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Poteri della fantasia..

Mi è capitato di incontrare una bambina che aveva letto “Pinocchio”, ma non aveva ancora visto il film. Dopo che lo vede, mi sembra scettica e allora le chiedo che cosa non l’ha convinta. Lei risponde perplessa; “La voce del Grillo parlante era completamente diversa rispetto al libro”.

Anna Oliviero Ferraris

Leggere una storia permette alla propria immaginazione di lavorare e fa viaggiare la fantasia, che attingerà a tutte le risorse cognitive e di memoria per dare vita alle parole che diventeranno immagini, suoni, odori, sensazioni, emozioni…

Abituare sin da piccoli i bambini all’utilizzo esclusivo di “facilitatori tecnologici” potrebbe limitare la loro capacità a sviluppare e usare le proprie risorse immaginative.

Invogliamo i bambini ad usare la loro immaginazione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Pubblica una foto! Adolescenti e social.

Il viaggio di oggi sarà in compagnia di una ragazza tutta social e immagine.

E’ attraverso la sua storia e le sue parole, che faremo un piccolo scalo che apre alla riflessione: “quanto stanno cambiando i nostri giovani, a causa dei social?

La condivisione di tutte queste foto e video, può voler dire qualcos’altro sul piano simbolico oppure si tratta di semplice voglia di apparire?”.

Buon Ascolto e Buon Viaggio!

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Compra la tua vita: riflessioni Psy.

Fonte Immagine “Google”.

Poi giunse il giorno in cui guardai Squid Game.

Avevo detto a gran voce che squid game, per me, sarebbe rimasto un qualcosa di sconosciuto. Non sopporto quando certe serie – indirizzate ad un pubblico di giovani adulti- diventano delle ossessioni virali/vitali, che perdono completamente il senso e la funzione della narrazione, della storia e della fotografia.

Le serie che vengono viste dai fruitori solo perché sono fighe e di moda, senza abbandonarsi alla riflessione, sono per me intrattenimento alla panem et circenses.

La riflessione che segue non è nè un giudizio a chi la serie la ama e sostiene, nè una critica “a prescindere”, nè un’analisi stilistica in quanto tale; si tratta di una riflessione molto aperta che segue alcuni colloqui tenuti con (più o meno) giovani adolescenti.

Come spesso dico per la musica -oggi- uno dei canali comunicativi che maggiormente ci connette con certe fasce d’età, restano videogiochi, musica, calcio e serie tv.

In qualche modo i giovani, vanno agganciati.

La serie che mi sono trovata innanzi, quando ho deciso di procedere con la visione è, da subito, piuttosto complessa da seguire: si devono leggere i sottotitoli perché è stata diffusa in coreano tradizionale.

E già qui il mio primo dubbio.

Come fanno bambini molto piccoli (visto che la serie sta avendo effetti altamente negativi già in bambini della scuola primaria) a seguire qualcosa che va letto?

Si tratta di dover leggere, seguire, comprendere e osservare una trama che dice nelle immagini, essendo queste immagini caratterizzate di per sé da un dato contenuto.

La serie è coreana il che apre ad una tecnica recitativa/attoriale particolare. Il suono di sottofondo della lingua è un po’ fastidioso e (ovviamente) molto lontano da qualsivoglia aggancio culturale vogliamo trovare.

Spesso risulta difficile (per ovvie ragioni) trovare corrispondenza nel modo con cui i protagonisti esprimono certe emozioni (magari urlano in maniera incredibile per dire grazie o esprimono il dolore in maniera quasi inespressiva).

Il tema centrale sembrerebbe essere quello della dipendenza dal gioco (ma questo è il tema per chi, alla prima apparenza vuol fermarsi).

Proverò a mantenere un certo senso logico, nel mio scritto, portando avanti ciò che i ragazzi durante i colloqui hanno riferito e ciò che chi scrive, ha sentito durante la visione.

Avevo visto Alice in borderland lo scorso anno, Squid Game è molto, molto simile all’altra serie, pertanto inizialmente (vuoi anche preconcetti personali), non ho avuto nessun “Wow” come reazione se non un “madonna me tocca leggere”.

Poi arriva la sesta puntata e lì… Mi sento male.

Il fastidio.

Non è la violenza che vediamo, la morte o il sangue ad infastidirmi (il che misà che bene manco è), ma i sottesi dilemmi morali a cui i protagonisti sono esposti (che vengono con garbo e leggiadria evitati), a darmi fastidio.

Tradire un amico che -a differenza tua- realmente è in questo gioco per fame e miseria, che ti ha trattato come un capo a cui è stato sempre fedele, per evitare tu stesso la morte (non rispettando quindi le regole del gioco a cui hai deciso volontariamente di partecipare), mi ha letteralmente dato un fastidio tale da provocarmi disagio emotivo e fisico.

La serie non mostra il sangue, il gambling (quelle sono a mio avviso, soluzioni narrative che vogliono edulcorare lo stato delle cose).

La serie mostra come è facile diventare mostri.

Umano/Disumano.

A tutti i ragazzi ho posto una serie di domande, durante i colloqui.

Nessuno mi ha riferito di questi presunti problemi morali ma sono partiti tutti dalla bellezza della scenografia e dalla figata della storia:

“Si vince un premio dottorè… Uà! Perchè quelli hanno le maschere? Eh vabbè.. ma quello ha fatto sicuramente qualcosa per avere quella fine. Le punizioni sono sempre paragonate a qualcosa che è successo prima. E io che ne so cosa farei in quella situazione? Ah perchè.. tradire un amico è sbagliato? I soldi Dottorè.. Ma avete visto quanti soldi ci stanno in premio? Embè.. io tradisco ma se posso diventare ricco io penso che faccio tutto. Non lo so cosa farei in quella situazione ma se ci stanno i soldi in mezzo posso fare anche tutto”.

L’idea di giungere (con qualsiasi mezzo) ad un premio finale così corposo, prende il sopravvento su tutto il resto.

Non ci sono amici, famiglia, morale o etica che sostenga… Un po’ come tutti questi ragazzi che ogni giorno, pur di diventare influencer prestigiosi e di successo, per fare soldi, sono capaci di fare qualsiasi cosa (ricordiamo che per soldi, abbiamo avuto in Itali diversi scandali legati alla baby prostituzione).

Per quanto concerne i più piccoli… lì purtroppo (o per fortuna), diventa una questione di educazione familiare. I bambini sono spugne pari pari a quelle che abbiamo in bagno o sul lavello della cucina: lasciate in un ambiente si riempiono, assorbendo, per poi creparsi o ammuffire, quando troppo piene.

Sta ai genitori evitare la visione di certi contenuti (e no… se vostro figlio non vede la serie non viene bullizzato perchè solo lui non l’ha vista; al massimo può solo essere un futuro ottimo amico).

Concludo il mio pensiero psy con un certo interrogativo che giunge, invece, da una serie che forte di pregiudizi che si sa dove originano ma non si sa se (e dove) finiscono dice “Ma un amico che ti tradisce, è sempre un amico?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Le punizioni del dott. Schreber.

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I libri e il metodo educativo proposto dal dott. Schreber furono, all’epoca dei fatti (1808-1861), molto popolari e largamente accettati.

Il medico proponeva un metodo pedagogico (che a breve conosceremo), piuttosto violento. Si trattava di istruzioni pratiche, rigorose e organizzate rigidamente, al fine di contenere (ed eliminare) immaginazione, capricci e qualsiasi tipo di deviazione, nel bambino.

Schreber era assolutamente convinto che nell’arco di una giornata, si potessero ottenere enormi miglioramenti morali e fisici; l’importante era che il genitore seguisse alla lettera, senza mai cedere, il metodo proposto dal dottore stesso.

Pianti, piagnucolii, cattivo umore e testardaggine potevano essere eliminati completamente, già nel primo anno di vita.

Un esempio del metodo Schereber è la prova della pera:

Questa prova aveva lo scopo di esemplificare l’arte della rinuncia. Il tirocinio alla rinuncia prevedeva che la bambinaia o la governante, dovesse mangiare sotto gli occhi del bambino (che nel frattempo era tenuto in grembo), tutte le volte che lo desiderava senza mai soddisfare, di converso, la fame del bambino (non importava quanto il bambino si disperasse o implorasse un goccio di acqua o una mollica di pane).

Schreber non capiva che in tal modo, con questo tipo di tortura, stava assicurando nel bambino l’espressione di risposte sadiche e masochistiche.

La teoria del dott. era che tramite la sottomissione all’autorità genitoriale, nel bambino si andava a rafforzare l’arte della rinuncia “se non si fosse risvegliato il desiderio, non si sarebbe potuto fare esperienza della rinuncia”.

Schreber fece addirittura licenziare una bambinaia per inettitudine morale, a causa del suo cedere innanzi alle richieste del piccolo bambino (di cui si prendeva cura) affamato.

Altra caratteristiche del metodo Schreber era la punizione fisica che non era mai ingiustificata; era infatti ingrediente essenziale dell’educazione del bambino indipendentemente dal fatto che il bambino fosse obbediente o meno.

Sottomissione e rinuncia dovevano essere fortificati dalla colpa.

La punizione -infatti- non aveva solo lo scopo di far cessare un cattivo comportamento ma doveva anche provocare l’ammissione di colpa (il bambino doveva infatti chiedere perdono), inoltre solo chi aveva erogato il castigo, poteva perdonare il colpevole (il bambino tendeva la mano a chi lo aveva frustato e doveva chiedere perdono).

Il dott Schreber aveva iniziato la sua carriera come medico dedito alla cura dei corpi dei bambini menomati progettando delle apparecchiature che rinforzassero e raddrizzassero ossa e muscoli.

Ben presto però si accorse che le sue apparecchiature potevano produrre ottimi risultati anche su bambini sani; su bambini che avrebbero avuto (a suo dire) danni successivamente a causa della pigrizia.

Al centro della teoria del dott., che aveva come scopo la formazione di un corpo sano e normale vi era il dogma che i bambini di ogni età dovessero essere tenuti dritti (nel camminare, nel sonno, a scuola, giocando o stando sdraiati e seduti).

Per assicurare la corretta crescita della mandibola e denti, il dottore progettò una fascia per il mento in cuoio, fissata alla testa da un casco di ulteriori fasce di cuoio incrociate, per tener diritte sia la mascella che la testa.

Atra invenzione era il Kopfhalter (reggitesta) che impediva alla testa del bambino di piegarsi di lato o in avanti. Si trattava di una robusta cinghia sospensoria di cuoio che da un lato andava agganciata alle mutande del bambino, dall’altro era fissata ai capelli. A ricordare al bambino di tener dritto il capo, avrebbe provveduto lo strattone forte a cui, in caso contrario, sarebbero stati sottoposti i capelli.

Altro marchingegno il Geradhalter, era uno strumento portatile a forma di T che poteva essere avvitato a ogni banco di scuola o tavolo di casa e serviva ad impedire che il bambino stesso curvo durante i compiti. La sbarra orizzontale premeva contro la clavicola o la parte anteriore delle spalle in modo da impedire ogni movimento in avanti o qualsiasi posizione curva. La lunga sbarra verticale che reggeva quella orizzontale che la teneva fissa al tavolo, aveva un ulteriore effetto benefico… Premendo contro il bacino, la sbarra verticale gli faceva passare la voglia di accavallare le gambe, di stringere le cosce o compiere altri atti moralmente disdicevoli……

Questo meraviglioso medico… che padre sarà mai stato?

Un figlio, all’età di 38 anni, dopo la nomina a consigliere del tribunale, si tolse la vita con un colpo di pistola; l’altro passò gli ultimi 27 anni della sua vita entrando e uscendo dai manicomi* (delle figlie femmine, tre, non abbiamo notizie certe).

*Il figlio Paul, quello finito in manicomio, a 61 anni pubblicò un testo Memorie di un malato di nervi, in cui descriveva le torture del padre. Il dottore aveva progettato un sistema che serviva a rompere le costole del bambino -il petto stretto- per portare ad una interruzione del respiro. Altra macchina era quella per comprimere la testa, macchina che serviva a scacciare i demoni (su questo aggeggio chi scrive, evita di dare dettagli che paiono fin troppo raccapriccianti).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Podcast: Io Pelle.

Che cos’è l’Io e come si forma? Qual è il nesso tra infans -il bambino non ancora dotato di parola- la pelle e l’Io?
Alla scoperta dell’importanza della nostra pelle.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Pillole di Psicologia: Jean Piaget

Jean Piaget (nato a Neuchatel nel 1986 – morto a Ginevra nel 1980), è stato uno dei punti di riferimento della psicologia dello sviluppo.

Studiò lo sviluppo del pensiero e dell’intelligenza e elaborò il “metodo clinico“; un metodo che prevedeva l’osservazione diretta e una successiva inchiesta sulle modalità di pensiero e ragionamento che venivano adottate dai bambini al momento della risoluzione dei compiti.

Jean Piaget (immagine web)

Proprio attraverso la ricerca e l’applicazione del suo metodo di studio, Piaget dimostrò, non solo la differenza qualitativa tra i processi del pensiero degli adulti e quello dei bambini, ma anche l’esistenza di fasi differenziate e progressive, caratteristiche dello sviluppo cognitivo dei bambini. Piaget è famoso anche per aver svolto i suoi studi e applicato il suo metodo clinico sui suoi figli.

Secondo Piaget le strutture cognitive e quindi anche i diversi processi di pensiero si formano attraverso un processo progressivo, universale ed immutabile. Lo sviluppo mentale avviene con un adattamento alla realtà crescente, attraverso il risultato di due processi: assimilazione (le informazione e i dati sono ricondotti a schemi di comportamento già posseduti); accomodamento (avviene una modifica degli schemi già posseduti con l’adeguamento dei nuovi dati assimilati).

Le categorie di pensiero caratteristiche di un adulto sono il frutto della graduale evoluzione del sistema cognitivo.

Lo sviluppo secondo Piaget passa attraverso 4 periodi:

Sensomotorio (0 – 3 anni), Pre-operazionale (3 – 6/7 anni), delle operazioni concrete ( 7 – 11 anni) e delle operazioni formali e astratte (da 11 anni in poi).

Il passaggio tra uno stadio di sviluppo e l’altro, presuppone l’acquisizione, da parte del bambini, di abilità e determinate capacità cognitive, che possono attraversare tre tipi di pensiero; egocentrico, operatorio e ipotetico deduttivo.

Piaget e la sua famiglia

Tale sviluppo del pensiero segna quelle che sono le abilità sociali del pensiero e le sue capacità concrete, di risolvere problemi. I concetti di realtà e causalità, quelli astratti di classe, relazione e numero e i concetti fisici di spazio, tempo, velocità, non sono innati nel bambino, ma si formano a poco a poco, andando di pari passo con il linguaggio e i rapporti sociali. Lo sviluppo mentale quindi è progressivo e avviene come un adattamento funzionale tra i due processi accennati in precedenza, di assimilazione ed accomodamento.

Infine, la capacità di elaborare ragionamenti di tipo deduttivo sarà la caratteristica essenziale della maturazione, che passa attraverso delle tappe fondamentali che vedono l’abbandono dell’egocentrismo, del pensiero non reversibile e del realismo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi