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Pillole di Psicologia: Intelligenze multiple

Secondo Howard Gardner non si può parlare di una sola intelligenza. Tra gli anni ottanta e novanta, ha infatti elaborato una teoria molto interessante, secondo la quale le intelligenze sono 8. Si parla infatti di intelligenze multiple: intelligenza linguistica, logico-matematica, musicale, spaziale, cinestesica, naturalistica, esistenziale, personale o intelligenza emotiva (ovvero la capacità di individuare gli stati d’animo e sentimenti altrui).

“L’intelligenza umana deve essere considerata una realtà poliedrica piuttosto che una funzione generale di una struttura globale.” (Psicologia – Umberto Galimberti)

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Un individuo, ovviamente, ha “accesso” a tutti i tipi di intelligenza e una intelligenza non esclude l’altra, ma si può eccellere in una, in più di una o addirittura in tutte. Quindi, ad esempio, una persona può eccellere nelle capacità logico-matematiche e in quelle spaziali e magari avere capacità meno brillanti nelle altre intelligenze.

La differenza nell’intelligenza, secondo Gardner, non è quantitativa, bensì qualitativa. L’inclinazione rispetto ad una delle 8 intelligenze è inversamente proporzionale alla flessibilità (la versatilità personale per le varie attitudini). In una persona non è quindi “utile” misurare l’intelligenza globale, ma valutare la sua “forma mentis”, ossia la sua inclinazione.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Cecità al cambiamento

Vorrei la vostra attenzione per pochi minuti per questo piccolo esperimento.

Vi mostrerò un video in cui ci saranno dei ragazzi che si passeranno una palla.

Come è indicato anche nelle istruzioni del video, dovete riuscire a contare quante volte si lanciano la palla i ragazzi con la maglia bianca. Buona fortuna!

The Monkey Business Illusion – test di Daniel J. Simons

Siete riusciti a contare i passaggi? Avete notato nulla di insolito?

Sono curioso delle vostre risposte.. siate sinceri..

Daniel Simons (Università dell’Illinois) e C. Chabris (Harvard University), in questi esperimenti alla fine degli anni novanta del secolo scorso, hanno scoperto che il 50% circa degli spettatori non si accorge del gorilla o degli altri cambiamenti.

Il nostro cervello cerca di sostituire un racconto sensato in base a ciò che vede, eliminando dalla coscienza ciò che è inutile ed incongruente.

L’effetto gorilla, in gergo tecnico “cecità inattentiva” o “cecità al cambiamento”, fa parte di un principio più generale del sistema visivo e cioè che il nostro cervello cerca sempre di costruire un racconto sensato in base a ciò che vede e percepisce.

Proprio a causa di questo principio qualunque elemento che non coincide con il racconto o irrilevante rispetto al compito che siamo intenti a fare, viene spazzato via dalla coscienza.

Un esempio di questo fenomeno di interferenza tra il racconto in atto nel cervello e la percezione è il gioco in cui bisogna scoprire le differenze tra due immagini quasi identiche. In questo caso le immagini proprio perché quasi identiche, verranno percepite dal cervello come totalmente identiche. Solo se ci concentriamo e ci soffermiamo ad osservarle con attenzione saremo in grado di individuare le differenze.

Ecco un altro video. Provate a vedere se notate qualcosa di insolito in questa semplice conversazione tra queste due donne..

1997 – Movie Perception Test – Lewing & Simons

Siete riusciti a notare qualcosa di insolito durante la prima visione della conversazione?

Quei piccoli particolari che ci sfuggono.. In fondo siamo tutti “vittime” di questo fenomeno percettivo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Pillole di Psicologia: Il Pensiero

Il pensiero è un’attività mentale complessa che permette di ordinare e metabolizzare il mondo che ci circonda.

Il pensiero comprende diverse attività mentali quali: ragionare, riflettere, immaginare ricordare, fantasticare, risolvere problemi, costruire ipotesi sul mondo.

La sua complessità deriva dal fatto che è legato anche ad altre attività cognitive che lo caratterizzano e lo dirigono, come: la percezione, le emozioni, la motivazione e il linguaggio.

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Il pensiero ha da da sempre affascinato la Psicologia e inizialmente, tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento del secolo scorso, i primi studi furono portati avanti in laboratorio da Wundt e Watson. L’approccio era riduttivo in quanto ciò che si andava ad analizzare era fondamentalmente l’aspetto comportamentale della funzione cognitiva del pensiero, cioè il linguaggio. Quella che veniva considerata la parte osservabile e quindi misurabile del pensiero.

La Psicologia della Gestalt, qualche anno più tardi, propose un approccio diverso che vedeva il pensiero come vivo e produttivo nel momento della risoluzione di un problema.

Kohler teorizzerà l’esistenza di un pensiero per insight, che può tradursi in italiano con il termine “intuizione” e che descrive il momento in cui si riesce ad arrivare alla soluzione di un problema, attraverso una comprensione dell’insieme degli elementi disponibili, fino ad assumere una nuova forma coerente alla risoluzione del problema.

Wertheimer invece parlò di pensiero produttivo, analizzando i processi che portano il pensiero ad una produzione di conoscenze e ad una ristrutturazione del campo.

L’approccio cognitivo ha focalizzato la sua attenzione, in particolare, a definire i concetti di pensiero induttivo e pensiero deduttivo. Il primo indica un tipo di ragionamento che parte dal particolare per poi generalizzare; nel caso del pensiero deduttivo, invece, ci si riferisce ad un tipo di ragionamento in cui si traggono le conclusioni a partire da premesse, ha quindi una validità logica.

Infine in ambito clinico ed in particolare nella diagnosi di alcune patologie, un funzionamento disfunzionale dei processi di pensiero (disturbi del pensiero formali e del contenuto), può essere uno dei sintomi che caratterizzano alcune patologie come le psicosi, disturbi di personalità (borderline o paranoide) oppure patologie legate ad abuso di sostanze.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La Percezione

Con il termine percezione si intendono quelle funzioni psicologiche che permettono alla persona di acquisire informazioni dall’ambiente esterno, di elaborarle e rielaborarle in maniera complessa a favore del sistema cognitivo e motorio.

Il concetto di percezione si distingue dal concetto di sensazione, che descrive un processo più elementare, provocato essenzialmente da stimoli esterni che agiscono direttamente sugli organi recettori, e che può considerarsi un prerequisito essenziale al processo percettivo.

Affinché abbia luogo la percezione bisogna che ci sia la contemporaneità di tre condizioni: uno stimolo distale (stimolo che emette energia); uno stimolo prossimale (la stimolazione dei recettori sensoriali); il percetto (l’elaborazione degli stimoli).

Il modo in cui il mondo viene percepito determina e caratterizza la costruzione e la conoscenza del mondo, da parte dell’individuo.

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I primi studi sulla percezione hanno contribuito alla conoscenza di questo processo a livello psico-fisiologico; esempio in tal senso, sono gli studi di Weber e Fechner sulle intensità degli stimoli e la loro relazione con la sensazione che ne deriva, rispetto al variare dell’intensità. Da questi studi sono venuti fuori concetti importanti, quali: soglia assoluta e soglia differenziale che stanno ad indicare rispettivamente, l’intensità minima di uno stimolo per essere percepito e la variazione di intensità che uno stimolo deve subire affinché un soggetto ne colga la differenza.

La percezione è stata in seguito studiata anche come funzione legata ad altre funzioni mentali, come l’attività mnestica e l’attenzione. La percezione è parte integrante delle funzioni mentali. Percepire significa innanzitutto prestare attenzione e la memoria pare inevitabilmente legata a tale processo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Concetti in Pillole: Apprendere ad Apprendere.

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Con il termine apprendimento ci si riferisce al cambiamento relativamente stabile del comportamento di un soggetto rispetto a una specifica situazione sperimentata ripetutamente.

Ne deriva che per ottenere l’apprendimento, c’è bisogno della ripetizione dell’esperienza. A tal proposito possiamo seguire :

Le teorie Associazioniste (Teorie stimolo- risposta) o le Teorie Cognitive Classiche.

Teorie Associazioniste: Si tratta di teorie di derivazione empirista che confluiscono nell’approccio comportamentista. Il soggetto si limita a registrare passivamente gli stimoli che riceve dall’ambiente. Ciò che impara è pertanto una copia di ciò di cui si è fatta esperienza. L’apprendimento è quindi abitudine, capacità a fare qualcosa.

Teorie Cognitive classiche: un esempio è la Gestalt; tali teorie fondano l’apprendimento su un processo di elaborazione intelligente degli stimoli presenti nell’ambiente. Il soggetto agisce sull’ambiente attivamente utilizzando diverse funzioni cognitive per elaborare stimoli nuovi. Ciò che resta nel repertorio comportamentale di un individuo non è riproduzione del percepito, ma avviene tramite un processo di elaborazione. L’unico oggetto di studio scientificamente misurabile è il comportamento manifesto esibito in seguito all’esposizione ripetuta e controllata a stimoli ambientali.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’Effetto Zeigarnik

Stasera vi racconterò di un fenomeno psicologico abbastanza comune, il cosiddetto Effetto Zeigarnik.

Le cose andarono più o meno in questo modo.

Erano gli anni ’30 del secolo scorso e la psicologa Bljuma Zeigarnik, durante una cena, osservò per puro caso un fenomeno particolare, che destò il suo interesse. Nel ristorante dove stava cenando, affollato di clienti, un cameriere pareva ricordare tutte le ordinazioni che erano state portate ai tavoli solo in modo parziale, ma aveva totalmente dimenticato tutte le altre ordinazioni che aveva già consegnato completamente.

Dopo questa osservazione, la psicologa Zeigarnik, decise di approfondire questo fenomeno e spiegare perché la memoria del cameriere riusciva a tenere in “magazzino” solo quelle che sembravano azioni non terminate, mentre invece dimenticava sistematicamente le azioni completate.

immagine google

Realizzò il suo studio coinvolgendo diverse persone a cui fece svolgere una serie di esercizi (una ventina di giochi mentali, enigmi matematici). Le persone coinvolte nello studio, alla fine dell’esperimento, riuscivano a ricordare molto più facilmente gli esercizi non conclusi, mentre tendevano a dimenticare quelli completati con successo.

Quest’effetto ci fa comprendere quanto la mente umana sia più facilmente portata a completare o continuare una azione già iniziata, piuttosto che cominciare e affrontare un compito partendo da zero. Nel caso del cameriere, infatti c’era un interesse intrinseco e una forte motivazione nel portare a termine le ordinazioni (compiti) che erano rimaste sospese, perché interrotte da altri stimoli. Nella mente del cameriere resteranno quindi in memoria, in attesa di essere completate, tutte quelle azioni che hanno bisogno di essere concluse, e la motivazione a terminare il compito (importante per la buona riuscita del proprio lavoro) terrà la “luce accesa” su quelle azioni insolute.

Una delle applicazioni moderne più comuni dell’effetto Zeigarnik è utilizzato nelle serie televisive, dove ogni singolo episodio di una serie finisce lasciando la narrazione della trama incompiuta, i cosiddetti cliffhanger. Ciò intende spronare chi guarda la serie a proseguire, senza pensarci, all’episodio successivo. Ecco perché sono così di moda e comuni le varie maratone tv, di serie famose. Nel recente passato, dove le serie venivano trasmesse a step settimanali, di massimo due episodi settimanali, lo stesso meccanismo creava una sensazione di suspance e attesa famelica. Oggigiorno la modalità di fruizione delle serie è diversa (con lo sviluppo delle piattaforme streaming tipo Netflix), quindi l’interesse è quello di far rimanere incollato lo spettatore allo schermo proponendo le stagioni intere delle serie. Si potrebbe dire che grazie all’effetto Zeigarnik, le piattaforme in streaming, offrono agli spettatori, una fruizione “bulimica” delle serie, con grandi abbuffate alternati a periodi di privazione, conditi da attese snervanti.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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