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Ricordi Psy (tra un colloquio e un altro).

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Nei colloqui tenuti nel corso dell’anno che va da Settembre 2021 a Settembre 2022, ho avuto modo di constatare un dato, per certi versi interessante, per quanto concerne le relazioni d’amicizia portate avanti dai nostri giovani.

La maggior parte (se non la totalità, mi verrebbe da dire) dei ragazzi tra gli 8 e i 20 anni, lamenta una difficoltà/impossibilità nell’entrare in relazione con i propri coetanei al fine di instaurare una solida relazione di amicizia; amicizia che sia scevra da pregiudizi o doppi fini.

Le difficoltà che questi ragazzi evidenziano, sembrano essere legata innanzitutto al luogo fisico in cui incontrare i presunti amici; già prima della pandemia era quasi impossibile trovare dei luoghi di aggregazione (sembrano essere spariti i pomeriggi nelle piazze del paese; girovagare nel parco pubblico; mangiare una pizza o vedere un film a casa di amici; semplicemente girare quasi senza sosta camminando in centro solo per puro gusto di condivisione del momento).

Le scuole sembrano aver perso il potere-collante, essendo (nei racconti dei ragazzi) diventate quasi fabbriche il cui unico scopo è puntare all’obiettivo nel più breve tempo possibile (avere una media alta e terminare il programma entro le rigide scadenze). Tutto questo si riversa sul clima generale della classe spesso divisa poiché, non di rado, i ragazzi vengono messi l’uno contro l’altro creando una spietata (e inutile, direi) competizione.

Quando questi giovani riescono, finalmente, ad entrare in empatia con qualcuno, cominciano i problemi legati alle differenze. C’è in atto un processo interessante, nella nostra contemporaneità. L’umano si illude di essere finalmente libero e lontano dalle etichette: “sono fluido, il sesso è libero, siamo tutti uguali”, ma non si rende conto che così facendo, ha già chiuso -ancora prima di nascere- l’esperienza, in un’etichetta.

Per dire di essere liberi ci si dice sono “così, così e così…” chiudendo la prospettiva nel suo stesso generarsi.

Ho avuto la fortuna di fare un liceo in cui l’estrazione sociale era davvero varia. Non ho potuto fare gli studi classici (all’epoca la mia pluripremiata carriera pianistica era in corso) e decisi, sulla passione già presente per la psicologia (meno, all’epoca, quella per i bambini) di studiare al liceo socio psico pedagogico.

Per fortuna feci quella scelta; il liceo classico era pieno di figli di papà; quel posto mi sarebbe stato strettissimo.

Nella mia classe dalle iniziali 28, arrivammo ad essere 18 (tutte bocciate al primo anno).

Tra le 18 adolescenti, in corso d’opera terminammo con 2 ragazze madri, una sposata e alla maturità altre 2 incinte.

La varietà umana era incredibile (anche nelle altre classi), così -per mia fortuna- ho potuto incontrarmi e scontrarmi non solo con dei professori imbarazzanti ma, con persone diverse.

Monica era una ragazza bocciata pertanto più grande di me, di un anno.

Monica fumava più di una donna di 40 anni, infatti nonostante un corpo invidiabile il suo viso era già fin troppo segnato. Il trucco era sempre fin troppo presente sul viso di Monica così come (e questo era spesso motivo di richiamo da parte dei prof.) l’uso di tacchi a spillo per venire a scuola; l’uso di quelle scarpe le aveva, inoltre, già provocato deformazioni dei piedi.

Monica era una ragazzaccia; per niente propensa allo studio, aveva già una relazione lunghissima con un ragazzo non scolarizzato e piuttosto ignorante.

La cosa interessante di Monica è che il suo unico scopo era cazzeggiare e trovare qualcuno con cui litigare o fare filone a scuola, salvo poi -durante i tirocini- mettersi vicino ai bambini disabili mostrando una improvvisa e sconosciuta dolcezza.

Tra Monica e me c’era uno strano rapporto.

Sono sempre stata l’unica a fungere da collante tra le persone tanto che la mia professoressa di sociologia diceva “non ho mai visto una persona più diplomatica di te, Giusy!” e questa capacità (di cui io mica ero consapevole), faceva sì che parlassi senza problemi con chiunque in tutta la scuola.

Monica aveva il suo temperamento ed io il mio… (diplomatico sì, esplosivo nemmeno a dirlo).

Un giorno -non ricordo bene per quale motivo- Monica mi aggredì; fatto sta che nacque un litigio che è diventato storia…

Come il seguito del litigio stesso…

Una decina di minuti dopo il litigio, Monica venne a sedersi sulle mie gambe e giocando con i miei capelli mi disse che profumavo tantissimo (questa cosa mi ha sempre fatto sorridere; in classe mi chiamavano profumino e questa cosa, è rimasta anche nel tempo presente).

Qualche giorno dopo la classe partì per la gita di 5 giorni a cui io non andai (preferii farmi un viaggio a Vienna post maturità) e Monica, di ritorno disse “perché non sei venuta Giusy! tu sei pazzerella come me, sai come ci divertivamo!”

Dai racconti dei miei paziente, quello che è accaduto a me poteva diventare, oggi, o un atto di gravissimo bullismo o un atto in cui intrudevano i genitori creando qualcosa di ancora più violento.

Quasi sicuramente, invece che rinsaldare un’amicizia, oggi, dopo un litigio del genere si viene perseguitati fuori la scuola per essere picchiati ancora una volta.

Molti anni dopo stavo uscendo dall’Asl.

Nel corridoio scorgo una figura non troppo alta che porta un jeans strettissimo, dei tacchi altissimi e scomodissimi, un giubbino di pelle cortissimo e che ha una nuvola di fumo intorno a sé.

Nel mentre mi giro sento dire “Giusy! Io sentivo un profumo nel corridoio!”

Era Monica.

I saluti iniziali, i sorrisi, gli abbracci poi “sono venuta per la psicologa, sai ho 2 bambini sto andando al manicomio.. Quello … non è proprio un padre presente, eh sì.. ci siamo sposati subito dopo la maturità”

Monica… se ti serve la psicologa dobbiamo andare sopra!

Ah… ecco perché questa valigetta gialla! Io lo sapevo Giusy, secondo te perché ci sedevamo tutte addosso a te.

Perché tu curi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il vuoto liquido.

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Quando “lavoriamo” con l’adolescente (e con l’adolescenza), dobbiamo tener in mente sempre un punto così piccolo da esser straordinariamente potente e rilevante, mi riferisco al fatto che l’adolescente ha necessità di proiettare sulla figura del terapeuta stesso il senso della perfezione e dell’onnipotenza.

Diviene quindi importante esser capaci di saper conservare questo tesoro che proviene dall’infantile, questo nucleo di onnipotenza buona, (un tempo collocato nella madre), cercando però di non confondersi con esso cedendo all’illusione di sentirsi “l’oggetto buono onnipotente salvifico”, ma bisogna sviluppare -insieme- quella capacità di costruire un oggetto che ridia speranza e fiducia.

Viviamo -lo dico spesso- in un tempo molto complesso dove le contraddizioni guidano la nostra esistenza privandola di consistenza; è il tempo delle incertezze, dei confini inesistenti, dei limiti varcati pur senza più un divieto (reale o immaginario) che lo impedisca.

I giovani non possono più sfidare l’autorità; non riescono più a capire i confini di ciò che (per loro) sarà “giusto o sbagliato”.

Viviamo, tuttavia, anche nel tempo dell’evoluzione tecnologica e scientifica che ci ha resi sempre più protesi tecnologiche; orpelli tenuti tra le nostre mani diventano sempre più le nostre stesse mani e i nostri stessi sentimenti.

Ed ecco un altro punto: i giovani sono alessitimici; non riescono più a comprendere le emozioni, non sanno dare un nome alle sensazioni che sentono e non sanno più cosa provano (se, provano…).

Questo malessere è evidente a noi clinici nella nostra pratica dove, la sofferenza psichica è elicitata sotto forma di sintomi narcisistici, depressivi e disturbi d’identità.

Freud (1929) evidenziava al centro del disagio della civiltà del suo tempo, un nesso tra l’inibizione della pulsione e la colpa inconscia; ciò invece che pare caratterizzare il malessere attuale avrebbe a che fare più con un eccesso di pulsionalità e con la scomparsa dei limiti che rendono labili i confini e rafforzano proprio le fantasie di onnipotenza: “io posso tutto!”:

La società dei consumi promuove l’illusione di una libertà individuale (illimitata), puntando a una ricerca -illimitata- del piacere che diviene il valore assoluto.

Ne deriva un crescente senso di vuoto interiore (perché il piacere costante e la libertà continua diviene, nell’ambito del vivere sociale, pura chimera), favorendo il persistere del fallimento “sono un fallito! sono inutile! sei un fallimento!” favorendo una sofferenza che passa per e attraverso il corpo che parla al posto del soggetto.

I pazienti che vediamo nei nostri studi hanno difficoltà a sentire e dire le proprie emozioni e mostrano una difficoltà ancora più spaventosa: sembrano (de)storificati; uomini, donne, ragazzi e ragazze, persino bambini incapaci di raccontare la propria storia personale.

Umani attori di una storia che non gli appartiene e, nella maggior parte dei casi, nemmeno lo sanno.

Si tratta di persone impoverite, incapaci di simbolizzare che sperimentano continuamente la drammatica esperienza del vuoto.

Perché mi piace il lavoro con gli adolescenti?

Perché l’adulto in divenire, l’adolescente, vive quell’assurda condizione punto di intersezione dei vari movimenti intrapsichici, interpersonali e intergenerazionali; è uno snodo della vita del soggetto che ben si sposa e riflette (stando e restando impastato) nel caotico vivere che è la nostra società liquida.

Società liquida per una identità liquida.

Essendo l’adolescenza il periodo per eccellenza dei cambiamenti fisici e identitari, dove i confini corporei e psichici sono tratteggiati, l’adolescente è maggiormente esposto a restare vittima dell’indistinzione identitaria.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“BOOM!”

Michele* ha 18 anni. Giunge in consultazione su insistenza della madre che prelevandolo -letteralmente- di peso, lo porta presso il mio studio.

“Prelevandolo di peso”, vuol dire che Michele è stato seduto con la forza, innanzi a me e -con la stessa forza materna- è stato obbligato almeno al primo colloquio con me.

Michele è stato forzato al nostro incontro perché è un delinquente. Non ci sono mezzi termini ma, la facilità delle etichette che società o politica possono dare, direbbero senza girarci troppo intorno che Michele “è un caso perso. Delinquente senza speranza; braccia per la criminalità”.

Com’è Michele?

Molto alto e dal corpo curato. Tutte le parti dell’epidermide che sporgono sono tatuate come una cartina geografica che il ragazzo fatica a tenere insieme. I riferimenti alla malavita sono lapalissiani, così tanto da essere, per me, assolutamente secondari (almeno per il momento).

La barba biondissima che vira quasi al rossiccio rende questo diciottenne molto più adulto ed è evidente fin da subito l’ambivalenza del ragazzo.

(I colloqui saranno tenuti sempre in lingua madre, porterò all’attenzione del lettore una traduzione di questi, in italiano).

Sono venuto solo perché mi ci ha portato mamma, io faccio quello che cazzo mi pare ma almeno mo questa si sta un poco zitta. Che devo dire mo? Come funziona?

Mi fate qualche domanda?

Che devo dire?

(L’iniziale colloquio è stato portato avanti con la presenza della madre di Michele, una donna completamente disintegrata. Successivamente Michele è tornato per molto tempo da me, di nascosto. Non ha mai voluto dire alla madre o agli amici di questo percorso).

Dottorè sono stato al nord, a ******

Dicono che qua siamo tutta criminalità e camorra…. ma non avete idea di quello che ho visto! Se continuo così divento io il re! Mi compro la città!

Mi sono fatto di ogni cosa!

(I colloqui diventano sempre più articolati perché Michele sarà spesso sotto l’effetto di sostanze più o meno legali. Mai troppo fatto da perdere completamente il contatto con la realtà ma con un esame di realtà** che -al contempo- appare sempre più compromesso).

Perché non ti sei mai fatta di niente tu? Ja Dottorè e che sei una principessa veramente allora?

BOOM!

(Michele comincia, durante i nostri colloqui, a salutarmi prima di andare via -oppure a farlo mentre sta parlando di qualcosa- a fare BOOM! mimando una pistola alla tempia).

Tanto la mia fine sarà BOOM!

Michele evidenzia e ripete sempre di conoscere il suo destino: “essere un re con un trono non troppo lungo”***. Sa che il suo comportamento e la vicinanza a certe “associazioni”, non gli garantiranno una vita troppo lunga.

Un giorno Michele mi guarda con una improvvisa luce diversa, meno esaltata e più velata, triste e lugubre:

Doc… io, vi devo dire una cosa. Però non ora.. cioè.. non lo so. Vabbè mo me ne vado, facciamo che ci vediamo non lo so, quando ci vediamo.

(Michele allora per la prima volta, mi viene vicino e portandomi le dita alla tempia mi esclama BOOM! ridendo).

Sono passate un paio di settimane e Michele non è più tornato in consultazione. Presa da una strana sensazione passo sotto il quartiere del ragazzo.

Michele è deceduto una settimana fa, fuori regione.

La madre disgregata ha appreso che il figlio aveva portato avanti, in segreto, il percorso di supporto psicologico ma non da me, ma da un diario che Michele teneva custodito sotto il materasso del suo letto di bambino.

Molte cose crediamo di sapere sui nostri giovani, specialmente su quelli che facilmente etichettiamo come psicopatici senza speranza alcuna.

Molte cose pensiamo di sapere da dietro i nostri pc, dove facilmente ci si inventa esperti, politici, educatori.

La certezza (non più ipotesi, ora) diviene che ogni giorno falliamo miseramente come società.

Michele andava supportato maggiormente e non solo da me, che in un piccolo centro polispecialistico fatto da professionisti volontari, non ho potuto portare avanti un programma che prevedesse un’attivazione della rete di supporto sociale e familiare maggiore.

Ho fallito?

Non lo so.

Stiamo fallendo?

Michele era un mondo contorto, confusamente infantile e straordinariamente resiliente. Una pennellata di nero, ma anche il nero… ha le sue sfumature.

*Nome di fantasia. Tutti i dati sensibili sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi)

**Per esame di realtà, si intende la capacità di differenziare se stessi e la propria vita interiore da quella delle altre persone e differenziare e mettere in relazione ciò che si pensa, percepisce e crede da ciò che viene consensualmente definito reale.

***Definizione data dal ragazzo

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Psicologia e bambini. La Gelosia tra fratelli e sorelle.. – PODCAST

In questa tappa del nostro viaggio faremo un interessante immersione sotto la superficie dell’apparenza e del pregiudizio.

Andremo a fondo della questione “Gelosia” e scandagliando bene il fondale avremmo probabilmente la possibilità di rinvenire elementi importanti che ci aiuteranno a comprenderne il significato di questo sentimento nei bambini e magari riconsiderarlo in positivo quando possibile..


Buon Ascolto..

Psicologia e bambini. La Gelosia tra fratelli e sorelle.. – In viaggio con la Psicologia – Spreaker Podcast
Psicologia e bambini. La Gelosia tra fratelli e sorelle.. – In viaggio con la Psicologia – Spotify Podcast

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La proposta di Carlo.

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Carlo è un bambino intelligente: intelligentissimo.

Avere 12 anni ed essere così intellettivamente vispo, attento, veloce e preciso può essere una condanna nel tempo presente. Una società che si basa sempre di più sulla velocità -certo- ma poco sull’accuratezza delle cose (fonti, idee, pensieri, basti pensare allo strabordante fenomeno della fake-news); o ancora una società che pare voglia abolire genesi e sostanza dei pensieri, può essere un luogo condanna per questi bambini.

Come fa un qualcosa che non ha contenuto (il tempo presente) a contenere?

Carlo giunge in consultazione portato dalla zia. La scuola non riesce a “tenere” il bambino attento, seduto e rispettoso delle regole…

Il profitto di Carlo è talmente alto che i professori hanno smesso di mettergli i voti; quando viene interrogato la professoressa esce dall’aula perché “è inutile che controlli. Tu già sai”; quando il ragazzino prova a sollevare domande o a difendere qualcuno in classe, partono le note.

Se infatti mancano i rinforzi positivi, le punizioni non mancano mai.

