Archivi tag: Psicologia e Musica

Da dove vengono i tuoi amici?

“Non  camminare  dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico”

Albert Camus

(Sempre)

Dott.ssa Giusy Di Maio

21.

Tempo che i pensieri trovino contenimento -lontano- dall’eccessiva emotività, e proporrò al lettore un profilo psicologico (profiling) di coloro che aprono il fuoco interrompendo per sempre il libero fluire della vita di un altro essere umano, rendendo tutto tremendamente disumano.

21 vite.

21 motivi “per…”

21 scuse.

21 famiglie interrotte per sempre.

21 …

Quanti proiettili ?

Sangue.

21.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Boom Bap: (Napoli) (W)East Coast, Fratm.

“Bum Cha”.. alternanza di cassa e rullante.. La cassa apre sul primo e terzo tempo mentre il rullante entra nel secondo e quarto tempo..

2pac? Nas?

No baby…

Iena White here… Ma.. andiamo con calma.

Il 29 Aprile Clementino, rapper con la R maiuscola è (ri)tornato sulle scene con un nuovo album “Black pulcinella”; un (capo)Lavoro old school che fa scansare e inginocchiare tutti gli pseudo rapper, trapper, e cantantucci dall’eloquio disorganizzato e la prosodia incomprensibile.

Perché la nostra iena improvvisa, canta, mima, vive e si fa attraversare dal flow, rendendo comprensibile e visibile ogni parola.. ogni rima.. ogni beat è un battito per l’ascoltatore che sussulta e gode (come da lacaniano godimento jouissance), quando vede lo scugnizzo all’opera.

Come si arriva al Pulcinella nero?

Un attimo.. che Clementino mica è artista improvvisato, Clementino intervistato dal quotidiano il Mattino dice (citando Jep Gambardella, La grande bellezza) “arrivato a una certa età ho scoperto che non voglio più fare le cose che non mi va di fare” e questo è il punto di partenza del disco.

Il Rap.

Clementino -ora- vuole il suo personale consenso, non quello degli altri e ritorna con il classico Boom Bap. Clemente porta un disco carico di ironia, quella pungente (ATM è il pezzo con il picco massimo di ironia e autoironia), perché Clementino ride sì, prima di tutto di se stesso.

Il giornalista del Mattino evidenzia quanto il rap sia il genere “di chi ce l’ha più lungo” e invece Clementino sfotte e si sfotte… fottendo la concorrenza perché non “vuole sembrare il ragazzo di 40 anni che gioca a fare il trap o il gangster” ; Clementino è infatti il rapper che non ha collane d’oro, orologi importanti o femmine a fiume intorno a sé; Clementino è il rapper col volto maschera che non maschera l’emozione ma la rende, all’ascoltatore/spettatore con l’ironia di chi sa, di essere un campione del freestyle.

Per Clementino il rap è pace, unità, non battaglia (se non intesa come battle e battaglie in rime), Clemente vuole ridere, prendere in giro e far riflettere.

La iena bianca è diventata un Pulcinella nero, perchè?

Clementino viene da un passato complesso; dipendente dalla cocaina ha, in prima persona, contattato la comunità in cui si è poi disintossicato.

Durante il percorso di recupero, ha pulito i bagni e svolto tutte le mansioni che gli utenti devono fare “Clemè ma sei passato da fare Sanremo a pulire i cessi?”, La iena white è anche e soprattutto questo, la sincerità del dolore e la rabbia quando sente e vede di presunte star dalla vita cattiva, che inseguono la fama e la gloria fatta di luci, droga, sesso e violenza.

Clementino riesce nell’hic et nunc a parlare del suo lato oscuro (la dipendenza) perché ne è fuori, così regala al pubblico la schiettezza di un supereroe nero e partenopeo (black pulcinella); la maschera partenopea dalla sincerità senza tempo che strizza l’occhio ai ritmi neri, delle percussioni che sanno di suono del mondo.

“Non puoi parlare di una cosa oscura se dentro di te hai tanto male”; nell’album ci sono frasi come “È nu giullare ngopp ‘o palco, e dint ‘e camerini… Tu o’vir ca rire, ma aret è rine ten ‘e spine!!” (è un giullare sul palco e nei camerini lo vedi che ride, ma dietro alla schiena ha le spine) “Mani che si stringono all’unisono, un tappeto rosso come il sangue mio offerto in sacrificio, la storia di una marionetta che ride, è triste the black pulcinella pronti per l’apocalisse!!.

“La gente non sa dei sacrifici, non sa cosa ho dentro, le cicatrici che ho lasciato.. quando mi parlano di artisti che sono rockstar nel modo di vivere la vita molte volte sbuffo perché io sono stato realmente rockstar nel modo di vivere la vita”

Un rap che arriva in ritardo, alla Troisi per intenderci.. anni 90, tutto sound che ingloba e strizza l’occhio al 2022 mixandosi e fondendosi con i giovanissimi produttori e artisti con cui Clementino ha fatto duetti incredibili (J Lord.. Geolier.. Speranza.. Enzo Dong.. Rocchino- Rocco Hunt.. e così via).

Clementino è un artista bello, carismatico Pulcinella sì.. perché?

Perché ci vuole coraggio a non rinchiudersi nel dolore; c’è chi si veste di nero e ne fa una divisa per partito preso perché tanto “fa tutto schifo” quindi preferisco la certezza della verità “nulla cambierà mai”, piuttosto che provare a vedere come potrebbero andare le cose.

Clementino è caduto (i racconti sulla dipendenza sono vivi, veri e dolorosi), ma vive con e attraverso il ritmo: la musica.

E’ tutto flusso, la nostra Iena.

Quando canta, a vederlo muoversi sul palco, capisci quanto sia attraversato dalla musica stessa; non è teatralità nell’accezione del fingere l’emozione; è teatro nella realtà del flusso che lo attraversa, nel godimento che lo rende artista.

A molti spaventa l’ironia e il piacere della risata perché alcuni non riescono ad accettare che qualcuno sia stato capace di uno scatto ulteriore di presa di coscienza (che non è illusione, ma comprensione) quindi.. ride!

Il nostro Black Pulcinella ci fa sorridere, godere e ballare.

E’ la perfetta maschera capace di godere del dolore (perché chi l’ha detto che la risata non sia il risultato di una grande sofferenza?)

Allora fraté io t’aspetto..

Datemi una serata estiva a 30 gradi, una birra ghiacciata, un sigaro e una degna compagnia che siamo tutti pronti…

Pe’ zumbà!

(saltare).

Fonte Google

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Crescita creativa: fidarsi e affidarsi.

La crescita è un processo piuttosto complesso che reca la sua complessità nell’etimologia stessa del termine.

Crescere deriva infatti dal latino e dalla stessa radice di “creare”: cresco, quindi creo.

Diventando più grande, sviluppo (si spera in meglio ovvero nella migliore delle loro possibilità), le mie qualità.

Crescendo, creo la versione migliore di me.

La crescita non è soltanto un processo legato all’accrescimento -ad esempio- delle parti del proprio corpo (altezza, peso, forma), ma indica un processo (creativo) che si situa al confine tra l’ambiente e l’organismo.

Tra me e l’ambiente (fisico) e il campo psicologico in cui sono immerso, si situa quel processo creativo che permette crescita, sviluppo e creazione del mio Io.

Crescere è un atto di fiducia; ci si fida e affida a sé stessi certo, ma anche (e soprattutto) al prossimo.

I genitori che chiedono una consultazione per i propri bambini, portandoli in studio come fossero pezzi di un puzzle da riunire/comporre, perdono la fiducia nei propri bambini.

Il disagio va riconosciuto e accolto ma va -per prima cosa- rispettato.

Troppi genitori pensano ai figli come “giocattoli rotti”, dimenticando che l’elicitazione di un disagio è una richiesta silenziosamente urlata che merita ora, dal genitore, fiducia.

Il genitore deve -ora- fidarsi e affidarsi; fidarsi del proprio bambino e del terapeuta; affidarsi al terapeuta.

Crescere è un atto di creazione costante e continuo, spesso discontinuo vero… ma è pur sempre un movimento che non si arresta con il raggiungimento dell’età adulta.

Se ci pensiamo bene anche il corpo non resta mai nella forma fisica raggiunta “ad una certa età”, ed ecco che anche le esperienze che quotidianamente viviamo, continuano ad avere influenza su di noi: sulla nostra psiche.

E allora più che ai puzzle (che non ho mai sopportato perché non trovo il piacere di far combaciare in forme e pezzi prestabiliti una figura prestabilita), ritorniamo alla possibilità di essere come i semi.

Piantiamo da qualche parte il nostro seme, la nostra essenza, che attecchirà in un terreno che avrà costantemente bisogno di cure, nutrimento e attenzione.

Crescere è il nostro atto creativo quindi -rivoluzionario- perché la creazione ha sempre con sé una piccola quota di rivoluzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’Italia è….

“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul

  • volontariato
  • tirocinio
  • lavoro nero
  • criminalità

Ah no… la Costituzione dice “sul lavoro!; è fondata sul lavoro”…

Nel primo trimestre del 2022, le denunce di incidenti con esito mortale sono state 189 con un bell’aumento del 2,2%; senza addentrarmi troppo nelle percentuali e nei dati (che rischiano di rendere più freddi il fatto che si parli di persone morte al/mentre lavoravano), sono aumentate a dismisura anche le patologie di origine professionale (siano esse patologie di natura organica come: malattie respiratorie, muscolari, del tessuto connettivo), che di origine psicologica: burnout, depressione, ansia, panico e così via.

Recentemente sono aumentate due tipologie di consultazioni richieste dai lavoratori: quelle legate alle estreme forme di ansia che il lavoro porta (orari poco flessibili, stipendi non adeguati alla tipologia di lavoro svolto, luogo di lavoro pericoloso o non accogliente, istigazione alla competizione sul posto di lavoro, molestie, …) oppure problematiche legate al non avere un lavoro.

C’è chi da anni svolge mansioni di “volontariato” nell’attesa di un riconoscimento e un adeguamento professionale preciso; figure borderline si aggirano nei luoghi di lavoro più disparati in attesa di sapere cosa fare e quanto ricevere come compenso circa il lavoro svolto.

Molti altri sono in attesa di trovare un “posto di lavoro”; accade che in seguito a licenziamento, raggiunta una certa età, non si riesca più a trovare lavoro.

L’Italia non so se è o meno una repubblica democratica fondata sul lavoro, ma so che di lavoro spesso non si vive, ma ci si ammala.

E si muore.

In attesa di un riconoscimento -per tutti i lavoratori- che sia un 1 Maggio di vita e non di morte.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Tono e Modo dell’opinione.

“Spesso contraddiciamo una opinione mentre ci è antipatico soltanto il tono con cui essa è stata espressa.”

FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE

Questa frase mi è ritornata alla mente in seguito alla conduzione di un colloquio.

Come spesso accade i due non sembravano trovare un minimo punto di incontro persi com’erano a barcamenarsi in maniera piuttosto ondosa e tempestosa, tra le rispettive opinioni.

I toni erano sempre alti, presuntuosi (da ambo le parti) e ridondanti..

La continua enfasi posta “alla mia ragione”, rendeva vana ogni possibilità di spostare l’attenzione al contenuto della discussione.

(A parlare è una coppia indecisa sul procedere o meno con una separazione; l’astio è forte poiché lei non riesce a perdonare lui che per 2 anni ha avuto un’amante).

D’un tratto dopo un momento di pausa e un fortissimo pianto, il suono dei pensieri prendere il sopravvento sul rumore del parlato (vuoto) per ristabilire il tono .

“Ecco cosa non ti ho detto”…

(Barcarola, in musica classica, indica una composizione che evoca il modo ondeggiante delle imbarcazioni..)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Metà uomo metà Flow”.

(…) Nei paragrafi precedenti, ho accennato alla struttura metrica del rap, andando ad evidenziare come questa possa contare sulla regolarità (il beat, altro elemento caratteristico del rap è il battito che serve a scandire il tempo della battura: laddove cade il battito che di solito viene percepito dall’ascoltatore come un colpo di batteria o percussioni, cade la rima). Ciò che rende diverso il rap da altri generi musicali, è il forte uso che viene fatto delle figure retoriche (allitterazioni, climax, metafore..) o delle rime, che concorrono ad aumentare la musicalità del testo; ne deriva pertanto che i testi rap, possano essere accostati alla poesia.

Uno dei teorici che si è dedicato alla musicalità come essenza della poesia è stato Edgar Allan Poe, che nel 1846 ha sostenuto “la musica è come l’idea della poesia. L’indeterminatezza della sensazione suscitata da una dolce aria, che dev’essere rigorosamente indefinita, è precisamente quello a cui dobbiamo mirare in poesia”.

Ne deriva quindi che secondo Poe è importante che nella poesia, la parola debba essere “indefinita” ovvero deve suscitare delle sensazioni e non avere un significato come quello che ad esempio, gli attribuirebbe il linguaggio della quotidianità, e per far ciò, deve avere come modello proprio l’arte dei suoni.

Il significante (la sonorità) prende il sopravvento sul significato; non diviene quindi importante cosa viene detto ma come quel qualcosa viene detto in quanto è difficile parlare di un significato universale, giacché trattiamo contenuti simbolici a cui ciascun individuo, può attribuire lettura diversa. La musica si presenta pertanto connotata da un forte carattere simbolico in cui è l’espressività ad essere centrale; questa espressività è diversa dal segno linguistico in quanto questo viene (in un certo senso), esaurito dalla sua funzione referenziale mentre la musica non essendo subito leggibile (non avendo quindi un significato immediato) assume il ruolo di simbolo dotato di forte contenuto espressivo.

I brani rap, avendo una metrica cadenzata e regolare permettono all’individuo di leggere e rileggere il testo in quando il flow (il flusso delle parole) lascia spazio alla libera interpretazione agevolata dal forte legame con il corpo (il tempo4/4 su cui battono le canzoni rap, è un tempo regolare al punto che, diviene molto intuitivo comprendere dove cadono gli accenti; questo consente all’individuo di lasciarsi tra sportare fisicamente dal ritmo).

Il mondo rap riesce quindi ad assicurarsi una forte adesione nei membri (fan) sia perchè può contare su un abbigliamento specifico ma soprattutto perché lascia all’individuo la possibilità di leggere o rileggere il testo delle canzoni, agevolato dalla fluidità della metrica. Il rap con la presenza dei flussi di parole, riesce a creare una forte adesione, tanto che gli individuo arrivano a sentirsi parte di un gruppo.

Ma cos’è un gruppo? Il rap può realmente essere considerato un gruppo allargato?

Da “Parole sospese e giochi ritmici: analisi delle dinamiche relazionali e comunicative alla base del fenomeno musicale rap”, pp. 23-25, paragrafo “Che cos’è la massa”, 2015, G.S, Di Maio.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’odore forte del mare.

Il bello della musica risiede nel suo essere un linguaggio a tutti gli effetti; un linguaggio però che a differenza delle lingue, può essere compreso da qualsiasi persona nel mondo.

Pur non conoscendo la lingua di espressione, possiamo tranquillamente farci trasportare dal ritmo, dalla melodia.

Per chi studia la musica, sa benissimo che in essa vivono specifiche regole; così come vi sono i segni di agogica (concerne l’espressione musicale per quanto riguarda l’impostazione della velocità di un brano e delle sue transizioni) ad esempio: indicazioni agogiche di movimento(costituite da avverbi, aggettivi o particolari locuzioni), forniscono le indicazioni di andamento e non di carattere del brano; ad es grave, Allegro, Adagio, Prestissimo. Indicazioni agogiche di transizione(costituite da verbi spesso abbreviati) indicano tutte le transizioni, ovvero tutti i cambiamenti riguardanti la velocità del brano, la quale può subire una diminuzione (ad esempio: ritenuto, allargando) un aumento (stringendo),  o un’oscillazione la quale, caratterizzata dapprima da un aumento della velocità seguito poi da una diminuzione (rubato).

La musica tiene e contiene e si fa plasma nell’anima (trasporta fattori nutrienti e rimuove i prodotti di scarto, le emozioni cattive).

Giudicare a prescindere un brano musicale, è un processo pericoloso e banale perché rischia di portarci nel bias che tanto vorremmo evitare dando il giudizio stesso “questa canzone è ridicola.. questo genere musicale è inascoltabile, vuoto… Questa sì invece che è musica seria! Non quella!”

Non ho mai parlato del mio percorso musicale, credo fortemente che le storie d’amore vere, quelle totalizzanti e connotate da (dolorosa) passione, meritino rispetto e vadano protette, non date in pasto “a”…

Allora nella mia quotidianità mi capita di passare tra le più svariate sfumature (che bella parola), delle note; spesso -vero- i pazienti condividono con me canzoni che non fanno parte della mia “playlist” e non ne faranno mai (parte) ma mai ho riso loro in faccia oppure ho detto loro “cazzo ti senti!”

Accade allora che nella playlist si sia fatta strada questa canzone

La storia (storia in una storia che non è storia importante) vuole che insieme al collega (con cui lavoriamo da studio associato), ci eravamo recati a fare una psicoterapia.

Era inverno, buio e faceva freddissimo. La persona da cui stavamo andando era una malata allo stadio terminale. Abbiamo fatto il “nostro lavoro” e alquanto rintronati siamo tornati in macchina.

Avevo la mia sciarpa gigante gialla intorno al collo, fin su la bocca (forse un analista direbbe: vicino alle labbra per tenere dentro, per non dire, per contenere) e nel silenzio eravamo imbottigliati nel traffico.

In quel momento, nel buio della città, costeggiando Scampia una canzone ci è tornata alla memoria.

E così, percependo l’odore forte del mare, ci siamo percepiti anche noi, come persone e non come dottori.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio