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Diciotto mesi.

Ho parlato tanto di maternità e tanto ancora ne parlerò.

Ho spesso evidenziato le ombre che porta con sé il vissuto e l’esperienza della maternità.

Ho provato a portare in uno spazio aperto, le esperienze delle mamme che dal tempo del mio tirocinio all’U.O.M.I (Unità operativa materno infantile) ad oggi, come libera professionista, ascolto e vedo.

La maternità, sin dai tempi dello studio universitario, è stata per me un universo immenso, senza punti di appiglio o schema possibile.

La condizione di solitudine della donna in attesa, è complessa.

Già dire sono “in attesa”, apre a molte considerazioni.

Oggi però, non sono qui per dilungarmi.

Il più delle volte, i miei scritti sulla maternità non hanno trovato il favore dell’audience: la realtà, specie nei circuiti telematici, va tenuta lontana.

In un post in cui raccontai di un incontro con un soggetto che pretendeva di essere assimilabile ad uno psicologo semplicemente perché lettore di libri di psicologia e scrittore di poesie, parlai della vista di una psicosi puerperale in atto

“Lei ha mai visto una psicosi puerperale in atto? Una volta chiamò la sorella di una donna, in studio, dicendo che la sorella nell’attimo in cui aveva espulso la bambina dal proprio grembo, disse di aver visto una enorme macchia nera; questa macchia era il demonio che era venuto sulla terra per ucciderla”

Lavorare con la maternità è il più delle volte, lavorare con la confusione ma soprattutto con il terrore“, ho detto, ripetutamente.

Allora oggi, alla luce dell’ennesimo caso di cronaca, quello della piccola Diana, 18 mesi, lasciata in casa da sola per sei giorni dalla madre e morta presumibilmente di stenti, condivido le parole di Luigi Cancrini (metto il link per la sua biografia, che consiglio di visualizzare); le sue parole sono sicuramente più credibili delle mie..

“Il GIP l’ha vista “lucida“ e non ha chiesto una perizia psichiatrica ma 60 anni di attivita’ nel campo della psichiatria permettono di affermare tranquillamente che quella madre, la madre che non piange e appare vestita di rosso con un sorriso freddo stampato sul viso sulle pagine di tanti giornali, soffre di un disturbo psicotico di cui avrebbe dovuto essere curata già da molto tempo.
Folli come e quasi piu’ di lei sono probabilmente il padre della bambina e il nuovo compagno della madre ed i vicini da cui oggi si apprende che quei comportamenti erano abituali ma nulla hanno fatto per fermarli o per evitarne le conseguenze.
Nessuno ne parla ma folle e cioe’ gravemente malati ma anche piu’ difficili da curare sono i servizi sociali e sanitari che di quella madre e della sua bambina avrebbero dovuto occuparsi in un paese civile fin dal momento in cui quella povera bambina è nata.
Qualcuno si accorgerà un giorno del fatto che la gravidanza, la nascita ed i primi anni di vita possono e dovrebbero essere protetti da una rete capillare di servizi capaci di intervenire nelle situazioni in cui le persone stanno troppo male per chiedere aiuto? I bambini che muoiono psicologicamente e moralmente per la trascuratezza di genitori malati e solo apparentemente lucidi sono molti di più di quelli di cui si parla in cronaca.
Checché ne pensino gli altri folli, i più gravi ed i più vigliacchi, che piangono oggi lacrime di coccodrillo dopo aver attaccato con tanta violenza a Bibbiano i pochi che di questi bambini e di questi genitori tentavano di occuparsi, aiutare i genitori che non ce la fanno ad occuparsi dei loro bambini non è solo giusto, è anche necessario. E per niente facile soprattutto pensando al modo in cui tutte le follie necessarie per far morire in questo modo una bambina di 18 mesi continuano ancora oggi ad accavallarsi ed a rinforzarsi l’una con l’altra.”

Da: https://it-it.facebook.com/L.Cancrini/posts/417923467021100

C’è da riflettere.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Quando nasce un bambino.

Photo by Kristina Paukshtite on Pexels.com

La trasmissione della vita psichica (dalla nascita di un bambino alla nascita di una madre), apre a tutta una serie di considerazioni sulla sofferenza psichica; considerazioni che spingono il clinico alla considerazione che la madre e il bambino meritano un tipo di ascolto (e di setting) ben specifico (mai rigido e spesso adattabile alle diverse situazioni/luoghi istituzionali).

La gravidanza coinvolge “a livello di fantasie tre generazioni” (Maiello,1983) e proietta la donna in una condizione in cui si trova ad essere figlia della propria madre e madre del proprio figlio. Questa condizione così particolare porta, la donna stessa, al confronto (e rielaborazione) di tutti i vissuti in un gioco di identificazioni multiple, lì al centro (forse) di un incrocio tra passato, presente e futuro.

Stern (1997) ha messo in evidenza come alla nascita del bambino corrisponda la nascita psicologica della madre: mentre il corpo è impegnato nella gestazione fisica del feto, nella mente della madre prende vita l’idea del tipo di madre che potrebbe essere; al contempo, inoltre, nella sua mente comincia a formarsi l’immagine di come potrebbe essere il suo bambino. Come dice pertanto Stern, sono tre le gravidanze che procedono contemporaneamente: abbiamo la gravidanza fisica, quella psichica e la nascita del bambino immaginario nella mente della madre.

A queste tre c’è da aggiungere una sorta di quarta gravidanza, che è quella di coppia e in senso più ampio, le rappresentazioni interne legate all’esperienza di ciascun genitore con la famiglia di origine.

Lo stato di gravidanza (e la nascita), costituiscono un momento privilegiato per stabilire l’alleanza terapeutica perchè la donna vive una condizione di “trasparenza psichica” (Bydlowski,2004) uno stato psichico che consente, quindi, il ricordo e la rielaborazione di tutte le fantasie e vissuti che condizioneranno la futura relazione con il figlio e il partner.

Per poter diventare madre, la donna, deve esser passata attraverso la fase edipica e dopo averla superata, può recuperare la madre pre edipica (la buona madre originaria) con le sue valenze di tenerezza e protezione. La donna che aspetta un bambino ha bisogno di identificarsi con un’immagine materna così da poter ricevere il bambino che sigilla il debito tra le due generazioni.

Nella maternità (come in ogni relazione) si aprono conflitti e ambivalenze emotive.

Il processo che porta all’acquisizione della nuova identità genitoriale è infatti complesso e non lineare; è così che in questa fase è possibile che molte donne debbano affrontare un possibile rischio di baby blues, depressione post partum o psicosi puerperale.

E’ possibile incontrare le pazienti subito dopo il parto, in reparto, nell’intimità ancora un po’ preservata (e non del tutto invasa ad esempio da familiari e amici), della primissima relazione madre/bambino.

E’ necessario un ascolto attento e rispettoso per avvicinarsi e sintonizzarsi con realtà spesso caotiche a causa dell’esplosione di angosce primitive difficili da contenere e metabolizzare.

Marta Harris sottolineava come l’osservazione attenta (a cui va però aggiunto anche l’ascolto), di una madre e il suo bambino costituiscono “un’esperienza emotiva che esige nel terapeuta un lavoro mentale perché si tratta di pensarla e sentirla, non solo di reagirvi”.

E’ importante che il terapeuta possa offrire alla madre (che sia in pochi colloqui o in una più lunga psicoterapia), un’esperienza di contenimento mentale che va intesa come capacità di accogliere i contenuti legati alle qualità emotive che accompagnano l’esperienza del diventare madri.

Ogni maternità comporta nel mondo interno dei due futuri genitori (madre e padre) la riattualizzazione di esperienze precoci vissute in passato che costituiscono la trama di fondo che influenzerà (che sia per analogia o contrasto) in forma di ripetizione o rielaborazione, la qualità della relazione con il bambino.

Lavorare con la maternità è il più delle volte, lavorare con la confusione ma soprattutto con il terrore.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.