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La Sindrome di Capgras

In questa sindrome una persona è convinta che un impostore abbia preso il posto di qualcuno a lui familiare. La Sindrome di Capgras fu descritta per la prima volta nel 1923 da uno psichiatra francese, Joseph Capgras che la definì comeillusion des sosies” (l’illusione dei sosia ), anche se non è propriamente un illusione, perchè la percezione sensoriale dei pazienti affetti è intatta.

Enoch e Trethowan la definiscono come una sindrome “rara e colorita nella quale il soggetto ritiene che una persona solitamente a lui familiare, sia stata rimpiazzata da una copia esatta.”

Questo “errore” di identificazione risulta essere di natura delirante e in genere coinvolge una persona con la quale il soggetto ha forti legami emotivi e nei confronti della quale diventano molto riconoscibili elementi di ambivalenza, al momento dell’esordio dei primi sintomi.

La cosa interessante è che questa sindrome sia stata riconosciuta ed è presente in tutte le culture. ciò che cambia è il contenuto caratterizzante il delirio.

“..un paziente era convinto che sua madre fosse stata rimpiazzata da una copia proveniente da un mondo parallelo e ciò spiegava gli orribili accadimenti delle ultime settimane.”

Introduzione alla Psicopatologia Descrittiva – Andrew Sims

La maggior parte dei pazienti che soffrono di questa sindrome presentano sintomi legati alla schizofrenia e non presentano allucinazioni, ma denotano invece che, il falso riconoscimento per quella determinata persona, sia legato ad un cambiamento dei sentimenti del paziente per la “vittima” dei suoi deliri. La relazione affettiva nei confronti della “vittima” di natura ambivalente era presente già prima dello sviluppo della Sindrome di Capgras.

“Una paziente chiede del proprio marito: ” Chi è quel signore che ogni sera conduce i miei familiari a farmi visita? è un impostore: sta a casa ad aprire tutte le lettere di mio marito. In ogni modo, almeno paga i conti di casa… In effetti, è vero che assomiglia a mio marito assai da vicino, non fosse che è un po’ più grasso di lui…”

Andrew Sims

Quindi non vi è una falsa percezione, ma una percezione delirante, tant’è che la paziente ammette che la replica assomiglia esattamente all’originale.

Questa sindrome in genere può essere diagnosticata nei pazienti schizofrenici, nei pazienti con disturbi dell’umore, nei pazienti con diagnosi di demenza o con danni cerebrali. Inoltre è stato riscontrato una maggiore prevalenza del disturbo nelle donne che negli uomini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La tua follia, la mia verità.

“Dottoressa Buonasera ma fate sempre più tardi del tardi!”

Buonasera N., cosa vuoi che ti dica.. e tu? Perché sei nel quartiere a quest’ora?

“Dottorè e guardate qua.. Cu sta campagna elettorale stanno tutti sti volantini e bigliettini, mi dispiace che domani mattina chella guagliona e Miriam deve pulire tutto da sola; è vero che è la spazzina però voi lo sapete che io ci tengo e con il comitato di quartiere teniamo tutto pulito… Non a caso il nostro quartiere è un gioiellino! Che po’ io rido.. Ci stanno tutti sti ragazzini mo… che ci cazzeano su internet (nuovo terreno di battaglia, a quanto pare) che ci dicono che noi all’ambiente non ci teniamo e che gli stiamo togliendo il futuro… Io mi chiedo… Perché invece di scrivere su sti social (che poi consumano energia e inquinano), non vengono a pulire direttamente le città? Dottorè scusatemi ma stu mal tiemp mi fa triste. Quando piove e il cielo si fa scuro mi si fa ‘o core scuro perché poi stare chiusi dentro, al buio, mi fa pensare, ma pensare in un modo negativo. Mi piace la luce perchè così i pensieri li posso vedere per quello che sono e non nascosti… ombra tra le ombre.

Lo so N., Spesso il vero atto di coraggio è guardare il sole e la luce, non il buio. Il buio nasconde creando l’illusione e l’alone dietro la cosa che così… può mostrarsi pure per ciò che non è. La luce ti mette spesso davanti all’evidenza dei fatti.. E l’evidenza dei fatti spesso siamo noi stessi: esseri mancanti.

“Dottorè misà che io ho capito qual è il vostro problema. Voi non tenete degli occhi, tenete degli specchi; non è facile guardare negli occhi chiari perché mostrano tutto e riflettono ‘o bbuono e ‘o malamente. Voi dite senza dire, questo è. Comunque Dottorè col Dottore mi trovo proprio bene; mi piace come mi ascolta e mi ha fatto pesare pure meno il cambio dei farmaci… Avevate ragione che sto in una botte di ferro”.

(Mi piacerebbe poter dire che l’occhio lucido sia colpa dell’improvvisa folata di vento che si fa duna sulla mia pelle rosa, ma non è così.  La verità è che nel mio malinconico sorriso la mente ha preso atto di una cosa: N. La tua follia è spesso la mia verità.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Dottoressa.. Dottorè..”

“Dottoressa! Dottoressa!… Buonasera ormai non vi vedo quasi più..”

Buonasera N., come stai?

“Eh Dottorè.. Non posso affermare di stare bene ma non posso negare di stare male.. Po’ penso Dottorè.. Penso sempre..”

A cosa pensi?

“Mah Dottorè.. lo sapete che mi è entrato nella testa, mo.. un pensiero.. Dico io.. Stiamo facendo le cavie.. diciamo pure che tengono ragione ma.. se tra qualche tempo si scopre che questa medicina ci salva.. Le persone che hanno rifiutato la medicina poi la vorranno anche loro? Cioè poi gli andrà bene che io ho fatto la cavia per loro?.. Non ci fate caso Dottorè.. è che io, lo sapete, prima di questo ero un filosofo.. Ah Dottorè.. vi porto la borsa.. ce lo prendiamo un caffè?”

Ti ringrazio N., la borsa posso portarla io e per il caffè.. sono le 21,30 magari facciamo domani mattina.

“Va bene Dottorè.. però fate sempre tardi!”

L’aria è pungente stasera e nonostante io sia una fan accanita della capsaicina e delle spezie, il sapore non è quello.

Non si sente aroma speziato, piccante o salato.. c’è più aria di scuro..

Uno scuro che sta ritornando in maniera nemmeno più così celata; uno scuro che fa spavento.

Le camicie nere non hanno mai fatto per me..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Je so’ pazz.

“Dottoressa Buongiorno! Tutto bene? Non vi ho visto per qualche giorno, mi stavo preoccupando!”

“Buongiorno N., grazie per il pensiero.. sono un po’ impegnata in questi giorni”

“Dottorè vi serve qualcosa? Lo sapete che io sto sempre disponibile.. manco a dirlo, eh!”

“Non ti preoccupare, N., se ho bisogno di te lo sai che ti chiamo senza problemi. Ma dimmi.. come stai, tu?”

“Eh, Dottorè.. Io mo vi dico una cosa però lo sapete.. io con la testa non ci sto troppo bene.. (Così dicono i Dottori).. Però stavo pensando una cosa.. L’essere umano è stato chiamato a una prova di umanità che è stata fallita completamente. Io ho fatto la mia parte ma so che mentre qualcuno ha deciso per l’altro prima che per se stesso, lo stesso altro ha deciso per se stesso: si è capito qualcosa di quello che ho detto? Ma avete letto le proposte che fanno certi? Mo Dottorè me ne vado a prendermi la terapia, mi devono cambiare i farmaci però prima vado a fare la spesa per la signora del terzo piano. Pure oggi tornate tardi?”

Grazie di cuore, N.

(Sì, anche oggi tornerò tardi.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi.

Louis Wolfson è uno scrittore statunitense di lingua francese. Nato nel 1931 ebbe una diagnosi di schizofrenia e fu sottoposto a ripetuti ricoveri e interminabili elettroshock, per volere della madre.

Louis è un ebreo americano che mal sopporta la propria lingua “idioma inglese” ; il ragazzo giunge ad esprimere il rifiuto per la propria madre attraverso il rifiuto della lingua materna e di tutta l’impalcatura lessicale utilizzata a chi gli è intorno.

Wolfson rifiuta di subire l’abuso dell’intrusione delle parole data dalla lingua materna, l’inglese, e si difende da questa intrusione tappandosi le orecchie, distraendosi o camminando per strada a New York ascoltando delle cuffiette collegate ad un magnetofono.

Louis studia le lingue straniere: tedesco, ebraico, russo, sognando di instaurare una sorta di comunicazione con la madre che in quanto ebrea della Bielorussia, parlava fin da bambina il russo.

Il passo interessante che il Nostro compie, è studiare il francese da autodidatta. Nel francese Louis sperimenta l’Altro; Loius è un Altro. Louis è e diventa “lo studente di lingue schizofrenico”.

Le Schizo et les langues è un libro in francese (il francese di Wolfson), scritto con una ortografia riformulata in cui il nostro studente di lingue compie un procedimento sulle parole. Louis crea neologismi, riformula i termini, unisce quasi bulimicamente tutte le lingue che conosce, smonta e rimonta le parole per allontanarsi dalla lingua materna.

L’udito è un senso che non ha possibilità di essere chiuso verso ciò che non è voluto, spiacevole, doloroso. Quello che viene vissuto e arriva prepotentemente e violentemente come un frammento sonoro che induce dispiacere (voce, rumore suono o silenzio),sarà interpretato come effetto sonoro di un desiderio negativo.

La Aulagnier riprendendo l’insegnamento di Lacan pone pertanto l’accento al ruolo della voce nei deliri di persecuzione e nella schizofrenia.

Di fronte a un suono, a una voce che è originariamente associata a una sofferenza, non vi è via di fuga. La psicosi mostra infatti spesso, come il suono produce una percezione da cui non ci si può difendere, aprendo nel corpo un varco che non si può chiudere.

Un varco in cui transita senza sosta la voce dell’Altro.

La voce da cui Wolfson voleva difendersi.

Stasera Vivaldi e la sua Follia ci accompagnano. Credo che questo pezzo sia un chiaro esempio in cui “mai il significante fu più significato”, come dico.

Almeno per me; almeno per le mie vicende di vita.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Paranoie e Paranoici. Tra pensiero e personalità.

Oggi il termine Paranoia è spesso utilizzato in maniera errata,(rispetto al suo reale significato), in particolar modo nel gergo giovanile dove il termine sembra essere spesso utilizzato come rafforzativo di noia o in maniera imprecisa, per evidenziare una personale situazione di ansia, forte stress, paura e angoscia, dovuta a situazioni spiacevoli personali (andare in paranoia, cadere in paranoia, stare in paranoia) e a condizioni passeggere di alterazioni mentali legate all’assunzione di droghe o alcol (“questa roba mi fa andare in para”).

Il termine Paranoia (in psicologia e psichiatria) in realtà indica uno stile pervasivo del pensiero legato a un sistema di convinzioni, spesso a tema persecutorio che però non corrispondono alla realtà. In realtà il significato del termine ha subito numerose variazioni nel corso degli anni e dell’evoluzione degli studi clinici in psicologia e psichiatria. Inizialmente, infatti il termine “paranoia” (utilizzato già in greco, con il significato di “follia”), venne ripreso dallo psichiatra Emil Kraepelin per indicare generalmente disturbi psichiatrici caratterizzati da deliri e credenze illusorie, senza la compromissione delle facoltà cognitive, e anche da Freud tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, per indicare deliri e presenza di voci interiori in alcuni casi di psicosi da lui trattati.

Immagine google – the telegraph

Oggi il termine in sé, viene essenzialmente usato per indicare uno stile di pensiero caratterizzato da una serie di credenze a tema persecutorio. Il pensiero paranoide e i deliri paranoidei, ad esempio, caratterizzano alcuni disturbi e quadri clinici più complessi, come le psicosi (schizofrenia), episodi psicotici correlati all’uso di sostanze o in alcuni casi, le demenze.

Il pensiero paranoide è uno stile pervasivo di pensare e relazionarsi agli altri particolarmente rigido ed ego sintonico che caratterizza quello che nei principali manuali diagnostici Psichiatrici e Psicologici-Psicodinamici (Dsm IV – V, ICD 10, Gabbard e Pdm) come Disturbo di Personalità Paranoide.

L’ ICD 10 ne dà questa definizione :“Disturbo di personalità caratterizzato da eccessiva sensibilità ai contrattempi, da incapacità a perdonare le offese, da sospettosità e tendenza a distorcere l’esperienza interpretando azioni neutrali o amichevoli di altri come ostili e offensive, da sospetti ricorrenti, ingiustificati, riguardo alla fedeltà sessuale del coniuge o del partner sessuale, e da un senso tenace e combattivo dei diritti personali. Vi può essere inclinazione a dare eccessiva importanza alla propria persona e vi è spesso eccessivo autoriferimento” F 60.0 (ICD 10, 2011).

Immagine google.

Le persone con questo disturbo di personalità generalmente sono alla costante ricerca di lati oscuri e tracce della verità che viene loro celata e che va oltre l’apparente significato della situazione che hanno vissuto. Sono praticamente incapaci a rilassarsi perché sono quasi sempre iperattivati a causa della loro indole al controllo e alla sospettosità dilagante. Questo loro atteggiamento, generalmente li porta ad una distorsione del “significato” della realtà ( ma non della sua percezione). Dal punto di vista psicodinamico si può dire che la persona resta nella posizione schizoparanoide, scinde e proietta nel mondo esterno la “propria cattiveria”; in questo modo la persona vivrà in un mondo di relazioni in cui il proprio ruolo sarà quello della vittima alle prese, costantemente, con aggressori o persecutori esterni (i due meccanismi di difesa principali sono quelli della proiezione e della identificazione proiettiva)

Questo può seriamente compromettere la maggior parte delle relazioni, che saranno discontinue, perché la persona si approccerà a tutte le relazioni con il sospetto e l’idea che “prima o poi finirà o succederà qualcosa che mi deluderà”. Può capitare in tal senso che la persona si trovi a vivere una costante angoscia legata alla convinzione che il mondo sia popolato da potenziali nemici bugiardi, ipocriti, inaffidabili. Questo li spinge ad essere molto controllanti, ma con una stima deficitaria di se stessi, che però possono compensare con sentimenti di grandiosità.  Inoltre sono terribilmente preoccupati che persone rappresentanti l’autorità li umilino o si aspettino di vederli sottomessi. Una paura ricorrente è quella di dover essere soggetti al controllo esterno. Ad esempio, in contesti lavorativi, possono temere che chiunque cerchi di avvicinarli (per qualunque motivo) stia segretamente tramando di sopraffarli.

immagine google.

Per le persone con un Disturbo Paranoide di Personalità è davvero molto utile la Psicoterapia, infatti, nonostante sia complicato l’instaurarsi di un buona alleanza terapeutica con il terapeuta, dopo il paziente può cominciare a trarne grossi benefici. La Psicoterapia può infatti aiutare la persona a distinguere e discernere, tra aspetti legati alle emozioni e quelli legati alla realtà. Inoltre, il fatto di contenere i sentimenti piuttosto che agirli, in terapia, può offrire al paziente la possibilità di una relazione d’oggetto nuova che con il tempo può essere interiorizzata. Inoltre, una nuova visione e prospettiva può garantire un cambiamento del modello relazionale e comunicativo della persona. Il paziente, infatti, giunge a un “dubbio creativo” sulle proprie percezioni del mondo. Ciò porta ad un lento e graduale cambiamento in positivo, per il paziente, per la famiglia e le relazioni. ��

dott. Gennaro Rinaldi