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La psicoterapia

“La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme.”

Donald Winnicott

La Psicoterapia è un gioco di relazioni, di parole, di emozioni. Un gioco molto serio.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Io non parlo! Mutismo selettivo.

La prima descrizione clinica, in letteratura scientifica, del quadro clinico caratterizzato dal rifiuto volontario di parlare è del medico tedesco Adolf Kussmaul nel 1877, che lo definì “aphasia volontaria“. Nel 1934 lo psichiatra svizzero Moritz Tramer coniò il termine “mutismo elettivo“, volendo indicare in questo modo la scelta del bambino di rimanere in silenzio. La definizione moderna di “mutismo selettivo” è del 1983 e si deve alla psicologa svedese Stina Hesselman, che invece voleva sottolineare la difficoltà dei bambini ad esprimersi e a parlare in situazioni particolari e selezionate o in situazioni vissute come minacciose. Nel 1994 la descrizione e la diagnosi di mutismo selettivo fu poi riportata nell’appena nato manuale diagnostico DSM IV (nel DSM V il mutismo è stato inserito tra i disturbi d’ansia). In questo modo, la concezione moderna del mutismo selettivo, permetteva di considerare questo problema come la conseguenza di una difficoltà di parlare in determinate circostanze, unita ad una forte ansia sociale. Quindi, il mutismo selettivo, è un disturbo psicologico complesso e non solo un semplice rifiuto oppositivo del bambino a parlare con gli altri, da punire o stigmatizzare.

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Il mutismo selettivo è una condizione caratterizzata da un persistente impedimento del bambino nel parlare, in situazioni sociali specifiche. In genere può capitare in ambienti non familiari o non consueti, di contro, il bambino manifesterà buone capacità comunicative in famiglia.

Questo tipo di problema può a volte essere correlato anche a disturbi del linguaggio, dell’apprendimento, dell’attenzione o del comportamento, ma molto spesso le cause sono da ricercare all’interno del contesto familiare. In quest’ultimo caso, la famiglia “impedisce” (spesso inconsapevolmente) al bambino di relazionarsi in maniera soddisfacente con gli altri, quasi disincentivando e impedendo l’uso del linguaggio al piccolo. Inoltre il bambino potrebbe essere caricato eccessivamente delle ansie e dei vissuti emozionali negativi dei genitori, impedendo così il formarsi di quello che la psicologia dell’attaccamento definisce come “attaccamento sicuro”.

Le storie familiari dei bambini con mutismo selettivo sono spesso piene di eventi traumatici, stressanti (lutti, malattie, separazioni, divorzi, trasferimenti repentini o migrazioni). Quindi le storie familiari hanno un grande peso e molto spesso la valenza del transgenerazionale diventa preponderante, avendo il sintomo caratterizzato probabilmente anche la storia personale dei genitori o addirittura dei nonni, in passato.

Il bambino diventa in qualche modo l’espressione dei conflitti, dei traumi, delle paure e delle ansie dei suoi genitori. Infatti, in situazioni del genere, è molto auspicabile che alla psicoterapia individuale del bambino, si associ anche una psicoterapia familiare che possa aiutare la famiglia ed in particolare i genitori a riconoscere i nodi critici e i meccanismi disfunzionali che alimentano in qualche modo l’insorgenza del sintomo nel bambino. Invece il sintomo, nello specifico, può avere dei miglioramenti con la riabilitazione, quando però è associato con disturbi del neurosviluppo, come ritardi evolutivi nel linguaggio, ad esempio.

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Oltre agli interventi psicoterapeutici sarebbe necessario informare ed educare gli adulti (genitori, insegnanti) sulla natura di questo disturbo e sulle difficoltà dovute alla gestione dei bambini. Infatti, a lungo termine, l’atteggiamento dei bambini (apparentemente oppositivo) può indurre negli adulti atteggiamenti punitivi e rigidi, che aggraverebbero solo la vulnerabilità emotiva dei piccoli.

L’evoluzione e la risoluzione del sintomo possono essere più o meno lunghi, c’è bisogno di pazienza e di tempo, quello giusto, per il bambino e per la famiglia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Fobie

Le fobie possono essere descritte come paure irragionevoli e inappropriate. Esse sono state definite per la prima volta già nel 1798 come “paure di demoni immaginari o paure indebite di cose reali” da Benjamin Rush che le descrisse facendo un elenco di 18 fobie.

Oggi le fobie sono abbastanza comuni, si possono osservare a tutte le età e a volte si accompagnano ad altri tipi di disturbi come gli attacchi di panico, le compulsioni (disturbo ossessivo compulsivo) o anche disturbi dell’umore (depressione). Le fobie hanno un peso specifico determinante e a volte devastante per la vita delle persone che ne soffrono. La fobia in generale è descritta come una paura unica ma dirompente e invalidante.

” Un ragazzo venne ad un primo incontro insieme alla madre. Era magro, abbastanza alto per la sua età. Entrò con passo esitante, ma appena accolto in stanza e invitato ad accomodarsi insieme alla madre, si andò a sedere velocemente. Nonostante facesse particolarmente freddo quel giorno portava solo una felpa col cappuccio, opportunamente alzato a coprire la testa e il volto. Sotto il cappuccio si intravedeva un cappellino di lana e un ciuffo di capelli che spuntava sulla fronte che gli copriva ulteriormente il capo, gli occhi e il volto. Si sedette, chinò il capo, mani nelle tasche della felpa scura e rimase in silenzio. La madre esordì dicendo: ” non so neanche come sono riuscito a portarlo qui dottore, non voleva venire. Non esce da giorni, dice che si mette vergogna e che ci viene l’ansia, non so più che fare.”

Caso clinico –
fobia sociale – immagine google

Le fobie sociali sono condizioni molto diffuse e si possono manifestare spesso con altri disturbi dell’umore o con disturbi d’ansia. Ci possono essere diverse manifestazioni cliniche dell’ansia sociale (caratterizza questa fobia una forte paura per il giudizio degli altri, sentirsi inadeguato e non all’altezza degli altri) e può essere estremamente sintetizzata come una variante molto più grave della timidezza. Spesso insieme alla fobia sociale si può presentare l’agorafobia (letteralmente paura delle piazze) che può portare ad un forte timore per le uscite in generale (anche andare al supermercato), paura di allontanarsi troppo da casa, paura di sentirsi male in pubblico (dove si potrebbe esser notati e creare un disagio) o sentirsi male in un posto dove si potrebbe non essere visti e quindi soccorsi. La claustrofobia è invece la paura degli spazi ristretti e chiusi (questa fobia si lega spesso alla sensazione di sentirsi soffocare, non respirare, come se mancasse l’aria).

Copertina di un videogioco – immagine google

La fobia per le malattie (negli ultimi tempi più presente nelle persone a causa della pandemia), ad esempio, si differenzia dall’ipocondria, perché rispetto a quest’ultima, nella fobia è presente l’evitamento per la situazione temuta. La paura risulta essere sproporzionata rispetto alla situazione reale; la persona non riesce a controllarla volontariamente e non riesce ad eliminare l’ansia seppur in possesso di spiegazioni razionali.

Nelle fobie, l’ansia, dal punto di vista soggettivo (per la persona che la prova) si può considerare “situazionale” (legata ad una situazione, timore per qualcosa in particolare); l’ansia, nelle fobie, è in genere legata a qualche circostanza o oggetto specifico. In genere la persona si “difende” da queste sensazioni di ansia e paura ingestibili evitando la situazione o l’oggetto specifico che procura l’ansia (evitamento).

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Concludendo, vorrei soffermarmi sull’aspetto soggettivo di questo problema. Può sembrare, a chi la vede “da fuori”, che la fobia sia una cosa estremamente bizzarra, a volte fastidiosa, a volte addirittura esilarante. In realtà la percezione per chi la vive è estremamente reale, di natura invasiva e coercitiva tanto da compromettere la quotidianità di una persona. Come le ossessioni, le fobie sono ripetitive e difficili da estirpare. Resistere ad una fobia è a volte quasi impossibile. Le persone che ne soffrono sono consapevoli dell’esagerazione e dell’irrazionalità delle loro paure, ma non riescono al liberarsene perché sono “paure interne”, provengono da loro stessi.

La psicoterapia può essere molto efficace per la risoluzione delle fobie, ma nei casi gravi può essere necessario, oltre alla psicoterapia, anche il supporto della terapia farmacologica almeno nelle fasi iniziali.

https://ilpensierononlineare.com/2019/06/26/pavor-nocturnus-terrore-notturno-e-bambini/

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi