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L’Effetto Zeigarnik

Stasera vi racconterò di un fenomeno psicologico abbastanza comune, il cosiddetto Effetto Zeigarnik.

Le cose andarono più o meno in questo modo.

Erano gli anni ’30 del secolo scorso e la psicologa Bljuma Zeigarnik, durante una cena, osservò per puro caso un fenomeno particolare, che destò il suo interesse. Nel ristorante dove stava cenando, affollato di clienti, un cameriere pareva ricordare tutte le ordinazioni che erano state portate ai tavoli solo in modo parziale, ma aveva totalmente dimenticato tutte le altre ordinazioni che aveva già consegnato completamente.

Dopo questa osservazione, la psicologa Zeigarnik, decise di approfondire questo fenomeno e spiegare perché la memoria del cameriere riusciva a tenere in “magazzino” solo quelle che sembravano azioni non terminate, mentre invece dimenticava sistematicamente le azioni completate.

immagine google

Realizzò il suo studio coinvolgendo diverse persone a cui fece svolgere una serie di esercizi (una ventina di giochi mentali, enigmi matematici). Le persone coinvolte nello studio, alla fine dell’esperimento, riuscivano a ricordare molto più facilmente gli esercizi non conclusi, mentre tendevano a dimenticare quelli completati con successo.

Quest’effetto ci fa comprendere quanto la mente umana sia più facilmente portata a completare o continuare una azione già iniziata, piuttosto che cominciare e affrontare un compito partendo da zero. Nel caso del cameriere, infatti c’era un interesse intrinseco e una forte motivazione nel portare a termine le ordinazioni (compiti) che erano rimaste sospese, perché interrotte da altri stimoli. Nella mente del cameriere resteranno quindi in memoria, in attesa di essere completate, tutte quelle azioni che hanno bisogno di essere concluse, e la motivazione a terminare il compito (importante per la buona riuscita del proprio lavoro) terrà la “luce accesa” su quelle azioni insolute.

Una delle applicazioni moderne più comuni dell’effetto Zeigarnik è utilizzato nelle serie televisive, dove ogni singolo episodio di una serie finisce lasciando la narrazione della trama incompiuta, i cosiddetti cliffhanger. Ciò intende spronare chi guarda la serie a proseguire, senza pensarci, all’episodio successivo. Ecco perché sono così di moda e comuni le varie maratone tv, di serie famose. Nel recente passato, dove le serie venivano trasmesse a step settimanali, di massimo due episodi settimanali, lo stesso meccanismo creava una sensazione di suspance e attesa famelica. Oggigiorno la modalità di fruizione delle serie è diversa (con lo sviluppo delle piattaforme streaming tipo Netflix), quindi l’interesse è quello di far rimanere incollato lo spettatore allo schermo proponendo le stagioni intere delle serie. Si potrebbe dire che grazie all’effetto Zeigarnik, le piattaforme in streaming, offrono agli spettatori, una fruizione “bulimica” delle serie, con grandi abbuffate alternati a periodi di privazione, conditi da attese snervanti.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Challenge pericolose: quando i social diventano trappole.

La Notizia di una bimba di 10 anni che muore a causa di una challenge su tiktok a Palermo è l’ennesima di tutta una serie di notizie di questo tipo che caratterizzano periodicamente la nostra quotidianità. La bambina aveva partecipato ad una challenge (Black out Challenge), su TikTok, una sorta di prova di coraggio (assurda), che prevede di resistere quanto più possibile al soffocamento indotto da una corda, una cintura attorno al collo. Lei non è riuscita a liberarsi in tempo e purtroppo i genitori non sono riusciti ad intervenire prima, perché la bambina si era chiusa in bagno. Qualcosa di assolutamente assurdo.

Ci sono tante altre notizie di questo tipo, più o meno note, che in quest’ultimo anno sono passate un po’ in sordina. Soltanto nello scorso ottobre a Napoli un ragazzino di 11 anni si è lanciato dal balcone di casa.

Purtroppo la sensazione è che non venga mai trattato questo problema nella giusta maniera e che non venga mai preso troppo sul serio.

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Nel caso del bambino di 11 anni di Napoli, si riuscì a dare una spiegazione al gesto, perché il ragazzino prima di lanciarsi nel vuoto, lasciò scritto su un bigliettino, rivolto ai genitori, la causa di quel suo malessere, di quella sua paura che lo avvolgeva da diversi giorni ormai. La causa era da attribuirsi ad un “uomo con il cappuccio”. Probabilmente il ragazzino si riferiva a Jonathan Galindo un personaggio ambiguo, somigliante a un personaggio Disney, che imperversava ( e probabilmente può ancora farlo) tra i vari social, in particolare quelli più frequentati da minori. Chiedendo l’amicizia a questi bambini e ragazzini, guidava loro in un gioco perverso, con step sempre più difficili e pericolosi (il fenomeno di Jonathan Galindo fu trattato anche in un servizio delle Iene).

Nello stesso periodo, ho avuto una richiesta per una consulenza psicologica da una madre di un bambino di 7 anni. Diceva che il bambino era spaventato da qualcosa, non voleva più dormire da solo, era terrorizzato dal buio, non voleva restare da solo nella sua stanzetta (questo comportamento era anomalo e improvviso). Il bambino venuto con la madre a colloquio, qualche giorno dopo, mi raccontò attraverso dei disegni di un uomo incappucciato, l’aveva visto in qualche video o foto. Insomma anche quel bambino probabilmente aveva avuto un contatto seppur fugace, con quel personaggio virtuale.

Da un altro colloquio solo con la madre ho potuto comprendere le abitudini di quella famiglia. Purtroppo l’utilizzo dello smartphone e del tablet per intrattenere i due bambini era all’ordine del giorno e con la chiusura delle scuole e l’impossibilità delle uscite, l’unico modo per quei genitori di intrattenere i loro due bambini era di farli “giocare” con i vari dispositivi. La madre mi assicurava di aver attivato tutte le precauzioni per evitare che i figli potessero incappare in video o siti inopportuni. Il problema è che i due bambini avevano dei profili su TikTok e su Facebook e inoltre sapevano aggirare in qualche modo le restrizioni che i genitori avevano messo sui vari dispositivi.

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Le condotte a rischio, sono comportamenti attuati dai ragazzi e che pare non tengano conto delle eventuali conseguenze, dei danni fisici e del pericolo. Sono condotte comportamentali tipiche dell’adolescenza o al massimo della preadolescenza che ci fanno vedere i ragazzi che lo fanno come impulsivi, imprudenti, sfrontati nei confronti dei rischi che corrono e anche (nei casi più estremi) della morte. Un impulso smodato a sfidare le regole e il concetto stesso di pericolo e di morte, quasi a volerlo esorcizzare e/o simbolizzare. Probabilmente questo tipico comportamento adolescenziale bisogna anticiparlo a poco prima dell’età puberale. Ecco forse una conseguenza delle nuove tecnologie, dei social e dell’iperconnessione. Forse la fase fatidica dell’adolescenza si è anticipata di qualche anno e si è allungata ancora, probabilmente è così.

L’unico modo per affrontare questa deriva pericolosa dei social è la protezione dei più piccoli attraverso le regole e il controllo delle loro attività on-line. Non devono essere lasciati soli (almeno fino all’età di 13 anni). La madre del bambino, di cui vi ho parlato prima, ha facilmente ripreso il controllo della situazione, cominciando a rassicurare il bambino attraverso la sua presenza anche nei luoghi virtuali (guardando video di youtube insieme), ha eliminato i profili dei bambini e ha creato un unico profilo familiare, così da dare loro la sensazione di essere liberi di frequentare i social, ma in realtà sempre in presenza del genitore; ha inoltre preso il controllo degli smartphone, mettendo dei limiti e regole al loro utilizzo (solo per la scuola e per dialogare con i propri compagni di classe).

Ci vorrebbe maggiore informazione su questi fenomeni e più attenzione degli adulti. Non possiamo privare i bambini delle nuove tecnologie, perché ormai fanno parte della nostra realtà, ma possiamo sicuramente educarli al loro utilizzo essendo più attenti alle loro fragilità e alle loro esigenze e accompagnarli con regole ad hoc in questa crescita.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Cyberbullismo: sentirsi braccato nella “rete”.

Voglio riproporvi un articolo che tratta di un argomento molto attuale, in particolare in quest’ultimo anno, dove un aumento delle ore in rete, sui social, sui videogame ha di fatto aumentato il rischio di cyberbullismo tra i giovani e i meno giovani.
Buona lettura!!

ilpensierononlineare

Il cyberbullismo è la derivazione e l’evoluzione tecnologica del bullismo.

Quello del bullismo è un fenomeno tutt’ora diffuso e può essere definito come un’oppressione fisica e psicologica, continuata nel tempo, perpetuata da una persona percepita più forte, nei confronti di una percepita come più debole. Il bullismo riguarda in modo più ampio: ciò che subisce la vittima, il comportamento dell’aggressore/bullo e l’atteggiamento di chi assiste al fatto.

Il bullismo può essere diretto, indiretto, oppure, può evolversi e diventare “elettronico” (diventa quindi cyberbullismo) quando si passa dal piano del reale a quello del virtuale attraverso la diffusione illecita e perpetuata volutamente di messaggi, e-mail, foto, video offensivi (sulle diverse piattaforme social) creati ad hoc e di situazioni di violenze filmate da altri e non rispettosi della dignità altrui.

Spesso il cyberbullismo è legato a fenomeni di bullismo che avvengono nel reale ed è perpetrato con molta…

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“I’m my own extension”

Immagine Personale.

Oggi vi propongo la lettura di un piccolo pezzo preso da un lavoro scritto da me nel 2011. All’epoca ancora poco (anzi direi nulla) si parlava in ambito psicoanalitico del mondo internet e delle psicopatologie ad esso correlate. Decisi quindi di approfondire l’argomento incontrando notevoli difficoltà proprio perchè la letteratura in merito era carente. Nonostante ciò riuscii nel mio intento ed oggi, rileggendo, mi sono reso conto di come questo lavoro a cui tengo molto, sia a tutti gli effetti ancora (forse di più) profondamente attuale.

“Se si chiedesse oggi ad un giovane adolescente o ad un bambino nativo digitale di rispondere alla domanda chi sei?, probabilmente la risposta non escluderebbe in nessun caso il riferimento ad un oggetto digitale che permetta l’interconnessione al mondo del virtuale. L’identità dipenderà necessariamente dai mezzi che il ragazzo ha a disposizione per esprimere sperimentare le molteplici identità nei vari contesti virtuali che frequenta.

La Turkle osservò, già a ridosso del 2000, il fatto che la gente fosse convinta che il computer potesse estendere la propria presenza fisica. Oggi più di prima la domanda che la Turkle si pone nelle prime pagine del suo libro – La vita sullo schermo- è di fondamentale importanza – stiamo vivendo una vita sullo schermo o piuttosto nello schermo?-.

Ella definisce lo schermo del computer come la nuova dimora delle nostre fantasie erotiche e intellettuali. Insomma, dopo un ventennio di assimilazione informatica e digitale, ci stiamo (come direbbe Piaget) accomodando, plasmandoci e uniformandoci a livello cognitivo ai nuovi modi di considerare l’evoluzione delle relazioni, dell’identità, della sessualità, della politica.

E’ molto interessante la metafora che la Turkle usa per rendere l’idea della potente stretta del computer (ciò che prima io descrivevo come dipendenza). Siamo sedotti da quell’Altro fittizio, proviamo una infatuazione per ciò che ci manca, quello di cui abbiamo bisogno per considerarci completi. Il computer, considerandolo in tutte le sue potenzialità, ci dà la possibilità di interagire con gli altri e con noi stessi. Ci dona l’illusione di essere con gli altri. Con il computer e con internet – si può essere solitari senza mai sentirsi soli-.”

La digitalizzazione dell’identità: un approccio psicoanalitico alla strutturazione della personalità nell’era del digitale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott. Gennaro Rinaldi.

Vicinanza reale e vicinanza social

Siamo proprio certi che le nuove tecnologie, che i nuovi mezzi di comunicazione, ogni anno sempre più raffinati e potenziati siano veramente in grado di “avvicinarci” ?

Tra “me” e l’altro si è in maniera prepotente inserito un mezzo tecnologico che promette di far “rete”, di creare connessioni. La questione è che le persone comunicano tra loro non solo attraverso le parole, ma anche attraverso la comunicazione “analogica” (non verbale). Lo stare insieme, vicini, sentire la presenza reale dell’altro è un’esperienza che difficilmente può essere sostituita. Il rischio, in “assenza di presenza”, che si corre è quello di alimentare il senso dell’assenza con un’inebriante illusione della presenza. Essere solo in presenza degli altri, gruppi di persone anonime e distanti.

Le persone costrette all’uso smodato dell’intermediario tecnologico, perdono la loro abilità sociale, quel senso del reale, dello stare assieme a livello umano, emotivo, psicologico.

“L’incontro con l’altro, o con gli altri, è sempre stata l’esperienza comune e fondamentale per il genere umano “

Ryszard Kapuscinski

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

LO SAPEVO GIA’! A CHE SERVE LA PSICOLOGIA?

Fonte Immagine “Google”

Lo so da sempre: la psicologia è semplice senso comune o c’è qualcosa in più?

E’ spesso capitato – da chi scrive o dai suoi colleghi- di leggere o sentire provenire dall’opinione comune, tutta una serie di “idee” in merito ad alcune ricerche o studi condotti dall’ambiente “psy”. La maggior parte dei luoghi comuni si divide tra chi immagina che gli psicologi siano essi stessi i primi ad aver bisogno di una terapia “sicuramente quel dottore è pazzo!” e tra chi suppone che in tutti gli esperimenti condotti, venga fatto uso delle scosse elettriche (che sadici questi psy!). La carrellata di idee, supposizioni e affermazione su questa bizzarra figura che è lo psicologo ahimè, non terminano qui. Un’altra delle ipotesi -per meglio dire bias- che colpisce il senso comune, risiede invece nel pensare che la maggior parte dei fenomeni studiati e indagati, fossero già noti… in sostanza: “lo sapevo già! non c’era mica bisogno della psicologia per sapere ciò!”.

C’è da dire che gran parte dei processi studiati in particolare dalla psicologia sociale sono presenti nella quotidianità delle persone. Il legame con qualcosa di così concreto e vicino alla quotidianità, potrebbe trarre in inganno tanto da far supporre che gli studi condotti, siano in realtà densi di banalità. Questi atteggiamenti che- badate bene- potrebbero essere interpretati come una sorta di difesa o fantasia messa in atto, traggono spunto un pò da quella che è la storia circa l’indagine “dell’animo umano”. In sostanza già nel corso dei secoli, poeti o filosofi hanno provato a definire e descrivere l’essere umano incorrendo, nel tempo, in una sorta di bias che vede “l’uomo” come qualcosa di facilmente e rigidamente etichettabile in una qualche categoria sia essa umana, diagnostica e così via.

Il problema è che già strizzando l’occhio all’etimologia della parola psicologia, scopriamo che la psiche è tutto fuorché “qualcosa” di etichettabile. Psiche significa infatti “soffio vitale” e presso i Greci designava l’anima che in origine veniva identificata con quel respiro. Nella psicologia moderna invece, specie in quella che è la psicologia sociale, si parla maggiormente dello studio scientifico, pertanto di come le persone e i gruppi percepiscono e pensano gli altri, li influenzano e vi si pongono in relazione.

Le difese messe in atto (il lettore mi perdonerà, ma da psicologa non posso non interpretare la chiusura che spesso vedo verso la mia professione, come una meccanismo di difesa) si allacciano con uno dei fenomeni indagati proprio dalla psicologia sociale.

Il filosofo Kierkegaard sostenne che “la vita è prima vissuta e dopo compresa” ed è un pò quello che accade dopo che alcune ricerche vengono diffuse. Si tratta di ciò che prende il nome di “bias della retrospezione” o “fenomeno dell’io lo so da sempre” ovvero la tendenza ad esagerare, dopo che si è verificato un evento, la propria abilità nell’averlo previsto come qualcosa che si sarebbe verificato. Questo fenomeno può avere effetti sorprendentemente nefasti. Siccome le conseguenze degli eventi sembrano spesso predicibili, spesso si commettono errori di comprensione, interpretazione, presa di decisione e scelta del comportamento da mettere in atto.

Ammetto di essermi un pò lasciata andare, e di aver provato a scherzare con il lettore irritando (probabilmente) qualche collega, ma senza rischi e senza tentativi, nella vita si resterebbe statici, fermi su se stessi.

Ecco.. questo è un pò quello che succede nel momento in cui si decide di procedere con un percorso di supporto psicologico o con una psicoterapia. Si sceglie.. si sceglie di non restare più fermi su se stessi e magari.. nonostante il perdurare di iniziali difficoltà o resistenze messe in atto, si decide di rischiare e provare. La passione che continuo a sentire per questo lavoro risiede un pò in tutto questo, nella possibilità offerta dalla psicologia di modificarsi scegliendo se restare se stessi o cambiare forma; nella possibilità di sperimentarsi e sperimentare.

https://ilpensierononlineare.com/2018/09/16/nelle-stanze-della-psicologia-a-colloquio-con-lo-psicologo/

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Finisce bene quel che comincia male!”

Immagine Personale.

Oggi è con il pensiero del grande Totò, che vogliamo iniziare la nostra giornata.

“Finisce bene quel che comincia male” è un pò il mantra con cui da oggi, decidiamo di concludere, salutare e accompagnare tutti coloro che con tanto affetto, ci stanno seguendo. E’ un augurio, una speranza, una frase aperta e densa di significato.

Si tratta di una frase prospettica con cui tutti ci auguriamo di “truvà pace / trovare pace”, come invece Eduardo De Filippo, ci ricorda.

Ognuno nella vita ha calpestato strade dissestate; ha seguito percorsi dagli incomprensibili segnali. Ostacoli si frappongono quasi quotidianamente tra noi e i nostri obiettivi e la paura spesso aleggia sulle nostre scelte, ma nonostante tutto, non molliamo!

E’ proprio questo il messaggio che da oggi, decidiamo più che mai di voler condividere.. anche il peggiore degli inizi, può generare una magnifica gemma che se sapientemente coltivata, potrà dare vita a solidi rami e magnifici fiori.

Finisce bene ciò che comincia male, allora! e… Buona fine!

Dott. Gennaro Rinaldi Dott.ssa Giusy Di Maio

The Circle: quando il destino è nelle mani dell’Altro.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

La piattaforma Netfix ha recentemente diffuso un nuovo contenuto di intrattenimento dall’emblematico nome “the Circle”. Otto concorrenti sono stati isolati in 8 appartamenti del – medesimo- edificio con lo scopo (che talvolta sembra una vera e propria missione di vita) di comunicare utilizzando un social network ad attivazione vocale: “circle”.

Il gioco consiste nel creare il proprio profilo online (con la possibilità di scegliere se essere se stessi, oppure usare un account fake) e nel cominciare a stringere alleanze, amicizie, possibili amori, il tutto con lo scopo di arrivare in finale , dove si apre la possibilità di vincere 100.000 dollari. Ogni tanto Circle invita i concorrenti a fare qualche attività “Insieme” (dove per insieme si intende sempre tramite l’ausilio della piattaforma e senza vedersi o sentirsi realmente); le attività consistono ad esempio nel partecipare a dei party, fare domande (scomode) al buio, senza che il ricevente della domanda sappia da chi questa parte, e l’attività per eccellenza ovvero dare i punteggi ai profili dei vari concorrenti.

Attribuire punteggi ha come conseguenza stilare una graduatoria dove i primi due diventeranno influencers con il conseguente “potere” di bloccare (quindi eliminare) un concorrente (che sarà poi sostituito).

The circle ha messo, chi scrive, quasi da subito in una strana posizione: ho sempre guardato ai social con diffidenza (consapevole tuttavia, come evidenziato da alcuni colleghi, delle loro possibili implicazioni in ambito terapeutico)1 ; credo – in effetti- di essere tra i pochi a non usufruire di alcuna piattaforma. Sono sempre stata fiera e orgogliosa nel poter scegliere del mio tempo, del mio spazio e dei miei pensieri; nell’avere la libertà di poter filtrare (con i miei, di filtri) contenuti, immagini, emozioni.

Ciò che the circle sembrerebbe fare, è pertanto porre l’attenzione o evidenziare, alcune delle possibilità offerte dai social media.

La prima osservazione a cui possiamo provare ad abbandonarci, consiste nel provare a riflettere su una delle possibilità data ai concorrenti sulla scelta in merito a se essere se stessi o meno (opzione scelta ad esempio da Seaburn Williams, che decide di usare le immagini della fidanzata e fingersi Rebecca). Il social apre pertanto alla possibilità di finzione facendo leva su un sottile equilibrio rappresentato dalla difficoltà /abilità del concorrente di essere un altro, pur restando se stesso2. Parimenti accade che anche coloro che decidono di restare se stessi, (come ad esempio la modella Alana), convinta che la strategia migliore potesse essere quella di mostrarsi sincera fin da subito : “sono una modella di biancheria intima”, vivano la difficoltà di non dover sembrare necessariamente reali -così tanto reali- da sembrare finti.

Narciso- Caravaggio.

Il reality sembra in sostanza elicitare ciò che Jacques Derrida indicò quando sostenne che ”lo straniero si trova già dentro” (Galiani R., 2009, La faccia dell’estraneo, il volto dello straniero. In Psicoterapia Psicoanalitica, p. 18) analizzando come la questione dell’incontro con l’altro, potesse riportare l’individuo a dover fare i conti con la propria “inquietante estraneità”. La dinamica portata avanti dal gioco (scegliere se essere o meno se stessi; il meccanismo dei voti secondo cui il mio destino è nelle mani dell’altro partendo però dall’immagine che io ho deciso di dare a te, pensando che quella ti sarebbe piaciuta di più) mi preoccupo in definitiva di rendermi interessante, brillante, accattivante (anche se nella vita di tutti i giorni non lo sono), ma qui.. sottoposto a giudizio costante, decido di offrire a te l’immagine di me che penso possa piacerti di più, (che poi sia reale o meno poco importa),è ad esempio il caso di Sean Taylor nella “realtà” ragazza in sovrappeso, che usa per avere il favore degli altri, l’immagine della sua amica taglia 38, fa sentire l’individuo come un infans che innanzi allo specchio ha bisogno della parola fornita dal sostegno umano “questo sei tu”, per dare senso all’immagine che la superficie riflettente gli rimanda (immagine che si scontra con una frammentazione interna). E’ ciò che Lacan sostenne in uno dei suoi seminari a Zurigo “Lo stadio allo specchio come formatore ella funzione dell’Io, 17 luglio 1949”, per illustrare il processo che coinvolge l’infans, innanzi allo specchio3.

Così come lo psicoterapeuta Rinaldi5 ricorda, “questa accettazione della propria immagine allo specchio rappresenta, secondo Lacan, 1949, la matrice simbolica in cui l’Io si precipita in una forma primordiale, prima che questi prenda la sua reale fisionomia attraverso le identificazioni secondarie e le risoluzioni delle varie discordanze che l’Io dovrà affrontare con la propria realtà”.

Si potrebbe quasi immaginare che questi soggetti così tanto dediti al mondo online, tanto da non avere problemi a trascurare o dimenticare la real life, siano in realtà individui profondamente “bisognosi di cure”, così come l’infans innanzi allo specchio ci ha mostrato (un infans ancora bisognoso del sostegno umano per la sopravvivenza; sostegno umano che lo nutre, lo calma, lo accoglie e gli fornisce una prima immagine di chi lui sarà.. è il questo sei tu.. ad indicare e a inscrivere l’infans in una tradizione -familiare- e in una provenienza -culturale- . Chi io sono, passa inevitabilmente per chi, in un certo senso tu sei (lignaggio di provenienza sei). Ecco che internet -il cyberspazio- potrebbe fornire una risposta a quella eco sempre più senza sosta che le persone oggi avvertono come fagocitante e incessante:”se ti dico chi sei, mi dici poi io chi sono?”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

1“Mi preme comunque esprimere una mia idea riguardo il “potere terapeutico” del mondo virtuale e dell’uso del suo spazio come un setting individuale di autoanalisi. E’ in effetti possibile che vi siano miglioramenti nel comportamento patologico di alcuni soggetti e dei giovamenti a livello individuale, ma c’è il pericolo che ciò che si fa in rete possa essere confuso con ciò che si presuppone possa essere la realtà”. Rinaldi Gennaro, “La digitalizzazione dell’identità, un approccio psicoanalitico alla strutturazione dell’identità”, 2011, p.,74.

2E’ stato interessante notare come coloro che hanno scelto l’opzione di essere “altro da sé, pur restando sè”, siano ad un certo punto giunti innanzi al paradosso di dover specificare che il comportamento adottato (modi di fare, sentimenti, simpatia), seppur celato dietro un volto fake, fosse in realtà il vero comportamento e carattere della persona in questione “ho il volto di Mercedeze, ma sono sempre stata me stessa, Karyn; quella che hai conosciuto nel social, ero io.. solo con un altro volto” queste le parole di Karyn Blanco, nativa del Bronx definitasi lesbica felice nella sua relazione e nella sua vita, ma bisognosa di un corpo e un volto fake per attirare l’attenzione “avresti mai parlato con una come me?”.

3Si potrebbe pertanto immaginare la situazione dell’individuo (solo) innanzi allo schermo del pc, in preda a dubbi, sensazioni, sentimenti, come l’infans innanzi allo specchio.

4Jacques Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’Io”, Comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi, Zurigo, 17 Luglio 1949.

5Rinaldi Gennaro, “La digitalizzazione dell’identità, un approccio psicoanalitico alla strutturazione dell’identità”, 2011, p.,19