Carlo ha una collezione incredibile di rimproveri, note, richiami di ogni tipo; i tutori vanno un giorno sì (e anche l’altro) perché i professori “non ce la fanno”..

Ma Carlo li mette in una strana situazione mai successa: è un genio dal caratteraccio (almeno a detta loro).

Quando vedo Carlo per la prima volta, scopro un ragazzino completamente diverso da quello descritto sulla scheda anamnestica.

Mi colpiscono questi incredibili occhi verdi perché oltre a brillare intensamente, sono palesemente coscienti delle cose. E’ strano vedere un ragazzino (più bambino, in realtà) che ha degli occhi così tanto adulti; il messaggio sembra essere “ma che vi sfiancate a fare… tanto il mondo va così”.

“Oppositivo… è oppositivo.. ragazzo oppositivo.. aggressivo… violento.. oppositivo”

Mi aspettavo un antisociale -rido- e mi ritrovo un bambino genio.

Per nulla oppositivo, dotato di grande ironia (la qualità più bella), collaborativo e attivo anche nel setting. Carlo non mi fa ripetere nemmeno mezza volta una cosa che la fa (tenuto conto della situazione, nemmeno in maniera svogliata).

Ride molto si muove -vero- ma non in maniera convulsa.

Cosa chiediamo -allora- noi a Carlo?

Parlando della scuola emerge solo una cosa: “i professori mi annoiano”

Faccio un gioco con Carlo: è stato eletto ministro dell’Istruzione e spetta lui varare una nuova riforma scolastica. Cosa fa il Ministro Carlo?

“I professori devono ridere; non devono solo spiegare e assegnare compiti, spiegare e assegnare. Non devono solo punire ma devono essere più simpatici. Non devono fare paragoni tra gli studenti e non devono dire agli studenti che se vanno male a scuola non faranno mai niente nella vita. La scuola deve essere luogo di divertimento; ci deve piacere stare insieme e dobbiamo stare tutti bene, insieme. I professori sono obbligati alla risata e si devono pure vestire colorati!”

Il Ministro Carlo ha firmato la sua proposta di legge.

E’ la prima legge (per quanto concerne la scuola) sensata che vedo, nella mia vita.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il dolore psichico (oltre la cultura).

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Aminah è una ragazza di 16 anni di origine nord africana.

Ha uno sguardo intenso, silenzioso e pieno. Gli occhi neri sono talmente scuri da rendere l’intensità della notte; quelle notti in cui tutto sembra possibile e puoi giocare a costruire il tuo futuro.. i tuoi sogni.. le tue speranze.

La ragazza soffre di forti crisi di panico; un’ansia costante la tiene così tanto in allerta da farla svenire dopo aver visto “tutto nero”. Aminah è in Italia con la sua famiglia ma il padre l’ha appena informata che presto lei dovrà ritornare nel suo paese per sposare l’uomo che la sua famiglia ha trovato per lei.

Aminah confessa di avere ideazioni suicidarie perché non può dire “NO!”, al padre.

L’invio della giovane è arrivato tramite la neuropsichiatra del servizio Materno Infantile poiché è stato appurato che la ragazza non soffre di epilessia ma che il suo svenire, ha una natura prettamente psicologica.

Aminah è passata da una cultura all’altra (così come la rappresentazione del suo Sé) che ora si vede attaccato. Questo attacco è sentito come reale, pressante e ingestibile perché la stessa struttura familiare di Aminah, è ingestibile e pressante.

La madre della giovane è presa ad occuparsi della numerosissima famiglia, dimenticandosi di contenere adeguatamente la giovane che ora è pronta per essere sposa e diventare un problema esterno alla sua famiglia “ora spetta a lei fare bambini”.

Aminah non può separarsi, differenziarsi e si sente usata e abusata della propria identità di cui, non ha potere decisionale.

Aminah si sente preda del dolore, un dolore così forte da farla sentire frammentata -non contenuta- sul punto quasi di sciogliersi e infatti cade a terra, cede alle pressioni del dolore e sviene.

La ragazza comincia il suo personale percorso di supporto psicologico; può ora nella “stanza” essere accolta e contenuta.

La giovane è collaborativa e desiderosa di esprimersi; ora può cadere (nel vero senso della parola perché durante i colloqui ha spesso accennato svenimenti o eccessivi rilassamenti) che nel tempo presente, possono essere accolti e possono essere risignificati.

Aminah si sente tenuta e sollevata, chiede di bere (questo gesto concreto rimanda a qualcosa si simbolico; al soccorso di cui lei ha bisogno.. l’adulto soccorrevole che aiuta il piccolo umano a compiere i primi passi nel mondo).

La terapeuta diviene quindi per Aminah quel primo soccorso, di cui lei ha sentito profondamente la mancanza, durante l’infanzia; quell’umano che risponde al bisogno del bambino un attimo prima che lui domandi.

Aminah può avere -ora- quella sua personale zona d’illusione.

Gli incubi di cui la ragazza soffre sono pieni di un simbolismo così reale da rendere partecipe la terapeuta; così partecipe da ristabilire l’area di rêverie come spazio di rispecchiamento portando (la clinica stessa), a rivivere le sue personali esperienze con l’oggetto buono e cattivo, infantile.

Aminah nel corso del suo percorso recupera forma fisica e assetto nello spazio.

Ora non cade più, non cede ed è riuscita a portare il suo pensiero nonostante un padre profondamente castrante e un ambiente familiare deprivante.

Gli occhi della ragazza sono ancora nerissimi, ma ora intensi e vivi.

Sono occhi da cui emerge tutta la progettualità che una giovane donna (ora di 20 anni), può concedersi.

Aminah immagina, crea e distrugge con i pensieri, i sogni e la fantasia.

Studia e ha una relazione con l’uomo che lei ha sempre desiderato trovare. Si immagina madre amorevole e presente; ha scoperto che un corpo può fare tante cose.

Così come un corpo può sentire il dolore -cedendo- può anche sentire il piacere.

E che piacere, sentire il piacere…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Crescita creativa: fidarsi e affidarsi.

La crescita è un processo piuttosto complesso che reca la sua complessità nell’etimologia stessa del termine.

Crescere deriva infatti dal latino e dalla stessa radice di “creare”: cresco, quindi creo.

Diventando più grande, sviluppo (si spera in meglio ovvero nella migliore delle loro possibilità), le mie qualità.

Crescendo, creo la versione migliore di me.

La crescita non è soltanto un processo legato all’accrescimento -ad esempio- delle parti del proprio corpo (altezza, peso, forma), ma indica un processo (creativo) che si situa al confine tra l’ambiente e l’organismo.

Tra me e l’ambiente (fisico) e il campo psicologico in cui sono immerso, si situa quel processo creativo che permette crescita, sviluppo e creazione del mio Io.

Crescere è un atto di fiducia; ci si fida e affida a sé stessi certo, ma anche (e soprattutto) al prossimo.

I genitori che chiedono una consultazione per i propri bambini, portandoli in studio come fossero pezzi di un puzzle da riunire/comporre, perdono la fiducia nei propri bambini.

Il disagio va riconosciuto e accolto ma va -per prima cosa- rispettato.

Troppi genitori pensano ai figli come “giocattoli rotti”, dimenticando che l’elicitazione di un disagio è una richiesta silenziosamente urlata che merita ora, dal genitore, fiducia.

Il genitore deve -ora- fidarsi e affidarsi; fidarsi del proprio bambino e del terapeuta; affidarsi al terapeuta.

Crescere è un atto di creazione costante e continuo, spesso discontinuo vero… ma è pur sempre un movimento che non si arresta con il raggiungimento dell’età adulta.

Se ci pensiamo bene anche il corpo non resta mai nella forma fisica raggiunta “ad una certa età”, ed ecco che anche le esperienze che quotidianamente viviamo, continuano ad avere influenza su di noi: sulla nostra psiche.

E allora più che ai puzzle (che non ho mai sopportato perché non trovo il piacere di far combaciare in forme e pezzi prestabiliti una figura prestabilita), ritorniamo alla possibilità di essere come i semi.

Piantiamo da qualche parte il nostro seme, la nostra essenza, che attecchirà in un terreno che avrà costantemente bisogno di cure, nutrimento e attenzione.

Crescere è il nostro atto creativo quindi -rivoluzionario- perché la creazione ha sempre con sé una piccola quota di rivoluzione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio