Archivi tag: psicopatia

Cannibalismo

In tema con il periodo di Hallowen oggi vi racconterò uno dei fenomeni della mente umana più orribili.. il cannibalismo.

Questa è la storia di Armin Meiwes (Franky), che balzò alle cronache nel 2001. Meiwes fu ribattezzato come “mostro di Rotenburg”, dal nome della cittadina tedesca in cui viveva. La sua vittima consenziente fu Bernd-Juergen Brandes.

C’era una volta un bambino che immaginava di uccidere e mangiare i propri compagni di scuola. Amin aveva due fratelli, ma si sentiva solo. La sua sensazione di solitudine l’aveva portato ad immaginarsi un fratello immaginario, proprio quando uno dei suoi fratelli se ne andò di casa. Amin chiamò questo fratello immaginario Franky. Diventò grande, ma le sue strane fantasie continuavano a tormentarlo, tanto che un giorno decise, insieme a Franky, di utilizzare alcune chat di internet per fare una semplice domanda: “C’è qualcuno disposto a farsi macellare e mangiare?”. Di certo non si aspettava che qualcuno rispondesse a questa sua richiesta strana e bizzarra. “Chi vuoi che risponda? Mi illudo..”.

Risposero in tanti, veramente tanti.. ma ne bastò uno. Armin lo invitò a casa sua. Lui accettò. Preparò la sua stanza in soffitta, preparata molto minuziosamente, per la macellazione. Bevve insieme al suo ospite, il clima era quasi goliardico. Il suo ospite bevve moltissimo e ingurgitò tanti tranquillanti. Franky (Armin), per l’occasione, gli taglio il pene, lo cucinò e lo mangio con lui. Alla fine uccise il suo ospite, lo tagliò a pezzi e li conservò in congelatore, per continuare a mangiarlo. Tempo dopo è arrivata la polizia, avvertita da un ragazzo, che aveva letto il suo annuncio in rete. A quanto pare anche lui cercava qualcuno da uccidere e mangiare..

Antony Hopkins – dottor Annibal Lecter – Il silenzio degli innocenti (immagine google)

L’antropofagia ha una storia vecchia come l’uomo ed è un fenomeno che vaga tra leggenda e realtà, tra antropologia, psichiatria e psicologia. Gli impulsi e le fantasie cannibalistiche fanno parte della struttura profonda della psiche umana e nascono addirittura nella prima infanzia come ipotizzato in Totem e Tabù da Sigmund Freud, Abraham, poi più avanti da Melanie Klein.

Racconti di atti cannibalistici sono raccontati già da Erotodo, nel V secolo a.C. nella sua opera “Storie”. Nei suoi numerosi viaggi, incontro popoli e culture molto dissimili dalla sua. Incontrò nei suoi viaggi gli androfagi, raccontò: “Gli androfagi possiedono costumi più selvaggi al mondo: non praticano la giustizia, non possiedono alcuna legge. Sono nomadi, si vestono alla maniera degli Sciti, ma parlano una lingua propria e sono gli unici fra queste popolazioni a cibarsi di carne umana“.

Gli androfagi raccontati da Erotodo si muovevano ai confini della Scizia, un territorio racchiuso tra il Mar Nero settentrionale, la parte meridionale dei Monti Urali e a oriente delimitato da quello che oggi è il Kazakhstan.

Esistono ovviamente anche descrizioni più recenti dei cannibali. Cristoforo Colombo nei suoi racconti, dei primi viaggi nelle Americhe, incontrò i caniba, una tribù delle Antille che, secondo Colombo, mangiava i prigionieri di guerra.

In seguito, saranno poi numerosi i racconti, che arrivano da ogni parte del mondo di popoli che usavano mangiare i propri nemici o che mangiavano carne umana. All’epoca delle colonizzazioni, quello del cannibalismo, era uno dei pretesti per giustificare l’invasione di quei territori e l’intenzione di “civilizzare” (secondo il punto di vista europeo), quelle popolazioni. Ma quanto c’era di vero in quei racconti?

Il dubbio ha infatti caratterizzato un filone di ricerca antropologica dell’antropologo americano William E. Arens (1979 _ Il mito del cannibalismo. Antropologia e antropofagia). Secondo Ares l’idea che ci sia un impulso al cannibalismo universale, caratterizzato da rituali e intriso di culture e storie, è solo un mito. Lui sostenne che quel tipo di racconti avevano uno scopo ben preciso: giustificare le azioni dei conquistatori (spesso caratterizzate da emarginazioni e violenze) e rivendicare il loro diritto ad imporre la loro cultura.

In parte però le sue affermazioni sulla natura mitologica del cannibalismo, sono state smentite da ritrovamenti (nel 1996) di resti di ominidi, ad Atapuerca in Spagna, di 800.000 anni fa che mostrerebbero segni inequivocabili di cannibalismo. Nel 1999 una ricerca pubblicata su “Science” ha dimostrato che sei neandertal rinvenuti nel sito francese di Moula – Guercy e vissuti circa 100.000 anni fa furono vittime di cannibalismo. Più di recente, sempre in Francia (Fontbrégua), sono stati ritrovati frammenti di Homo Sapiens di circa 4000 anni fa, anch’essi probabilmente resti di un “pasto” cannibalico.

Nel 2000, in un articolo pubblicato su “Nature”, furono pubblicati i risultati di ricerche effettuate su resti di feci umane ritrovati in un insediamento (di circa 850 anni fa) di indiani Anasazi in Colorado, furono trovati tracce di mioglobina umana, una proteina del muscolo cardiaco.

Chi si occupa di antropofagia distingue due tipi di cannibalismo: quello di sussistenza e quello rituale. Un esempio del primo, quello di sussistenza, è la storia dei sopravvissuti dell’incidente aereo sulle Ande nel 1973. Per non morire di fame i superstiti mangiarono parte dei loro compagni morti nell’incidente.

Per quanto riguarda il cannibalismo rituale, bisogna fare una distinzione tra esocannibalismo ed endocannibalismo. Nel primo caso ci si ciba dei nemici e degli stranieri, nel secondo dei defunti appartenenti al proprio gruppo. Entrambe le pratiche, si basano su una idea magico-religiosa, secondo cui mangiare la carne dell’altra persona permette di acquisirne le qualità.

Infine c’è il cannibalismo criminale, che ha a che fare con quello di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo. In questi casi si mangia l’altro per una forma di rapporto affettivo deviato e anche in questo caso il pasto diventa simbolico, come una sorta di interiorizzazione e possessione, che in alcuni casi può avere anche una valenza sessuale.

La teoria psicoanalitica interpreta l’atto cannibalico come una introiezione, attraverso la pulsione legata alla fase orale e all’aggressività che la riguarda. Più specificatamente ci si riferisce alla componente sadica presente nella fase orale, in cui si assiste al desiderio di incorporazione dell’oggetto amato che verrà sostituito, nel corso dello sviluppo psicosessuale dall’identificazione. “Assimilando in sè, mediante ingestione, parti del corpo di qualcuno, ci si impadronisce anche delle qualità che a costui erano proprie” (Freud – 1912 – 13). Lo stesso significato viene attribuito da Freud a quello che lui definisce, in “Totem e Tabù”, pasto totemico, compiuto agli albori della storia dell’uomo, quando i figli, alleatisi tra di loro, uccisero il “padre”, che proibiva loro, la possibilità di giacere con le donne del clan, e lo divorarono. Il senso di colpa che ne seguì segno la fine dell’orda primitiva e l’inizio dell’organizzazione sociale più moderna, con l’introduzione della morale e della religione.

Insomma, violare il tabù di cibarsi di carne umana, come disse qualche tempo fa uno psichiatra Emilio Fava, è una cosa molto complessa e prevede che ci siano una serie di impulsi di avidità orale e aggressività ” e un pensiero concreto, incapace di astrazioni e sublimazioni” e probabilmente incapace a provare emozioni.

“Finisce bene quelche comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La “falsa” Prigione di Stanford – la ricerca di Zimbardo.

Secondo voi è possibile che persone inizialmente del tutto “normali” possano a causa dell’influenza della situazione e del ruolo sociale che ricoprono cambiare e diventare qualcosa di assolutamente diverso? Quale situazione può indurre una persona ad arrivare a modificare persino tratti della propria personalità e del comportamento?

C’è una ricerca del 1975 portata avanti da un noto Psicologo e professore di psicologia sociale della Stanford University della California, Philip Zimbardo che ci offre la possibilità di rispondere a queste domande e dimostra in maniera piuttosto forte quanto le situazioni in cui gli individui si trovano e i ruoli che assumono possono condizionare cambiamenti inaspettati negli individui.

(lZimbardo affermò, negli anni duemila a seguito di un tentativo di replicazione del suo esperimento, che secondo i criteri e gli standard attuali, questo esperimento verrebbe considerato non etico e sconsigliò e non approvò eventuali repliche).

Sala delle guardie – Immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La falsa prigione di Stanford

Durante un’estate di metà anni settanta il professor Zimbardo organizza un seminario sulla Psicologia dell’imprigionamento, coinvolgendo tra i relatori un ex-detenuto Carlo Prescott da poco rilasciato dal penitenziario di San Quintino. Zimbardo si fece aiutare anche da un ex studente e collaboratore Jaffe. Visto il grande interesse suscitato negli studenti e visto anche il grande interesse dello stesso Zimbardo per l’argomento, i tre continuarono la loro collaborazione pensando di mettere a punto un esperimento che potesse ampliare la ricerca sull’argomento.

Prescott divenne consulente; Jaffe divenne collaboratore e poi praticamente nell’esperimento rivestì il ruolo di guardia e Zimbardo (ricercatore capo) avrebbe poi rivestito il ruolo di “direttore” della prigione.

La ricerca avrebbe avuto un grosso interesse per la Psicologia sociale, visto anche il momento storico in cui avveniva. Avrebbe toccato temi quali l’obbedienza, il conformismo e le pressioni normative. Avrebbe inoltre offrontatoil tema del rapporto tra coloro che detengono il potere di reclusione e le persone che devono assoggettarsi a questo potere.

Alcune delle domande che si poneva la ricerca erano rivolte al processo attraverso il quale i detenuti perdono la libertà, i diritti e la privacy e invece le guardie acquisiscono potere, controllo e status sociale. Ma la domanda forse più importante riguardava quelle che potevano essere le cause determinanti del comportamento violento e di sopraffazione (cause disposizionali o situazionali?). I detenuti sono per natura psicopatici e violenti e le guardie sadiche e cattive? Oppure sono l’ambiente e le condizioni di internamento che producono conflitto e violenza?

L’esperimento

Zimbardo decise di pubblicare un annuncio per reclutare degli studenti universitari per l’esperimento. Risposero all’avviso 75 studenti, ne furono poi scelti 24 per partecipare all’esperimento, la cui durata sarebbe stata di due settimane. Per i partecipanti era prevista una ricompensa di 15 dollari al giorno. La selezione dei partecipanti all’esperimento fu molto accurata. Gli studenti fecero colloqui, compilarono test e questionari e la scelta finale fu orientata verso quelli più stabili fisicamente, mentalmente e il meno possibile coinvolti in comportamenti definibili come antisociali. Alla fine i prescelti erano tutti ragazzi facenti parte della classe socioeconomica media, che non si conoscevano e con caratteristiche comportamentali e di personalità nella norma.

I 24 soggetti furono divisi in due gruppi di 12, guardie e detenuti. Dei 12 detenuti 10 parteciparono all’esperimento e due erano di “riserva” (dovevano sostituire nel caso vi fossero defezioni). Delle 12 guardie alla fine parteciparono all’esperimento 11.

La “Prigione” fu ricavata dallo scantinato dell’edificio di Psicologia dell’Università di Stanford a Palo Alto. Fu divisa in due parti: un ala con tre celle e una cella di isolamento e l’alloggio delle guardie (dove c’erano monitor collegati alle telecamere che videoregistravano 24 ore su 24).

Quando furono assegnati i ruoli (guardie e prigionieri), vennero date pure una serie di indicazioni con i rispettivi compiti; diritti, doveri e con l’esplicita proibizione di compiere atti offensivi, aggressivi e violenti. Furono inoltre fatte leggere e firmare una serie di consensi e un contratto che confermava la loro consapevolezza dell’esperimento che si apprestavano a fare. Le guardie furono istruite attraverso degli incontri preliminari dallo stesso Zimbardo e Jaffe spiegò gli aspetti amministrativi, burocratici (turni di 8 ore, rapporti giornalieri..). Tutto doveva essere come in una vera prigione.

Una volta assegnati i ruoli vennero distribuite le rispettive divise e uniformi (questo aveva lo scopo di uniformare i gruppi, aumentare l’anonimato, e diminuire il senso di individualità). I detenuti non venivano più identificati con il proprio nome, ma con un numero identificativo scritto sul camice. I prigionieri inoltre non avevano biancheria intima, portavano alle caviglie una catena e sandali di gomma e indossavano una calza in testa per simulare il taglio corto dei capelli.

Guardie e Prigionieri in “uniforme” – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

La fase dell’assegnazione dei ruoli era cruciale per l’efficacia dell’esperimento.

I prigionieri (giusto per rendere le cose più veritiere possibile) furono veramente “arrestati”. Furono infatti prelevati dai loro alloggi il primo giorno dell’esperimento, con veri agenti di polizia, che li portarono anche in centrale, gli lessero i diritti, presero le impronte digitali e seguirono tutte le procedure consuete per i normali arresti.

Dopo l’arresto i prigionieri vennero condotti nella “falsa” prigione di Stanford, dove furono spogliati, spruzzati con uno spray e aspettarono nudi fin quando non gli fu consegnata l’uniforme e dopo aver scattato una foto per il “loro fascicolo”, furono condotti in cella. Ai prigionieri furono lette le regole del carcere e concesse visite dall’esterno. Fu data persino la possibilità di poter parlare con un cappellano e con un avvocato qualora l’avessero richiesto.

Il quarto giorno ci fu una rivolta. Una delle celle fu rinominata dalle stesse guardie, “cella dei privilegiati”, perché accoglieva tre persone che non avevano avuto un ruolo attivo nella ribellione. Questi tre prigionieri avevano quindi diritto a numerosi privilegi rispetto agli altri.

La rivolta – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

Dopo sei giorni l’esperimento venne sospeso. Alcuni partecipanti si resero conto che le condizioni che comportavano i due ruoli stava avendo delle conseguenze serie. I ragazzi non si percepivano più all’interno di una simulazione e stavano cominciando a ad allontanarsi dai valori umani e morali della società, che anche loro condividevano ampiamente prima di entrare nella prigione.

Fortunatamente non ci furono conseguenze particolarmente gravi e seguì subito dopo l’interruzione dell’esperimento una inter giornata di debriefing e di colloqui individuali.

Cosa venne notato nell’esperimento e quali furono le osservazioni principali?

Ci fu una escalation dell’aggressività delle guardie: il comportamento delle guardie già dal secondo giorno diventava sempre più ostile, aggressivo e deumanizzante, tanto da apparire sadico.

L’umore dei prigionieri aveva sin da subito una tendenza negativa: ci fu infatti un evidente accrescimento di umore depresso, sentimenti d’angoscia e tendenza a fare del male (la metà dei prigionieri nel corso dei giorni fu rilasciata per la grande difficoltà e per lo sviluppo di malattie psicosomatiche).

Guardie e Prigionieri – immagini dell’esperimento – Philip Zimbardo

L’unica caratteristica che aveva una correlazione positiva con la detenzione era l’autoritarismo. I prigionieri che avevano, come caratteristica di personalità l’autoritarismo erano risultati più “resistenti” alle condizioni di prigionia.

Il 90% dei discorsi tra prigionieri era legato alle condizioni della prigionia (cibo, privilegi, punizioni..)

Alcuni prigionieri non erano più in grado di percepirsi come soggetti di un esperimento e quindi “dimenticavano” che potevano decidere di abbandonare in qualsiasi momento.

Infine, per concludere, possiamo desumere che gli elementi patologici emersi nei due gruppi (l’abuso di potere, l’aggressività e la deumanizzazione delle guardie e l’impotenza appresa dei prigionieri) mostrò in maniera piuttosto lampante che le persone tranquille, nella norma e potenzialmente sane, se messe in un contesto diverso, degradante e rivestiti di un ruolo particolare, in pochi giochi giorni divenivano anormali, alienati, psicopatici e sadici.

*L’esperimento di Zimbardo fu fonte di ispirazione (anche contro la volontà dello stesso autore) per iniziative televisive (Grande fratello, Survivor) e cinematografiche con il film del 2001 “The Experiment” del 2001 diretto da O. Hirschbiegel.

* Per chi fosse interessato sul web e su youtube sono presenti diversi video e interviste a Philip Zimbardo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi