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Apprendimento sociale: PODCAST.

La socializzazione è il processo per cui la società cerca di insegnare ai bambini a comportarsi come un adulto ideale che appartiene a quella società.
Il viaggio di oggi ci porterà alla scoperta dell’apprendimento sociale; inizieremo con la nostra tappa odierna, un viaggio che gradatamente ci illustrerà tutte le teorie più note, circa l’apprendimento e la socializzazione.
Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Shorts Claustrofobia #Shorts #Psicologia #ShortsPsicologia

La paura degli spazi chiusi, quelli che senti possano toglierti l’aria… Un centro commerciale pieno, il traffico, stare in fila… Sentirsi schiacciati e impossibilitati nel respirare fino a raggiungere il culmine quasi come si stesse per impazzire.

Dalla claustrofobia però, si può guarire.

Come?

Con la psicoterapia.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

La proposta di Carlo.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Carlo è un bambino intelligente: intelligentissimo.

Avere 12 anni ed essere così intellettivamente vispo, attento, veloce e preciso può essere una condanna nel tempo presente. Una società che si basa sempre di più sulla velocità -certo- ma poco sull’accuratezza delle cose (fonti, idee, pensieri, basti pensare allo strabordante fenomeno della fake-news); o ancora una società che pare voglia abolire genesi e sostanza dei pensieri, può essere un luogo condanna per questi bambini.

Come fa un qualcosa che non ha contenuto (il tempo presente) a contenere?

Carlo giunge in consultazione portato dalla zia. La scuola non riesce a “tenere” il bambino attento, seduto e rispettoso delle regole…

Il profitto di Carlo è talmente alto che i professori hanno smesso di mettergli i voti; quando viene interrogato la professoressa esce dall’aula perché “è inutile che controlli. Tu già sai”; quando il ragazzino prova a sollevare domande o a difendere qualcuno in classe, partono le note.

Se infatti mancano i rinforzi positivi, le punizioni non mancano mai.

Carlo ha una collezione incredibile di rimproveri, note, richiami di ogni tipo; i tutori vanno un giorno sì (e anche l’altro) perché i professori “non ce la fanno”..

Ma Carlo li mette in una strana situazione mai successa: è un genio dal caratteraccio (almeno a detta loro).

Quando vedo Carlo per la prima volta, scopro un ragazzino completamente diverso da quello descritto sulla scheda anamnestica.

Mi colpiscono questi incredibili occhi verdi perché oltre a brillare intensamente, sono palesemente coscienti delle cose. E’ strano vedere un ragazzino (più bambino, in realtà) che ha degli occhi così tanto adulti; il messaggio sembra essere “ma che vi sfiancate a fare… tanto il mondo va così”.

“Oppositivo… è oppositivo.. ragazzo oppositivo.. aggressivo… violento.. oppositivo”

Mi aspettavo un antisociale -rido- e mi ritrovo un bambino genio.

Per nulla oppositivo, dotato di grande ironia (la qualità più bella), collaborativo e attivo anche nel setting. Carlo non mi fa ripetere nemmeno mezza volta una cosa che la fa (tenuto conto della situazione, nemmeno in maniera svogliata).

Ride molto si muove -vero- ma non in maniera convulsa.

Cosa chiediamo -allora- noi a Carlo?

Parlando della scuola emerge solo una cosa: “i professori mi annoiano”

Faccio un gioco con Carlo: è stato eletto ministro dell’Istruzione e spetta lui varare una nuova riforma scolastica. Cosa fa il Ministro Carlo?

“I professori devono ridere; non devono solo spiegare e assegnare compiti, spiegare e assegnare. Non devono solo punire ma devono essere più simpatici. Non devono fare paragoni tra gli studenti e non devono dire agli studenti che se vanno male a scuola non faranno mai niente nella vita. La scuola deve essere luogo di divertimento; ci deve piacere stare insieme e dobbiamo stare tutti bene, insieme. I professori sono obbligati alla risata e si devono pure vestire colorati!”

Il Ministro Carlo ha firmato la sua proposta di legge.

E’ la prima legge (per quanto concerne la scuola) sensata che vedo, nella mia vita.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

Disturbo Dipendente di Personalità. VIDEO. #SaluteMentale

Attraverso la storia di Marco (nome di fantasia), scopriremo insieme cos’è il disturbo dipendente di personalità. Quali sono le possibili ipotesi eziologiche del disturbo, come si manifesta il disturbo stesso e come/quanto può inficiare la vita delle persona stessa?

Quale l’approccio psicoterapeutico più efficace?

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

Riappropriati del tuo desiderio. #YoutubeShorts #ShortsPsicologia

Dal latino de- siderare: cessare di contemplare le stelle a scopo augurale.

L’origine della parola restituisce un senso negativo del termine in quanto indica il venir meno di un’attesa e la percezione di un’assenza.

De- siderare è smettere di attendere dall’alt(r)o ciò che voglio o spero di.. ma cominciare a cercarlo per conto proprio. Cominciando a cercare “da me”, volgendo lo sguardo sul mio desiderio attuo una spinta verso l’esterno e pertanto mi pongo verso l’altro.

Spostandomi verso l’altro mi sposto verso di me: verso me come soggetto di un desiderio.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#PromozioneDelBenesserePsicologico

Il bambino che non sorrideva: Disturbi dell’infanzia – la storia di Bruno.

Photo by Kat Jayne on Pexels.com

In generale siamo portati a pensare che l’infanzia sia un periodo piuttosto sereno e spensierato; un periodo della vita fatto di cose semplici, caratterizzato dall’assenza di pensieri, problemi o difficoltà.

L’idea dei bambini “vivi”, leggeri e spensierati cozza fortemente con Bruno (nome di fantasia), uno dei tanti bambini seguiti.

Il bambino triste.

Bruno arriva presso il consultorio accompagnato da sua madre; il bambino ha 9 anni. Sua madre, una trentottenne dai movimenti meccanici e rigidi, ma veloce e confusa nell’eloquio mostra il desiderio di voler comprendere perché suo figlio non sia mai stato un bambino allegro.

Nel racconto della storia di Bruno, sua madre (un fiume così tanto in piena tanto da correre più volte il rischio di strozzarsi con la propria saliva) dice di non avere ricordi del figlio sorridente:

non ricordo di aver mai visto Bruno ridere- Dottoressa- inoltre lui sta sempre male. Mal di testa, mal di pancia, stanchezza.. Per i primi due anni in cui ha frequentato la scuola, Bruno non era felice ma nemmeno troppo triste.. poi all’improvviso ha iniziato a stare sempre male. Se non va a scuola e resta a casa, si sente in colpa perché poi non sa cosa stanno facendo in classe e deve chiamare qualcuno per avere ogni minima informazione su quanto fatto in classe; se va a scuola dopo un’ora mi arriva la chiamata a casa e devo andare a riprenderlo perché ha vomitato e sta male.

Se suo padre oppure io tardiamo un po’, che ne so, perché siamo andati a fare la spesa (e lui resta con la nonna) ha crisi di pianto e chiede di continuo dove siamo perché ha letteralmente paura, che siamo morti!. Quando resta in casa Bruno non fa niente.. N I E N T E! E’ stanco -dice- e resta immobile seduto su una sedia a guardare il nulla; al massimo piange.

Sono qui perché oltre a non mangiare, non dormire e a piangere, Bruno per la prima volta, l’altro giorno, ha detto di voler morire!”.

Bruno è un bambino tenerissimo; è piccolo, magrolino e con dei bellissimi lineamenti angelici. Il colore dei suoi capelli è simile a quello del miele quando osservi il barattolo mettendolo alla luce del sole ed emergono in quel liquido viscoso, mille bollicine e colorazioni differenti della stessa tonalità di base; gli occhi sono grandi, immensi e castani. Il corpo è piccolino (molto si più di un altro bambino della stessa età) ed è vestito in tuta rossa e blu.

Quello che mi colpisce di Bruno sono questi occhi così immensi da sembrare vuoti. Ricordo di quando durante una lezione di Psicologia Dinamica, la professoressa (analista infantile), raccontò del senso di impotenza, di vuoto e spaesamento che gli occhi fissi e vuoti dei bambini, hanno.

Ecco.. quel giorno mi sono scontrata con la possibilità che uno sguardo vuoto possa costruire una distruzione.

Bruno non gioca, a stento risponde alle tue domande. E’ un bambino spettro, sembra appoggiato al suo esile corpo del quale, non mostra minimo interesse. L’aspetto angelico conferisce maggior enfasi a questa immagine di un bambino e di una infanzia vuota.

Circa il 2% dei bambini soffre di disturbo depressivo maggiore. Analogamente a quanto accade nei disturbi d’ansia, i bambini piccoli non possiedono alcune delle abilità cognitive (come il senso reale del futuro) che contribuiscono a causare la depressione clinica. Accade però che in periodi particolari della propria vita (o anche in caso di forti predisposizioni biologiche), anche bambini molto piccoli, possono manifestare disturbi dell’umore o una persistente tendenza alla tristezza. La depressione nel bambino, può essere scatenata da eventi negativi (in particolare perdite importanti) o cambiamenti (ad esempio di scuola o della casa), rifiuti (reali o percepiti come tali) o abusi (reali o fantasticati).

I sintomi possono essere i comuni sintomi fisici (mal di testa, pancia) irritabilità o disinteresse per giochi e giocattoli.

Bruno per molte sedute non troverà interessanti le marionette, starà lontano dai colori.. Non racconterà storie (a stento risponderà alle domande). Per molti martedì Bruno è stato assente mostrando inizialmente malessere per poi giungere ad un equilibrio in cui “tu non mi chiedi più niente e io non piango”.

Il patto è durato per un bel pò.

Un giorno Bruno entra aprendo la porta (è stata sempre la madre ad aprire la porta e a farlo sedere sulla sedia). All’improvviso ho come avvertito nell’aria una piccola piccola presenza di movimento.

Il bambino triste e impenetrabile aveva fatto qualcosa; aveva per un attimo abitato il suo esile corpicino.

Quel giorno Bruno mi fa una domanda personale: rispondo, e tutto torna in silenzio. Comincia a mostrare una parvenza di interesse per la marionetta a forma di lupo: colgo al balzo l’interesse e il piacere per la marionetta e comincio a prestare voce e corpo al personaggio.

Il piccolo movimento d’aria diventa d’improvviso una scintilla che squarcia il reale. Una piccola stanza umida diventa un bosco incantato con tanto di ruscelli, alberi e mele parlanti. Bruno resta un bambino “triste”, lascia fare a me molto del lavoro “di creazione”, ma comincia passo passo (un pò come pollicino al seguito dei piccoli sassolini), a seguire un percorso che è sempre lui, con il suo ritmo, a delineare.

Nei lunghi mesi in cui è venuto al consultorio, Bruno non ha mai sorriso.

Poco prima di terminare il suo percorso, il bambino, mi ha guardato negli occhi.

Bruno un giorno ha preso un pastello: il suo primo pastello, in mano, ed era del colore più felice che si possa immaginare.

Il giallo…

“come la tua gonna!”

Disse.. Accennando un timidissimo sguardo e una parvenza di sorrisino misto a vergona.

Quello resta, ancora oggi, uno degli sguardi più belli che mi sia mai stato rivolto.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy DI Maio.

For free.

L’altra sera -tardi- mentre la chiave girava nella serratura, non riuscivo a fermare i pensieri nella mia mente.

Avevo finito la giornata con i pazienti “for free” e la sensazione di non aver fatto abbastanza, era fin troppo forte.

Forte era il senso di rabbia; forte era il senso di imbarazzo; forte era il senso di vergogna per una società incapace di strutturare un piano “di attacco” (perché in questo caso l’attacco sarebbe più che lecito, non come in altre situazioni..) atto a contenere il disagio dilagante.

Mi sono sentita (e mi sento ancora) profondamente in imbarazzo per esser parte di un qualcosa che invece di tutelare i portatori di disagio psichico, sembra sia interessata a causare tale disagio stesso.

Un ragazzino di 13 anni, chiede il mio supporto perché mentre faceva matematica aveva sentito il vuoto dentro: “stavo facendo un problema e non lo so -piange- mi sono sentito tipo nero poi sempre di più, nerissimo e vuoto. Non lo so dire, ho avuto un sacco paura e ho chiamato nonna solo che io ero convinto di parlare ma non parlavo perché ero talmente spaventato e mi sentivo talmente nero che non riuscivo a dire niente. Ho cominciato a tremare tutto quanto, allora nonna ha detto che dovevo andare dal dottor (..) -medico di famiglia- ma io ho detto no! Andiamo in quel centro dove ci sono gli psicologi, per piacere!”.

La nonna del ragazzino (il giovane vive con i nonni) è da sempre contraria ai “medici dei pazzi” (la signora usa infatti un vecchio bias che associa gli psicologi ai medici per/dei pazzi, salvo poi consultare con garbo e leggiadria il neurologo per qualsivoglia problema. Il neurologo ha infatti visto anche il ragazzino; la diagnosi, con cui non mi sento pienamente in accordo, avuta ha previsto come cura l’uso di una certa classe di farmaci francamente inutili).

Storie come queste sono all’ordine del giorno.

“Ho sempre preferito la follia delle passioni alla saggezza dell’indifferenza”.

Anatole France

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

#RiconoscimentoPerIlDisagioPsichico