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Il “giovane” Narcisista

I pazienti narcisisti giovani hanno relazioni brevi e insoddisfacenti. Infatti, dopo l’entusiasmo iniziale l’idealizzazione del partner lascia spazio alla svalutazione o alla noia ed essi finiscono col mettersi alla ricerca di nuovi partner in grado di soddisfare i loro bisogni di ammirazione, affermazione, amore incondizionato e perfetta armonia. Generalmente questi pazienti si sposano dopo i trenta o i quaranta anni. Tuttavia in tali matrimoni si presentano difficoltà coniugali; un marito narcisista può arrivare ad avere una rabbia cronica verso la moglie, perché sente di essere umiliato ed è incapace di perdonare, e non c’è niente che il partner possa fare per rimediare alla situazione.

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Altro problema per i pazienti narcisisti è l’invecchiamento. In molti casi questi pazienti sono fisicamente attraenti o dotati di notevole fascino personale e hanno avuto un certo successo durante la giovinezza. Ma, come dice anche Kernberg, il confronto finale del Sé grandioso con la qualità fragile, limitata e transitoria della vita umana è inevitabile. I pazienti narcisisti non invecchiano bene. Per sentirsi ancora giovani e vigorosi possono cercare freneticamente relazioni extraconiugali con partner molto più giovani di loro, decidere di partecipare a gare di maratona o, addirittura, avere un’improvvisa conversione religiosa.

Le persone che soffrono di questo disturbo sono anche incapaci di provare soddisfazione indirettamente, attraverso i successi di persone più giovani, spesso i propri figli; anzi provano addirittura invidia nei loro confronti. Si trovano così spesso da soli, senza nessuna relazione che li sostenga e con la lacerante sensazione di non essere amati.

Solo grazie alla terapia si possono attenuare le sofferenze della seconda metà della vita e i pazienti narcisisti possono raggiungere un certo grado di empatia e almeno in parte cominciare a sostituire l’invidia con l’ammirazione, considerare gli altri come individui separati con i loro bisogni e possono esser capaci di evitare che la loro vita si concluda con un’amara solitudine.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La Personalità Evitante

Fabio aspettava il suo turno già da circa mezz’ora, lo scopro perché mi invia un messaggio whatsapp 30 minuti prima del suo appuntamento, chiedendomi se fosse possibile iniziare già la consulenza. Nonostante questa richiesta, entrerà in studio all’orario prestabilito. Mi saluta, nascosto dietro le sue due mascherine sovrapposte,, accenna ad un sorriso con gli occhi, ma è decisamente impaziente di iniziare.

Fabio è un ragazzo di circa 20 anni, altezza nella media, molto sobrio nel vestiario. Maglioncino sopra una camicia bianca, pantalone grigio, scarponcini sportivi invernali. Il primo impatto è di un ragazzo alla mano, molto socievole ed educato.

Racconta di aver voluto iniziare questo percorso prima, ma aveva sempre pensato di non aver bisogno di nessun aiuto, del resto, lascia intendere che i genitori non sappiano nulla di questo nostro primo incontro, perché non molto d’accordo con l’idea di un aiuto professionale psicoterapeutico.

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Fabio: “Dottore credo di avere qualche problema, non riesco però a capire molto bene cosa sia e non so se riuscirò a spiegarmi. Premetto che studio all’università, frequento il secondo anno di economia, mi trovo molto bene, la materia mi piace e sono in regola con gli esami. Il fatto è che a causa della chiusura dell’università ho dovuto affrontare queste ultime sessioni in video. Lei potrebbe pensare sia stato un problema. Per me no. Seguire i corsi e fare gli esami da casa mi ha semplificato la vita. Riesco a rendere di più.”

Io: ” Mmh.. quindi è stato un vantaggio..”

Fabio: ” Si, è proprio questo il problema..! è strano ma io andando all’università pensavo di riuscire finalmente a farmi delle amicizie, a conoscere delle ragazze, a parlare con i professori, a prendere il treno da solo per seguire i corsi e restare a studiare all’università. Praticamente questa situazione della pandemia, ha fatto succedere quello che io volevo fare, ma non quello che desideravo.. è complicato “

Io: ” Fabio, mi faccia capire bene, lei desiderava frequentare i corsi, parlare e conoscere persone nuove, ma dentro di sé voleva evitarlo per qualche motivo..”

Fabio: ” Si, è così. Praticamente ero terrorizzato dall’università e tutta quella gente, ma volevo continuare gli studi, volevo laurearmi e volevo finalmente essere come gli altri ragazzi. La verità è che io ho sempre preferito stare da solo. Vedo gli altri ragazzi della mia età, parlano e fanno cose, stanno con le ragazze, sanno parlare, si sanno vestire, vanno in palestra, giocano a calcetto, fumano. Io non ci riesco e quando ci ho provato, mi hanno preso in giro, a volte mi hanno minacciato e picchiato.”

Io: ” Adesso hai degli amici?”

Fabio: ” Si, ma sono, diciamo amici virtuali, li ho conosciuti sulla play un paio d’anni fa e spesso parliamo.”

Il paziente evitante desidera delle strette relazioni interpersonali ma ne è anche spaventato. Questi individui evitano i rapporti e le occasioni sociali perché temono l’umiliazione connessa al fallimento e il dolore connesso al rifiuto. Il loro desiderio di relazioni può non essere immediatamente evidente a causa del loro modo di presentarsi timido e schivo. La timidezza o l’evitamento difendono dall’imbarazzo, dall’umiliazione, dal rifiuto e dal fallimento. In generale, ciò che questi pazienti temono è ogni situazione in cui si trovano costretti a rivelare aspetti di sé che li rendono vulnerabili. Provano vergogna perché si valutano in qualche modo inadeguati e le situazioni sociali devono essere evitate proprio perché metterebbero in luce la loro inadeguatezza. Così i pazienti evitanti si nascondono da questo senso di vergogna.

La diagnosi di disturbo evitante di personalità viene raramente posta come diagnosi principale o esclusiva.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Famiglie “abbondanti”. L’insostenibile “leggerezza” delle emozioni.

Da un po’ di anni a questa parte una delle problematiche più allarmanti e preoccupanti per la salute psico-fisica è legata all’obesità. In generale, le stime e i dati che diffondono le diverse organizzazioni (Helpcode , Istat) sono emblematici di un problema sempre più diffuso che ha molte sfaccettature e per questo assai complesso.

Si stima che l’Italia (L’indagine multiscopo “Aspetti della vita quotidiana” del 2016, a opera dell’Istituto Nazionale di Statistica, fornisce una chiara visione delle abitudini alimentari della popolazione italiana. Nello specifico si rileva che il 45,9% della popolazione di età ≥18 anni ha un peso ponderale in eccesso, di cui il 35,5% sovrappeso e il 10,4% obeso, mentre il 51% è in condizione di normopeso e il 3,1% è sottopeso) sia uno dei paesi europei più affetti da sovrappeso e che al sud (trend dei bambini in sovrappeso è superiore al 35%)  ed in particolare in Campania il problema riguarda il 44,1% dei bambini (primato nazionale). I dati del 2015 sono stati poi confermati nel 2019. L’obesità è un problema molto serio, è una sindrome complessa e multi determinata, può diventare una malattia cronica invalidante, che porta inevitabilmente ad una grossa spesa sanitaria, ad una qualità di vita peggiore e ad una riduzione dell’aspettativa di vita.

I motivi che spingono un bambino, un adolescente, una persona, una famiglia a sviluppare abitudini alimentari scorrette e quindi portare all’obesità, come ho accennato in precedenza, possono essere molti (metabolici, genetici, psicologici, economici, sociali, culturali).

In generale, si può affermare che nei casi di obesità infantile viene evidenziata spesso una difficoltà delle madri a riconoscere quelli che sono i bisogni fisiologici, affettivi ed emozionali del loro bambino. Quindi, come conseguenza, si può osservare una propensione ( da parte della madre e di tutti i componenti della famiglia) a tranquillizzare con il cibo ogni segnale di disagio del bambino.

In tal senso, se il cibo verrà utilizzato ogni volta come mezzo per consolare qualunque sia la causa del malessere del bambino, questi “crescerà con idee confuse e sarà incapace di distinguere tra l’avere fame e l’essere sazio, tra il bisogno di mangiare e altri stati di tensione o disagio”.

L’incongruenza delle risposte degli adulti di riferimento al bambino, priva il bambino di alcune capacità essenziali (cognitive ed emotive) necessarie a costruire una identità capace di poggiare su basi e fondamenta “sicure”.

In particolare, è stato evidenziato in diversi studi, che le dinamiche familiari e le relazioni che le caratterizzano abbiano un ruolo decisivo nel mantenimento e nella cronicizzazione di tale patologia. Nelle famiglie “obese” il cibo è un tramite emotivo, un mezzo attraverso il quale le relazioni, le frustrazioni vengono filtrate. Gli obesi crescono in ambienti familiari restrittivi e ipercontrollanti, dove il cibo è protagonista, nel bene e nel male. Frustrazioni, sensi di colpa, affetti, emozioni, sono tutti placati e resi più “accettabili” dal cibo. In particolare, in alcuni studi è stato evidenziato che le madri dei ragazzi obesi tendono ad avere un atteggiamento di possessività nei confronti dei loro figli e abbiano come centro esclusivo di interesse, la propria famiglia. Assumendo atteggiamenti sacrificali, vogliono che tutti riconoscano acriticamente il proprio ruolo centrale, nella famiglia. “Le modalità di relazione e cura appaiono dunque sostenute più dall’esigenza materna di appagare ansie e bisogni propri piuttosto che da una sintonizzazione sulle effettive esigenze del figlio”.

In tal senso il comportamento di iperalimentazione nei bambini obesi ( ma riscontrabile anche negli adulti) sarebbe legato alla tensione generata dai contatti sociali o da un senso di vuoto interno, di noia e dalla sensazione di non avere più un vero è proprio controllo sulla propria vita. Inoltre si potrebbe dire che l’iperfagia possa essere considerato un modo per difendersi dall’ansia e dalla depressione, in quanto (usando una visione dinamica) attraverso l’incorporazione del cibo implicitamente si vuole negare la “perdita dell’oggetto familiare”. Riempirsi di cibo allontana l’attenzione da se stessi e da pensieri ed emozioni difficili da sostenere, come la rabbia, il desiderio, l’ansia, la paura, le difficoltà quotidiane. Il “corpo pieno” diventa così un salvagente, una corazza che contiene e consola. “Il cibo rappresenta fonte di sostegno, conforto, soddisfazione per i soggetti e la risposta immediata al controllo delle emozioni”.

Le persone obese, in particolare le donne, Si riferiscono al proprio corpo come qualcosa di estraneo, non riescono ad identificarsi con questo “oggetto” antiestetico e scomodo in cui si sentono rinchiusi.

Di conseguenza la comprensione delle dinamiche alla base dei pattern comportamentali del paziente obeso è un asse centrale per la programmazione di futuri interventi preventivi e riabilitativi, mirati non solo al controllo dei comportamenti alimentari disfunzionali, ma anche alla ristrutturazione delle credenze irrazionali su se stessi e sulle proprie competenze, alla gestione flessibile dell’affettività, al ristabilire un equilibrio emotivo tra interno ed esterno, rendendo il paziente protagonista attivo del suo trattamento”. 

È auspicabile, per la gestione degli interventi psicoterapeutici, di riabilitazione e prevenzione tener conto sia delle caratteristiche psicologiche e relazionali condivise dalla popolazione obesa sia di quelle del singolo individuo e della famiglia, per una loro efficienza ed efficacia a lungo termine.

Articoli Consultati: 

“L’obesità in adolescenza: fattori psicologici e dinamiche familiari”, E. Trombini – Recenti Progressi in Medicina,98,2,2007 –

“Il metodo Rorschach per la valutazione dell’obesità: studio clinico su un gruppo di donne obese”, SABINA LA GRUTTA1*, MARIA STELLA EPIFANIO1,NANCY MARIA IOZIA1, ANNA MARINO1, ROSA LO BAIDO2 – Riv Psichiatr 2018; 53(1): 53-59.

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/05/11/obesita-la-mappa-regionale-del-rischio-campania-cima-alla-classifica

www.napolitoday.it/salute/obesita-infantile-campania-dati-helpcode.html

“La regione Campania ha il tasso più alto in Italia di obesità infantile” Il Mattino 27/03/2019

Dott. Gennaro Rinaldi

Non sono cattivo e insensibile, ho solo bisogno che qualcuno mi veda.

La trattazione sulla “terra di mezzo”rappresentata dall’adolescenza, continua con il provare ad indagare più nel dettaglio il concetto di malessere. Spesso accade che gli adolescenti vengano additati quasi come ragazzi privi di pensieri e sentimenti “che ne sai tu.. che pensieri puoi mai avere.. sei solo un ragazzino!” oppure “zitto tu.. sei solo un piccolo delinquente!”

Accade (spesso) che- proprio quel ragazzino o quella ragazzina- (insensibile, delinquente, spensierato)… celi in se stesso profondi sentimenti, pensieri, emozioni che vorrebbero essere mostrati, compresi, in sostanza: visti.

Immagine personale, “Berlino 2014”.

Cruciani (2015), evidenzia come il concetto di male (e con esso tutto il corredato che dal malessere sfocia in distruttività), non affondi le proprie radici in un terreno prettamente psicoanalitico, e al contempo ne sostiene la possibilità, da parte della psicoanalisi, di non restare impassibili di fronte ad un argomento che attiene a una sfera “più ampia, morale, etica e deontologica, alla quale nessuno può sottrarsi e con la quale anche gli psicoanalisti devono confrontarsi”.

Le domande a cui desidero al momento provare a rispondere, riguardano pertanto il provare a rintracciare una definizione che spieghi cosa sia il malessere che colpisce gli adolescenti, e se sia possibile considerare la violenza agita, una semplice modalità di scarica pulsionale, oppure se di converso, vi sia qualcosa in più.

“L’essere viene meno con ciò che lo sostiene. Questo malessere nell’umanità dell’uomo, in un’ampia area dell’umanità, produce sia questa impregnazione cupa e melanconica che si impossessa degli animi e dei corpi, dei legami intersoggettivi e delle strutture sociali, sia questa cultura dell’eccesso maniacale e onnipotente. La questione che ci interessa è quella relativa ai principali ostacoli che contrastano il processo della soggettivazione, il divenire Io, la capacità stessa di esistere, di stringere legami e di fare società” (Kaës, 2012, p.22).

Il crollo dei garanti metapsichici ha reso l’adolescente sempre più esposto, e lo ha lasciato a “dover fare i conti” con tutto ciò che viene indicato come crisi adolescenziale, in cui “la necessità di risolvere i problemi posti dalla rivoluzione identitaria che coinvolge la corporeità, le relazioni intra ed extrafamiliari, l’assunzione di un ruolo sessuale e simbolico adulto, appaiono ricadere integralmente sulle spalle del singolo, il quale si ritrova spesso sguarnito non solo di adeguati strumenti psichici, ma anche di adeguati punti di riferimento simbolici” (De Micco, 2011). Ne deriva che questa labilità nell’universo di riferimento simbolico, e il relativo crollo delle funzioni di garante metapsichico, porti ad una incapacità di offrire una adeguata risposta ai diversi interrogativi che l’individuo può trovarsi di fronte. La conseguenza sembra allora essere una difficoltà nel collocarsi nella propria identità; questa difficoltà è evidente soprattutto in occidente, dove si assiste al logoramento di alcune forme collettive di garanzia nel senso di identità individuale, con il risultato che l’individuo si affida sempre più a forme simboliche di rifondazione della propria identità.

Le Breton (2002) evidenzia come siano proprio gli adolescenti in particolare, ad essere spesso nella condizione di utilizzare dei riti o atti di passaggio, per lenire tutte quelle angosce identitarie che la fase adolescenziale comporta; “tali atti di passaggio prendono spesso la forma di pseudorituali gruppali o addirittura individuali, e comportano spesso una precisa marcatura corporea” (De Micco, 2011). Ogni individuo infatti, appartiene ad un determinato gruppo sociale, che ha (come precedentemente rimarcato) il compito di fornirgli quella intelaiatura simbolica, che lo identificherà con un corpo (il suo), il nome (il suo) e l’ascendenza (che lo inscriverà in una precisa genealogia, che gli indicherà il posto da occupare). Ciò che il crollo dei garanti metapsichici e metasociali ha comportato, è stato proprio il venir meno di questa intelaiatura simbolica, esponendo il giovane a profonde crisi identitarie, che per essere lenite vengono agite con degli acting -out, che non paiono tuttavia essere delle semplici modalità evacuative, di scarica pulsionale, ma sembrano soprattutto l’espressione di un tentativo di dar forma proprio a tali pensieri non pensabili, tentativo che usa il corpo come mezzo per cercare uno spazio rappresentativo. Tutti questi atti violenti, che sembrano essere in costante aumento, sembrano quindi più che una modalità di arrecare un reale danno alla vittima (non risulta in definitiva importante colui che subisce la violenza), un tentativo di rendersi meno opaco (ai propri occhi e a quelli dell’Altro), e di risanare quello spazio lasciato vuoto da un Io, che cerca continuamente di “avvenire”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Non Voglio Uscire.. Non Posso Uscire! Ritiro Sociale e Adolescenza.

Il Ritiro Sociale è una delle forme di disagio più diffuse nel mondo contemporaneo. In particolare riguarda giovani e giovanissimi. Un problema abbastanza serio che spesso si può confondere con il carattere inibito, solitario e timido delle persone che ne soffrono. In qualche modo questo “atteggiamento passivo” verso il mondo viene solitamente giustificato da familiari e conoscenti perché coerente con il modo di fare e relazionarsi che la persona ha sempre avuto. Spesso ci si rivolge ad un professionista per farsi aiutare, quando il comportamento ha già iniziato a cronicizzarsi.
Questo disagio è legato molto da vicino con quello che già da diversi anni riguarda il mondo orientale con il fenomeno degli “Hikikomori” (in giapponese il significato letterale è “stare in disparte”).
Si stima infatti che in Giappone, dove il fenomeno è più radicato, ci siano più di mezzo milione di casi. Ma a quanto pare il fenomeno è in forte sviluppo anche nei paesi occidentali. In Italia ad esempio sono stimati circa 100 mila casi (dati riportati dal sito dell’associazione Hikikomori Italia).

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Le cause del ritiro sociale nei ragazzi sono difficili da schematizzare. Si possono piuttosto riscontrare degli elementi ricorrenti che caratterizzano il vissuto del ragazzo che tende ad isolarsi. Un vissuto di bullismo a scuola, il peso asfissiante della realizzazione sociale, evitamento delle responsabilità che riguardano la crescita, difficoltà nelle relazioni emotive familiari, sostegno emotivo dei genitori carente, carattere introverso e sensibile.
Negli adolescenti il Ritiro Sociale può essere ad esempio un modo concreto, veloce e sicuro per “evitare” in modo definitivo il “giudizio degli altri”, in particolare dei coetanei. Il “come gli altri mi vedono e ciò che dicono di me” può infondere nel ragazzo un senso di inadeguatezza e inutilità pesante come un macigno e difficile da scansare.

“Molti adolescenti soffrono di paure relative alla sfera sociale, quali il timore di essere rifiutati, ignorati, disapprovati, di perdere il controllo delle proprie azioni, di essere criticati di mostrarsi o di parlare in pubblico” .

(Anna Oliverio Ferraris, “Psicologia della Paura”, 2013 )

 

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Per evitare il rischio di rimanere “schiacciati” il ragazzo rifugge all’oggetto fobico principale, gli altri ragazzi, e attua la forma di evitamento più sicura, restare nella sua stanza. Oggigiorno poi, i giovani hanno tutto il necessario nella propria stanza per poter viaggiare, scoprire e conoscere luoghi e persone (computer, tablet, smartphone…) e per avere da “osservatori privilegiati” un contatto con il mondo esterno attraverso la finestra del virtuale.
È utile però sottolineare che generalmente la dipendenza da internet e quella da videogiochi (in particolare online) è solo la conseguenza dell’isolamento sociale e non la causa. Ciò significa che le due problematiche possono coesistere, ma non sempre. Perché, può capitare, che chi cerca l’isolamento sociale nel reale lo vuole e lo ricerca anche nel virtuale. Inoltre, chi attua questo tipo di comportamento, in modo ridondante, affronta tutte le possibilità di socializzazione boicottando se stesso e facendo in modo di perpetuare la propria solitudine.

“Mi sono creato un piccolo mondo in questa piccola stanza.. un mondo mio…ho tutto quello che mi serve…Non posso aprire la porta perché se no mi viene in mente di uscire…ma io non voglio uscire”. (Tratto dal brano “Nun voglio Ascì” – Aldolà Chivalà)

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