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L’importanza psicologica del calcetto.

In questi ultimi giorni l’Italia si è avviata (almeno per il momento) verso settimane di metà primavera, con un allentamento delle restrizioni in diversi ambiti della vita sociale e commerciale. Uno dei cambiamenti più evidenti e decisamente più ambiti per gli amanti dello sport ed in particolare del calcio, è la riapertura dei campi di calcetto amatoriale. Una vera novità per certi versi inaspettata e insperata di questi tempi.

Al di là della bontà della scelta del Comitato Tecnico Scientifico e del Governo riguardo gli aspetti puramente legati ai contagi (che non mi compete e che quindi non saranno trattati nel post), io vorrei soffermarmi sull’aspetto sociale e psicologico di queste aperture.

La classica partita infrasettimanale di calcetto (spesso la partita del giovedì sera) è un vero e proprio rito per tantissimi italiani. La partita di calcetto amatoriale per gli adulti è un modo per mantenersi in forma, ma è soprattutto un modo per regredire all’adolescenza e alla gioventù. Diventa un momento importante proprio per la sua valenza di scarica emotiva, delle tensioni e dello stress che si accumulano durante la settimana lavorativa. In questi impegni sportivi settimanali ci si misura con se stessi, con i propri limiti e con gli altri amici.

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Insomma, la partita di calcetto è un modo per ritornare ad esperienze giovanili, alla spensieratezza di momenti legati ad un periodo della vita diverso. Il sogno di poter ritornare per quelle poche ore ad assaporare l’illusione di un “immortalità agonistica e sportiva”. Per i più giovani, invece, il calcetto assume significati leggermente diversi. Viene visto più come un esperienza legata al gioco e all’esperienza fisica, ma con valori ed esperienze sociali ed educative importanti, come quella di confrontarsi con la gioia delle vittorie e la delusione delle sconfitte. Da non sottovalutare, per i più giovani, l’aspetto del confronto con i pari, i litigi, le responsabilità di squadra, il valore del lavoro di gruppo, l’appartenenza.

Una review (del 2017) su 70 ricerche pubblicate e realizzate da Peter Krustrup (Università di Copenhaghen) identifica il calcetto come il gioco che offre i maggiori benefici dal punto di vista fisico e mentale.

Lo sport e il calcetto, diventano un rifugio mentale accettabile sia per i più giovani sia per i più adulti (soprattutto per quest’ultimi). Per gli adulti il calcetto diventa tempo e spazio per ritrovarsi con i propri amici. Infatti non si riduce al solo tempo della partita, ma va oltre. La partita entra a far parte di una vera e propria narrazione comune, che si allarga ad un prima e un dopo. Dopo la partita spesso e volentieri si va a mangiare una pizza, si va a bere una birra o ci si intrattiene al campo a parlare e scherzare.

Questo sport permette di creare una comunità, di sentirsi parte di un gruppo, di relazionarci con gli altri e di conoscere persone nuove. Lo sport fa emergere parti di noi che non sperimentiamo nella routine quotidiana e il campo può diventare il luogo adatto per sentirci più “liberi”.

Insomma queste riaperture e il ritorno alla normalità attraverso una semplice partita di calcetto il giovedì sera può aiutare tantissimo a riprenderci pezzi di vita che poi tanto banali ed inutili non erano. I benefici psicologici fisici e sociali saranno sicuramente tanti per tante persone.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Psicologia e sport: quando i fuoriclasse diventano “di troppo”.

Tutti vogliono una squadra di campioni e fuoriclasse. Tutte le squadre e tutti i tifosi (di qualunque sport) competono, nelle così dette “finestre di mercato” per accaparrarsi i migliori giocatori, spesso non badando ai bilanci.

Ma avere troppi campioni in squadra porta sempre dei benefici?

In una ricerca pubblicata su “Psychological Science” da Roderick Swaab e altri colleghi nel 2014, sono state messe a confronto le prestazioni di alcune squadre che avevano introdotto in squadra dei campioni. La ricerca ha preso in considerazione tre sport nello specifico: basket, calcio, baseball.

Individuati i migliori atleti, i ricercatori hanno calcolato la percentuale di campioni per ogni squadra dividendo, squadra per squadra, il numero dei grandi giocatori per quello totale dei giocatori nella rosa. Alla fine sono state considerate le prestazioni delle squadre misurando il rapporto tra sconfitte e vittorie, nel corso di dieci anni.

Michael Jordan

Sia per il basket che per il calcio, i ricercatori hanno trovato che il numero di campioni poteva condizionare positivamente il successo della squadra, ma solo fino ad un certo punto. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che aumentando il numero dei campioni, i risultati possono cominciare a peggiorare. Infatti le squadre di basket e calcio con un grande numero di talenti in squadra, avevano mediamente risultati peggiori delle squadre che avevano un equilibrio più moderato tra campioni e giocatori buoni e ottimi.

Perchè questi risultati strani?

Il gioco di squadra conta troppo. Il successo è direttamente proporzionale all’impegno e alla collaborazione comune, uno sforzo comune rivolto ad un obbiettivo condiviso. Paradossalmente con un eccessivo numero di campioni e fuoriclasse in squadra può subentrare in maniera consistente l’interesse per il prestigio individuale, e questo rischierebbe di invalidare gli obiettivi di squadra. Pensate ad esempio, ad un calciatore che pensa alla classifica della scarpa d’oro (miglior marcatore europeo) e nelle ultime partite di campionato, pur di segnare un gol, sbaglia passaggi, assist e occasioni da gol per i compagni di squadra.

Insomma bisognerebbe trovare un equilibrio e un compromesso tra campioni e lavoro di squadra. Nello studio sul basket, i ricercatori hanno visto che le squadre che avevano più superstar avevano fatto registrare meno assist e rimbalzi difensivi e percentuali più bassi dei tiri su azione. Queste debolezze nella collaborazione di gioco, minavano l’efficacia della squadra.

Nello studio sul baseball invece il numero dei campioni non pregiudicava le prestazioni complessive della squadra.

Questi risultati suggeriscono che livelli troppo alti di giocatori di talento possono diventare dannosi per la squadra, o almeno bisognerebbe avere una strategia ben coordinata per assemblare una squadra di campioni. Perché il narcisismo e la ricerca del successo personale possono andare a scapito degli altri compagni di squadra.

La riflessione più interessante è che questi concetti possono tranquillamente essere allargati anche agli altri ambiti di lavoro. Dove il lavoro di squadra è fondamentale bisogna trovare un buon equilibrio e un buon coordinamento delle risorse umane eccellenti, affinché non vengano sprecate, utilizzate male e quindi perse, solo per interessi personali di carriera.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Cchiù pallone ca guaglione

Immagine Personale.

Un altro ricordo.. un altro pensiero a te perchè ” ‘o ssaje comme fa ‘o core”

La passione non si sceglie, l’amore non si sceglie: entrambe si vivono. Quello tra il mio popolo e te.. questo è stato.. Amore fluido e passione travolgente.. come quando fai l’amore tutto d’un fiato tanto da restarne senza.. e quello che ti resta è una faccia da ebete.. una gioia insensata.. gli occhi che brillano e tu che tremi come un cretino.

Tutti abbiamo tremato anche solo vedendo anni e anni dopo le tue giocate.

Tutti abbiamo visto un uomo diventare erba, pallone, sudore e maglietta. I lacci slacciati che non ti hanno mai impedito di correre e palleggiare..

La tua vita mille volte impigliata in quei lacci.. non si è mai fermata.

I tacchetti ti hanno perforato più e più volte e noi per questo, ti abbiamo amato.

Sei stato più bambino che uomo, mi verrebbe da dire.. sei diventato un simbolo indelebile della napoletanità.. perchè Napoli accoglie.. Napoli è mamma e come una mamma puoi provare a distruggerla.. provi a scappare da lei.. la accusi, la maledici.. la abbandoni.. Ma da mamma puoi sempre tornare; mamma una coperta calda per gli inverni freddi, te la offre sempre.

Hai compreso la vera identità di un popolo.. quella di un sud “sano” che si sentiva finalmente parte integrante e chiamato in primo piano in qualcosa di gigante.. enorme…

Di gigante non resta solo il murales che ti è stato dedicato.

Resti tu, tutti i bambini che si chiamano come te. I palloni che abbiamo bucato (sì..pure io ca so femmena) giocando, rivedendoci nelle tue gambe.. nei tuoi riccioli e nel tuo sorriso da bambino.

Un bambino che non ha mai smesso di giocare e amare il pallone.

Un bambino che non smetteremo mai di amare.

Cià guagliò!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Benessere Psicologico e attività fisica.

È ormai provato da diversi studi che l’attività fisica ha un ruolo importante nel ridurre gli effetti negativi dello stress: aiuta a scaricare la tensione e grazie al rilascio di endorfine di provare sensazioni di maggiore benessere alla fine dell’attività fisica. In uno studio condotto nel sud della California (Rancho Bernardo Study) su persone con età comprese dai 50 agli 89 anni, è stato evidenziato che le persone che praticano esercizio fisico hanno un umore meno depresso.
La sensazione di beneficio immediato è però generalmente momentanea e si riduce notevolmente quando si ritorna alla quotidianità. Per un effetto più duraturo è possibile intraprendere un vero e proprio percorso verso il benessere che affianchi all’attività fisica un supporto psicologico mirato e dedicato. L’esercizio fisico può avere buoni effetti preventivi e può essere un buon alleato, affiancando la psicoterapia, per il trattamento dei disturbi dell’umore (depressione), dei disturbi legati all’ansia e allo stress o dei disturbi correlati a quest’ultimi (disturbi alimentari).

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Mente e corpo non possono essere trattate come entità distinte e separate. Troppo spesso infatti si pone maggiore attenzione ai sintomi fisici, ai disturbi del corpo e si tralasciano o si ignorano i disturbi di derivazione prettamente psicologica.

L’ O.M.S., Organizzazione Mondiale della Sanità, ha definito la salute come “stato di completo benessere fisico, psichico, sociale e non semplice assenza di malattia” (O.M.S.,1948). Il benessere deve essere inteso come “lo stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale di ben-essere che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”. Questi sono i presupposti fondamentali per intraprendere un percorso personale che guardi al proprio benessere
in modo più ampio e più completo.

L’esercizio fisico aumenta il livello di serotonina, aumenta la produzione di endorfine e riduce il livello di cortisolo nel sangue (l’ormone coinvolto nello stress e nella depressione). L’attività fisica può essere di qualsiasi tipo (anche una passeggiata ), deve essere congeniale alla persona che la pratica, perché uno dei requisiti principali è che possa essere soddisfacente e piacevole per chi la pratica.

Concludendo, in un percorso terapeutico integrato e mirato al benessere psicologico della persona ì, l’incontro con lo psicologo-psicoterapeuta sarà quindi finalizzato al raggiungimento di obiettivi personali che possano garantire un equilibrio tra mente-corpo e contesto e che possono passare anche attraverso un cambiamento in positivo del proprio stile di vita. L’attività fisica è quindi un buon “antidoto” contro l’umore depresso e ha un ottimo riscontro anche come “catalizzatore” dell’autostima, ma di contro può innescare anche dei vissuti di inadeguatezza, insoddisfazione e calo dell’autostima, se determinati obiettivi prefissati non vengono raggiunti (perciò è molto utile affiancare i due interventi).

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi