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Night eating Syndrome (Sindrome da Alimentazione Notturna)

La Sindrome da Alimentazione Notturna è stata descritta per la prima volta nel 1955 da Albert Stunkard.

Questa sindrome è ormai riconosciuta come un Disturbo del Comportamento Alimentare ed è inserita nel DSM IV (come disturbo alimentare non altrimenti specificato) e più recentemente nel DSM V (nella categoria “Other Specified Feeding or Eating Disorder”).

Nello specifico questo disturbo è caratterizzato da una perdita del controllo sul cibo durante le ore notturne (iperfagia serale) e un alimentazione quasi nulla durante le ore diurne. Che significa generalmente, scarso appetito durante il giorno e anoressia mattutina. In genere la quantità di cibo consumata di sera e di notte è tra il 25% e il 50% dell’introito energetico giornaliero.

Questo Sindrome può essere associata anche a disturbi del sonno. Infatti, chi ne soffre, si sveglia durante le ore notturne per consumare grandi quantità di cibo calorico (snack, patatine, gelato..). Spesso vengono consumati cibi ricchi di carboidrati e dolci. Vengono quindi consumati per lo più cibi di conforto e ipercalorici.

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Le persone con questo disturbo hanno spesso problemi di sovrappeso o di obesità. Le loro abbuffate notturne sono caratterizzate da vissuti di tensione, stress, ansia, paura e sensi di colpa, quando finiscono di mangiare. Descrivono inoltre un grande senso di inadeguatezza, sconforto, angoscia, disgusto per se stessi e rimorso per il loro comportamento. Provano vergogna a riferire dei propri problemi e tendono a nascondere il cibo che consumano, agli altri.

Questo disturbo del comportamento alimentare è speso collegato con disturbi legati allo stress e alla depressione, ma anche a immagine di sé negativa, perfezionismo e preoccupazione per il proprio peso e per la propria forma. Il cibo è come se venisse usato come “automedicazione”; una sorta di “ristoro” emotivo dopo giornate passate a rimuginare su pensieri negativi o vissuti d’ansia, stress e depressione.

Secondo il National Istitute of Mental Health questo problema tocca circa l’ 1,5% della popolazione, senza differenza di genere e circa il 6/16% dei soggetti obesi.

Come per altri disturbi alimentari, un trattamento efficace per la Sindrome d’Alimentazione Notturna richiede in genere un approccio multidisciplinare.

In genere si inizia informando i pazienti sulla loro situazione, poi lavorando sulla consapevolezza e sugli aspetti emozionali e psicologici, si può procedere attraverso una sorta di rieducazione ai modelli alimentari corretti. Questo lavoro necessita ovviamente di un approccio multidisciplinare con lo Psicoterapeuta e il Nutrizionista (o Dietologo). A questi interventi può essere molto utile affiancare anche una “riabilitazione fisica”, attraverso l’introduzione di esercizio fisico. Ovviamente nei casi in cui vi è una comorbidità con altri disturbi psichiatrici può essere necessaria anche una terapia farmacologica.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Come regolare le emozioni spiacevoli?

La capacità di regolare le emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza è essenziale per affrontare in maniera efficace lo stress e le situazioni potenzialmente traumatiche. Le emozioni negative sono esperienze normali e spesso sono adattive, ma possono diventare controproducenti e incontrollabili e metterci addirittura in difficoltà nella quotidianità. Possono finanche mettere a repentaglio la nostra capacità di giudizio, quando siamo chiamati a prendere decisioni importanti e difficili.

Alcuni ricercatori hanno trovato dei modi e delle strategie che permettono la regolazione emotiva e il miglioramento della resilienza. Uno di questi metodi prende il nome di “rivalutazione cognitiva“. Con questo metodo, ad esempio, si reinterpreta il significato di un evento negativo, per arrivare a considerarlo in modo più positivo. Così facendo, i ricercatori hanno potuto notare anche una attenuazione delle reazioni fisiologiche ed emotive connesse all’evento negativo vissuto.

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I ricercatori della Columbia University (coadiuvati dallo psicologo Kevin Ochsner) hanno potuto rilevare, inoltre, che quando si reinterpreta intenzionalmente (in positivo) un evento brutto o una situazione emotivamente complessa (perdita di un lavoro, esito negativo di un colloquio, un lutto improvviso) si arrivano a provare emozioni meno spiacevoli e più gestibili. Questo cambiamento dell’umore porta inevitabilmente a cambiamenti cerebrali, in particolare ad una minore attività della corteccia prefrontale (la parte del nostro cervello che si occupa della pianificazione e della inibizione del comportamento) e ad una maggiore attività dell’amigdala (la sede del cervello dove vengono elaborate le emozioni come la paura).

Chi utilizza questa strategia della “rivalutazione cognitiva” per modulare le proprie reazioni emotive allo stress e ai traumi, ha un maggiore benessere psicologico rispetto a chi si limita ad affrontare questi eventi in maniera “neutra” o in maniera negativa.

In uno studio del 2008 della Mount Sinai School of Medicine alcuni ricercatori hanno intervistato 30 veterani ex prigionieri di guerra in Vietnam, chiedendo loro come valutassero le loro esperienze in campo bellico. Gran parte dei prigionieri avevano subito torture anche brutali, ma la maggior parte di loro avevano rivalutato in maniera positiva il periodo di prigionia, dando un senso alla loro esperienza, tanto da diventare più saggi e più resilienti. Riferivano, inoltre, che era migliorata in loro anche la loro capacità di scorgere prospettive per il futuro, relazionarsi con gli altri e apprezzare la vita.

La “rivalutazione cognitiva” è parte integrante di diversi approcci teorici psicoterapeutici ed è molto utile a migliorare il benessere psicologico, aumentare la resilienza e diminuire la sofferenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Disturbo Istrionico di Personalità

Fonte Immagine Google.

L. è una bellissima donna di 40 anni; casalinga molto impegnata nella cura del proprio aspetto fisico. Si presenta al colloquio parlando dei suoi “mille” problemi: mal di testa ricorrenti, depressione lieve e difficoltà coniugali. Nel colloquio iniziale (tenuto con la psichiatra) sembra collaborativa anche se con una notevole tendenza a divagare e a offrire dettagli minuziosi su tutto il suo passato, cercando, di fare impressione e colpo sui terapeuti.

Nel descrivere le attuali condizioni di difficoltà, continuava a dare la colpa a persone/fattori esterni; le difficoltà coniugali, ad esempio, erano colpa del marito “da tempo indifferente” (io sono bellissima, come fa a resistermi!) così come i mal di testa e il suo umore, dipendevano solo dal grande stress cui era esposta ogni giorno.

Il marito – in un secondo colloquio- ha ammesso di essere stanco di provare a capire la moglie (era stato attratto inizialmente dal suo status sociale e dalla sua bellezza; nulla di più) e quella che inizialmente era apparsa come vivacità, era diventata negli anni estroversione ingestibile. L., è infatti puerile, superficiale, estremamente concentrata sul suo corpo continuamente venerato; L., appare come una bomboniera di pizzo vestita chiassosa, frivola e lamentosa.

“La colpa è vostra”.

Le persone con disturbo istrionico di personalità (un tempo disturbo isterico di personalità), sono estremamente emotive (emotivamente cariche) e cercano di continuo di essere al centro dell’attenzione (APA, 2000). Si tratta di persone che mostrano un umore esageratamente drammatico; tali persone sono sempre in scena, usano gesti teatrali, manierismi o linguaggio altisonante anche se stanno parlando di banali eventi del quotidiano.

L’approvazione e la lode sono necessari per queste persone che devono avere continuamente la sensazione di essere su di un palco; appaiono vanitosi, egoisti, esigenti e sempre in cerca di gratificazione.

La reazione in caso di evento percepito come negativo, o in caso di rifiuto (anche per la più banale delle azioni) è sempre altamente drammatica ed esagerata.

Le persone con disturbo istrionico di personalità possono attirare l’attenzione con descrizioni drammatiche dei propri sintomi fisici o della stanchezza; possono comportarsi in maniera seduttiva per ottenere (tramite la seduzione sessuale) uno scopo. Sono persona fortemente concentrate sul proprio aspetto fisico (vera ossessione) e possono vestirsi in modo molto eccentrico al fine di essere notati.

Arrivano a considerare molto intime anche le relazioni più banali e superficiali; allacciano di solito relazioni con persone molto affascinanti che però le trattano male.

Secondo recenti statistiche tra il 2 e il 3% degli adulti ha questo disturbo di personalità, con distribuzione simile tra i sessi.

Lavorare con queste persone è difficile in quanto sono frequenti le scenate drammatiche, i comportamenti seduttivi, lusinghe, pianti o è facile che fingano di aver ottenuto un beneficio, mentendo.

L’obiettivo dei terapeuti cognitivi è cercare di aiutare tali persone a cambiare la propria convinzione di non riuscire a farcela da sole, a sviluppare diversi modi di pensare e -ovviamente- puntare ad una risoluzione più profonda del proprio disagio.

La farmacoterapia sembra scarsamente efficace, mentre gli interventi maggiormente efficaci sembrano essere quelli di natura psicodinamica e di gruppo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio