza delirio, demenza e idiotismo; molto probabilmente il nostro Schumann fu classificato tra i malati di melancolia. Schumann infatti, pochi giorni prima aveva cercato di suicidarsi gettandosi nel Reno (questo tuttavia non fu il primo tentativo di suicidio, ma il secondo) e il suicidio stesso era considerato tratto patognomonico della melancolia.

Robert viveva insieme all’eccellente pianista-moglie Clara Wieck; dal primo bacio del 25 novembre 1835 passeranno 5 anni prima di unirsi nel vincolo matrimoniale (passando attraverso una causa legale); Schumann infatti porterà in tribunale il suocero/maestro di pianoforte, accusato di aver offeso la libertà delle persone, rifiutando di dare la mano della propria figlia a Schumann stesso.

La vita di Schumann è costellata di lutti; fratelli e sorelle moriranno. Robert inoltre era sofferente fin da bambino di stati depressivi in conseguenza della morte del padre; inoltre anche la madre era depressa (segno della trasmissione familiare del disagio). Uno dei lutti peggiori da affrontare fu per Robert quello dell’amata sorella (così tanto amata da generare voci su un presunto legame incestuoso).

Il lutto però più importante fu per Schumann quello della perdita della sua mano destra; la mano perderà la funzione del dito terzo facendo cessare in Schumann ogni desiderio di poter diventare un grande pianista come Chopin. Nel 1832 Robert lega due dita della mano destra per poter allenare il medio e renderlo più forte e indipendente alla tastiera; questa pratica era piuttosto comune all’epoca ma per Schumann qualcosa andò storto giungendo alla completa perdita di tutto l’uso della mano.

Robert potè quindi dedicarsi alla sola composizione.

Clara divenne per Schumann la sua mano perduta. Interprete, mano e cuore mancante al compositore sofferente.

Robert inoltre era affetto da paralisi (forse a causa del mercurio usato per trattare la sifilide) e da maniacalità (curata con ipnosi e magnetismo); in quegli anni comporrà opere di straordinaria bellezza e inquietudine, mostrando l’evidenza clinica secondo cui il delirio e le allucinazioni sono presenti anche nelle fasi fortemente depresse.

Il dubbio diagnostico tra schizofrenia e disturbo bipolare (maniaco depressivo) è incentrato sul ruolo del delirio nelle due categorie.

Il delirio è una errata interpretazione della realtà; il soggetto infatti non riesce a dare una corretta lettura del mondo che lo circonda ma lo interpreta in funzione di un Io modificato. Al delirio si accompagnano le allucinazioni (percezioni di voci interne o esterne o di immagini). Nella iniziale storia della psichiatria, il delirio è stato legato alla schizofrenia, all’Io diviso, frammentato ma successivamente si è scoperto che anche nella melancolia e maniacalità vive questa condizione.

Per quanto concerne Schumann, quindi, è possibili ipotizzare un inquadramento dei suoi sintomi nelle alternanze maniacali e depressive e che in tale quadro si innesti la demenza propria della paralisi progressiva. Schumann quindi, soffriva molto probabilmente di una condizione a doppia diagnosi “disturbo bipolare e infezione luetica cerebrale”.

La nostra fortuna -tuttavia- è stata che Schumann non perdesse mai l’impulso vitale che ci ha regalato il genio che – nonostante tutto- ha saputo essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Suono come: Eroica.

…Uno, due, tre.. Inspira.. espira..

Inspira.. Espira.. rilassati.. Il mio cuore batte calmo e sereno; sono tranquilla…

Perchè diavolo le tende rosse di velluto sono così pesanti? Perchè poi sono sempre così dannatamente piene di polvere.. “sto per starnutire.. No! trattieni lo starnuto e concentrati”.

Fa caldissimo, la luce gialla del riflettore che punta dritto negli occhi chiari crea sagome, ombre indistinte nella platea.. facce in attesa, annoiate, perplesse.. Volti di chi è venuto qui quasi per obbligo e non per piacere.

Uno, due, tre.. “Si va in scena!”

“Crac.. iiii.. tac.. tac..”… Il vecchio parquet del teatro sembra deridere ogni timido passo di lei che con andatura ombreggiata, quasi a volersi proteggere dal fascio di luce troppo intenso, si avvicina al pianoforte.. Il fascio di luce che illumina il centro della scena è sempre più intenso, tanto da creare strali infuocati che rendono faticoso arrivare allo sgabello.

“Iii…schh”.. Sgabello spostato dal piano e via, come una cavallerizza in sella alla fidata base sicura in pelle, comodo conforto per una schiena stanca dal troppo esercizio.

Attacca… Do..si.. “Dannazione!… era Re.. Mi Sol..”..

Non lo so.. “al diavolo tutto!” 12 ore di studio al giorno per mandare tutto all’aria.

La sala diventa fredda come in iglù e quel palco che fino a poco prima era caldo come la fiamma viva di un camino ardente, diventa una piccola cupola e lei si sente incastrata tra grossi blocchi di neve che le raggelano il cuore e i pensieri.

Sarà rimasta lì ferma, immobile, scolpita come una cariatide.. preda del nulla per chissà quanto tempo.

Ore che sono diventati giorni, settimane mesi trasformati in anni, gettati al vento per un battito di cuore in più; quel battito difficile da sostenere; quel battito che blocca la performance.

Non riusciva a suonare ma neanche ad andare via.

Saranno passati chissà quanti minuti.. e nel buio della confusione, nel gelo e nel torpore prese coraggio.

La ..si do.. diesis.. bemolle.. doppio diesis…

Nell’incontro dato dal calore dell’attesa e il gelo della paura, nacque come da improvviso impulso vitale, una scarica che generò l’esibizione: la sua migliore esibizione.

Si sentì serena e leggera quando il pubblico le riconobbe “un cuore”, fu lì che sentì tutti urlare: “Eroica!”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Suono come: Gimnopedia.

Immagine Personale.

Era ferma in posizione eretta lì fissando l’acqua del fiume scorrere.

Il freddo era intenso – d’altronde – a -17, il volto diventa un reticolo cristallino che rende cerea ogni espressione e ogni gesto; ogni battito di ciglia resta imprigionato nella condensa del corpo che cerca disperatamente di sprigionare calore nel tentativo di non avvizzire.

Con lei c’era il suo trolley, immancabile compagno di viaggio. La curva della piccola valigia portatile le ricordava la curva delle spalle di lui, porto caldo e sicuro per sensi troppo accesi.

L’angolo imbottito, sapientemente abbracciato dalle cerniere, era come la spalla di lui.. Forte, imbottita e salda: stringeva fortemente la maniglia della piccola valigia nella speranza che nulla potesse scivolarle via, dalle mani.

Uno sguardo furtivo alla strada… I sampietrini le ricordavano i suoi nei.. Amava ripassarli con il dito, giocando ad unirli uno ad uno creando immaginarie costellazioni e cartine geografiche .. Le stelle li avevano sempre uniti.. impegnanti com’erano a sognare – guardandole- a sperare – fissandole- ad amarsi – nella loro tenue luce-.

Il giorno stava per terminare e la foschia si faceva sempre più fitta, così fitta da entrare nei polmoni e rilasciare uno strano sapore di bruciato.

Diede un ultimo sguardo al fiume ormai ghiacciato.

Strinse il trolley e abbracciata nel suo lungo cappotto grigio (di una taglia più grande che tuttavia, con un bottoncino ad altezza dell’ombelico cingeva dolcemente la sua sottile vita), prese ad andare via.

Man mano che camminava sentiva il trolley più leggero. Ad ogni passo fuoriusciva qualcosa.. Un ricordo, un odore, un sapore, un’immagine.

Ad ogni passo il peso era più leggero; ad ogni passo il cuore era più pieno.

Le stelle che per tanto tempo avevano fissato erano lì a scortarla e lei, nella fredda notte improvvisando una sorta di danza Gimnopedia, nella sua processione nuda tra canti e balli sparì..

Foschia della memoria, gabbia della fantasia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Suono come..

Il treno procedeva lento percorrendo binari che tagliavano rami disseminati qua e là..

..A ogni zac.. tac.. zic… lei annoiata faceva cerchietti con le dita ridisegnando sempre la stessa sagoma sul vetro appannato..

Sempre lo stesso percorso. Sempre gli stessi rami. Sempre la stessa sagoma.

D’un tratto un punto giallo: mimose in fiore resero quel bagliore di luce che illuminava la giornata persa tra il triste sopore di una mattina di fine febbraio.

“Devo riprendere il mio bolero giallo!”.. Pensò!

Neanche il tempo di chiudere l’ultimo cerchietto appena iniziato con le dita, che arriva il fischio di fine corsa..

Fine corsa: nuova giornata che inizia..

Scortata dal coro delle mimose in fiore gialle e profumate, sapendo che l’inverno sarebbe prima o poi terminato, si diresse a lavoro.. pensando al suo bolero in pizzo e alle avventure che con lui aveva vissuto…

Alle avventure che avrebbe -sicuramente- vissuto, ancora e ancora…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.