Archivi tag: psicoterapia familiare

Doppio vincolo.

Photo by Pixabay on Pexels.com

Il doppio vincolo è un concetto che indica una situazione in cui, tra due individui uniti da una relazione emotivamente rilevante, la comunicazione dell’uno verso l’altro presenta una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (quel che viene detto) e il livello metacomunicativo (gesti, atteggiamenti, tono della voce). Nel doppio vincolo la situazione è tale per cui il ricevente non ha la possibilità di decidere tra i due livelli del discorso, che si contraddicono, accettandone uno come valido. Addirittura, la persona presa in questa situazione, qualora riconoscesse l’incongruenza non può neanche farlo notare a livello esplicito.

Quando si è in un doppio vincolo, la capacità di discriminazione tra tipi logici subisce un collasso. Quando una persona ne resta intrappolata ha reazioni di tipo difensivo simili allo schizofrenico: cioè si trova davanti a messaggi contraddittori e non è in grado di analizzare ed è costretto a rispondere: chiunque si senta al centro dell’attenzione tende a dare risposte letterali.

Gregory Bateson parte dalla spiegazione del fenomeno del doppio vincolo per spiegare la schizofrenia. Egli dimostra che gli schizofrenici mostrano una difficoltà nell’identificare e nell’interpretare quei segnali che dovrebbero dire all’individuo di che genere è un messaggio, ossia i “segnali che identificano i messaggi”, senza i quali l’ego riesce a distinguere i fatti dalla fantasia o il letterale dal metaforico.

Bateson definisce “funzione dell’ego” il processo di discriminazione tra modi comunicativi all’interno dell’io, ovvero tra l’io e gli altri. Lo schizofrenico manifesta debolezza in tre campi di tale funzione: a) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai messaggi che riceve dagli altri; b) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai messaggi, verbali e non verbali, che egli stesso esprime o emette; c) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai suoi stessi pensieri, sensazioni e percezioni.

Bateson ipotizza che ogni volta che un individuo si trova in una situazione di doppio vincolo, la sua capacità di discriminazione fra tipi logici subisce un collasso. Le caratteristiche generali di questa situazione sono:

  1. l’individuo è coinvolto in un rapporto in cui sente che è di importanza vitale saper distinguere con precisione il genere del messaggio che gli viene comunicato, in modo da rispondere in maniera appropriata
  2. l’individuo, inoltre, si trova prigioniero di una situazione in cui l’altra persona che partecipa al rapporto emette allo stesso tempo messaggi di due ordini, uno dei quali nega l’altro
  3. infine, l’individuo è incapace di analizzare i messaggi emessi, ossia di produrre un enunciato metacomunicativo.

Gran parte della sintomatologia schizofrenica è, in qualche modo, appresa o determinata dall’esperienza vissuta nelle relazioni intraprese con i propri vicini, in particolar modo con il resto della famiglia. Egli ipotizza che il doppio vincolo sia il genere di situazione esistente tra il pre-schizofrenico e sua madre; tuttavia tale situazione si presenta anche nei rapporti normali. Quando una persona resta intrappolata in situazioni di doppio vincolo, avrà reazioni di tipo difensivo, simili a quelle dello schizofrenico. Un individuo prenderà per letterale un’asserzione metaforica, qualora si trovi in una situazione che lo costringe a rispondere, qualora si trovi di fronte a messaggi contraddittori e quando non sia in grado di analizzare le contraddizioni.

Bateson avanza questo tipo di ipotesi situazionale, cioè che la madre di uno schizofrenico esprima nello stesso tempo almeno due ordini di messaggi, vediamo in che modo: a) comportamento ostile, o di ripiegamento, che viene stimolato ogni volta che il bambino le si avvicina; b) affetto simulato, o comportamento accattivante, che viene stimolato quando il bambino reagisce al suo comportamento ostile e di ripiegamento, e che è un modo di negare tale ripiegamento. Il bambino, quindi, è punito dalla madre se discrimina correttamente i suoi messaggi ed è punito anche se li discrimina erroneamente; egli è preso in un doppio vincolo. Il paziente si sacrifica per mantenere la sacra illusione che quanto dice il genitore ha senso. Per star vicino al genitore, egli deve rinunciare al suo diritto di far capire che vede incongruenze metacomunicative, anche quando tale accezione è corretta. Ne deriva dunque una profonda infelicità del soggetto. C’è un unico modo per il bambino di uscire da questa situazione: rendersi conto della posizione contraddittoria in cui la madre lo ha messo. Tuttavia, se così facesse, la madre la prenderebbe come un’accusa di disaffezione e lo punirebbe comunque, continuando ad affermare che il figlio ha una percezione distorta della situazione. Il doppio vincolo è, infatti, l’esperienza di venir punito proprio per essere nel giusto circa l’interpretazione del contesto. La ripetizione di tale esperienza di punizione in sequenze di questo tipo porta l’individuo a comportarsi abitualmente come se si aspettasse tale punizione.

Schizofrenia. | ilpensierononlineare

Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi. | ilpensierononlineare

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La psicoterapia

“La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme.”

Donald Winnicott

La Psicoterapia è un gioco di relazioni, di parole, di emozioni. Un gioco molto serio.

Photo by JESHOOTS.com on Pexels.com

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Io non parlo! Mutismo selettivo.

La prima descrizione clinica, in letteratura scientifica, del quadro clinico caratterizzato dal rifiuto volontario di parlare è del medico tedesco Adolf Kussmaul nel 1877, che lo definì “aphasia volontaria“. Nel 1934 lo psichiatra svizzero Moritz Tramer coniò il termine “mutismo elettivo“, volendo indicare in questo modo la scelta del bambino di rimanere in silenzio. La definizione moderna di “mutismo selettivo” è del 1983 e si deve alla psicologa svedese Stina Hesselman, che invece voleva sottolineare la difficoltà dei bambini ad esprimersi e a parlare in situazioni particolari e selezionate o in situazioni vissute come minacciose. Nel 1994 la descrizione e la diagnosi di mutismo selettivo fu poi riportata nell’appena nato manuale diagnostico DSM IV (nel DSM V il mutismo è stato inserito tra i disturbi d’ansia). In questo modo, la concezione moderna del mutismo selettivo, permetteva di considerare questo problema come la conseguenza di una difficoltà di parlare in determinate circostanze, unita ad una forte ansia sociale. Quindi, il mutismo selettivo, è un disturbo psicologico complesso e non solo un semplice rifiuto oppositivo del bambino a parlare con gli altri, da punire o stigmatizzare.

immagine google

Il mutismo selettivo è una condizione caratterizzata da un persistente impedimento del bambino nel parlare, in situazioni sociali specifiche. In genere può capitare in ambienti non familiari o non consueti, di contro, il bambino manifesterà buone capacità comunicative in famiglia.

Questo tipo di problema può a volte essere correlato anche a disturbi del linguaggio, dell’apprendimento, dell’attenzione o del comportamento, ma molto spesso le cause sono da ricercare all’interno del contesto familiare. In quest’ultimo caso, la famiglia “impedisce” (spesso inconsapevolmente) al bambino di relazionarsi in maniera soddisfacente con gli altri, quasi disincentivando e impedendo l’uso del linguaggio al piccolo. Inoltre il bambino potrebbe essere caricato eccessivamente delle ansie e dei vissuti emozionali negativi dei genitori, impedendo così il formarsi di quello che la psicologia dell’attaccamento definisce come “attaccamento sicuro”.

Le storie familiari dei bambini con mutismo selettivo sono spesso piene di eventi traumatici, stressanti (lutti, malattie, separazioni, divorzi, trasferimenti repentini o migrazioni). Quindi le storie familiari hanno un grande peso e molto spesso la valenza del transgenerazionale diventa preponderante, avendo il sintomo caratterizzato probabilmente anche la storia personale dei genitori o addirittura dei nonni, in passato.

Il bambino diventa in qualche modo l’espressione dei conflitti, dei traumi, delle paure e delle ansie dei suoi genitori. Infatti, in situazioni del genere, è molto auspicabile che alla psicoterapia individuale del bambino, si associ anche una psicoterapia familiare che possa aiutare la famiglia ed in particolare i genitori a riconoscere i nodi critici e i meccanismi disfunzionali che alimentano in qualche modo l’insorgenza del sintomo nel bambino. Invece il sintomo, nello specifico, può avere dei miglioramenti con la riabilitazione, quando però è associato con disturbi del neurosviluppo, come ritardi evolutivi nel linguaggio, ad esempio.

Photo by Khoa Vu00f5 on Pexels.com

Oltre agli interventi psicoterapeutici sarebbe necessario informare ed educare gli adulti (genitori, insegnanti) sulla natura di questo disturbo e sulle difficoltà dovute alla gestione dei bambini. Infatti, a lungo termine, l’atteggiamento dei bambini (apparentemente oppositivo) può indurre negli adulti atteggiamenti punitivi e rigidi, che aggraverebbero solo la vulnerabilità emotiva dei piccoli.

L’evoluzione e la risoluzione del sintomo possono essere più o meno lunghi, c’è bisogno di pazienza e di tempo, quello giusto, per il bambino e per la famiglia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Cleptomania. L’impulso irresistibile del furto.

Il termine cleptomania (dal greco kléptein – rubare), fu usato per la prima volta nel 1838 dall’alienista francese Jean-Etienne Dominique Esquirol che utilizzò il termine per indicare una propensione ad un impulso difficilmente controllabile del furto, causata probabilmente da un disturbo psichiatrico. Lo psichiatra Bleuler in seguito, osservo che in queste persone non c’erano altri comportamenti di tipo antisociale e che spesso gli oggetti rubati non avevano particolare valore. Addirittura nel XIX secolo i clinici e i medici in generale, osservarono che in prevalenza il disturbo si presentava nelle donne e lo associarono a possibili disfunzioni uterine, fortunatamente questa tesi fu abbandonata non molto tempo dopo. Dopo di che, l’interesse clinico per questo disturbo fu lentamente abbandonato.

Fino agli anni settanta del ventesimo secolo, ci fu un generale disinteresse. Con la prima edizione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM) l’interesse per questo particolare disturbo venne ripreso.

La cleptomania non è un disturbo comune, si stima che circa 6 persone su mille ne soffrono e circa il 5 % dei taccheggiatori abituali. I cleptomani agiscono sotto l’ “effetto” di un impulso incontrollabile. Quando rubano sono soli e non hanno complici, sono consapevoli del rischio legale che corrono e cercano quindi di non farsi scoprire. Non ricavano profitto dagli oggetti che rubano, infatti generalmente li buttano, li regalano, li collezionano (spesso senza utilizzarli) o addirittura, in alcuni casi, provano a restituirli. Circa i due terzi dei cleptomani sono donne.

Topo cleptomane – Immagine google.

Il disturbo ha il suo esordio durante l’adolescenza e può avere un decorso cronico oppure avere lunghi periodi di remissione, alternati da fasi in cui l’impulso per il furto è molto forte e si arriva anche a rubare 3 o 4 volte durante la stessa giornata. Le fasi in cui il sintomo si acuisce sono legate a situazioni stressanti (lutti, separazioni). Purtroppo per la maggior parte dei cleptomani passa molto tempo prima che arrivino a cercare un aiuto professionale, a causa del senso di vergogna che provano per un comportamento socialmente poco tollerato e che proprio non riescono a controllare.

Alcuni studi hanno osservato che la cleptomania può associarsi ad altri disturbi più comuni come alcolismo, disturbi di personalità, deficit d’attenzione, disturbo ossessivo compulsivo, bulimia, deficit d’attenzione, anoressia..

Una comorbilità abbastanza evidente è con la bulimia nervosa. Alcuni studi hanno dimostrato che circa il 25% delle persone con bulimia, hanno anche episodi di cleptomania. Negli uomini invece è stata osservata una correlazione con disturbi sessuali e traumi alla nascita. Nelle famiglie di cleptomani, invece, si trovano spesso storie di depressione, alcolismo e anche di cleptomania.

Secondo Carl Abraham (psicoanalista tedesco), il cleptomane sin da piccolo non ha ricevuto prove d’amore concrete e gratificazioni, quindi il furto potrebbe essere interpretato come il tentativo di trovare un piacere sostitutivo a quelle mancanze oppure una vendetta fantasmatica contro le figure genitoriali incapaci di dargli, quando necessario, le giuste gratificazioni.

immagine google

Per Charles Kligerman, invece il cleptomane, che in passato ha ricevuto una ferita narcisistica, attraverso il furto riesce a ricostruire temporaneamente il proprio Sé. C’è in queste persone una regressione ad una modalità infantile di cercare la propria indipendenza, che richiede una gratificazione immediata (prendere senza chiedere). Tutto ciò si accompagna ad una fragilità strutturale del Super-Io e ad un bisogno di essere scoperti e quindi essere puniti (dall’autorità).

Lo stile comportamentale del cleptomane, è stato anche associato ai disturbi ossessivo-compulsivi, perché ha alcune caratteristiche comuni con questi disturbi; ad esempio, pensieri ricorrenti o ripetitività dei comportamenti che condizionano negativamente gran parte della quotidianità della persona.

Per i cleptomani, l’atto di rubare è vissuto (o piuttosto seguito) da una sensazione di “piacere”. Ed è proprio questa “sensazione di piacere” insieme con la paura del giudizio negativo degli altri, ad allontanare queste persone da un percorso terapeutico. Molte volte intraprendono un percorso di cura solo nel momento in cui devono affrontare problemi legali conseguenti ai furti. Per le persone che soffrono di questo disturbo esistono diverse strategie di cura. Su tutte, dove ci sono tutti i presupposti, la psicoterapia è molto efficace, qualunque sia l’approccio teorico di riferimento (Sistemico-Relazionale, Psicoanalitico o Cognitivo Comportamentale). A volte può aiutare anche una terapia familiare o di coppia. Inoltre i gruppi di mutuo aiuto (Tipo alcolisti anonimi), associati ad una psicoterapia individuale, possono aiutare moltissimo. Nei casi molto gravi può essere associata alla psicoterapia anche una terapia farmacologia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

I miti familiari

Nel post di martedì abbiamo parlato più in generale del mito e della sua importanza per i contesti sociali, per le comunità, i gruppi e per i singoli individui. Oggi invece parleremo più nello specifico del mito familiare.

I Miti. Storie di popoli e di famiglie.. | ilpensierononlineare

Il mito familiare si potrebbe definire come quell’insieme di opinioni e idee comuni, condivise e sostenute da tutti i componenti del sistema familiare che delineano la natura delle relazioni tra i membri e i ruoli che caratterizzano i membri.

Questo insieme di idee e convinzioni, racchiuse nei miti familiari, hanno la particolarità di essere sostenuti e condivisi da tutti i membri della famiglia.

Secondo uno psichiatra e Terapeuta Familiare Byng-Hall, ai miti familiari possono essere associati tre tipologie di immagini: le immagini ideali (quelle a cui uno tende ad adeguarsi e si aspetta che lo facciano anche gli altri); le immagini di ruolo condivise (quelle condivise da tutti i membri della famiglia); le immagini di ruolo disconosciute (quelle ripudiate, proibite o disapprovate negli altri o a se stessi, sono caricate di ansia quando se ne parla). Secondo quest’autore i miti familiari sono proprio l’insieme di queste immagini di ruolo condivise, nelle quali tutti sono disposti a riconoscersi.

Il mito familiare reincarna tutti quei valori che hanno una funzione prescrittiva e alla quale tutti i membri della famiglia debbono attenersi in quanto sono vincolati da debiti morali e legami di lealtà nei confronti degli altri familiari. A questo modello di valori, ogni membro della famiglia si rivolge per dare un senso e un significato alle relazioni e al comportamento proprio e degli altri. Il mito quindi, in tal senso, può essere inteso come una lente che ci da un modo di vedere, decodificare e interpretare la realtà.

Un mito familiare una volta che è stato negoziato e accettato dai vari membri, diviene parte integrante del sistema e difficilmente verrà criticato o messo in discussione. Le tematiche che spesso vengono osservate e riscontrate nei miti familiari sono quelle legate: all’armonia familiare (in base al quale la famiglia è percepita come unita e in perfetto accordo); alla condivisione totale (tutte le informazioni sono condivise, tutti i membri sanno tutto di tutti); ai temi di negazione familiare (famiglie percepite come odiose e inesistenti o dove qualsiasi comunicazione è ritenuta impossibile).

Spesso e volentieri i miti familiari, nonostante tutto, sono valorizzati e difesi dai membri e tuto ciò che viene percepito come non in accordo con essi è distorto e “scacciato” all’esterno. Infatti, chi è parte integrante di un sistema familiare, non riesce a distinguerlo e definirlo come tale, perché “ci sta dentro” e quindi percepisce il mito come verità insindacabile. Per avere una visione una visione più concreta di esso, bisogna distanziarsi da esso e provare a valutarlo criticamente.

La funzione più importante del mito è quella di favorire la coesione del gruppo, creare un equilibrio omeostatico per la famiglia, fornire spiegazioni a comportamenti e a situazioni familiari. E questa funzione, per lo più, difensiva si attiva spesso quando ci sono “pericoli di trasformazione” e quindi squilibri dovuti a caos o alla rottura di alcune relazioni familiari. Secondo un altro autore, Stierling, i miti potrebbero essere considerati, in molte occasioni, proprio alla stregua di veri propri meccanismi di difesa, attivati dal sistema familiare per proteggersi da una realtà sgradevole, dall’angoscia del cambiamento che potrebbe rompere e mettere in pericolo l’unità familiare e quindi i valori su cui e fondata.

I miti familiari caratterizzano tutte le famiglie e quindi sono sostanzialmente utili, se adattivi alla crescita e al cambiamento. Diventano prerogativa, invece, delle famiglie disfunzionali, quando diventano rigidi, chiusi e incapaci di integrare in se le novità dei cambiamenti che possono rincorrersi durante tutto l’arco della vita familiare. Infatti tanto più un mito familiare è dogmatico tanto più si irrigidisce, facendo in modo che la percezione personale dei membri, diventi distorta e deformata fino alla creazione di pregiudizi che determinano in negativo le relazioni e disturbano la dinamicità delle relazioni interne che possono diventare statiche, ripetitive e immutabili.

In genere le famiglie che vogliono evitare sistematicamente ogni tipo di conflitto, hanno miti rigidi; mentre nelle famiglie in cui c’è una buona gestione dei conflitti, che non vengono ripudiati ma divengono costruttivi, agiscono miti più flessibili e funzionali.

Per concludere, i miti sono parte della storia familiare e nascono nel momento in cui si costituisce una coppia proiettata ad un futuro genitoriale. Ma i miti si incarnano nella società e nella cultura di appartenenza e si legano indissolubilmente ai miti delle generazioni delle famiglie della coppia che formerà una nuova famiglia. Quando questa integrazione di storie e di miti diviene armonica, allora la narrazione della nuova mitologia familiare sarà funzionale e quindi flessibile ai cambiamenti.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Mio figlio non mi ascolta…

Immagine Personale: “La mia famiglia”.

“Se una società vuole veramente proteggere i suoi bambini, deve cominciare ad occuparsi dei genitori”.

John Bowlby.

Capita sempre più che i genitori arrivati presso una consultazione, lamentino un “mancato ascolto” da parte dei propri figli “Mio figlio non mi sente”.. dice la signora M… “sta sempre con la testa da un’altra parte”.. sostiene L…

Giovanna, 45 anni, chiama presso il Consultorio dell’Asl in una fredda mattinata di Dicembre. Dal tono della voce si evidenzia subito uno stato di urgenza e ansia; si percepisce inoltre spavento e angoscia per una situazione che non “riesce più a controllare”.

“Mio figlio”, dice, “è un disastro, si ribella di continuo non segue i nostri ordini e le direttive familiari; fa sempre di testa sua è scontroso e aggressivo. Da poco ha cominciato a girare con un coltellino in tasca e io non so più cosa fare”.

Michele ha 13 anni ed è il classico pre adolescente. Alla ricerca della propria identità in divenire (come in divenire è il momento della vita che si trova a vivere, essendo l’adolescenza una fase di passaggio in cui non si è più bambini ma non si è nemmeno ancora adulti), sperimenta con l’abbigliamento (giudicato dai genitori inopportuno) e sfidando l’autorità (rispondendo male e in maniera provocatoria) “chi sono”.

Senza entrare nel dettaglio della storia (i cui nomi è bene sottolineare, sono di fantasia), già dal primo colloquio è emerso che la situazione familiare appare piuttosto caotica, rigida e “mortificante”.

Il padre di Michele è un esponente delle forze dell’ordine: appare rigido e fermo sulle sue posizioni che sono “sempre giuste e sicure” : “a casa comando io”.

La madre è una casalinga che vive costantemente soggiogata dalle decisioni prese da un marito “freddo e che non è mai stato partecipe della vita familiare”, in sostanza il marito non c’è mai ma pretende che le sue decisioni siano legge.

La sorella di Michele di 3 anni più piccola, è trattata come una bambolina/trofeo; oggetto d’amore della madre viene costantemente riempita (fino a strabordare) di proiezioni, dimenticando che anche lei – Valentina- ha una sua personalità in costruzione. Riempita fino all’orlo di proiezioni materne Valentina ha smesso di mangiare: troppo piena di cose altrui per riempire lo stomaco di cibo; ha inoltre cominciato da poco a vomitare (il surplus emotivo) ciò che non riesce più a contenere con il suo esile corpo.

Il breve estratto del caso citato, vuole evidenziare come spesso ci soffermiamo sulle problematiche dei bambini, degli adolescenti o dei giovani adulti dimenticando l’importanza del contesto in cui loro sono (stati) calati : la famiglia.https://ilpensierononlineare.com/2019/06/26/pavor-nocturnus-terrore-notturno-e-bambini/ https://ilpensierononlineare.com/2019/09/26/leta-in-divenire-ladolescenza-come-terra-di-mezzo-tra-linfanzia-e-la-vita-adulta/

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sul divorzio

Oggi vorrei affrontare un altro argomento correlato all’articolo precedente della collega e al strettamente intersecato con il mio di ieri dedicato al matrimonio. Vi parlerò del divorzio.

Il divorzio è un evento paranormativo che traumatizza tutte le aree del legame, all’interno di una coppia inoltre “è considerato dai clinici come una crisi prevedibile del ciclo vitale della famiglia, sebbene l’attacco al legame che i soggetti avvertono è forte e traumatico” (V. Cigoli).

Il divorzio e la separazione, rappresentano una fase di cambiamento e sconvolgimento che interessa l’intero progetto di vita pensato e delineato nel corso del tempo da una coppia. Questa fase comporta una riorganizzazione di diversi aspetti della propria vita che riguardano gli aspetti economici, l’abitazione, le relazioni, i legami familiari.

Una separazione e un divorzio possono arrivare al termine del processo anche in maniera positiva quando entrambi i genitori hanno compreso le cause e le dinamiche implicite che hanno portato ad una fine prematura del rapporto.

Photo by burak kostak on Pexels.com

Quando la decisione della fine di un rapporto è univoca (cioè presa direttamente solo da uno dei coniugi), l’altro coniuge può vivere il distacco improvviso emotivamente come una condizione assimilabile al lutto.

Nel 2005 David Sbarra e Robert Emery, due psicologi americani hanno teorizzato il “modello ciclico del lutto”.

Questo modello prevede tre emozioni caratterizzanti che al termine di una relazione possono presentarsi inizialmente una per volta con forte intensità per poi presentarsi in maniera simultanea in un secondo momento. Ecco il ciclo delle emozioni:

  • L’ Amore caratterizza il sentimento di perdita e quella segreta speranza che tutto si possa “aggiustare” e rimarginare. Il rischio di rimanere bloccati su questa emozione porta alla negazione psichica della separazione perché la persona coverà dentro di se sempre la speranza che possa avvenire una riconciliazione;
  • La Collera aumenterà a causa della frustrazione subita. Si avrà la sensazione di essere stato ingannato e si darà la colpa all’altro per il dolore percepito. Il rischio di una fissazione su quest’emozione determinerà una visione alterata della realtà che porterà a investire solo ed esclusivamente l’altro coniuge delle colpe della separazione. L’ex sarà quindi considerato a tutti gli effetti la rovina della propria vita;
  • La Tristezza invece è legata a quel sentimento di profondo sconforto, vuoto e solitudine che si può provare in una situazione del genere. Purtroppo la fissazione a questa emozione può provocare stati depressivi e in alcuni casi più gravi pensieri suicidari. In questi casi in genere la colpa della separazione viene data a se stessi.

Se elaborati correttamente queste emozioni e questi contenuti dolorosi possono portare all’accettazione della separazione con la prospettiva della costruzione di un nuovo progetto di vita personale. Infatti, la fine del rapporto, anche se ricca di dolore e sofferenza, una volta elaborata, può rappresentare comunque la possibilità di una crescita interiore. La persona che si appresta ad affrontare questo cambiamento deve però affrontare la fine del legame, mettendosi in discussione e incuriosendosi della nuova realtà che la separazione comporta.

immagine personale

Questo processo di elaborazione del divorzio è dura e dolorosa, richiede un faticoso lavoro su se stessi. Però con un buon supporto psicologico è possibile superare queste fasi per poi cominciare ad investire su se stessi valorizzando le proprie risorse personali, ripensandosi e riadattandosi alla nuova realtà.


Terapia Familiare Reale.

Anche la Royal Family in terapia! Tre o quattro giorni fa mi balza agli occhi questa notizia, riportata su diverse testate giornalistiche e sui media. Pare che la Regina Elisabetta (94 anni) abbia deciso di intervenire “terapeuticamente” per provare a ricucire i rapporti familiari reali deteriorati, “proponendo” una terapia familiare, con l’aiuto di un professionista. Da indiscrezioni (riportate sempre dalle varie testate giornalistiche) pare che la Regina abbia preso addirittura in considerazione la possibilità dell’utilizzo della videoconferenza, qualora fosse impossibile vedersi da vicino, considerando anche l’emergenza sanitaria in corso.

Royal Family

Da Terapeuta Sistemico Relazionale questa notizia mi rende davvero lusingato della fiducia della Regina nella Psicoterapia e orgoglioso della mia professione.

La terapia familiare è uno strumento molto potente e attraverso diverse tecniche e metodologie può riequilibrare i ruoli e le funzioni all’interno del sistema familiare, migliorando anche i processi di differenziazione dei suoi membri, aiuta a superare e “metabolizzare” le crisi delle varie fasi di sviluppo.

Le famiglie possono, in maniera inconsapevole, condizionare i propri membri attraverso aspettative e “miti”, tramandati dalle passate generazioni. Aspettative insormontabili di “eccellenza” che possono generare nei membri della famiglia situazioni insostenibili e costrittive. L’utilizzo della storia familiare consente, in una terapia familiare di utilizzare e studiare elementi del passato per comprendere i nodi evolutivi delle attuali relazioni connettendoli al presente, a ciò che sta succedendo.

Simpson – Miti Familiari, fantasmi delle passate generazioni.

Carl Whitaker sosteneva che “la famiglia sana è dinamica, non statica… la famiglia sana è un sistema in movimento” (C.A. Whitaker e W.M Bumberry, 1989); una famiglia ha bisogno di essere in continuo movimento, deve avere la possibilità di poter sperimentare il cambiamento. Nelle famiglie “sane” le norme agiscono come se fossero un sottofondo, una guida e quindi aiutano il sistema e i membri a crescere; di contro in una famiglia patologica “le norme sono utilizzate per limitare e il cambiamento e lo status quo”.

Possiamo dedurne che un sistema familiare flessibile e dinamico sia più funzionale e più “sano” di uno rigido e gerarchico.

“Solo quando abbiamo la libertà di non appartenere ha significato unirsi a qualcuno. Quindi l’associazione è chiaramente un atto di volizione, una questione di scelta, non un obbligo”

Carl A. Whitaker, “Danzando con la Famiglia”, (1989).
Simpson – Terapia Familiare

Insomma l’idea della Regina (sempre al passo con i tempi, nonostante l’età) è buona, anzi ottima, ma i risultati della terapia familiare saranno quelli da lei auspicati?

Sarei curioso di essere nei panni del loro terapeuta per vederlo da vicino.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

Rif. Biblio: “La Terapia Sistemico – Relazionale tra coerenza e strategia”, R. Aurilio – M. Menafro – M.G.A. De Laurentis, Franco Angeli (2015). “Danzando con la Famiglia”, C. A. Whitaker – W.M. Bumberry, Astrolabio (1989).