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Il test di Wartegg.

Il reattivo di Realizzazione Grafica di Wartegg prende il nome dallo psicologo tedesco Erhig Wartegg, ideatore del test. Wartegg giunse a considerare ogni stimolo del reattivo come capace di evocare nel soggetto, le esperienze di una determinata sfera psichica a causa della pregnanza archetipica che lo stimolo porta con sé. Il test è formato da materiale non familiare semi-strutturato e non organizzato.

Come Crisi,2007, evidenzia il processo di risposta parte dallo stimolo percettivo che, sulla base delle esperienze del soggetto, trascina il carattere evocativo ad esso connesso formando dei nessi associativi che spaziano all’interno della psiche del soggetto.

Reattivo di realizzazione grafica di Wartegg (versione Giunti Organizzazioni Speciali, O.S.) Fonte Immagine Google

Il test è un reattivo semi strutturato, nel senso che non presenta uno stimolo completamente destrutturato (come una macchia) ma presenta un livello minimo di condivisione dello stimolo e ha inoltre della qualità percettive oggettivamente riconoscibili che servono a stimolare l’immaginazione.

Il test (utilizzabile in diversi contesti essendo di facile somministrazione e uso; può infatti essere anche sottoposto a persone portatrici di handicap) consente di fare una valutazione dell’intelligenza (data dal modo di adeguarsi allo stimolo dal punto di vista grafico) dalla percezione della realtà, ecc.. Per quanto concerne i processi di personalità, si può avere una stima delle varie fasi di sviluppo o un rilevamento dell’ansia dato dal tempo di elaborazione del reattivo.

Una volta sottoposto il test (si può fare una somministrazione del test di gruppo, a soggetti adulti, in età evolutiva o in maniera individuale), si passa alla pinacoteca il momento in cui si chiede al soggetto di definire quello che ha disegnato nel test (in ciascun riquadro) seguendo l’ordine numerico (in sostanza la persona è invitata, partendo dallo stimolo dato, a proseguire il disegno in una maniera che sia meno astratta possibile). Successivamente di chiede al soggetto quale disegno gli sia piaciuto di più e perché, quale meno e perché; viene poi chiesto quale stimolo gli sia piaciuto di più e perché, quale meno e perché.

Statistiche alla mano, senza entrare troppo nella descrizione della somministrazione del test, alcuni soggetti eseguono la prova rispettando l’ordine dato mentre altri no.

Per dare un’idea del test, seguendo sempre lo psicoterapeuta Crisi (uno dei massimi esperti nel reattivo di Wartegg), il carattere evocativo del test di Wartegg può essere definito come la capacità avuta dallo stimolo, di richiamare alla mente e di facilitare la proiezione di determinare categorie di concetti. Questa capacità travalica le caratteristiche percettive dello stimolo (che vengono percepite dal soggetto sia a livello cosciente che subliminale, che a livello inconscio).

Indicativamente possiamo dire che:

Il riquadro 1 del test Cfr.,supra, evoca il concetto di centralità; evoca pertanto sentimenti, le autovalutazioni individuali del soggetto riguardo alla propria identità (se prevale il livello di esternalizzazione) o riguardo al proprio sé (se prevale la proiezione). Lo spazio intorno al punto accentua la centralità ma si configura anche come lo spazio vitale, l’ambiente nel quale vive, si muove e agisce il soggetto.

Dopo la somministrazione c’è la fase della siglatura e dell’interpretazione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Exuvia.

L’Exuvia indica – in biologia- i resti dell’esoscheletro (la struttura esterna più o meno rigida che fa da protezione al corpo dell’animale ed eventualmente da sostegno agli organi) dopo la muta di un insetto, crostaceo o aracnide.

L’Exuvia è ciò che resta dopo che è avvenuto un cambiamento formale.

Exuvia, questo scarto, mi fa pensare all’Io e il “suo” progetto per/dell’identificazione. Il futuro – infatti- non può coincidere con l’immagine che il soggetto si crea di esso nel suo presente e questa non coincidenza (di cui il soggetto fa quotidianamente esperienza), deve sostituire alla certezza perduta la speranza di una coincidenza futura possibile.

L’Io quindi, per essere, deve appoggiarsi a questa possibilità/augurio; tuttavia questo tempo futuro che sarà raggiunto, dovrà a sua volta lasciare spazio e diventare fonte di un nuovo progetto in un rimando che terminerà solo con la morte (in tal senso penso a una nuova exuvia).

Tra l’Io e il suo progetto deve persistere uno scarto; tale scarto deve presentarsi e prestarsi come la possibilità secondo cui la differenza tra Io attuale e Io futuro deve sempre restare, almeno parzialmente, una incognita. E’ proprio per la presenza di questa progettualità, della dimensione progettuale, (necessariamente irrealizzabile nella sua interezza), che appare quanto il soggetto umano, nel suo essere soggetto desiderante, è costituito anche dal negativo ovvero da desideri che non ha soddisfatto, che non ha realizzato e da ciò che non è divenuto.

L’exuvia persa lungo il cammino della nostra costruzione come Io desiderante – e per questo mancante- ci ricorda della possibilità di lasciare un calco, un pezzo, una esperienza per “la strada” al fine di dare nuova vita alla nostra esperienza.

Caparezza è tornato il 30 marzo con il primo pezzo del nuovo album, pezzo che ha proprio come titolo Exuvia.

Giusto un anno fa ho lasciato il mio calco altrove dall’adesso e lontana da un posto in cui non c’era casa, nel mio nuovo scheletro in costruzione so di essere nella mia isola senza tempo, nel mio polmone verde fatto di aria di sogni e di speranze; isola di attracco per pochi.

E tu…

Hai già perso il tuo esoscheletro?

Pillole di Antropologia: Il Tarantismo.

La Puglia è la terra elettiva del tarantismo, un fenomeno storico- religioso nato nel Medioevo e giunto fino ai giorni nostri modificandone, in un certo senso, forma ed espressione portando con sé tutto un dibattito sul fenomeno della patrimonializzazione, rendendolo un fare solo per turisti (vedi concerto a tema, magliette e gadget nati) dimenticando che si tratta invece di una formazione religiosa “minore” prevalentemente contadina ma che coinvolge anche i ceti più elevati, caratterizzata dal simbolismo del morso della taranta che morde e avvelena.

Al morso segue il fondamentale esercizio coreutico musicale, fatto di danze, canti e preciso uso dei colori che servono a mettere in scena la sofferenza provata dall’avvelenato che così vive e rivive il “cattivo passato” che torna e opprime: questa è la storia della terra del Rimorso.

Il rapporto tra taranta e musica è attestato in un antico documento il Sertum papale de venenis, attribuito a Guglielmo De Marra di Padova e composto nel 1362. Nel capitolo dedicato al veleno della tarantola si menziona una tradizione popolare dove, dopo esser stato morso e avvelenato dalla taranta, il malato dopo aver udito una melodia che concorda con il canto della taranta che lo ha morso, ne riceve giovamento; ne consegue che il canto della taranta (il suo morso, la sua sofferenza) diventano ora ascoltabili.

Ciò che appare evidente è che il morso della taranta non è reale (se non in taluni casi descritti da De Martino e la sua equipe di studio, in cui tutto l’esercizio coreutico musicale si appoggia a un reale morso), ma il ballo, si presenta come la risposta al morso di un ragno che non è “vero”, ma si ripete ogni anno secondo scadenze connesse con il ciclo dell’annata agricola e del calendario dei santi cristiani.

L’argomento è lungo, complesso e affascinante. Mi rendo conto che così facendo, non rendo giustizia alla sofferenza provata da tutti i tarantati, ma una cosa voglio sottolineare.

La scelta della musica con cui il tarantato ballava per ore e giorni, al fine di cacciare il veleno, era scelta sulla base della diversità del veleno; alcuni erano così sensibili maggiormente ai colpi ritmici degli strumenti a percussione, altri al canto delle trombe; coloro che erano stati morsi dagli scorpioni gradivano (al pari dei morsi dalla tarantola), tarantelle e pastorali.

Le tarante potevano essere tristi, allegre, passionali o aggressive. Il canto poi aveva valenza esorcistica; la voce chiama “chi ti ha morso.. dove.. quando” e il tarantato risponde inscenando dando libero sfogo per almeno qualche giorno durante l’anno al suo malessere, al suo rimorso al ritorno di quel rimosso che opprime e fa male.. lo stesso rimosso che per un anno intero si cela e nasconde perchè fa vergogna e paura adesso, nell’esorcismo coreutico musicale mentre prego San Paolo nell’attesa della grazia.. può essere vissuto sul mio palcoscenico; ho ora, per qualche giorno, la possibilità di essere vista e di mettere in scena il mio dolore.

La canzone racchiude tutta la storia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Io sono: la Storia di Luana.

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Luana è una donna di 36 anni che chiede un incontro di consultazione perché la sua relazione è terminata da un po’ e continua a non comprenderne il motivo.

Il giorno dell’incontro Luana arriva all’appuntamento in orario; è una donna piacente, curata e altezzosa. Molto magra, alta con un collo lunghissimo sul quale si poggia un piccolo viso che scruta tutti da lassù con aria da “io sono migliore di voi”.

L’abbigliamento di Luana è palesemente di alta moda; scarpe con tacco a spillo, borsa di vera pelle e cappottino allacciato con fibbia recante il marchio di un noto stilista. Luana indossa inoltre dei guanti di pelle di serpente che quasi richiamano il suo modo- fluido- di muoversi nello spazio.

Luana è prepotente, si siede ma mostra da subito un atteggiamento di sfida “Ah.. siete tutte donne qui.. Da quelle che stanno all’accettazione, le infermiere.. non so.. le dottoresse.. A saperlo andavo altrove.. per carità.. Non si offenda.. ma sa com’è.. da sempre il medico è maschio, uomo… Una dottoressa donna fa sempre un pò strano”..

Le parole di Luana danno già una certa indicazione del suo pensare e del suo vivere ma, facendo un (momentaneo) passo indietro, cerchiamo di avere informazioni più specifiche sulla donna.

Luana lavora in un negozio che rifornisce esperti/consulenti per l’immagine (sarà lei a dire queste specifiche parole, per indicare il suo lavoro come commessa in un negozio che vende makeup); è la prima di due figlie e i genitori hanno divorziato quando lei aveva 5 anni. Il padre è descritto come una figura lontana che si perde tra la realtà e la fantasia poiché, avendo lasciato la famiglia per amore di un’altra donna, Luana e la sorella sono cresciute all’ombra dei racconti che la madre ha fatto loro di questo uomo “infedele e bastardo” (in un colloquio la sorella di Luana è di tutt’altro avviso; il padre è sempre stato amorevole e presente).

Luana nel raccontare la sua storia (seduta quasi come fosse una ballerina di danza classica, con quella schiena così dritta), dice di essere stata lasciata dal compagno senza un reale motivo “vorrei sapere come ha potuto lasciare una donna bella e intelligente come me.. Capisce Dottoressa.. E’ una vera testa di c.. – posso dirlo?- Bene! cazzo! quello lì.. ha presente come sono sciatte le donne oggi? Vede io quanto mi tengo bene.. Inoltre non sono nemmeno stupida! Capirà presto il grande errore e tornerà da me, ma Io (sulla I Luana alza anche il dito indicandosi cacciando un pò il petto – finto- fuori) lo rispedirò al mittente con tanto di calcio nel culo!”

Per i pochi dati che abbiamo a disposizione, una delle possibili ipotesi psicodiagnostiche che si potrebbe fare è che Luana abbia un disturbo narcisistico di personalità; Luana sembra infatti mostrare grandiosità, bisogno di ammirazione e la ricerca costante di un palcoscenico su cui esibire la sua grandiosità (lontano da questo però, Luana è pervasa da sentimenti di depressione, tristezza e vulnerabilità).

Procedendo con il colloquio emergeranno altri particolari come un abbassamento delle capacità lavorative da parte di Luana e – soprattutto- un comportamento parasuicida e autodistruttivo motivo per cui un’altra ipotesi possibile potrebbe essere, per Luana, un disturbo borderline di personalità

La diagnosi differenziale tra i due disturbi diventerà sempre più necessaria per attuare delle corrette ipotesi di intervento da parte della psicoterapeuta.

A Luana sarà fatto compilare anche il test MMPI-2; test utile a valutare le più importanti caratteristiche strutturali della personalità e dei disturbi emotivi. Luana, ad esempio, otterrà un punteggio molto elevato alla scala Ipocondria (Hs); i pazienti che ottengono un punteggio elevato in questa scala sono caratterizzati (oltre che da preoccupazioni somatiche), da una visione pessimistica della vita, cinismo, narcisismo, lamentosità, insoddisfazione, atteggiamento critico nei confronti degli altri.

Luana non ha accettato il risultato del test (altro punto ad es dei soggetti con alto punteggio alla scala Hs è proprio che rifiutano spiegazioni o trattamenti psicologici per i loro sintomi) e non è più tornata, in studio.

La sorella tempo dopo ci ha riferito che Luana aveva tentato ancora una volta il suicidio e che tuttavia, non voleva procedere con un invio presso la salute mentale.

Non abbiamo altre notizie della donna serpente che è entrata in studio, in un giorno di Dicembre, strisciando sì.. ma lasciando un profondo solco.. una profonda impronta della sua fluida presenza.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il “giovane” Narcisista

I pazienti narcisisti giovani hanno relazioni brevi e insoddisfacenti. Infatti, dopo l’entusiasmo iniziale l’idealizzazione del partner lascia spazio alla svalutazione o alla noia ed essi finiscono col mettersi alla ricerca di nuovi partner in grado di soddisfare i loro bisogni di ammirazione, affermazione, amore incondizionato e perfetta armonia. Generalmente questi pazienti si sposano dopo i trenta o i quaranta anni. Tuttavia in tali matrimoni si presentano difficoltà coniugali; un marito narcisista può arrivare ad avere una rabbia cronica verso la moglie, perché sente di essere umiliato ed è incapace di perdonare, e non c’è niente che il partner possa fare per rimediare alla situazione.

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Altro problema per i pazienti narcisisti è l’invecchiamento. In molti casi questi pazienti sono fisicamente attraenti o dotati di notevole fascino personale e hanno avuto un certo successo durante la giovinezza. Ma, come dice anche Kernberg, il confronto finale del Sé grandioso con la qualità fragile, limitata e transitoria della vita umana è inevitabile. I pazienti narcisisti non invecchiano bene. Per sentirsi ancora giovani e vigorosi possono cercare freneticamente relazioni extraconiugali con partner molto più giovani di loro, decidere di partecipare a gare di maratona o, addirittura, avere un’improvvisa conversione religiosa.

Le persone che soffrono di questo disturbo sono anche incapaci di provare soddisfazione indirettamente, attraverso i successi di persone più giovani, spesso i propri figli; anzi provano addirittura invidia nei loro confronti. Si trovano così spesso da soli, senza nessuna relazione che li sostenga e con la lacerante sensazione di non essere amati.

Solo grazie alla terapia si possono attenuare le sofferenze della seconda metà della vita e i pazienti narcisisti possono raggiungere un certo grado di empatia e almeno in parte cominciare a sostituire l’invidia con l’ammirazione, considerare gli altri come individui separati con i loro bisogni e possono esser capaci di evitare che la loro vita si concluda con un’amara solitudine.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi