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La Percezione

Con il termine percezione si intendono quelle funzioni psicologiche che permettono alla persona di acquisire informazioni dall’ambiente esterno, di elaborarle e rielaborarle in maniera complessa a favore del sistema cognitivo e motorio.

Il concetto di percezione si distingue dal concetto di sensazione, che descrive un processo più elementare, provocato essenzialmente da stimoli esterni che agiscono direttamente sugli organi recettori, e che può considerarsi un prerequisito essenziale al processo percettivo.

Affinché abbia luogo la percezione bisogna che ci sia la contemporaneità di tre condizioni: uno stimolo distale (stimolo che emette energia); uno stimolo prossimale (la stimolazione dei recettori sensoriali); il percetto (l’elaborazione degli stimoli).

Il modo in cui il mondo viene percepito determina e caratterizza la costruzione e la conoscenza del mondo, da parte dell’individuo.

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I primi studi sulla percezione hanno contribuito alla conoscenza di questo processo a livello psico-fisiologico; esempio in tal senso, sono gli studi di Weber e Fechner sulle intensità degli stimoli e la loro relazione con la sensazione che ne deriva, rispetto al variare dell’intensità. Da questi studi sono venuti fuori concetti importanti, quali: soglia assoluta e soglia differenziale che stanno ad indicare rispettivamente, l’intensità minima di uno stimolo per essere percepito e la variazione di intensità che uno stimolo deve subire affinché un soggetto ne colga la differenza.

La percezione è stata in seguito studiata anche come funzione legata ad altre funzioni mentali, come l’attività mnestica e l’attenzione. La percezione è parte integrante delle funzioni mentali. Percepire significa innanzitutto prestare attenzione e la memoria pare inevitabilmente legata a tale processo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Concetti in Pillole: Apprendere ad Apprendere.

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Con il termine apprendimento ci si riferisce al cambiamento relativamente stabile del comportamento di un soggetto rispetto a una specifica situazione sperimentata ripetutamente.

Ne deriva che per ottenere l’apprendimento, c’è bisogno della ripetizione dell’esperienza. A tal proposito possiamo seguire :

Le teorie Associazioniste (Teorie stimolo- risposta) o le Teorie Cognitive Classiche.

Teorie Associazioniste: Si tratta di teorie di derivazione empirista che confluiscono nell’approccio comportamentista. Il soggetto si limita a registrare passivamente gli stimoli che riceve dall’ambiente. Ciò che impara è pertanto una copia di ciò di cui si è fatta esperienza. L’apprendimento è quindi abitudine, capacità a fare qualcosa.

Teorie Cognitive classiche: un esempio è la Gestalt; tali teorie fondano l’apprendimento su un processo di elaborazione intelligente degli stimoli presenti nell’ambiente. Il soggetto agisce sull’ambiente attivamente utilizzando diverse funzioni cognitive per elaborare stimoli nuovi. Ciò che resta nel repertorio comportamentale di un individuo non è riproduzione del percepito, ma avviene tramite un processo di elaborazione. L’unico oggetto di studio scientificamente misurabile è il comportamento manifesto esibito in seguito all’esposizione ripetuta e controllata a stimoli ambientali.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’Effetto Zeigarnik

Stasera vi racconterò di un fenomeno psicologico abbastanza comune, il cosiddetto Effetto Zeigarnik.

Le cose andarono più o meno in questo modo.

Erano gli anni ’30 del secolo scorso e la psicologa Bljuma Zeigarnik, durante una cena, osservò per puro caso un fenomeno particolare, che destò il suo interesse. Nel ristorante dove stava cenando, affollato di clienti, un cameriere pareva ricordare tutte le ordinazioni che erano state portate ai tavoli solo in modo parziale, ma aveva totalmente dimenticato tutte le altre ordinazioni che aveva già consegnato completamente.

Dopo questa osservazione, la psicologa Zeigarnik, decise di approfondire questo fenomeno e spiegare perché la memoria del cameriere riusciva a tenere in “magazzino” solo quelle che sembravano azioni non terminate, mentre invece dimenticava sistematicamente le azioni completate.

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Realizzò il suo studio coinvolgendo diverse persone a cui fece svolgere una serie di esercizi (una ventina di giochi mentali, enigmi matematici). Le persone coinvolte nello studio, alla fine dell’esperimento, riuscivano a ricordare molto più facilmente gli esercizi non conclusi, mentre tendevano a dimenticare quelli completati con successo.

Quest’effetto ci fa comprendere quanto la mente umana sia più facilmente portata a completare o continuare una azione già iniziata, piuttosto che cominciare e affrontare un compito partendo da zero. Nel caso del cameriere, infatti c’era un interesse intrinseco e una forte motivazione nel portare a termine le ordinazioni (compiti) che erano rimaste sospese, perché interrotte da altri stimoli. Nella mente del cameriere resteranno quindi in memoria, in attesa di essere completate, tutte quelle azioni che hanno bisogno di essere concluse, e la motivazione a terminare il compito (importante per la buona riuscita del proprio lavoro) terrà la “luce accesa” su quelle azioni insolute.

Una delle applicazioni moderne più comuni dell’effetto Zeigarnik è utilizzato nelle serie televisive, dove ogni singolo episodio di una serie finisce lasciando la narrazione della trama incompiuta, i cosiddetti cliffhanger. Ciò intende spronare chi guarda la serie a proseguire, senza pensarci, all’episodio successivo. Ecco perché sono così di moda e comuni le varie maratone tv, di serie famose. Nel recente passato, dove le serie venivano trasmesse a step settimanali, di massimo due episodi settimanali, lo stesso meccanismo creava una sensazione di suspance e attesa famelica. Oggigiorno la modalità di fruizione delle serie è diversa (con lo sviluppo delle piattaforme streaming tipo Netflix), quindi l’interesse è quello di far rimanere incollato lo spettatore allo schermo proponendo le stagioni intere delle serie. Si potrebbe dire che grazie all’effetto Zeigarnik, le piattaforme in streaming, offrono agli spettatori, una fruizione “bulimica” delle serie, con grandi abbuffate alternati a periodi di privazione, conditi da attese snervanti.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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