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La Personalità Evitante

Fabio aspettava il suo turno già da circa mezz’ora, lo scopro perché mi invia un messaggio whatsapp 30 minuti prima del suo appuntamento, chiedendomi se fosse possibile iniziare già la consulenza. Nonostante questa richiesta, entrerà in studio all’orario prestabilito. Mi saluta, nascosto dietro le sue due mascherine sovrapposte,, accenna ad un sorriso con gli occhi, ma è decisamente impaziente di iniziare.

Fabio è un ragazzo di circa 20 anni, altezza nella media, molto sobrio nel vestiario. Maglioncino sopra una camicia bianca, pantalone grigio, scarponcini sportivi invernali. Il primo impatto è di un ragazzo alla mano, molto socievole ed educato.

Racconta di aver voluto iniziare questo percorso prima, ma aveva sempre pensato di non aver bisogno di nessun aiuto, del resto, lascia intendere che i genitori non sappiano nulla di questo nostro primo incontro, perché non molto d’accordo con l’idea di un aiuto professionale psicoterapeutico.

Photo by Adrien Olichon on Pexels.com

Fabio: “Dottore credo di avere qualche problema, non riesco però a capire molto bene cosa sia e non so se riuscirò a spiegarmi. Premetto che studio all’università, frequento il secondo anno di economia, mi trovo molto bene, la materia mi piace e sono in regola con gli esami. Il fatto è che a causa della chiusura dell’università ho dovuto affrontare queste ultime sessioni in video. Lei potrebbe pensare sia stato un problema. Per me no. Seguire i corsi e fare gli esami da casa mi ha semplificato la vita. Riesco a rendere di più.”

Io: ” Mmh.. quindi è stato un vantaggio..”

Fabio: ” Si, è proprio questo il problema..! è strano ma io andando all’università pensavo di riuscire finalmente a farmi delle amicizie, a conoscere delle ragazze, a parlare con i professori, a prendere il treno da solo per seguire i corsi e restare a studiare all’università. Praticamente questa situazione della pandemia, ha fatto succedere quello che io volevo fare, ma non quello che desideravo.. è complicato “

Io: ” Fabio, mi faccia capire bene, lei desiderava frequentare i corsi, parlare e conoscere persone nuove, ma dentro di sé voleva evitarlo per qualche motivo..”

Fabio: ” Si, è così. Praticamente ero terrorizzato dall’università e tutta quella gente, ma volevo continuare gli studi, volevo laurearmi e volevo finalmente essere come gli altri ragazzi. La verità è che io ho sempre preferito stare da solo. Vedo gli altri ragazzi della mia età, parlano e fanno cose, stanno con le ragazze, sanno parlare, si sanno vestire, vanno in palestra, giocano a calcetto, fumano. Io non ci riesco e quando ci ho provato, mi hanno preso in giro, a volte mi hanno minacciato e picchiato.”

Io: ” Adesso hai degli amici?”

Fabio: ” Si, ma sono, diciamo amici virtuali, li ho conosciuti sulla play un paio d’anni fa e spesso parliamo.”

Il paziente evitante desidera delle strette relazioni interpersonali ma ne è anche spaventato. Questi individui evitano i rapporti e le occasioni sociali perché temono l’umiliazione connessa al fallimento e il dolore connesso al rifiuto. Il loro desiderio di relazioni può non essere immediatamente evidente a causa del loro modo di presentarsi timido e schivo. La timidezza o l’evitamento difendono dall’imbarazzo, dall’umiliazione, dal rifiuto e dal fallimento. In generale, ciò che questi pazienti temono è ogni situazione in cui si trovano costretti a rivelare aspetti di sé che li rendono vulnerabili. Provano vergogna perché si valutano in qualche modo inadeguati e le situazioni sociali devono essere evitate proprio perché metterebbero in luce la loro inadeguatezza. Così i pazienti evitanti si nascondono da questo senso di vergogna.

La diagnosi di disturbo evitante di personalità viene raramente posta come diagnosi principale o esclusiva.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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The Circle: quando il destino è nelle mani dell’Altro.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

La piattaforma Netfix ha recentemente diffuso un nuovo contenuto di intrattenimento dall’emblematico nome “the Circle”. Otto concorrenti sono stati isolati in 8 appartamenti del – medesimo- edificio con lo scopo (che talvolta sembra una vera e propria missione di vita) di comunicare utilizzando un social network ad attivazione vocale: “circle”.

Il gioco consiste nel creare il proprio profilo online (con la possibilità di scegliere se essere se stessi, oppure usare un account fake) e nel cominciare a stringere alleanze, amicizie, possibili amori, il tutto con lo scopo di arrivare in finale , dove si apre la possibilità di vincere 100.000 dollari. Ogni tanto Circle invita i concorrenti a fare qualche attività “Insieme” (dove per insieme si intende sempre tramite l’ausilio della piattaforma e senza vedersi o sentirsi realmente); le attività consistono ad esempio nel partecipare a dei party, fare domande (scomode) al buio, senza che il ricevente della domanda sappia da chi questa parte, e l’attività per eccellenza ovvero dare i punteggi ai profili dei vari concorrenti.

Attribuire punteggi ha come conseguenza stilare una graduatoria dove i primi due diventeranno influencers con il conseguente “potere” di bloccare (quindi eliminare) un concorrente (che sarà poi sostituito).

The circle ha messo, chi scrive, quasi da subito in una strana posizione: ho sempre guardato ai social con diffidenza (consapevole tuttavia, come evidenziato da alcuni colleghi, delle loro possibili implicazioni in ambito terapeutico)1 ; credo – in effetti- di essere tra i pochi a non usufruire di alcuna piattaforma. Sono sempre stata fiera e orgogliosa nel poter scegliere del mio tempo, del mio spazio e dei miei pensieri; nell’avere la libertà di poter filtrare (con i miei, di filtri) contenuti, immagini, emozioni. Partendo da queste considerazioni, ho pertanto deciso di seguire il reality con molto interesse.

Ciò che the circle sembrerebbe fare, è pertanto porre l’attenzione o evidenziare, alcune delle possibilità offerte dai social media.

La prima osservazione a cui possiamo provare ad abbandonarci, consiste nel provare a riflettere su una delle possibilità data ai concorrenti sulla scelta in merito a se essere se stessi o meno (opzione scelta ad esempio da Seaburn Williams, che decide di usare le immagini della fidanzata e fingersi Rebecca). Il social apre pertanto alla possibilità di finzione facendo leva su un sottile equilibrio rappresentato dalla difficoltà /abilità del concorrente di essere un altro, pur restando se stesso2. Parimenti accade che anche coloro che decidono di restare se stessi, (come ad esempio la modella Alana), convinta che la strategia migliore potesse essere quella di mostrarsi sincera fin da subito : “sono una modella di biancheria intima”, vivano la difficoltà di non dover sembrare necessariamente reali -così tanto reali- da sembrare finti.

Narciso- Caravaggio.

Il reality sembra in sostanza elicitare ciò che Jacques Derrida indicò quando sostenne che ”lo straniero si trova già dentro” (Galiani R., 2009, La faccia dell’estraneo, il volto dello straniero. In Psicoterapia Psicoanalitica, p. 18) analizzando come la questione dell’incontro con l’altro, potesse riportare l’individuo a dover fare i conti con la propria “inquietante estraneità”. La dinamica portata avanti dal gioco (scegliere se essere o meno se stessi; il meccanismo dei voti secondo cui il mio destino è nelle mani dell’altro partendo però dall’immagine che io ho deciso di dare a te, pensando che quella ti sarebbe piaciuta di più) mi preoccupo in definitiva di rendermi interessante, brillante, accattivante (anche se nella vita di tutti i giorni non lo sono), ma qui.. sottoposto a giudizio costante, decido di offrire a te l’immagine di me che penso possa piacerti di più, (che poi sia reale o meno poco importa),è ad esempio il caso di Sean Taylor nella “realtà” ragazza in sovrappeso, che usa per avere il favore degli altri, l’immagine della sua amica taglia 38, fa sentire l’individuo come un infans che innanzi allo specchio ha bisogno della parola fornita dal sostegno umano “questo sei tu”, per dare senso all’immagine che la superficie riflettente gli rimanda (immagine che si scontra con una frammentazione interna). E’ ciò che Lacan sostenne in uno dei suoi seminari a Zurigo “Lo stadio allo specchio come formatore ella funzione dell’Io, 17 luglio 1949”, per illustrare il processo che coinvolge l’infans, innanzi allo specchio3.

Così come lo psicoterapeuta Rinaldi5 ricorda, “questa accettazione della propria immagine allo specchio rappresenta, secondo Lacan, 1949, la matrice simbolica in cui l’Io si precipita in una forma primordiale, prima che questi prenda la sua reale fisionomia attraverso le identificazioni secondarie e le risoluzioni delle varie discordanze che l’Io dovrà affrontare con la propria realtà”.

Si potrebbe quasi immaginare che questi soggetti così tanto dediti al mondo online, tanto da non avere problemi a trascurare o dimenticare la real life, siano in realtà individui profondamente “bisognosi di cure”, così come l’infans innanzi allo specchio ci ha mostrato (un infans ancora bisognoso del sostegno umano per la sopravvivenza; sostegno umano che lo nutre, lo calma, lo accoglie e gli fornisce una prima immagine di chi lui sarà.. è il questo sei tu.. ad indicare e a inscrivere l’infans in una tradizione -familiare- e in una provenienza -culturale- . Chi io sono, passa inevitabilmente per chi, in un certo senso tu sei (lignaggio di provenienza). Ecco che internet -il cyberspazio- potrebbe fornire una risposta a quella eco sempre più senza sosta che le persone oggi avvertono come fagocitante e incessante :”se ti dico chi sei, mi dici poi io chi sono?”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

1“Mi preme comunque esprimere una mia idea riguardo il “potere terapeutico” del mondo virtuale e dell’uso del suo spazio come un setting individuale di autoanalisi. E’ in effetti possibile che vi siano miglioramenti nel comportamento patologico di alcuni soggetti e dei giovamenti a livello individuale, ma c’è il pericolo che ciò che si fa in rete possa essere confuso con ciò che si presuppone possa essere la realtà”. Rinaldi Gennaro, “La digitalizzazione dell’identità, un approccio psicoanalitico alla strutturazione dell’identità”, 2011, p.,74.

2E’ stato interessante notare come coloro che hanno scelto l’opzione di essere “altro da sé, pur restando sè”, siano ad un certo punto giunti innanzi al paradosso di dover specificare che il comportamento adottato (modi di fare, sentimenti, simpatia), seppur celato dietro un volto fake, fosse in realtà il vero comportamento e carattere della persona in questione “ho il volto di Mercedeze, ma sono sempre stata me stessa, Karyn; quella che hai conosciuto nel social, ero io.. solo con un altro volto” queste le parole di Karyn Blanco, nativa del Bronx definitasi lesbica felice nella sua relazione e nella sua vita, ma bisognosa di un corpo e un volto fake per attirare l’attenzione “avresti mai parlato con una come me?”.

3Si potrebbe pertanto immaginare la situazione dell’individuo (solo) innanzi allo schermo del pc, in preda a dubbi, sensazioni, sentimenti, come l’infans innanzi allo specchio.

4Jacques Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’Io”, Comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi, Zurigo, 17 Luglio 1949.

5Rinaldi Gennaro, “La digitalizzazione dell’identità, un approccio psicoanalitico alla strutturazione dell’identità”, 2011, p.,19