Archivi tag: Psicologia e Società

I volti, le emozioni e la fiducia.

“La fiducia è uno stato rassicurante che deriva dalla persuasione dell’affidabilità del mondo circostante percepito come ben disposto verso il soggetto.”

Psicologia – Umberto Galimberti

La fiducia ha una influenza positiva sul comportamento delle persone e può avere anche un’ottima influenza sull’atteggiamento verso gli altri, eliminando sentimenti di inquietudine, chiusura, rifiuto e scetticismo.

Photo by Andrea Piacquadio on Pexels.com

Ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre? Perché?

Si, ci sono persone che possono ispirare più fiducia di altre e sono quelle persone che riescono ad esprimere in modo chiaro le loro emozioni attraverso il volto. Il motivo principale è che da generalmente più evidente è quello che una persona sta provando, più siamo in grado di comprendere cosa aspettarci da lei.

In una ricerca tedesca fatta all’Università di Lubecca sono state coinvolti in una ricerca 94 volontari di entrambi i sessi. A questi volontari è stato fatto vedere un video in cui alcune donne esprimevano con il viso emozioni di paura o tristezza. Dopo la visione, i partecipanti all’esperimento, dovevano indicare ed ingrandire sullo schermo l’immagine di ciascuna di quelle donne ordinandole in base a chi avrebbero voluto avere vicino per conversare (più si considera affidabile una persona più ci avviciniamo a lei senza alcun disagio). Inoltre dovevano rispondere alle affermazioni: “vorrei incontrarla nella vita reale” – “vorrei parlarle dei miei problemi”.

Da questa ricerca è emerso che i volontari ritenevano più affidabili quelle donne del video di cui avevano compreso maggiormente le emozioni espresse e gli stati d’animo sottostanti. Inoltre i ricercatori, attraverso la risonanza magnetica funzionale, hanno potuto osservare nei volontari che si “affidavano” a quella persona del video, un’attivazione delle aree cerebrali legate alla ricompensa, che si attivano generalmente quando si prova piacere o si ha una gratificazione.

Insomma se riusciamo a capire le emozioni dal volto di una persona ci predisponiamo sicuramente meglio nei suoi confronti e proviamo anche un senso di piacere.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Seguiteci anche su Twitter!!! Ilpensierononlineare – Blog di Psicologia (@Ilpensierononl1) / Twitter

La motivazione.

Photo by Daria Shevtsova on Pexels.com

Nuttin nel 1973 ci spiega la motivazione come una serie di processi coinvolti nella determinazione del comportamento; la motivazione è quindi uno stato interiore in virtù del quale un organismo intraprende una determinata azione.

In letteratura, i concetti relativi alla motivazione possono essere distinti in due grandi gruppi, a seconda che guardino al polo interno (l’impulso e la tendenza dell’individuo) o al polo esterno (valenza specifica dell’oggetto). Al primo gruppo appartengono concetti come bisogno, tensione, drive (stato temporaneo dell’organismo prodotto dalla mancanza di qualcosa di necessario o da una stimolazione dolorosa che decresce nel momento in cui viene raggiungo l’obiettivo), istinto, ecc.. mentre al secondo concetti come valenza, valore, valore affettivo, e così via.

Gli stati pulsionali che determinano il comportamento si distinguono in stati pulsionali momentanei (desideri, bisogni, intenzioni), e disposizioni motivazionali stabili definite come tratti stabili della personalità che innescano un processo di pensiero sulle opportunità da sfruttare per il raggiungimento di un determinato obiettivo. Nel processo motivazionale intervengono incentivi (estrinseci e intrinseci) ovvero ricompense che muovono verso scopi e obiettivi.

Nello studio sulla motivazione sono stati riconosciuti diversi livelli, sulla base dei concetti ad esempio di riflesso, istinto e pulsione.

I riflessi sono definiti come forme di attività dell’organismo biologico in reazione a stimoli esterni e/o interni; gli istinti sono sequenze comportamentali automatiche dirette verso una meta in relazione a sollecitazioni ambientali; le pulsioni sono forze interne dell’organismo correlate a una serie di bisogni naturali, non costituiti secondo una sequenza standard poichè intervengono la rappresentazione in termini sia cognitivi sia motivazionali e le modalità strumentali per la soddisfazione, pertanto non costituiscono una sequenza prefissata.

Pulsione e bisogno, inoltre, solo all’apparenza risultano due concetti interscambiabili poiché la pulsione è una spinta interna determinata da aspetti biologici, mentre il bisogno è ciò che fornisce contenuto concreto alla spinta.

I bisogno quindi non appaiono connessi con le pulsioni fisiologiche, ma con aspetti complessi della vita umana (es valori astratti) e possono dipendere dalla relazione con il mondo sociale.

Nel dibattito contemporaneo si considera la motivazione come quel qualcosa che crea, dirige e finalizza il comportamento umano e soprattutto, non c’è più separazione tra emozione e motivazione ma anzi, la motivazione viene studiata in intreccio/relazione all’emozione provata.

Viene attualmente considerato un sistema unico cognitivo-motivazionale-emotivo all’interno del quale la motivazione al raggiungimento di uno scopo origina il comportamento e, una volta raggiunto (o meno) lo scopo, si genera un vissuto emozionale che a sua volta determina (rinforzando o meno), il comportamento.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Può il clima influenzare la nostra creatività?

Finalmente ci siamo inoltrati pienamente in una delle quattro stagioni più colorate e climaticamente più piacevoli. Questo discorso non vale proprio per tutti, c’è infatti chi, alla primavera e all’estate preferisce decisamente l’inverno, il freddo, le giornate più corte, la pioggia e la neve. Insomma questione di gusti e di personalità diverse.

Ma la domanda che vorrei porvi è questa: può il clima influenzarci in qualche modo? Può influenzare il nostro umore, il nostro stato d’animo? Può influenzare anche la nostra creatività?

La risposta a tutte queste domande è si.

Oggi però vorrei approfondire solo l’ultima domanda. In effetti il clima può avere il proprio peso specifico sulla nostra creatività. In una ricerca di non molto tempo fa pubblicata sulla rivista scientifica Acta Psycologist è riportata una ricerca che afferma proprio che, le condizioni climatiche influenzerebbero il modo in cui la nostra mente elabora le informazioni, condizionando, in questo modo, la creatività delle persone.

Photo by Frans Van Heerden on Pexels.com

Gli studiosi per la loro ricerca hanno coinvolto delle persone in attività diversificate, di gruppo e non. La caratteristica principale è che queste attività venivano svolte in luoghi e ambientazioni “calde” o “fredde”.

Alla fine della ricerca si è notato che le persone coinvolte in attività con un clima più caldo, sviluppavano una “creatività più sociale”. Riuscivano infatti ad elaborare attività e compiti che li mettevano in relazione con gli altri, inoltre le relazioni e le attività di gruppo ne risentivano molto positivamente.

Le persone invece coinvolte nelle attività al “freddo”, avevano più una tendenza a sviluppare attività incentrate su processi mentali autoreferenziali e astratti (una creatività più personale), annullando quasi le attività svolte in gruppo.

In generale in questo studio, si è potuto arrivare alla conclusione che il caldo renderebbe le persone più “generose”, sia a livello relazionale che a livello di idee e attività cognitive, quindi più inclini a socializzare; mentre un clima più freddo avrebbe l’effetto contrario.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Informazione e fake news. C’è un modo per non cadere nella trappola della disinformazione?

Oggi vorrei riproporvi un articolo molto interessante e attualissimo. Purtroppo in questo periodo storico siamo spesso invasi da notizie false o falsate, che possono confonderci, disinformarci fino ad alimentare paura e rabbia, spesso e volentieri insensate. Lo studio, l’apprendimento, l’esperienza e la conoscenza delle diversità, sono la chiave per la libertà di pensiero. Buona lettura!

ilpensierononlineare

In un epoca dove tutto ciò che succede passa da internet e dai social, siamo continuamente pervasi da innumerevoli informazioni, provenienti da diversi “mittenti” più o meno affidabili e conosciuti. Molte volte queste informazioni che (passivamente) riceviamo si rivelano essere false e inaffidabili. Perché facciamo fatica ad arginarle?

C’è un modo per poter imparare ad acquisire una buona autonomia mentale e maggior spirito critico ?

A volte se proviamo ad esercitare uno spirito critico e portiamo avanti un nostro pensiero senza un metodo si rischia di cadere facilmente nella credulità.

Photo by Joshua Miranda on Pexels.com

Vi porterò un piccolo esempio; se siamo convinti di un probabile complotto, che riguarda un qualsiasi evento che ci colpisce molto emotivamente, saremo portati a concentrarci solo su uno – due elementi dell’evento, senza provare ad analizzare tutte le possibili spiegazioni di ciò che è successo. Il nostro sguardo e la nostra attenzione sarà…

View original post 685 altre parole

La foto che ruba l’anima.

Photo by tyler hendy on Pexels.com

Tempi duri per chi ama ridere o sorridere..

La storia della fotografia insegna.. senza fare esercizio di concetti e date, nel passato (orientativamente dalla seconda metà dell’800, con le prime foto), era impossibile vedere persone ridere; i tempi di posa per scattare una foto erano lunghissimi, l’igiene orale inesistente ma – soprattutto- è un dettaglio quello interessante..

Nella storia dell’arte, coloro che nei dipinti sorridevano, ridevano e si abbandonavano a “gioia evidente”, erano i matti, gli ubriachi i vagabondi o assassini.

Il risultato è stato che l’associazione “grasse risate” e follia, sia stata portata avanti per molti, molti anni ancora (è stato solo con la produzione della prima Kodak portatile che ha utilizzato i sorrisi degli attori per vendere il prodotto, che il sorriso in foto è stato sdoganato).

In effetti le persone gioiose e sorridenti non godono di grande fama e stima nella quotidianità; gran parte delle persone serafiche sono (mal) considerate perché, nel momento attuale, “c’è poco da ridere”..

Questo punto lo trovo molto interessante se lo consideriamo alla luce di un altro passaggio importante, nella storia della fotografia.

In molte culture, la foto in sé, è associata alla credenza secondo cui questa, rubi l’anima; la foto è infatti una magia, una stregoneria che intrappola l’anima nella carta fotografica.

Ho spesso riflettuto su questa credenza e sul fatto che le persone sorridenti, siano additate come sciocche, insensibili e superficiali; quasi come se una persona poco propensa alla risata sia spaventata dalla possibilità che l’altro, ridendo, sia capace di rubare la sua anima..

Un altro spunto di riflessione, ci è fornito dalle nuove tecnologie in uso. Instagram che della foto fa uso e abuso, porta pian piano a una sorta di deumanizzazione (passatemi il termine), se pensiamo a tutte le sfide e ai selfie continui che vengono condivisi; da questo punto di vista sembra quasi che le culture aborigene possano avere ragione.

Mi fotografo per esserci, ma.. esisto davvero di più se sono impresso per un attimo che così facendo diventa eterno – fermo- mentre di statico nella vita non c’è assolutamente niente?

Da amante della fotografia, trovo il discorso profondamente affascinante..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Non ti conosco, ma sei pericoloso perché diverso da me. Cos’è, e come agisce il pregiudizio.

Un vecchio post per un argomento di un’attualità disarmante. Buona lettura.

ilpensierononlineare

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

Il pregiudizio è un atteggiamento negativo (preconcetto), su un gruppo e i suoi membri. Una persona può ad esempio provare antipatia per qualcun altro (senza conoscerlo) arrivando a modificare anche i propri pattern comportamentali, ovvero mettendo in pratica un atteggiamento discriminatorio. Parlare di pregiudizio non è semplice in quanto il concetto appare molto complesso; può infatti essere considerato “pregiudizio” , anche un atteggiamento condiscendente che serve invece – a ben vedere- a mantenere l’altro in posizione di svantaggio.

Il pregiudizio è spesso sostenuto da stereotipi (una credenza sugli attributi personali di una persona, o di un gruppo). Gli stereotipi sono sovra-generalizzati, imprecisi e soprattutto resistenti alle nuove informazioni; questo vuol dire che una volta che uno stereotipo si è insinuato, è molto difficile da scalfire. Dalle ricerche è emerso che:

  1. il pregiudizio è un atteggiamento negativo
  2. lo stereotipo è una valutazione negativa
  3. la discriminazione…

View original post 234 altre parole

Psicologia degli insulti.

C’è una cosa che ci accumuna più di ogni alta cosa e che rende l’umanità uguale. L’insulto. Le parolacce e tutte le forme di insulto sono una pratica umana universale, nonostante ci siano delle differenze dovute ai tabù, alla lingua, delle varie culture e società e alla storia. Ma a cosa servono gli insulti?

Freud diceva: “ colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece di una freccia è stato il fondatore della civiltà“.

Insultare significa letteralmente “saltare a dosso” a qualcuno con l’intento di aggredirlo. Diciamo che possiamo parlare di una modalità di aggressione, priva di violenza fisica, e che presume una sorta di autocontrollo. Forme “primordiali” di insulto, ma che hanno una finalità ben precisa possiamo osservarle persino nei bambini, che quando cominciano a pronunciare le prime parole, per insultare qualcuno diranno parole tipo: “Brutto!! Cattivo!! Cacca!!. Come se volessero colpire a distanza l’oggetto, il bimbo o la persona che li ha fatti arrabbiare.

Con lo sviluppo delle abilità cognitive anche l’insulto e le parolacce, subiranno un’evoluzione e saranno sempre più complesse. Ci saranno “aggressioni verbali” con l’uso specifico della disconferma, del disprezzo, della maledizione e l’emarginazione. Fino ad arrivare alla forma forse più sottile e complessa di insulto: il silenzio.

Le forme di insulto secondo i linguisti e gli psicologi possono suddividere in base alla loro finalità: maledire una persona; emarginarla da un gruppo; ridurre l’autostima ad una persona (insulti definitori).

Photo by Aleksandr Burzinskij on Pexels.com

Una nota psicologa, Valentina D’Urso, sottolinea che le varie forme di insulto possono infierire su diversi aspetti. Ad esempio, sull’intelligenza (imbecille, cretino), sulla forma fisica (nanetto, grassone, stecchino), il carattere (senza palle), le qualità morali (stronzo). In genere lo scopo principale di un’offesa è quella di ridurre l’autostima di un’altra persona, ma spesso e volentieri le offese possono essere autoinflitte (sono un’idiota, non valgo niente, sono inutile..), in tal caso c’è un chiaro tentativo di auto-sabotaggio.

Quando invece si vuole emarginare o allontanare qualcuno da un gruppo si usano insulti che hanno l’effetto di bollare qualcuno come un “diverso”, un “anormale”. In genere questi insulti sono utilizzati da gruppi politici e di tifosi, ad esempio, per discriminare minoranze o semplicemente culture, popoli e persone “straniere”. La cosa molto strana è che questo tipo di insulti affondano le radici nella storia, infatti i Greci chiamarono “barbari” tutti gli stranieri che quando parlavano, alle loro orecchie, sembravano balbettare (bar-bar). La differenza è che se in antichità questo tipo di “etichettamento” aveva un senso (i popoli avevano grandi distanze e differenze), adesso le discriminazioni e le offese raziali sono solo un derivato di una povertà intellettuale abbastanza grave.

Infine le maledizioni rientrano in quel tipo di insulti che sono finalizzati ad augurare a qualcuno una qualche forma di sciagura. Un po’ come nei riti magici, dove viene data alla parola il potere di cambiare la realtà e modificare addirittura il futuro. Le maledizioni generalmente “auspicano” azioni e situazioni che vanno a finire nel futuro (vaffa..).

Si potrebbe dire che gli insulti definitori (quelli sull’autostima e sull’esclusione) si basano e prendono spunto da fatti che hanno a che fare con la realtà: invece le “maledizioni” hanno a che fare con auspici nefasti che possono “augurare” brutte cose.

Le parolacce servono a trasmettere contenuti emotivi, che però non devono per forza essere aggressivi. Infatti nella comicità gli insulti subiscono una trasformazione e diventano una forma di catarsi e di divertimento. Quando l’insulto e la parolaccia sono usati in contesti di comicità e satira, ci fanno ridere perché essenzialmente vanno ad intaccare due meccanismi di base: l’identificazione e il sollievo. Ridiamo perché il comico nel suo pezzo ha potuto dire con parole estreme, bizzarre, paradossali ciò che noi pensiamo e vorremmo dire. Insomma, nel momento in cui guardiamo un comico fare un monologo sulla politica (ad esempio) ci identifichiamo con lui che riesce a mandare a quel paese il politico di turno.

Gli insulti però possono addirittura servire ad accorciare le distanze e a comunicare senso di appartenenza e intimità. Pensiamo ai gruppi di amici o amiche che quando si incontrano per una cena o una partita a calcetto cominciano a “sfottersi”. Queste modalità di insulto, servono per comunicare il concetto che tra gli interlocutori non c’è alcuna aggressività e che si sta solo giocando.

Nel video sotto potete ascoltare una canzone dove i due artisti Napoletani, Federico Salvatore e Clementino (noto rapper), si esibiscono in un divertente pezzo dove possiamo vedere un chiaro esempio dell’uso dell’insulto per fare comicità ed intrattenimento.

Clementino e Federico Salvatore – Vajasse Rap 2.0

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Due Omicidi a New York.

Photo by Gabriel Hohol on Pexels.com

Le due storie che a breve descriverò, seppur accadute nel 2006 a distanza di poche settimane l’una dall’altra, si offrono oggi come spunto di riflessione.

L’immensa metropoli New York appare come la cornice di un quadro al cui interno si muovono abitanti che discendono dagli emigrati olandesi del 1626; irlandesi arrivati ai tempi della grande carestia del 1846, tedeschi, austriaci, ungheresi, ebrei, slavi, italiani, e così via..

Capita – in sostanza- di vedere un cinese che fa Tai Chi a Central Park mentre un siriano si trova in ginocchio sul marciapiede pregando rivolto verso la Mecca e contemporaneamente un italiano mangia degli spaghetti (quasi sicuramente scotti), all’angolo della strada.

All’interno di questa fumosa cornice si inseriscono due delitti.

La prima storia è quella di Frantz Bordes, 39 anni emigrato da Haiti. L’uomo lascia sull’isola caraibica la sua famiglia. Arrivato a New York incontra una donna, Mercier, che si prenderà cura di lui mantenendolo e “dandogli” 2 bambini. I due si conoscono da sei anni e convivono da due; sono una coppia dalla discussione facile, sembra infatti che litighino ogni giorno per la più banale delle cose oltre che per la gelosia e i problemi economici. Ad un certo punto nella mente di Frantz comincia ad insinuarsi un’idea.. quella che la famiglia della moglie gli abbia rivolto un rito voodoo.

Frantz si convince che la famiglia della moglie lo voglia morto e che la moglie stessa sia complice di questo complotto.

Mercier lavora come infermiera e la sera del 31 agosto 2006 chiama a casa per salutare i due bambini: nessuno risponde. Precipitatasi in casa comincia a chiamare i nomi dei bambini, ma nessuno risponde. Mercier sale le scale, passa dalle camerette ma niente, i bambini non ci sono, Mercier scorge il bagno apre la porta e delle urla strazianti varcano i confini delle mura domestiche per far correre i vicini su dalla donna.

Mercier trova i corpi dei suoi figli. I bambini sono morti; il bambino è nudo e la bambina ha il pannolino e i polmoni zuppi d’acqua. Qualcuno ha annegato i figli di Mercier.

La donna in preda all’angoscia e alla catatonia prova a chiamare il marito per avvisalo.. quello però che lei non sa è che il marito ha prima ucciso i bambini e poi si è suicidato gettandosi sotto i binari della metropolitana.

Mercier sviene.

Dagli indumenti del corpo ormai dilaniato di Frantz esce una lettera in cui l’uomo sostiene di aver voluto arrecare un danno alla moglie e alla sua famiglia: una vendetta, perchè loro gli avevano messo “accanto una ombra nera”, con il rito voodoo… la stessa ombra che lo ha aiutato a tenere sotto acqua le teste dei suoi bambini fino alla loro morte.

Poche settimane dopo New York è scossa da un altro omicidio.

Raymen Fernandez ha 15 anni e vive con la matrigna che ha 40 anni. Il ragazzo figlio di genitori divorziati ha vissuto con la madre in Spagna fino a 8 anni, età in cui si è poi trasferito in America dal padre e la matrigna. Raymen litiga con la donna per qualsiasi cosa e un giorno, di ritorno dal lavoro, il marito trova sua moglie sul pavimento del bagno con il volto e il collo coperti di sangue. L’assassino ha colpito così tante volte la donna da renderne quasi irriconoscibile il volto.

Raymen viene contattato dal padre e arrivato a casa si lancia in un pianto disperato. Durante le ore seguenti il ragazzo è taciturno e triste ma.. non caccia mai la mano destra dalla tasca. All’ennesima insistenza del padre e forzatamente Raymen caccia la mano che appare piena di graffi e tagli.

Raymen confessa l’omicidio: “la odiavo, non era la mia vera madre”.

Anche attualmente la cronaca italiana è scossa da l’ennesimo caso di omicidio commesso nell’ambito delle mura domestiche. Nonostante qualche giornalista si ostini a non voler credere all’accaduto (confessione inclusa), i delitti e/o i crimini commessi in famiglia sono sempre quelli più frequenti.

Nel caso, ad esempio, degli omicidi commessi a danno della matrigna, il mito della matrigna cattiva è così radicato nella nostra cultura che già Euripide (480- 406 a.C.) sentenziava “meglio un serpente di una matrigna”; per non parlare delle favole dei bambini…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio