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“Pronto.. Dottoressa..”

Fonte Immagine “Google”.

La telefonata della Signora Concetta arriva durante una conversazione che si stava tenendo tra colleghi.

In un momento di relax, prendo la cornetta del telefono e avverto un silenzio seguito da un profondo sospiro :

“Ponto.. sono la signora … La contatto su invio della scuola … per mia figlia Maria..”

Accolgo la telefonata per poi girare le informazioni alla collega psicoterapeuta.

La signora Concetta arriva presso il consultorio dell’Asl in seguito all’invio da parte della scuola frequentata da sua figlia Maria. Secondo le insegnanti Maria è perennemente assente in classe, sempre distratta e assorta in chissà quali pensieri, mostra gravi lacune scolastiche. Maria è una nuova alunna; ha infatti chiesto il trasferimento dalla scuola precedente e si è inserita in una seconda liceo (in una classe già formata), cambiando anche l’indirizzo scolastico..

Maria giunge in studio accompagnata da entrambi i genitori. Il padre ingegnere si presenta curato e molto giovanile nel suo abbigliamento (si presenta vestito in tuta e scarpette da ginnastica), la madre casalinga appare come una donna molto semplice e emotiva.

Maria è una ragazzina molto curata (spicca lo smalto rosso sulle lunghe unghie) ma piuttosto “piccola”. Nonostante i -quasi- 16 anni è bassina, magrolina e con una postura rigida e chiusa. Appare spaesata, timida, introversa e sembra non comprendere quello che le viene chiesto. Mostra difficoltà a comprendere la più banale delle domande come “che giorno è oggi?”; sembra non conoscere la differenza di alcune parti anatomiche del corpo; mostra lentezza e ritardo nella lettura; si mostra come un corpo vuoto, senza peso specifico seduto su una sedia.

Maria ti guarda in maniera triste; sembra attraversarti con uno sguardo che chiede.. Gli occhi castani di Maria sembrano dirti “no so cosa ci faccio qui”.

La ragazzina sembra una stanza vuota; pareti vergini su cui provi ad appendere quadri che creano crepe non appena il chiodo sfiora l’intonaco. L’intonaco esterno di Maria è coriaceo ma al contempo, fragile tanto da emettere una nuvola di polvere al cui soffio, nulla resta.

Il lavoro clinico con bambini o ragazzini che presentano gravi problematiche, si presenta piuttosto difficile. Si tratta di un lavoro che mette a dura prova la capacità di tenuta del clinico stesso; in queste situazioni è molto difficile saper tollerare la frustrazione e la confusione generate dalla possibilità che questi bambini o ragazzini ti tirino giù verso un vortice buio da cui è difficile uscire.

La difficoltà di muoversi tra il desiderio di aiuto e di contenimento e l’impossibilità di arrivare al dolore celato, è forte.

Anne Alvarez (1992) afferma come talvolta si può sentire il bambino come terribilmente lontano tanto da avere la sensazione di dover attraversare distanze enormi. Soprattutto nei casi più gravi (ad esempio gravi nevrosi fino ad arrivare a quadri autistici o borderline), è importante saper usare una funzione di richiamo che sappia destare curiosità e interesse.

E’ inoltre importante sapersi presentare come un momento in cui si offre al piccolo paziente un contenimento tale da saper dare forma, contenuto e soprattutto parola ai pensieri.

Il lavoro con bambini e ragazzini (fino all’adolescenza) è bello ma intenso e difficile. Ci si muove continuamente lungo un continuum che va dal desiderio di dare protezione fino all’odio per un ambiente che non ha saputo accogliere (ma talvolta) ha solo saputo agevolare il disagio.

Anche il clinico vive la difficoltà di dover mettere da parte preconcetti personali per saper tendere una mano che tuttavia non necessariamente riceverà, dall’altro capo, risposta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

The Circle: quando il destino è nelle mani dell’Altro.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

La piattaforma Netfix ha recentemente diffuso un nuovo contenuto di intrattenimento dall’emblematico nome “the Circle”. Otto concorrenti sono stati isolati in 8 appartamenti del – medesimo- edificio con lo scopo (che talvolta sembra una vera e propria missione di vita) di comunicare utilizzando un social network ad attivazione vocale: “circle”.

Il gioco consiste nel creare il proprio profilo online (con la possibilità di scegliere se essere se stessi, oppure usare un account fake) e nel cominciare a stringere alleanze, amicizie, possibili amori, il tutto con lo scopo di arrivare in finale , dove si apre la possibilità di vincere 100.000 dollari. Ogni tanto Circle invita i concorrenti a fare qualche attività “Insieme” (dove per insieme si intende sempre tramite l’ausilio della piattaforma e senza vedersi o sentirsi realmente); le attività consistono ad esempio nel partecipare a dei party, fare domande (scomode) al buio, senza che il ricevente della domanda sappia da chi questa parte, e l’attività per eccellenza ovvero dare i punteggi ai profili dei vari concorrenti.

Attribuire punteggi ha come conseguenza stilare una graduatoria dove i primi due diventeranno influencers con il conseguente “potere” di bloccare (quindi eliminare) un concorrente (che sarà poi sostituito).

The circle ha messo, chi scrive, quasi da subito in una strana posizione: ho sempre guardato ai social con diffidenza (consapevole tuttavia, come evidenziato da alcuni colleghi, delle loro possibili implicazioni in ambito terapeutico)1 ; credo – in effetti- di essere tra i pochi a non usufruire di alcuna piattaforma. Sono sempre stata fiera e orgogliosa nel poter scegliere del mio tempo, del mio spazio e dei miei pensieri; nell’avere la libertà di poter filtrare (con i miei, di filtri) contenuti, immagini, emozioni.

Ciò che the circle sembrerebbe fare, è pertanto porre l’attenzione o evidenziare, alcune delle possibilità offerte dai social media.

La prima osservazione a cui possiamo provare ad abbandonarci, consiste nel provare a riflettere su una delle possibilità data ai concorrenti sulla scelta in merito a se essere se stessi o meno (opzione scelta ad esempio da Seaburn Williams, che decide di usare le immagini della fidanzata e fingersi Rebecca). Il social apre pertanto alla possibilità di finzione facendo leva su un sottile equilibrio rappresentato dalla difficoltà /abilità del concorrente di essere un altro, pur restando se stesso2. Parimenti accade che anche coloro che decidono di restare se stessi, (come ad esempio la modella Alana), convinta che la strategia migliore potesse essere quella di mostrarsi sincera fin da subito : “sono una modella di biancheria intima”, vivano la difficoltà di non dover sembrare necessariamente reali -così tanto reali- da sembrare finti.

Narciso- Caravaggio.

Il reality sembra in sostanza elicitare ciò che Jacques Derrida indicò quando sostenne che ”lo straniero si trova già dentro” (Galiani R., 2009, La faccia dell’estraneo, il volto dello straniero. In Psicoterapia Psicoanalitica, p. 18) analizzando come la questione dell’incontro con l’altro, potesse riportare l’individuo a dover fare i conti con la propria “inquietante estraneità”. La dinamica portata avanti dal gioco (scegliere se essere o meno se stessi; il meccanismo dei voti secondo cui il mio destino è nelle mani dell’altro partendo però dall’immagine che io ho deciso di dare a te, pensando che quella ti sarebbe piaciuta di più) mi preoccupo in definitiva di rendermi interessante, brillante, accattivante (anche se nella vita di tutti i giorni non lo sono), ma qui.. sottoposto a giudizio costante, decido di offrire a te l’immagine di me che penso possa piacerti di più, (che poi sia reale o meno poco importa),è ad esempio il caso di Sean Taylor nella “realtà” ragazza in sovrappeso, che usa per avere il favore degli altri, l’immagine della sua amica taglia 38, fa sentire l’individuo come un infans che innanzi allo specchio ha bisogno della parola fornita dal sostegno umano “questo sei tu”, per dare senso all’immagine che la superficie riflettente gli rimanda (immagine che si scontra con una frammentazione interna). E’ ciò che Lacan sostenne in uno dei suoi seminari a Zurigo “Lo stadio allo specchio come formatore ella funzione dell’Io, 17 luglio 1949”, per illustrare il processo che coinvolge l’infans, innanzi allo specchio3.

Così come lo psicoterapeuta Rinaldi5 ricorda, “questa accettazione della propria immagine allo specchio rappresenta, secondo Lacan, 1949, la matrice simbolica in cui l’Io si precipita in una forma primordiale, prima che questi prenda la sua reale fisionomia attraverso le identificazioni secondarie e le risoluzioni delle varie discordanze che l’Io dovrà affrontare con la propria realtà”.

Si potrebbe quasi immaginare che questi soggetti così tanto dediti al mondo online, tanto da non avere problemi a trascurare o dimenticare la real life, siano in realtà individui profondamente “bisognosi di cure”, così come l’infans innanzi allo specchio ci ha mostrato (un infans ancora bisognoso del sostegno umano per la sopravvivenza; sostegno umano che lo nutre, lo calma, lo accoglie e gli fornisce una prima immagine di chi lui sarà.. è il questo sei tu.. ad indicare e a inscrivere l’infans in una tradizione -familiare- e in una provenienza -culturale- . Chi io sono, passa inevitabilmente per chi, in un certo senso tu sei (lignaggio di provenienza sei). Ecco che internet -il cyberspazio- potrebbe fornire una risposta a quella eco sempre più senza sosta che le persone oggi avvertono come fagocitante e incessante:”se ti dico chi sei, mi dici poi io chi sono?”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

1“Mi preme comunque esprimere una mia idea riguardo il “potere terapeutico” del mondo virtuale e dell’uso del suo spazio come un setting individuale di autoanalisi. E’ in effetti possibile che vi siano miglioramenti nel comportamento patologico di alcuni soggetti e dei giovamenti a livello individuale, ma c’è il pericolo che ciò che si fa in rete possa essere confuso con ciò che si presuppone possa essere la realtà”. Rinaldi Gennaro, “La digitalizzazione dell’identità, un approccio psicoanalitico alla strutturazione dell’identità”, 2011, p.,74.

2E’ stato interessante notare come coloro che hanno scelto l’opzione di essere “altro da sé, pur restando sè”, siano ad un certo punto giunti innanzi al paradosso di dover specificare che il comportamento adottato (modi di fare, sentimenti, simpatia), seppur celato dietro un volto fake, fosse in realtà il vero comportamento e carattere della persona in questione “ho il volto di Mercedeze, ma sono sempre stata me stessa, Karyn; quella che hai conosciuto nel social, ero io.. solo con un altro volto” queste le parole di Karyn Blanco, nativa del Bronx definitasi lesbica felice nella sua relazione e nella sua vita, ma bisognosa di un corpo e un volto fake per attirare l’attenzione “avresti mai parlato con una come me?”.

3Si potrebbe pertanto immaginare la situazione dell’individuo (solo) innanzi allo schermo del pc, in preda a dubbi, sensazioni, sentimenti, come l’infans innanzi allo specchio.

4Jacques Lacan, Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’Io”, Comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi, Zurigo, 17 Luglio 1949.

5Rinaldi Gennaro, “La digitalizzazione dell’identità, un approccio psicoanalitico alla strutturazione dell’identità”, 2011, p.,19

“Devo averti, anche se non mi servi”.. Che cos’è lo shopping compulsivo.

Black friday… Natale alle porte.. compleanno o semplicemente voglia di premiarsi, sono queste alcune delle situazioni in cui si sente il bisogno di concedersi un premio materiale (acquistare make-up, borse, scarpe o videogiochi). L’idea di concedersi un premio, un regalo, non è di per sé errata (specie se arriva dopo un lungo periodo di desiderio della cosa), ma in alcuni casi il meccanismo che regge la diade “desiderio/bisogno”, che per loro natura non coincideranno mai, viene sovvertito.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

Lo shopping compulsivo (sindrome da acquisto compulsivo), è un disturbo del controllo degli impulsi, caratterizzato dal desiderio compulsivo e incontrollabile nel fare acquisti. Colui o colei che ne sono affetti, sperimentano un impulso irrefrenabile nel fare acquisti che (anche se) riconosciuti come superflui, eccessivi o inutili, vengono ugualmente compiuti. Questa difficoltà a tenere sotto controllo l’impulso e il ripetersi forte e continuo degli episodi di acquisto compulsivo,comporta ingenti danni dal punto di vista economico, psicologico, sociale e familiare.

Le statistiche raccontano di un fenomeno che riguarda tendenzialmente le donne tra i 20 e i 40 anni (che hanno raggiunto l’indipendenza economica), anche se non sono esclusi gli uomini (di qualsiasi età), con una percentuale in aumento. Inizialmente queste persone sono acquirenti “normali”, intendendo con ciò il fatto che acquistino beni che realmente servono loro. Successivamente però, subentra uno stato di ansia (incontrollabile) sempre più forte tale da obbligare la persona ad acquistare qualsiasi cosa; una volta compiuto l’acquisto, però, segue un crescente senso di colpa innescato dal prendere una sorta di momentanea coscienza derivante dal vedere quanti soldi (per l’ennesima volta) sono stati spesi, proprio a causa della mancanza di controllo che ha portato all’agito compulsivo.

Dai racconti degli shopper compulsivi, viene spesso evidenziato come vi sia un bisogno (urgente e totalizzante) di ottenere “quella determinata cosa”, tanto da essere costretti a passare all’atto perchè questo bisogno è percepito come irrefrenabile. Questa spinta all’acquisto (definita buying impulse), si presenta pertanto come una spinta invalidante e distruttiva che preme per essere soddisfatta, motivo per cui i compratori compulsivi hanno l’urgenza di acquistare continuamente beni (questa spinta tuttavia, non sarà mai pienamente soddisfatta, pertanto l’acquisto sarà continuamente perpetrato).

Tale disturbo è annoverabile per somiglianze, ad altre forme di dipendenza e presenta pertanto elementi come il craving (l’incapacità di controllare l’impulso) o l’astinenza (le crisi sperimentate quando si è impossibilitati a compiere l’acquisto).

La pericolosità dello shopping compulsivo è (come accennato in precedenza) legata soprattutto alle ripercussioni che si hanno sulla vita economica, familiare, sociale e lavorativa. I continui problemi generati dall’incapacità nel controllo degli impulsi, oltre a comportare ingenti danni economici (questi soggetti possono tranquillamente arrivare ad indebitarsi, pur di continuare con i propri acquisti), sono legati anche all’ansia o alla depressione sperimentate quando ci si rende conto che si ha un problema nel controllare i propri impulsi.

Sarebbe pertanto d’uopo considerare piuttosto precocemente l’idea di rivolgersi ad uno psicoterapeuta per comprendere le radici più profonde di un problema spesso sottovalutato; perchè abbiamo continuamente bisogno di riempirci di oggetti? perchè le cose non ci bastano mai? perchè non riesco a godere di quello che già ho e devo invece sostituirlo continuamente con qualcosa di nuovo? Di cosa sento bisogno/necessità?

Dott.ssa Giusy Di Maio

Pavor nocturnus: terrore notturno e bambini.

“Dottore il mio bambino nelle ultime settimane si sveglia improvvisamente di notte urlando e piangendo. È inconsolabile. Le prime volte ci siamo spaventati, perché non rispondeva e continuava a dimenarsi. Siamo distrutti. Ogni sera prima di andare a letto temiamo possa succedere ancora e non riusciamo più a chiudere occhio. In genere i risvegli sono tra le due e le tre di notte. Ne abbiamo parlato con lui, ma dice di non ricordare nulla e ci guarda stranito. Abbiamo provato a fare diverse visite, fortunatamente i medici non hanno riscontrato nessun problema e alla fine ci hanno consigliato di rivolgerci ad uno Psicologo. Cosa possiamo fare?!”

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Il fenomeno del terrore notturno è abbastanza comune e colpisce generalmente i bambini in età prescolare (2 – 3 anni con un incidenza tra il 10 e il 14%)  e fino ad un’età di 11 -12 anni dove c’è un incidenza sempre minore (tra 1% e il 3%). In casi più rari il Pavor nocturnus può interessare anche adolescenti o adulti.

L’ICD -10 definisce il Terrore notturno in questo modo:

“Episodi notturni di estremo terrore e panico associati ad intensa vocalizzazione, movimenti del corpo ed alti livelli di attivazione del sistema nervoso vegetativo. L’individuo si siede e si alza sul letto, di solito durante il primo terzo del sonno notturno, con un urlo di panico. Abbastanza spesso egli corre verso la porta come se cercasse di scappare, sebbene di rado lasci la stanza. Il ricordo dell’evento se c’è è molto limitato (di solito una o due immagini mentali frammentarie). “ (ICD 10 – F51.4)

Gli episodi di terrore notturno si verificano generalmente tra le fasi 3 e 4 del sonno non-Rem e bisogna distinguerlo da altri fenomeni  e disturbi legati al sonno come gli incubi e il sonnambulismo. Generalmente gli episodi di pavor nocturnus, nei bambini, si manifestano in maniera improvvisa durante la prima metà della notte. Il bambino di solito ha gli occhi sbarrati (ma possono essere anche chiusi), urla e piange e pare essere inconsolabile inoltre sembra non reagire affatto ai tentativi dei genitori di calmarlo. Spesso si manifestano anche sudarazione eccessiva, rigidità muscolare e tachicardia. L’episodio può durare diversi minuti e in genere quando termina, il bambino riprende a dormire.

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Il bambino tende a non ricordare nulla, al mattino, dell’esperienza notturna . Nei casi in cui riesce a ricordare, il bambino, racconta della sua esperienza paralizzante e raramente la collega ad un incubo.

Alcuni sintomi legati agli episodi di pavor nocturnus potrebbero essere confusi con episodi di attacchi di panico notturni (tachicardia, sudorazione, sensazione di soffocamento). La differenza più evidente tra i due consiste nella durata dell’attacco di panico che è di qualche minuto, mentre per un episodio di pavor può arrivare anche a trenta minuti. Altra differenza è legata al ricordo di quanto accaduto. A differenza del pavor, infatti, in casi di attacco di panico notturni, la crisi e ciò che è avvenuto la notte prima, in genere, viene ricordata senza particolari problemi.

Il decorso del disturbo da terrore notturno può andare incontro a remissione spontanea. In questi casi, non vi è una particolare frequenza degli episodi di terrore (circa una volta a settimana) e in genere le cause coinvolgono la sfera psico/emotiva.

È importante e utile usare delle piccole precauzioni che potrebbero aiutare e contribuire a non disturbare il sonno del bambino, e qualora si presentassero episodi, a tranquillizzare e normalizzare la situazione, ad esempio:

  • Bisognerebbe evitare l’uso di dispositivi tecnologici (tablet, smartphone, computer, console per videogiochi) prima del periodo dedicato all’addormentamento;
  • Evitare l’uso eccessivo di caffeina e di zuccheri;
  • Mantenere l’abitudine di un regolare ritmo sonno veglia;
  • Durante gli episodi, limitarsi a contenere e consolare il bambino evitando quindi di esasperare la sua agitazione;
  • Bisognerebbe, inoltre, evitare di colpevolizzare (anche involontariamente) il bambino nei racconti del giorno dopo, perché questo potrebbe aumentare l’ansia del bambino (se mamma e papà mi dicono che di notte mi sveglio urlo, piango e non li ascolto e non li faccio dormire, sarò inevitabilmente spaventato e sconvolto da questa cosa).
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Oltre all’utilizzo di queste semplici consigli è molto utile per i genitori e per la famiglia, approfondire il problema, quindi ciò che potrebbe causare questo stato di tensione emotiva nel bambino. È consigliabile pertanto rivolgersi ad uno Psicoterapeuta. Spesso capita che già dopo i primi incontri familiari il sintomo possa scomparire o diminuire. Può capitare infatti che il sintomo sia solo la cartina al tornasole di una situazione relazionale familiare percepita come destabilizzante, di tensioni e stress dovuti a periodi particolarmente critici e di cambiamenti importanti (nascita di un fratellino, cambio casa, perdita del lavoro dei genitori, separazioni..) o di disagi relazionali legati presumibilmente al contesto dei pari e dell’ambiente scolastico.

È molto importante sottolineare che, nel caso in cui gli episodi diventino più frequenti, e quindi si ripresentino più notti a settimana è opportuno rivolgersi a specialisti del sonno, pediatri o neuropsichiatri infantili per approfondire la diagnosi e quindi monitorare fisiologicamente la qualità del sonno del bambino per escludere eventuali cause fisiologiche ed organiche.

Escluse queste cause, come detto in precedenza, è utile e appropriato rivolgersi ad uno Psicoterapeuta.   

dott. Gennaro Rinaldi

Resilienza.. resistere trasformandosi.

Vorrei che provaste ad immaginarvi ed immedesimarvi in una persona che in un determinato momento della sua vita prende una decisione, suo malgrado, perché in qualche modo costretto a farlo. Questa decisione è drastica, di rottura. È successo qualcosa nella sua vita che lo ha portato ad allontanarsi dalla sua casa, dalla sua famiglia, dal suo mondo. Improvvisamente tutto è cambiato e quella persona si sente sola (forse lo è davvero). Uno straniero in un luogo sconosciuto. 

Immagino che, in una situazione simile, una persona si senta come una pianta sradicata dal quel terreno dove presumibilmente è nata, cresciuta e dove si è nutrita.

Come può sopravvivere questa pianta?

fonte: google

La situazione descritta brevemente può accumunare l’esperienza di molte persone. Somiglia innanzitutto all’esperienza dei migranti e dei nostri emigranti italiani.

Quando viene sradicata, una pianta, per far si che sopravviva e che cresca, bisogna ripiantarla in un altro terreno. Le piante sono molto “resilienti”. Riescono ad affrontare un evento così traumatico e improvviso, “riadattandosi” al nuovo terreno, al nuovo luogo, fino a giungere ad un nuovo equilibrio. Sfruttando al massimo il nuovo “ambiente”, usufruendo del supporto e dell’aiuto di chi gli ha offerto l’opportunità di “mettere radici” in un luogo estraneo (il contadino, il giardiniere).

La psicologia ha preso in prestito il concetto di “resilienza” da un’altra disciplina, la fisica. In fisica il concetto di resilienza indica la capacità e la forza che un corpo, generalmente un metallo, ha di resistere agli urti improvvisi senza spezzarsi.

L’urto (nel caso della pianta lo sradicamento)  genera un evento improvviso (stressante). La pianta riesce ad essere abbastanza resiliente e resiste allo stress dello sradicamento dal suo vecchio ambiente riadattandosi e sfruttando al massimo quel cambiamento. Riuscendo finanche a crescere più rigogliosa.

In effetti, potremmo pensare alla resilienza come una capacità innata di ogni essere vivente. Noi tutti abbiamo la potenzialità innata di sfruttare le nostre capacità resilienti.


I “sistemi” stessi che viviamo sono anch’essi capaci di resilienza. Un Sistema Familiare, ad esempio, può contare sulla propria capacità di resilienza per far fronte ad eventi critici di crisi o conflitti, interni  o esterni. Può, infatti, sfruttando anche la propria flessibilità, riuscire a riadattarsi e quindi riassestarsi, dopo il cambiamento, ristrutturandosi internamente e affrontare al meglio le crisi future caratteristiche del proprio sviluppo vitale.    

Insomma, potremmo considerare la resilienza come la capacità umana di affrontare gli avvenimenti dolorosi e risorgere dalle situazioni traumatiche o meglio: “la resilienza corrisponderebbe alla capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato” (Grotberg, 1996).  

Sembra però che ci siano persone non capaci di attingere dal proprio bagaglio di esperienze per sfruttare al meglio la propria capacità di resilienza, ma ci sono sicuramente possibilità concrete di acquisire la capacità di guardare e attingere alle risorse personali e sociali, in stato di latenza,  e ri-costruire le proprie strategie di resilienza. Spesso i motivi di tale incapacità riguardano da vicino la propria storia familiare e personale e quindi attraverso l’aiuto di uno Psicologo o di uno Psicoterapeuta, questo è possibile iniziando percorsi personali, familiari o di gruppo. Ovviamente tali strategie e abilità di resilienza devono poter attingere anche da un “terreno abbastanza fertile” di autostima positiva, legami significativi, creatività, curiosità,  una buona rete sociale di appartenenza, una cultura personale che consenta di dare un senso al dolore e diminuire gli aspetti negativi di una situazione, permettendo la ricerca di alternative e soluzioni davanti alla sofferenza.

Per concludere, ricollegandoci alla situazione della persona di cui vi ho chiesto di vestire i panni, possiamo quindi dire che è sempre possibile continuare a nutrire le proprie radici, anche in un terreno straniero, purché quella persona conservi il “nettare” del nutrimento della terra natia e sfrutti tutte le sue capacità per adattarsi, ricostruirsi e trasformarsi attraverso la propria capacità resiliente.    

dott. Gennaro Rinaldi