Archivi tag: Psicoterapia e adolescenti

“Dott. mio figlio è cambiato.. e questa cosa mi spaventa”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una madre di due ragazzi adolescenti. Ecco la sua lettera:

“Salve, sono madre di due ragazzi di 16 e 13 anni. Vi scrivo per mio figlio di 16 anni. Sono abbastanza preoccupata per il suo comportamento, strano e inusuale per il suo carattere. Lui è sempre stato un ragazzo socievole, allegro, vivace. Facevamo fatica (io e mio marito) a tenergli testa. Invece adesso, sono ormai alcuni mesi che non esce di casa ( ha fatto una gran fatica a finire l’anno scolastico in presenza, con tantissime assenze), resta nella sua camera buttato sul letto a guardare video sullo smartphone o sul portatile. Pare abbia perso la maggior parte dei contatti con i suoi amici di sempre. A volte lo sento giocare alla play e parlare con alcuni suoi amici di gioco. Dice che si annoia e che gli va di stare solo. Spesso mangia in camera e non esce per ore intere. Di notte non dorme e vaga per casa, di giorno dorme fino al pomeriggio. Non gli abbiamo mai fatto mancare niente e non ha mai avuto nessun problema. Non so che fare. Non riesco a capire cos’abbia. Non lo riconosco più e questa cosa mi spaventa. Grazie mille.”

Photo by Sebastiaan Stam on Pexels.com

Salve. Non c’è ragazzo o ragazza, dell’età di suo figlio che non provi ad esplicitare in maniera più o meno “rumorosa” il suo diritto ad essere disperato, depresso, arrabbiato, infelice e inquieto. Essere genitori di un adolescente è complicatissimo, ma essere adolescenti è a dir poco un’esperienza “sconvolgente” e tormentata. Ovviamente non conosco abbastanza bene suo figlio e non posso essere esaustivo riguardo il suo malessere. Mi pare però abbastanza chiaro guardando alla descrizione che stia vivendo una fase piuttosto complicata della sua vita. La struttura psichica di un ragazzo di 16 anni è ancora in piena fase evolutiva e quindi in continua trasformazione. Quindi spesso gli aspetti apparentemente patologici o preoccupanti sono transitori. Possono invece destare preoccupazione nel momento in cui ci sono cambiamenti abbastanza radicali dello stile di vita e del comportamento; inoltre i sentimenti di tristezza , noia, apatia possono diventare preoccupanti quando restano invariati e costanti per molto tempo, senza alternarsi periodicamente a situazioni emotive di equilibrio o di polo opposto.

Nel caso di suo figlio, come lei descrive, ci sono state delle vere e proprie rotture con quello che era il suo usuale percorso evolutivo e di sviluppo. Suo figlio ha allontanato gli amici di sempre, non ne ha altri e ha scarso interesse a relazionarsi e a ricercare relazioni affettive (a differenza di qualche mese fa); inoltre tende ad isolarsi per giorni interi rimanendo chiuso in casa, evitando così i contatti con gli altri e il mondo fuori la propria stanza ( luogo sicuro); ha invertito il proprio ritmo circadiano, vivendo nelle ore notturne; ha cominciato a disinteressarsi della scuola, dei compagni di scuola. Queste premesse evidentemente possono preludere a situazioni di disagio psichico più complesse e profonde come: depressione, disturbi dell’umore, disturbi di personalità, ansia sociale, isolamento sociale, hikikomori (dal giapponese “stare in disparte”).

Spesso noi adulti consideriamo gli adolescenti come esseri strani, lunatici, misteriosi, incomprensibili. Parliamo troppo spesso di loro, ma parliamo troppo poco di loro, ascoltandoli realmente. Bisogna fare un passo indietro e provare a ritornare con la memoria a quando anche noi eravamo adolescenti, solo in quel momento possiamo forse avremo l’opportunità di cogliere l’intensità emotiva del loro “stare nel mondo”.

Fatta questa premessa le consiglio di considerare per suo figlio (ovviamente dopo averne parlato insieme della necessità) l’inizio di un percorso psicoterapeutico e se possibile parallelamente a questo percorso, una psicoterapia familiare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Lacerazione del vestito Identitario: H. e il cutting.

Photo by Andre Moura on Pexels.com

Una ragazza di origini straniere arriva al consultorio su invio della madre. La giovane di 15 anni è in realtà molto felice di essere da noi (le motivazioni intrinseche appaiono pertanto piuttosto forti sin da subito), e H. non ha problemi a raccontarci la sua storia.

Brevemente: la ragazza si presenta come una giovane molto carina e curata; è leggera quando si muove nello spazio, quasi sembra sia fatta di seta, resistente e di spessore sottile. Ciò che colpisce è – tuttavia- una sorta di spettralità che quasi avvolge la ragazza; una sorta di alone di tristezza che si mescola con la sua evanescenza dei movimenti.

La giovane dice di essersi trasferita in Italia con la madre quando lei aveva all’incirca 3 anni; del padre non si sa nulla. La madre aveva un ottimo lavoro nel paese di origine ma ha deciso ugualmente di trasferirsi.

Dalla raccolta anamnestica sappiamo che la famiglia (composta dalle sole 2 donne) si trasferisce frequentemente: pur restando nella stesa regione, la diade cambia comune di residenza almeno 2 volte l’anno. H. non ha amici e nemmeno un fidanzato (cosa che vorrebbe, invece con tutto il cuore); ama il teatro ma non può frequentare nessuna compagnia a causa dei continui trasferimenti; ha smesso gradatamente di mangiare “tanto mangio sempre da sola!” dorme sempre meno (fa un uso smodato delle maratone netflix), non ha interessi per nulla e dice di sentirsi pesante nel petto.

Da successive informazioni e un ulteriore colloquio con la madre, sappiamo che H. da qualche tempo usa infliggersi tagli sul corpo.

Circa il 70% dei giovani tra i 12 e i 14 anni usa provocarsi ferite, piccoli tagli e/o bruciature. L’autolesionismo è stato inserito nel DSM V all’interno dei “disturbi diagnosticati per la prima volta nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza” come autolesionismo non suicidario e autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato.

Nock, 2006 o Fliege, 2009, evidenziano come l’autolesionismo in adolescenza sia associato con la depressione, relazioni familiari disfunzionali, isolamento scolastico, ansia, etc; sembra inoltre che tale condotta possa essere letta come una strategia disadattiva di coping. Le strategie di coping sono infatti tutte quelle con le quali le persone affrontano le situazioni potenzialmente stressanti. Il coping viene definito come l’insieme degli sforzi cognitivi, affettivi e comportamentali di un individuo attivati per controllare specifiche richieste interne.

Sappiamo – con Freud, 1928- che l’Io è innanzitutto un’entità corporea, è infatti il derivato sia di tutte quelle sensazioni corporee che di quelle provenienti dalla superficie del corpo; è ciò che Winnicott – ad esempio- ci rende noto quando parla dell’handling materno ovvero di tutte quelle attività che riguardano la manipolazione del corpo del neonato (pulizia, massaggi, coccole, e così via).

Sappiamo che H. si trova in quella delicata fase della vita che è l’adolescenza.. un adulto in divenire che lotta continuamente con le spinte regressive (che lo vogliono ancora bambino) e le spinte date dal suo nuovo corpo sensuale e sessuale che chiede e domanda.. un corpo che (si) sente adulto.

Nella labilità identitaria sperimentata da H., labilità che vede non solo la presenza della fase del ciclo di vita connotata dall’adolescenza, ma anche una labilità che fa sì che H., sia una ragazzina senza origine e senza alcun legame con la sua storia familiare, la giovane sembra infliggersi dolore su l’unica parte che sente (forse) ancora appartenerle: la pelle.

H., non ha un padre e non ha un centro stabile, un fulcro generazionale e familiare che la inscrive in un lignaggio di provenienza; un lignaggio che le fa sentire che lei sia parte di quel qualcosa; di quella famiglia, di quel luogo.

H., sperimenta quotidianamente un dolore: il dolore del sentirsi estranea a se stessa, straniera nel suo stesso corpo nudo, sprovvisto di quel vestito identitario che dovrebbe identificarla.

Il dolore psichico forte, impensabile..

Il dolore per quel buco identitario si attesta nel registro del reale con la lacerazione della pelle. Il dolore rende reale una sofferenza psichica che sarebbe altrimenti senza corpo; la vista del sangue caldo che sgorga rende viva e reale la sua sofferenza..

Poi il nulla..

Lo stato onirosimile in cui la giovane cade dopo aver compiuto il suo gesto.

H., ha davanti a sé un lungo percorso, un percorso che per forza di cose vede in prima linea anche sua madre. Le due donne avranno molto da dirsi, da raccontarsi. Ci saranno molte ferite da disinfettare, molte da suturare cominciando lentamente ad intessere punto dopo punto la leggera trama di cui H., è fatta.

Ogni punto segnerà una piccola scoperta nella storia familiare della ragazza e la madre – come un ago tenuto tra le mani da un sapiente chirurgo- dovrà lentamente legare con sottili fili di congiunzione, ogni passaggio della storia della ragazza.

Come la seta H. è resistente, ma dovrà imparare ad avere cura delle sue (molte) cicatrici.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Limiti e libertà: genitori e figli.

“Un bambino che venga tenuto sempre per mano e perciò non abbia la possibilità di percorrere la sua strada, perderà col tempo la voglia di far scoperte.”

A. Miller

Un ambiente iperprotettivo può costituire un vera e propria minaccia per la curiosità, le abilità e la vitalità del bambino. La capacità di crescere e l’autostima del bambino verranno, col tempo, gravemente compromesse.

Robertino e la madre iperprotettiva

La Miller diceva che, quando quel bambino crescerà, sarà così riconoscente ai suoi genitori (per quelle attenzioni e quelle preoccupazioni) che rinuncerà molto facilmente a compiere “passi in avanti” per crescere proprio per non dare un dispiacere loro.

Questi bambini sono piuttosto fragili emotivamente e incapaci di tollerare le frustrazioni, anche quelle apparentemente più banali.

Quando però l’impulso di quel bambino ad esprimere se stesso sarà troppo impellente, manifesterà probabilmente disturbi psichici oppure, con coraggio, porterà un “dispiacere” ai genitori e deciderà di crescere.

I genitori quando sono troppo “preoccupati” e quindi troppo ipercontrollanti dovrebbero potersi chiedere: “sto proteggendo il mio bambino o me in questo momento?”. Questa domanda può portare ad una consapevolezza diversa al genitore e quindi fargli comprendere se quella preoccupazione può derivare dal suo bisogno di sentirsi assicurato dal sentirsi un buon genitore.

Uno Spezzone di “Ricomincio da Tre” di Massimo Troisi è una scena molto famosa ed esilarante, ma decisamente vicina alla realtà di relazioni dannose (genitore – figlio).

L’avere dei limiti significa avere delle risorse cognitive ed emotive “contenitive”, non significa avere degli impedimenti e delle imposizioni come succede nel video. La mamma di Robertino, ad esempio, è iperprotettiva e ha imposto chiaramente dei limiti eccessivi al figlio per proteggerlo dai pericoli del mondo esterno. Ciò ha reso Robertino “monco” emotivamente, dipendente dalla madre e incapace di svincolarsi, nonostante ne abbia necessità e voglia di farlo (al minuto 3:00 Robertino chiede a Gaetano [Massimo Troisi] “come si capisce questo limite?”). I limiti devono considerarsi come “contenitori mentali” che vengono supportati e garantiti dai genitori. Il dolore, l’angoscia, l’ansia, la paura, possono essere più tollerabili se ci sono contenitori che li delimitano. Se questi contenitori che delimitano e “contengono” le esperienze e le emozioni negative non sono stati supportati dai genitori possono essere vissuti come travolgenti, senza limiti e decisamente angoscianti dai bambini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il muro di S.

“Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!”

Italo Calvino
immagine personale

S. entra nello studio con la scorta. Insieme a lei, sulla sua sinistra il padre e sulla destra la madre. Entrambi di corporatura grossa. Lei è minuta, molto magra, sguardo basso e schivo. A stento mi offre un mezzo sorriso per rispondere al mio saluto. Capelli lisci neri, abbigliamento scuro. Siede in mezzo alle sue “guardie del corpo”.

I genitori parlano del problema della propria “bambina”, riempiono la stanza di parole, rimproveri e preoccupazioni. la madre si lascia andare ad un pianto liberatorio; il padre con gli occhi lucidi guarda sua figlia e racconta della paura e del clima familiare teso e preoccupato.

S. è muta, non ha assolutamente detto nulla, pare assente. Quella stanza è troppo piena. Penso tra me e me che sia abbastanza. Invito i genitori ad uscire. Voglio sentire la voce di S.

Non è una bambina, è una ragazza di 14 anni. Il suo aspetto pare quello di una bambina i suoi pensieri e le sue parole, sono di una ragazza di 14 anni.

S. ha deciso di alzare un muro, molto alto e molto resistente. S. da un po’ non riesce a guardare al di là del muro. Quelli al di là del muro non vedono più cosa c’è dietro, non vedono S. ormai da un paio d’anni. Urlano, si arrabbiano, sbraitano, si preoccupano, piangono, ma non sanno proprio cosa fare.

S. quando ha costruito quel muro, non ha previsto ci fosse una porta.

Ho chiesto ad S. di guardare e ascoltarmi da una piccola fessura di quel muro. S. non sapeva potesse parlare e guardare da quella fessura.

S. passo dopo passo è riuscita a costruire una porta, poi ha fatto una finestra per guardare al di là del muro. Insieme abbiamo capito che in fondo quel sole che tanto la spaventava, non scottava, ma riscaldava.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Seguiteci anche su Twitter!!!! https://twitter.com/Ilpensierononl1