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Rivoluzioni personali..

“La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi.”


Che Guevara
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Le rivoluzioni più durature sono quelle che nascono dal profondo.

Ma le “rivoluzioni interne” sono anche quelle più complesse da portare avanti.

dott. Gennaro Rinaldi

“Forse sto diventando pazza..!! Qualcuno mi aiuti!!”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

Disclaimer:

Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una ragazza di 25 anni, studentessa universitaria. Nella mail ci descrive la comparsa improvvisa di un ospite scomodo, terrorizzante, ma conosciuto Ecco la sua lettera:

“Buongiorno. Mi chiamo P. ho 25 anni e sono una studentessa universitaria. Quest’anno ho frequentato l’ultimo anno di Magistrale. Studio lontano da casa. Vivo in un appartamento con altre due ragazze per la maggior parte dell’anno. Non ho grossi problemi all’università, lo studio va discretamente bene. Mi mancano 4 esami alla laurea. Voi vi chiederete: “sembra vada tutto bene, perché ci ha contattato?”. No. Non va per niente bene. Ho dato l’ultimo esame a inizio giugno e ne avevo in programma un altro la prossima settimana. Dal giorno dell’ultimo esame non ci ho capito più nulla. Ho sempre sofferto un po’ di ansia e un paio di volte ho avuto (credo) degli attacchi di panico, ma riuscivo a gestire il tutto prendendo il mio “amico” ansiolitico (regolarmente prescritto dal mio medico). Sono ormai settimane, forse un mese, non lo so che ho attacchi di panico un giorno si e pure l’altro. Ho un peso sul petto che non mi fa respirare. Ho avuto il terrore fosse il covid e ho fatto almeno tre volte il tampone. L’ansiolitico sembra calmare un po’ tutto, ma dopo torna peggio. Non riesco a dormire bene e il caldo non mi aiuta. Ormai fumo un pacchetto di sigarette al giorno (prima un pacchetto durava una settimana). I miei genitori al momento non sanno nulla, ma tra qualche giorno tornerò a casa e non so cosa dire loro. Il mio esame di luglio? Ho lanciato i libri per aria! Non riesco a capire cosa sta succedendo! Le mie amiche mi hanno consigliato di chiedere consiglio ad uno Psicologo. Forse sto impazzendo. Io non voglio impazzire!”

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La paura, l’ansia e l’attacco di panico sono strettamente legati e insieme possono rompere anche equilibri in apparenza molto solidi. L’attacco di panico può essere considerato alla stregua di un vero e proprio tsunami emotivo, dagli effetti più o meno devastanti per la persona che ne viene travolta. Chi soffre di attacchi di panico è terrorizzato dalle reazioni che si possono avere dinnanzi ad una paura ingestibile e incomprensibile. Aver paura della paura, questa è la sensazione che si prova e questa sensazione non fa altro che esasperare i sintomi psicofisiologici fino alla perdita di controllo. L’innesco comune a tanti episodi di attacchi di panico è da rintracciare in un sentimento o un vissuto personale di impotenza e solitudine di un particolare momento della propria vita.

Cara P. come lei ha descritto nella mail, la sua esperienza con l’ansia e con gli attacchi di panico, non è recente. Ha già potuto vivere un malessere simile nella sua vita, ma probabilmente non ha mai affrontato nella maniera opportuna il suo sentire e le dinamiche che innescavano in maniera periodica questi episodi di panico. L’utilizzo dell’ansiolitico funge solo da tappo. Si immagini come una bottiglia di spumante o champagne. L’ansia e il panico saranno gli elementi di disturbo che la agiteranno. Come spesso capita, una volta agitata, la pressione alimentata dall’anidride carbonica interna alla bottiglia saturerà velocemente lo spazio libero da liquido e spingerà per uscire. In tal caso il tappo (l’ansiolitico) non resisterà per molto tempo prima di saltare per aria.

Le sue amiche le hanno dato un consiglio prezioso. La psicoterapia la aiuterà a comprendere il senso della sua risposta emotiva esasperata agli stimoli ansiosi o alla paura che innesca quest’ultimi. La aiuterà inoltre a comprendere eventuali (e possibili) interazioni disfunzionali che si innescano con gli altri quando si sviluppa il panico.

Spesso infatti si osservano “ridondanze”: tentativo di evitare o sfuggire allo stimolo che spaventa; ricerca di aiuto e protezione; tentativo spesso fallimentare di controllare le reazioni psicofisiologiche; è proprio la ripetizione inconsapevole, nel tempo, di questo tipo di interazione con il mondo e con gli altri ad incrementare la paura e il timore per il panico e per l’incapacità di fronteggiare tutto quello che può succedere.

Infine la psicoterapia le darà (a differenza del farmaco) tutti gli strumenti e le strategie per comprendere, fronteggiare e gestire l’ansia, la paura e gli attacchi di panico.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

“Dott. mio figlio è cambiato.. e questa cosa mi spaventa”

Un caffè (freddo) con i dottori – Rubrica settimanale –

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Coloro che inviano la mail, acconsentono alla resa pubblica di quanto espressamente detto. Tutte le informazioni personali (ad esempio nome), così come tutti gli altri dati sensibili, sono coperti dal segreto professionale e dalla tutela del cliente (ART.4,9,11,17,28, Codice Deontologico degli Psicologi). Le fonti di invio delle mail sono molteplici (non legate al solo wordpress).

Per la rubrica “Una caffè freddo con i dottori”, ho scelto di rispondere ad una madre di due ragazzi adolescenti. Ecco la sua lettera:

“Salve, sono madre di due ragazzi di 16 e 13 anni. Vi scrivo per mio figlio di 16 anni. Sono abbastanza preoccupata per il suo comportamento, strano e inusuale per il suo carattere. Lui è sempre stato un ragazzo socievole, allegro, vivace. Facevamo fatica (io e mio marito) a tenergli testa. Invece adesso, sono ormai alcuni mesi che non esce di casa ( ha fatto una gran fatica a finire l’anno scolastico in presenza, con tantissime assenze), resta nella sua camera buttato sul letto a guardare video sullo smartphone o sul portatile. Pare abbia perso la maggior parte dei contatti con i suoi amici di sempre. A volte lo sento giocare alla play e parlare con alcuni suoi amici di gioco. Dice che si annoia e che gli va di stare solo. Spesso mangia in camera e non esce per ore intere. Di notte non dorme e vaga per casa, di giorno dorme fino al pomeriggio. Non gli abbiamo mai fatto mancare niente e non ha mai avuto nessun problema. Non so che fare. Non riesco a capire cos’abbia. Non lo riconosco più e questa cosa mi spaventa. Grazie mille.”

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Salve. Non c’è ragazzo o ragazza, dell’età di suo figlio che non provi ad esplicitare in maniera più o meno “rumorosa” il suo diritto ad essere disperato, depresso, arrabbiato, infelice e inquieto. Essere genitori di un adolescente è complicatissimo, ma essere adolescenti è a dir poco un’esperienza “sconvolgente” e tormentata. Ovviamente non conosco abbastanza bene suo figlio e non posso essere esaustivo riguardo il suo malessere. Mi pare però abbastanza chiaro guardando alla descrizione che stia vivendo una fase piuttosto complicata della sua vita. La struttura psichica di un ragazzo di 16 anni è ancora in piena fase evolutiva e quindi in continua trasformazione. Quindi spesso gli aspetti apparentemente patologici o preoccupanti sono transitori. Possono invece destare preoccupazione nel momento in cui ci sono cambiamenti abbastanza radicali dello stile di vita e del comportamento; inoltre i sentimenti di tristezza , noia, apatia possono diventare preoccupanti quando restano invariati e costanti per molto tempo, senza alternarsi periodicamente a situazioni emotive di equilibrio o di polo opposto.

Nel caso di suo figlio, come lei descrive, ci sono state delle vere e proprie rotture con quello che era il suo usuale percorso evolutivo e di sviluppo. Suo figlio ha allontanato gli amici di sempre, non ne ha altri e ha scarso interesse a relazionarsi e a ricercare relazioni affettive (a differenza di qualche mese fa); inoltre tende ad isolarsi per giorni interi rimanendo chiuso in casa, evitando così i contatti con gli altri e il mondo fuori la propria stanza ( luogo sicuro); ha invertito il proprio ritmo circadiano, vivendo nelle ore notturne; ha cominciato a disinteressarsi della scuola, dei compagni di scuola. Queste premesse evidentemente possono preludere a situazioni di disagio psichico più complesse e profonde come: depressione, disturbi dell’umore, disturbi di personalità, ansia sociale, isolamento sociale, hikikomori (dal giapponese “stare in disparte”).

Spesso noi adulti consideriamo gli adolescenti come esseri strani, lunatici, misteriosi, incomprensibili. Parliamo troppo spesso di loro, ma parliamo troppo poco di loro, ascoltandoli realmente. Bisogna fare un passo indietro e provare a ritornare con la memoria a quando anche noi eravamo adolescenti, solo in quel momento possiamo forse avremo l’opportunità di cogliere l’intensità emotiva del loro “stare nel mondo”.

Fatta questa premessa le consiglio di considerare per suo figlio (ovviamente dopo averne parlato insieme della necessità) l’inizio di un percorso psicoterapeutico e se possibile parallelamente a questo percorso, una psicoterapia familiare.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Ansia e procastinazione.

Oggi vorrei parlarvi di una cosa molto comune in particolare tra gli studenti universitari, ma non solo: l’ansia da valutazione. Questa “tipologia” di ansia, può incidere così tanto su uno studente, da arrivare a “costringerlo” a rinviare un’infinità di volte un esame.

Il ritardo con cui si decide di affrontare la prova, dipende da numerosi fattori tra i quali il grado di pericolosità percepita e la tendenza, che tante persone hanno, a rimandare scelte e decisioni: la procastinazione.

Da alcuni studi effettuati all’Università di La Verne, in California, si è potuto dedurre che la severità della valutazione interagisce con la tendenza individuale alla procastinazione in maniera complessa. Ciò vuol dire che gli studenti che hanno una maggiore predisposizione alla procastinazione tenderanno ad essere più condizionati da una “probabile” valutazione severa del loro compito o del loro esame. Gli stessi studenti, invece, alle prese con un compito e una situazione poco minacciosa e severa, saranno addirittura più veloci degli altri studenti.

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La procastinazione potrebbe essere ridotta, provando a controllare e gestire l’ansia da valutazione sui temperamenti individuali. Infatti, i grandi procastinatori, hanno in genere alti livelli di perfezionismo e insicurezza circa le proprie prestazioni; risentono – inoltre- moltissimo del giudizio altrui e delle valutazioni severe.

In genere un supporto psicologico mirato può dare ottimi risultati e quindi aiutare i grandi procastinatori a gestire meglio l’ansia, comprendere la fonte delle proprie incertezze e insicurezze, e trovare nuove strategie di adattamento agli esami.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

I Libri..

” […] Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza , nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Conoscete la leggenda di Ercole e Anteo, il lottatore gigantesco, dalla forza incredibile, finché fosse rimasto coi piedi per terra? Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole sospeso nel vuoto, senza radici, egli perì facilmente[…] “

Ray Bradbury – Fahrenheit 451 –
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I libri hanno la capacità di evocare ricordi ed emozioni solo con la loro presenza fisica. L’odore della carta, della polvere, il suono dei fogli che lasciamo passare tra le nostre dita, il colore della copertina e la regolarità delle righe scritte; ed è proprio in quel contatto che abbraccia tutti i sensi che si percepisce la vera essenza di un libro.

Il brano del libro “Fahrenheit 451” riportato sopra, è stato scritto negli anni cinquanta del novecento, ma pare descrivere una condizione attuale dell’uomo. Le tecnologie hanno tantissimi pregi, enormi pregi, ma stanno condizionando le nuove generazioni all’abbandono di alcune “usanze” e “rituali” culturali quotidiani, che hanno caratterizzato la vita dell’uomo per centinaia di anni. Il cambiamento tecnologico è veloce, quasi in maniera esponenziale raddoppia la sua velocità ogni anno.

Cosa sostituirà quel “limo nero fertile e quella buona pioggia” che alimenta le nostre menti? Il vecchio Faber, nel testo sopra citato, dice che i libri sono temuti perché rivelano i pori sulla faccia della vita. I libri rappresentano le varie sfaccettature dell’umanità, hanno in essi il potere delle storie; messaggi, simboli, significati, insegnamenti, stralci di vita e di esperienze e conoscenze. Le persone di questo tempo sembrano diventare ciò che Faber definisce come “gente comoda” che vuole solo “facce di luna piena”, perfette, senza difetti, inespressive o con espressioni improponibili. I libri servono anche a questo, stimolano il libero pensiero e non lo cristallizzano in stereotipi e apparenze, di bellezza e banalità. I libri stimolano le nostre radici a restare ben salde e vigorose; facciamo in modo che non ci tengano per troppo tempo “sospesi nel vuoto” come è accaduto ad Anteo.

Non possiamo pensare di vivere come fiori e nutrirci solo di “fiori e giochi pirotecnici”, per calarci nella realtà, evolverci e crescere abbiamo bisogno di nutrirci soprattutto di quel limo nero fertile e bagnarci sotto la pioggia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La vita e le scelte

“La vita è fatta di scelte. Di alcune ci sentiamo, di altre siamo fieri. Siamo quelli che decidiamo di essere”. 

Graham Brown

La scelta è un atto di volontà che determina un “movimento”; la non scelta implica invece una sorta di immobilismo autoindotto. Ma anche la non scelta è pur sempre una scelta.

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Si sceglie di non scegliere perché probabilmente siamo spinti a restare al sicuro, nel punto esatto in cui siamo.

Anche il lavoro di psicoterapia è fatto di scelte. Il paziente, in terapia, sceglie per se stesso e ciò gli permette di svincolarsi dal vincolo delle scelte indotte dagli altri. Se decidiamo di non scegliere, molto probabilmente gli altri decideranno per noi, ma noi abbiamo sempre la libertà di scegliere purché decidiamo di farlo.

«La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una “possibilità che si” e di una “possibilità che no” senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro

Søren Kierkegaard

Il sentimento dell’ angoscia secondo Kierkegaard nasce come contrappeso proprio alla libertà di scelta e di fronte alle molteplici possibilità di scelta. Ed è proprio questo sentimento d’angoscia che caratterizza le vite di tanti giovani e giovanissimi e non solo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’apatia

Con il termine Apatia (termine di origine greca) intendiamo impassibilità, insensibilità, assenza di passioni ( a – pàthos ). In psicologia con apatia si indica un’indifferenza affettiva per situazioni che normalmente susciterebbero interesse o emozioni.

L’apatia è frequente nella depressione, dove generalmente c’è un’ impossibilità di gioire e una generale difficoltà a proiettarsi nel futuro ottimisticamente. L’apatia può essere presente nella schizofrenia dove la persona, assorta dai propri fantasmi, non riesce a reagire adeguatamente agli stimoli del mondo esterno.

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L’apatia può però anche manifestarsi in persone che non soffrono di gravi disturbi psichici, ma che vivono un forte frustrazione; una usurante condizione di vita routinaria; un forte stato d’ansia; una grave crisi affettiva o in persone che hanno passato un lungo periodo in condizioni di assenza e privazione di scambi con gli altri e con il mondo (ospedalizzazioni, lockdown, quarantena, prigione).

L’apatia potrebbe derivare da una valutazione patologica dei benefici, la sensazione personale che ogni proprio sforzo o gesto sia completamente inutile e che nulla abbia più valore. Ciò comporta un’assenza di motivazione a provare ad agire.

L’apatia, in tal senso, potrebbe essere connessa anche ad una valutazione patologica dei costi. La persona apatica ha una stima del “costo” (mentale e fisico) dei propri sforzi eccessiva. Tale condizione scoraggerebbe la persona a proseguire e a impegnarsi a modificare il proprio atteggiamento e quindi comporterebbe una riduzione dell'”impegno” e dello sforzo prodotto.

Sicuramente è possibile uscirne fuori e tornare ad assaporare la “sensibilità” alle emozioni e recuperare le passioni perdute. Non è però un lavoro facile e richiede uno sforzo enorme. Ma è una sfida che si può vincere. In genere un lavoro di psicoterapia è essenziale e dà ottimi risultati, ma nei casi in cui vi è presenza di disturbi psichici più gravi in comorbilità con l’apatia (depressione o schizofrenia, ad esempio) è necessario fare anche una terapia farmacologica insieme alla psicoterapia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Vivere l’Hic et Nunc: possibili vantaggi e rischi evidenti..

Prendo spunto da un post sull’ “Hic et nunc” di Alessia (Erbe del benessere) di un paio di giorni fa. In effetti l’argomento è molto interessante e merita una (doppia) riflessione in quanto in parte già la mia collega Giusy ha avuto modo di approfondire nell’articolo di ieri: Frat(tempo) e Hic et Nunc.

La questione di vivere nell’Hic et Nunc, nel qui ed ora, liberi da vincoli temporali passati e futuri è vivere nella consapevolezza del momento presente. Vivere il presente, “l’adesso” senza rimandare e senza aspettare situazioni o momenti più propizi.

I vantaggi di questo modo di approcciare alla vita possono essere tanti. Ad esempio chi vive nel qui ed ora, è libero dai vincoli del passato e dalle preoccupazioni del futuro; non rimanda mai le cose da fare, evitando di pensare troppo alle conseguenze ( se voglio chiedere ad una ragazza di uscire, lo faccio; se mi viene voglia di un gelato e di una pizza a mezzanotte, cerco qualcuno che è ancora aperto per comprarli); se vivo nel qui ed ora non mi importa del futuro e di tutte le preoccupazioni e incertezze che porta con sé, piuttosto mi concentro solo sulle giornate che vivo; se vivo nel qui ed ora non mi interessa di progettare una vacanza, se ho voglia di andarmene e partire, lo faccio.

Non pensare: SENTI. La sensazione esiste qui e ora, quando non viene interrotta e anatomizzata da idee o concetti. Nel momento in cui smettiamo di analizzare e ci lasciamo andare, possiamo cominciare a vedere e a sentire davvero come un tutto unico.

Bruce Lee

Vivere il qui ed ora permette alla mente di scaricarsi e liberarsi dai numerosi vincoli, responsabilità, pensieri, preoccupazioni, pregiudizi.. un modo di interpretare la propria vita davvero molto bello.

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Ma è davvero possibile? Quali sono i rischi per chi prova ad interpretare la vita in questo modo?

Ci sono persone che vivono riducendo la vita all’attimo presente, al qui e ora, senza il respiro del tempo e senza la proiezione di sé nel futuro. Persone, dunque, che usano il denaro per acquistare la cosa che in quell’attimo si presenta come indispensabile, l’unica che al momento li fa sentire bene. Quella cosa è curativa nei confronti del mal d’essere, toglie questa sensazione sgradevole e si prova persino un attimo di felicità.

Vittorino Andreoli, Il denaro in testa, 2011

Guardando esclusivamente al nostro personale interesse qui e ora, smarriamo il senso comune delle cose, e la loro prospettiva nel tempo.

Vittorino Andreoli, L’uomo di superficie, 2012

Il rischio è dietro l’angolo, purtroppo. Faccio una riflessione, premettendo che, attingendo anche alla mia esperienza di Psicologo e Psicoterapeuta, sia davvero complesso per una persona vivere esclusivamente il “qui ed ora” senza determinare qualche piccola “interferenza” con il mondo circostante. Inoltre, a meno che non si abbia una capacità meditativa e spirituale molto elevata e la possibilità di vivere la propria vita slegati dal mondo circostante, dalla propria famiglia, dal proprio lavoro è davvero molto difficile vivere veramente nel Hic et nunc.

Infatti credo che proprio per questo motivo il credo che il concetto sia stato svuotato del significato “antico” puro e abbia invece acquisito un nuovo significato più moderno. E proprio questa cosa l’ha decisamente deviato. Come riportato anche sopra, nelle parole di Andreoli (Psichiatra), il rischio, per le nuove generazioni è quello di vivere guardando esclusivamente al presente, slegandosi dalla concezione più complessa del proprio tempo.

Il pensiero di un giovane sarà più o meno questo: “se la mia vita è solo adesso, non mi importa di ciò che sarà domani, non mi importa di guardarmi intorno, di fantasticare sul mio futuro; non mi importa di ciò che è comune; non mi importa di sapere se ciò che faccio avrà delle conseguenze. Adesso è il mio vivere, scapperò dal mio passato, rifugiandomi nel presente infinito e eviterò di guardare più in la di domani, perché futuro non c’è”.

Il rischio è quindi quello di interpretare il concetto di “qui ed ora” come uno scivolo veloce verso la deresponsabilizzazione.

La società dei consumi è forse l’unica società della storia umana che prometta la felicità nella vita terrena, la felicità qui e ora e in ogni successivo “ora”: felicità istantanea e perpetua.

Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, 2007

Vivere esclusivamente il qui ed ora rischia di svuotare di significato la propria vita e slega gli eventi dalle emozioni. Ma il passato ritorna prima o poi e con esso la percezione della possibilità del futuro. Meglio affrontare subito il mare agitato di un passato e un futuro tormentato che imbattersi improvvisamente contro uno tsunami.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi