Archivi tag: Psicologia e Società

La mia realtà, la tua realtà..

La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come?

Ma costruendomi, appunto.

Ah, voi credete che si costruiscano soltanto le case?

Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto.

Luigi Pirandello – “Uno, nessuno, centomila”

Renè Magritte

Non crederete mica che la vostra visione della realtà e dell’altro sia la sola?

Uscite da questa rassicurante illusione..

dott. Gennaro Rinaldi

Gruppo minoritario: Il razzismo in classe.

Immagine Personale.

Jane Elliott ex insegnante, attivista americana dichiaratamente antirazzista, condusse un interessantissimo esperimento in seguito alla morte di Martin Luther King. L’esperimento condotto nelle sue classi, servì per aiutare i suoi bambini a comprendere gli effetti del razzismo e del pregiudizio.

L’insegnante divise la sua classe in bambini con gli occhi chiari e bambini con gli occhi scuri, avendo cura di tenerli anche fisicamente (in due luoghi diversi dell’aula), separati.

Il primo giorno etichettò i bambini con gli occhi azzurri come “gruppo di livello superiore”, lasciano i bambini con gli occhi scuri nel “gruppo di minoranza”; gli studenti con gli occhi azzurri furono riempiti di elogi e furono forniti loro tutta una serie di privilegi, ai bambini con gli occhi scuri furono invece riservate punizioni e discriminazioni.

L’insegnante inoltre scoraggiava l’interazione, evidenziando alcuni studenti particolarmente (non) dotati che venivano presi come esempio negativo (in sostanza si scagliava contro qualche bambino dagli occhi scuri).

Il risultato fu che gli studenti “chiari” si comportavano meglio, avevano ottimi risultati accademici ma.. cominciavano a maltrattare gli studenti “scuri”.

Uno degli episodi più gravi avvenne nel momento in cui il gruppo dagli occhi scuri, denunciò gli abusi subiti in classe, rendendosi conto che però non avrebbero avuto il favore dell’autorità che invece era schierata con il gruppo dagli occhi chiari.

Ciò che accadde fu inoltre che una semplice caratteristica fisica come il colore degli occhi, divenne segno di discriminazione presentandosi come “criterio di inferiorità”.

“Sta zitto, occhi marroni!”.

Il giorno dopo l’insegnante invertì i ruoli, dando privilegi ai ragazzi scuri; anche in questo caso con i bambini scuri diventati gruppo maggioritario i risultati furono gli stessi (gli scuri iniziavano a maltrattare i chiari e avevano migliori risultati scolastici).

L’insegnante Jane Elliott notò come quei bambini che erano sempre stati gentili e cooperativi, si erano invece trasformati in bambini cattivi, superbi e “superiori”.

Le sue conclusioni furono che l’educazione detiene un peso troppo spesso non considerato in merito alle questioni razziali.

Personalmente concludo soltanto dicendo che il razzismo è stupido ed essere razzisti implica stupidità.

Ognuno faccia le sue scelte.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Come regolare le emozioni spiacevoli?

La capacità di regolare le emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza è essenziale per affrontare in maniera efficace lo stress e le situazioni potenzialmente traumatiche. Le emozioni negative sono esperienze normali e spesso sono adattive, ma possono diventare controproducenti e incontrollabili e metterci addirittura in difficoltà nella quotidianità. Possono finanche mettere a repentaglio la nostra capacità di giudizio, quando siamo chiamati a prendere decisioni importanti e difficili.

Alcuni ricercatori hanno trovato dei modi e delle strategie che permettono la regolazione emotiva e il miglioramento della resilienza. Uno di questi metodi prende il nome di “rivalutazione cognitiva“. Con questo metodo, ad esempio, si reinterpreta il significato di un evento negativo, per arrivare a considerarlo in modo più positivo. Così facendo, i ricercatori hanno potuto notare anche una attenuazione delle reazioni fisiologiche ed emotive connesse all’evento negativo vissuto.

Photo by Pixabay on Pexels.com

I ricercatori della Columbia University (coadiuvati dallo psicologo Kevin Ochsner) hanno potuto rilevare, inoltre, che quando si reinterpreta intenzionalmente (in positivo) un evento brutto o una situazione emotivamente complessa (perdita di un lavoro, esito negativo di un colloquio, un lutto improvviso) si arrivano a provare emozioni meno spiacevoli e più gestibili. Questo cambiamento dell’umore porta inevitabilmente a cambiamenti cerebrali, in particolare ad una minore attività della corteccia prefrontale (la parte del nostro cervello che si occupa della pianificazione e della inibizione del comportamento) e ad una maggiore attività dell’amigdala (la sede del cervello dove vengono elaborate le emozioni come la paura).

Chi utilizza questa strategia della “rivalutazione cognitiva” per modulare le proprie reazioni emotive allo stress e ai traumi, ha un maggiore benessere psicologico rispetto a chi si limita ad affrontare questi eventi in maniera “neutra” o in maniera negativa.

In uno studio del 2008 della Mount Sinai School of Medicine alcuni ricercatori hanno intervistato 30 veterani ex prigionieri di guerra in Vietnam, chiedendo loro come valutassero le loro esperienze in campo bellico. Gran parte dei prigionieri avevano subito torture anche brutali, ma la maggior parte di loro avevano rivalutato in maniera positiva il periodo di prigionia, dando un senso alla loro esperienza, tanto da diventare più saggi e più resilienti. Riferivano, inoltre, che era migliorata in loro anche la loro capacità di scorgere prospettive per il futuro, relazionarsi con gli altri e apprezzare la vita.

La “rivalutazione cognitiva” è parte integrante di diversi approcci teorici psicoterapeutici ed è molto utile a migliorare il benessere psicologico, aumentare la resilienza e diminuire la sofferenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il verde e la natura migliorano le capacità cognitive dei bambini?

I lunghi periodi di clausura forzata che hanno caratterizzato il 2020 e che caratterizzeranno probabilmente ( spero meno possibile) anche il 2021, mi hanno portato ad una profonda riflessione sulla conseguenza delle privazioni di alcune attività quotidiane che apparentemente, per molti, avevano un aspetto secondario se non addirittura terziario nelle nostre vite. Qualcosa a cui potevamo rinunciare, subito e a cuor leggero.

Tra le varie esperienze di privazione, che determinano inesorabilmente piccoli esordi di disagio psicologico, ce n’è una che più di tutte mi è balzata agli occhi e riguarda la mia esperienza clinica con i bambini e i genitori. Qual è ? Molto semplice.. la possibilità per i bambini di frequentare e giocare nei parchi, nei giardini pubblici e privati, le zone verdi delle città, anche i campetti di calcio. Le attività in questi contesti naturali hanno un grosso impatto positivo, psicologico, emotivo e cognitivo sui bambini di tutte le età.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA – immagine personale – Monaco di Baviera

Ecco un piccolo esempio, molto esplicativo; Un ragazzino preadolescente che seguo da qualche mese, durante il periodo del lockdown, della prima ondata pandemica (marzo-aprile scorso), ha vissuto l’immobilità forzata in un primo momento abbastanza positivamente (poteva svegliarsi tardi e non andare a scuola). Dopo però un primo periodo di apparente vacanza (un paio di settimane, forse tre) l’impatto emotivo è stato decisamente di senso opposto. Il ragazzo era diventato triste, non dormiva, aveva aumentato le ore passate sulle applicazioni tecnologiche (nonostante fosse iniziata la didattica a distanza), mangiava tanto, era nervoso e arrabbiato. Insomma non se la passava affatto bene e nemmeno i genitori. Quando, verso giugno, il ragazzino ha potuto rifrequentare (seppure solo per un paio di mesi) il parchetto vicino casa, con il campo di calcetto e i giochi, la bicicletta il monopattino..il suo umore è totalmente cambiato, la sua ansia e la sua rabbia era sparita, riusciva a seguire le ultime settimane di didattica a distanza con più facilità, migliorando sin da subito il suo rendimento e le sue ore di studio.

Cosa era successo?

Ci sono delle ricerche che dimostrano che la presenza e la frequentazione degli spazi verdi per i bambini svolge un ruolo molto importante per il consolidamento delle capacità cognitive dei bambini e anche per la stabilità dell’umore. La presenza degli spazi verdi, almeno prima della pandemia, era una discriminante importante per valutare la qualità della vita di una città. Una ricerca spagnola di circa cinque anni fa, pubblicata su “Proceedings of the National Academy of Sciences”, sottolinea l’importanza, per lo sviluppo cognitivo, dell’esposizione agli spazi verdi nei bambini in età scolare.

Lo studio in questione è stato fatto su circa 2500 studenti tra i 7 e i 10 anni di Barcellona. i bambini sono stati monitorati per un anno. Durante e dopo questo periodo sono state misurate le capacità cognitive dei bambini (memoria di lavoro, attenzione), mettendole in relazione all’esposizione e alla vicinanza delle aree verdi, che i bambini potevano frequentare, nei dintorni della scuola, di casa e del percorso a piedi che dovevano fare. Il risultato della ricerca chiarisce che la presenza dei parchi e dei giardini poteva essere associata ad un miglioramento delle capacità cognitive, nel corso dei 12 mesi di monitoraggio.

Immagine personale – Ischia . Giardini la Mortella

Insomma è molto chiaro che la presenza del verde e la possibilità di frequentarlo aumentano inevitabilmente l’attività motoria dei bambini, che inoltre possono beneficiare del contatto con la natura, con il sole, con minore quantità di inquinamento atmosferico e acustico.

Riguardo alla riflessione che facevo all’inizio dell’articolo, posso dire che fortunatamente i bambini hanno una grande plasticità e possono recuperare abbastanza in fretta il loro equilibrio psico-cognitivo e anche quel il loro diritto a vivere gli spazi aperti e la natura. I genitori non devono spaventarsi e superare le ansie e le paure accumulate in questi mesi difficili, facendo subito riprendere queste attività ludiche all’aperto ai bambini (ovviamente quando sarà possibile farlo in sicurezza e magari chiedendo, quando necessario, un aiuto e un supporto psicologico).

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Non ho scelta?

Immagine Personale.

Il libero arbitrio esiste davvero?

Secondo studi recenti il libero arbitrio non è pura e semplice illusione. Questa conclusione nasce da tutta una serie di ricerche condotte su ciò che prende il nome di “prontezza motoria”, ovvero, l’inizio dei movimenti volontari che scaturiscono in seguito ad attività cerebrale che inizia circa un secondo prima che il gesto stesso inizi, ovvero, prima del momento in cui decidiamo consciamente di eseguire il movimento.

Questo fenomeno è stato interpretato come la prova che la decisione viene presa da processi neurali inconsci (fuori dal nostro controllo) indicando invece la percezione dell’intenzionalità come una illusione prodotta a posteriori dai nostri meccanismi mentali.

In seguito, però, ad un lavoro pubblicato sui “Proceedings oh the National Academy of Sciences”, da Matthias Schultze-Kraft, dell’Università di Berlino, il libro arbitrio è tornato alla ribalta.

Il ricercatore sostiene di “aver verificato se i partecipanti riescono a vincere un duello contro una interfaccia cervello- computer che prevede i loro gesti leggendo l’attività cerebrale inconscia che li precede”.

L’esperimento consiste nella seguente situazione:

Il soggetto impara a premere più volte un pedale e a bloccare il gesto se vede una luce rossa accendersi. Quando la macchina avverte che il piede si prepara inconsciamente a muoversi (essendo il soggetto provvisto di elettrodi), può accendere la luce; se la scelta del soggetto fosse irrevocabile egli stesso non riuscirebbe a fermare l’azione. Le ricerche hanno invece mostrato altro.

Spesso accade che il soggetto riesce con uno scarto di 200 millisecondi, ad interrompere il movimento. Questo studio ha dato prova dell’importanza dell’intenzionalità.

L’intenzionalità e la volontà hanno molto più spazio di quanto i ricercatori avevano in precedenza, immaginato.

L’attività inconscia prepara il gesto, ma la volontà può fino alla fine, modificare la decisione; volontà che riesce persino a battere il potere dell’intelligenza artificiale.

La volontà e la possibilità di scegliere restano i nostri migliori alleati.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Più potere uguale meno empatia.

Vi è mai capitato di avere a che fare con un datore di lavoro, un capo ufficio, un superiore, un responsabile antipatico, poco incline al dialogo, arrogante, diffidente, ai limiti del cattivo? In effetti è una esperienza molto comune. Credo che quasi tutti nella vita abbiamo avuto la possibilità di avere a che fare con un “capo cattivo”( oppure un insegnante, maestro, professore).

Il fatto è che spesso chi si trova in una posizione di “potere” tende a mostrare una minore sensibilità nei confronti degli altri.

Chi riveste un ruolo di responsabilità, di potere e di forza (anche se momentaneo) è più portato a disumanizzare gli altri; come se spogliasse della loro dignità e dei loro diritti le persone che deve gestire. Secondo due ricercatori dei Paesi bassi (Joris Lammers e Diederik Stapel) questo atteggiamento nei confronti degli altri aiuterebbe il “capo” a gestire meglio il proprio potere e a non soccombere alle emozioni quando si vedono costretti a prendere decisioni complesse che riguardano le persone.

immagine google

Anche solo sollecitare il senso di potere aumenta la risposta di deumanizzazione.

“Considerare l’altro un oggetto rinvia invece all’universo della mercificazione, all’uso strumentale del corpo, all’azzeramento dell’anima.”

C. Volpato – Deumanizzazione

La deumanizzazione, in tal senso, può essere un meccanismo che può favorire comportamenti inumani che possono facilmente sfociare, ad esempio, in abusi di potere. Ma, la cosa assurda e paradossale, è che la deumanizzazione può in alcune occasioni o situazioni complesse, aiutare a prendere decisioni che possono comportare sofferenze altrui (decisioni che non prenderebbe nessuno che abbia un minimo di empatia).

Fortunatamente, anche se poche, esistono delle eccezioni, cioè “capi” empatici e molto inclini al dialogo e all’ascolto dei dipendenti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

dott. Gennaro Rinaldi

Il Narcisismo: i primi studi.

In questo e in un altro post tratterò di un argomento il narcisismo, assai utilizzato, perfino nei salotti televisivi e nei video di esperti e navigati youtuber, ma poco conosciuto e diversamente banalizzato.

Potremmo definire il narcisismo come l’amore per la propria immagine. Nell’antico mito di Narciso, questi innamoratasi della propria immagine riflessa nell’acqua, annegò per averla voluta contemplare troppo da vicino.

Gli studi sul narcisismo e le sue implicazioni nello sviluppo della personalità umana, nella psicopatologia e nella psicologia dei gruppi nascono da molto lontano e tutt’ora risultano essere molto attuali.

Il termine narcisismo è introdotto da Nacke (1899), è “il comportamento di una persona che tratta il proprio corpo allo stesso modo in cui è solitamente trattato il corpo di un oggetto sessuale, compiacendosi di contemplarlo, accarezzarlo e blandirlo, fino a raggiungere… il pieno soddisfacimento. Sviluppato fino a questo grado il narcisismo ha il significato di una perversione che ha assorbito l’intera vita sessuale dell’individuo…”. Insomma secondo Nacke, il narcisismo era una sorta di perversione in cui l’oggetto preferito dalla persona è il proprio corpo.

immagine google

Il motivo per il quale Freud si occupa della concezione di narcisismo primario e normale, è quando cerca di far collimare ciò che si sapeva della dementia praecox e della schizofrenia con le premesse della teoria della libido. “ I malati di questo tipo, che ho proposto di definire parafrenici, presentano due tratti caratteristici fondamentali: il delirio di grandezza e il distacco del loro interesse da persone e cose del mondo esterno” (Freud)

La libido sottratta al mondo esterno è stata diretta sull’Io, dando origine per conseguenza a un comportamento che possiamo definire narcisistico.” (Freud – narcisismo secondario)

Un terzo apporto alla teoria della libido viene dalle osservazioni della vita psichica di bambini e di primitivi. In questi si potrebbero annoverare delle peculiarità che potrebbero rientrare nelle manifestazioni del delirio di grandezza “una sopravvalutazione del potere dei propri desideri e atti psichici, l’onnipotenza dei pensieri, una fede nella virtù magica delle parole e una tecnica per trattare con il mondo esterno, la magia”. Il concetto è di un investimento libidico dell’io in origine, che poi in seguito viene ceduta ad oggetti, ma suscettibili di essere poi tirati indietro. Si osserva una contrapposizione tra libido oggettuale e libido dell’Io. Quanto più si usa l’una tanto più si depaupera l’altra.

Il punto più alto della libido oggettuale è raggiunto nello stato di innamoramento, quando si ha un completo investimento d’oggetto è una rinuncia del soggetto alla propria personalità; la situazione opposta la si riscontra nella fantasia della “fine del mondo”, propria dei paranoici.

Le due forze libidiche, nello stato originario narcisistico (narcisismo primario) coesistono, solo nel momento di un investimento oggettuale è possibile discriminare una energia sessuale, la libido, da quella delle pulsioni dell’Io. Non esiste nell’individuo sin dall’inizio una unità paragonabile all’Io. Le pulsioni autoerotiche sono invece primordiali, quindi deve ancora aggiungersi qualche cosa all’autoerotismo affinchè diventi narcisismo.

immagine google

Per lo studio e la conoscenza del narcisismo Freud ci indica diverse strade. Innanzitutto prende in considerazione che solo con lo studio del patologico, dementia praecox e paranoia si potrà arrivare a penetrare la psicologia dell’Io.

Ma disponiamo, dice Freud, anche di altre strade per lo studio del narcisismo: malattie organiche, ipocondria e vita amorosa.

Una persona tormentata dal dolore o malessere organico, ritira completamente il suo interesse dal mondo circostante e da tutto ciò che non ha a che fare con la sua sofferenza: “… ci rendiamo conto che, finché dura la sua sofferenza, egli ritira altresì l’interesse libidico dai propri oggetti d’amore, cioè smette di amare.”

Il malato ritira i suoi investimenti libidici sull’Io e li esterna solo dopo la guarigione. Libido e interesse dell’Io, condividono in tal caso lo stesso destino e tornano ad essere reciprocamente indistinguibili.

Al pari della malattia è il sonno a caratterizzarsi per un ritiro narcisistico sulla propria persona, che si traduce in un esclusivo desiderio di dormire.

L’ipocondriaco ritira dagli oggetti esterni interesse e libido e li concentra entrambi sull’organo che lo interessa.

Nel prossimo articolo dedicato al narcisismo parlerò di Disturbo Narcisistico di Personalità.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

è ancora tiempo..

Suono come il mare e le sue onde che minacciano tempesta.

Suono come la pioggia che nel mare sconfinato batte forte su una barca che a stento resta a galla.

Suono come la certezza di essere sopravvissuto guardando i miei primi passi su questa terra nuova e sconosciuta.

Suono come le voci di questa lingua incomprensibile.

Suono come la voce rotta dal pianto dei miei genitori al telefono.

Enzo Avitabile – Pino Daniele

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi