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La psicoterapia

“La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme.”

Donald Winnicott

La Psicoterapia è un gioco di relazioni, di parole, di emozioni. Un gioco molto serio.

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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Come regolare le emozioni spiacevoli?

La capacità di regolare le emozioni come la rabbia, la paura, la tristezza è essenziale per affrontare in maniera efficace lo stress e le situazioni potenzialmente traumatiche. Le emozioni negative sono esperienze normali e spesso sono adattive, ma possono diventare controproducenti e incontrollabili e metterci addirittura in difficoltà nella quotidianità. Possono finanche mettere a repentaglio la nostra capacità di giudizio, quando siamo chiamati a prendere decisioni importanti e difficili.

Alcuni ricercatori hanno trovato dei modi e delle strategie che permettono la regolazione emotiva e il miglioramento della resilienza. Uno di questi metodi prende il nome di “rivalutazione cognitiva“. Con questo metodo, ad esempio, si reinterpreta il significato di un evento negativo, per arrivare a considerarlo in modo più positivo. Così facendo, i ricercatori hanno potuto notare anche una attenuazione delle reazioni fisiologiche ed emotive connesse all’evento negativo vissuto.

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I ricercatori della Columbia University (coadiuvati dallo psicologo Kevin Ochsner) hanno potuto rilevare, inoltre, che quando si reinterpreta intenzionalmente (in positivo) un evento brutto o una situazione emotivamente complessa (perdita di un lavoro, esito negativo di un colloquio, un lutto improvviso) si arrivano a provare emozioni meno spiacevoli e più gestibili. Questo cambiamento dell’umore porta inevitabilmente a cambiamenti cerebrali, in particolare ad una minore attività della corteccia prefrontale (la parte del nostro cervello che si occupa della pianificazione e della inibizione del comportamento) e ad una maggiore attività dell’amigdala (la sede del cervello dove vengono elaborate le emozioni come la paura).

Chi utilizza questa strategia della “rivalutazione cognitiva” per modulare le proprie reazioni emotive allo stress e ai traumi, ha un maggiore benessere psicologico rispetto a chi si limita ad affrontare questi eventi in maniera “neutra” o in maniera negativa.

In uno studio del 2008 della Mount Sinai School of Medicine alcuni ricercatori hanno intervistato 30 veterani ex prigionieri di guerra in Vietnam, chiedendo loro come valutassero le loro esperienze in campo bellico. Gran parte dei prigionieri avevano subito torture anche brutali, ma la maggior parte di loro avevano rivalutato in maniera positiva il periodo di prigionia, dando un senso alla loro esperienza, tanto da diventare più saggi e più resilienti. Riferivano, inoltre, che era migliorata in loro anche la loro capacità di scorgere prospettive per il futuro, relazionarsi con gli altri e apprezzare la vita.

La “rivalutazione cognitiva” è parte integrante di diversi approcci teorici psicoterapeutici ed è molto utile a migliorare il benessere psicologico, aumentare la resilienza e diminuire la sofferenza.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Autolesionismo (Self injury) – Il dolore celato.

Questa sera ripropongo un articolo di qualche tempo fa sull’autolesionismo. Un problema abbastanza diffuso tra i giovani e i meno giovani, che ha un peso specifico non indifferente nelle vite delle persone che ne soffrono. L’espressione fisica di un dolore per lo più celato, non condivisibile.. ma spesso l’impossibilità del non detto e dell’espressione emotiva, diventa emulazione pericolosa. Insomma un problema molto complesso e dalle tante sfaccettature. Buona lettura!

ilpensierononlineare

L’autolesionismo (in adolescenza) si potrebbe definire come una forma di aggressività auto diretta atta a “scaricare e svuotare” una sensazione di “pieno” malessere interiore che può essere legato a situazioni personali o interpersonali.

È
un fenomeno comportamentale già ampiamente trattato e discusso in letteratura.
Ha radici ampie e molto profonde nelle persone, nella società, nelle diverse
culture e religioni.

Negli ultimi anni questo comportamento pare abbia assunto connotazioni differenti. Difatti la diffusione delle immagini e dei video degli “atti” di self injury, attraverso la rete e i social, funge da rapido “veicolo contenitore” e da amplificatore, per le nuove generazioni di adolescenti. Questi “luoghi del virtuale” raccolgono l’espressione di una collettività che vuole restare invisibile, ma che cerca la visibilità e che si serve del mezzo virtuale per trovare altri simili e limitare così la solitudine che…

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Disturbo Istrionico di Personalità

Fonte Immagine Google.

L. è una bellissima donna di 40 anni; casalinga molto impegnata nella cura del proprio aspetto fisico. Si presenta al colloquio parlando dei suoi “mille” problemi: mal di testa ricorrenti, depressione lieve e difficoltà coniugali. Nel colloquio iniziale (tenuto con la psichiatra) sembra collaborativa anche se con una notevole tendenza a divagare e a offrire dettagli minuziosi su tutto il suo passato, cercando, di fare impressione e colpo sui terapeuti.

Nel descrivere le attuali condizioni di difficoltà, continuava a dare la colpa a persone/fattori esterni; le difficoltà coniugali, ad esempio, erano colpa del marito “da tempo indifferente” (io sono bellissima, come fa a resistermi!) così come i mal di testa e il suo umore, dipendevano solo dal grande stress cui era esposta ogni giorno.

Il marito – in un secondo colloquio- ha ammesso di essere stanco di provare a capire la moglie (era stato attratto inizialmente dal suo status sociale e dalla sua bellezza; nulla di più) e quella che inizialmente era apparsa come vivacità, era diventata negli anni estroversione ingestibile. L., è infatti puerile, superficiale, estremamente concentrata sul suo corpo continuamente venerato; L., appare come una bomboniera di pizzo vestita chiassosa, frivola e lamentosa.

“La colpa è vostra”.

Le persone con disturbo istrionico di personalità (un tempo disturbo isterico di personalità), sono estremamente emotive (emotivamente cariche) e cercano di continuo di essere al centro dell’attenzione (APA, 2000). Si tratta di persone che mostrano un umore esageratamente drammatico; tali persone sono sempre in scena, usano gesti teatrali, manierismi o linguaggio altisonante anche se stanno parlando di banali eventi del quotidiano.

L’approvazione e la lode sono necessari per queste persone che devono avere continuamente la sensazione di essere su di un palco; appaiono vanitosi, egoisti, esigenti e sempre in cerca di gratificazione.

La reazione in caso di evento percepito come negativo, o in caso di rifiuto (anche per la più banale delle azioni) è sempre altamente drammatica ed esagerata.

Le persone con disturbo istrionico di personalità possono attirare l’attenzione con descrizioni drammatiche dei propri sintomi fisici o della stanchezza; possono comportarsi in maniera seduttiva per ottenere (tramite la seduzione sessuale) uno scopo. Sono persona fortemente concentrate sul proprio aspetto fisico (vera ossessione) e possono vestirsi in modo molto eccentrico al fine di essere notati.

Arrivano a considerare molto intime anche le relazioni più banali e superficiali; allacciano di solito relazioni con persone molto affascinanti che però le trattano male.

Secondo recenti statistiche tra il 2 e il 3% degli adulti ha questo disturbo di personalità, con distribuzione simile tra i sessi.

Lavorare con queste persone è difficile in quanto sono frequenti le scenate drammatiche, i comportamenti seduttivi, lusinghe, pianti o è facile che fingano di aver ottenuto un beneficio, mentendo.

L’obiettivo dei terapeuti cognitivi è cercare di aiutare tali persone a cambiare la propria convinzione di non riuscire a farcela da sole, a sviluppare diversi modi di pensare e -ovviamente- puntare ad una risoluzione più profonda del proprio disagio.

La farmacoterapia sembra scarsamente efficace, mentre gli interventi maggiormente efficaci sembrano essere quelli di natura psicodinamica e di gruppo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Cleptomania. L’impulso irresistibile del furto.

Il termine cleptomania (dal greco kléptein – rubare), fu usato per la prima volta nel 1838 dall’alienista francese Jean-Etienne Dominique Esquirol che utilizzò il termine per indicare una propensione ad un impulso difficilmente controllabile del furto, causata probabilmente da un disturbo psichiatrico. Lo psichiatra Bleuler in seguito, osservo che in queste persone non c’erano altri comportamenti di tipo antisociale e che spesso gli oggetti rubati non avevano particolare valore. Addirittura nel XIX secolo i clinici e i medici in generale, osservarono che in prevalenza il disturbo si presentava nelle donne e lo associarono a possibili disfunzioni uterine, fortunatamente questa tesi fu abbandonata non molto tempo dopo. Dopo di che, l’interesse clinico per questo disturbo fu lentamente abbandonato.

Fino agli anni settanta del ventesimo secolo, ci fu un generale disinteresse. Con la prima edizione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali (DSM) l’interesse per questo particolare disturbo venne ripreso.

La cleptomania non è un disturbo comune, si stima che circa 6 persone su mille ne soffrono e circa il 5 % dei taccheggiatori abituali. I cleptomani agiscono sotto l’ “effetto” di un impulso incontrollabile. Quando rubano sono soli e non hanno complici, sono consapevoli del rischio legale che corrono e cercano quindi di non farsi scoprire. Non ricavano profitto dagli oggetti che rubano, infatti generalmente li buttano, li regalano, li collezionano (spesso senza utilizzarli) o addirittura, in alcuni casi, provano a restituirli. Circa i due terzi dei cleptomani sono donne.

Topo cleptomane – Immagine google.

Il disturbo ha il suo esordio durante l’adolescenza e può avere un decorso cronico oppure avere lunghi periodi di remissione, alternati da fasi in cui l’impulso per il furto è molto forte e si arriva anche a rubare 3 o 4 volte durante la stessa giornata. Le fasi in cui il sintomo si acuisce sono legate a situazioni stressanti (lutti, separazioni). Purtroppo per la maggior parte dei cleptomani passa molto tempo prima che arrivino a cercare un aiuto professionale, a causa del senso di vergogna che provano per un comportamento socialmente poco tollerato e che proprio non riescono a controllare.

Alcuni studi hanno osservato che la cleptomania può associarsi ad altri disturbi più comuni come alcolismo, disturbi di personalità, deficit d’attenzione, disturbo ossessivo compulsivo, bulimia, deficit d’attenzione, anoressia..

Una comorbilità abbastanza evidente è con la bulimia nervosa. Alcuni studi hanno dimostrato che circa il 25% delle persone con bulimia, hanno anche episodi di cleptomania. Negli uomini invece è stata osservata una correlazione con disturbi sessuali e traumi alla nascita. Nelle famiglie di cleptomani, invece, si trovano spesso storie di depressione, alcolismo e anche di cleptomania.

Secondo Carl Abraham (psicoanalista tedesco), il cleptomane sin da piccolo non ha ricevuto prove d’amore concrete e gratificazioni, quindi il furto potrebbe essere interpretato come il tentativo di trovare un piacere sostitutivo a quelle mancanze oppure una vendetta fantasmatica contro le figure genitoriali incapaci di dargli, quando necessario, le giuste gratificazioni.

immagine google

Per Charles Kligerman, invece il cleptomane, che in passato ha ricevuto una ferita narcisistica, attraverso il furto riesce a ricostruire temporaneamente il proprio Sé. C’è in queste persone una regressione ad una modalità infantile di cercare la propria indipendenza, che richiede una gratificazione immediata (prendere senza chiedere). Tutto ciò si accompagna ad una fragilità strutturale del Super-Io e ad un bisogno di essere scoperti e quindi essere puniti (dall’autorità).

Lo stile comportamentale del cleptomane, è stato anche associato ai disturbi ossessivo-compulsivi, perché ha alcune caratteristiche comuni con questi disturbi; ad esempio, pensieri ricorrenti o ripetitività dei comportamenti che condizionano negativamente gran parte della quotidianità della persona.

Per i cleptomani, l’atto di rubare è vissuto (o piuttosto seguito) da una sensazione di “piacere”. Ed è proprio questa “sensazione di piacere” insieme con la paura del giudizio negativo degli altri, ad allontanare queste persone da un percorso terapeutico. Molte volte intraprendono un percorso di cura solo nel momento in cui devono affrontare problemi legali conseguenti ai furti. Per le persone che soffrono di questo disturbo esistono diverse strategie di cura. Su tutte, dove ci sono tutti i presupposti, la psicoterapia è molto efficace, qualunque sia l’approccio teorico di riferimento (Sistemico-Relazionale, Psicoanalitico o Cognitivo Comportamentale). A volte può aiutare anche una terapia familiare o di coppia. Inoltre i gruppi di mutuo aiuto (Tipo alcolisti anonimi), associati ad una psicoterapia individuale, possono aiutare moltissimo. Nei casi molto gravi può essere associata alla psicoterapia anche una terapia farmacologia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il segreto che logora.

“Dottore ho un peso sullo sterno, sento di non riuscire a respirare profondamente, ma non ho niente ho parlato con il mio medico curante e con il medico a lavoro. Non so che sta succedendo. Non ce la faccio più. Ho una bella famiglia, un lavoro decente, non ho problemi economici, ma ho un angoscia costante che mi accompagna tutti i giorni da qualche mese ormai. Sono spento, sempre con la testa tra le nuvole, nervoso e stanco.. sono stanco, stanco perché ho troppi pensieri che mi ossessionano la mente. Sono stanco dottore, ma non so perché.. “

“Mi ha detto che ci sono dei pensieri che la “ossessionano”. Cosa pensa? Cosa le torna in mente? Sembra così potente da prendere il sopravvento su tutto il resto.”

” Ehm.. non credo sia importante, non è nulla di che, però ci penso sempre. Dottore io ho un segreto.. mi è successa una cosa che non ho voluto dire a nessuno, non capirebbero..”

Possono i segreti incidere negativamente sul nostro benessere psicologico?

A quanto pare si. In una serie di 10 studi diversi sull’argomento e raggruppati in una ricerca intitolata “The experience of secrecy”, i ricercatori hanno potuto dimostrare che mantenere troppi segreti, o segreti importanti per tanto tempo possono logorare lentamente.

Nel campione di 600 soggetti, preso in considerazione nello studio, solo il 3% aveva dichiarato di non avere segreti, il resto invece aveva dichiarato di avere almeno un segreto. La media dei segreti per ogni persona era di 13, di cui circa 5 segreti, mai rivelati a nessuno. Tra i numerosi segreti raccontati dal gruppo sperimentale, in totale anonimato, i ricercatori hanno potuto stilare una sorta di classifica tra le tipologie di segreti più in voga tra le persone intervistate. In testa alla classifica c’era il desiderio di tradire il partner, poi seguivano i segreti legati ai propri comportamenti sessuali, l’aver mentito a persone importanti, innamoramenti nascosti, furti commessi..

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Dai risultati di questa ricerca si evince che non è tanto lo sforzo necessario per nascondere alle persone un segreto, ma piuttosto conviverci.

I nostri segreti, infatti possono affiorare improvvisamente, non solo quando siamo in presenza di persone o situazioni in cui vogliamo che essi non vengano scoperti, possono uscir fuori anche quando siamo soli. Quando facciamo azioni quotidiane, questi segreti possono tornare alla mente e avere conseguenze negative. Possiamo sentirci inautentici e inadeguati e falsi perché stiamo nascondendo una parte di noi stessi.

Questo può intaccare in maniera significativa il nostro benessere psicologico. Spesso può capitare che il pensiero del segreto possa essere troppo presente nella nostra vita fino a prendere il sopravvento quando siamo occupati a fare altro (ad esempio lavorare) e questo riduce le performance lavorative o di studio, ad esempio.

Il pensiero ossessivo legato ai segreti invadenti può avere effetti anche sulla nostra salute psicofisica determinando un innalzamento del livello di cortisolo (ormone dello stress), peggiorando anche la qualità del sonno.

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In che modo possiamo alleviare il peso dei segreti? Le strategie più efficaci secondo i ricercatori sono quelle di confessare i segreti a qualcuno (uno psicologo psicoterapeuta è consigliabile ma anche a persone fidate) oppure in mancanza di queste alternative è buona strategia anche affidarli ad un diario.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Buon 2021!!!

Chissà perché siamo così tanto legati a questo giorno del calendario.

Chissà perché..me lo chiedo spesso. In fin dei conti non è altro che la fine di una giornata e l’inizio di un’ altra. Ma nonostante questa consapevolezza inconscia, tutti noi siamo portati a caricare questa giornata e l’avvento della mezzanotte, di un significato speciale, qualcosa di quasi magico.

L’inizio di un nuovo anno ha sempre qualcosa di speciale. Per qualche motivo bizzarro è quel giorno di un intero anno in cui ci va di fare un resoconto di ciò che è successo nei 365 giorni trascorsi. Ma è anche il giorno dei progetti, dei buoni propositi, della speranza, con lo sguardo rivolto al futuro che ci aspetta. Così con lo sguardo rivolto all’orizzonte del prossimo futuro ci leghiamo a sprazzi di pensieri malinconici del tempo andato.

Quest’anno è stato devastante a livello emotivo, ci ha resi fragili e impotenti, responsabili e irresponsabili, impauriti e coraggiosi; è come se avessimo viaggiato alla deriva, di notte, su di una zattera scassata e con il mare in tempesta. Tutti abbiamo lottato per sopravvivere, nonostante non avessimo potuto contare su dei punti di riferimento (dov’era la terra ferma? quanto tempo sarebbe durata la tempesta? a chi chiedere aiuto?) e sulla certezza che quella zattera potesse reggere all’impatto delle onde e alla furia del vento. Strapazzati e ancora intontiti, siamo ancora su quella zattera, pare abbia resistito.. e in fondo, lì verso l’orizzonte si intravede, seppur fioca, la luce dell’alba. Il mare è ancora minaccioso, ma la tempesta sembra attenuarsi.

Il nostro futuro è quell’orizzonte sereno, la nostra sicurezza è la terra ferma che si intravede con le prime luci dell’alba, e non è poi così lontana. Adesso bisogna remare verso terra, tocca a noi, abbiamo ancora tanta forza, quella necessaria per metterci al sicuro. Remiamo insieme.

La mia zattera l’ho chiamata Ferry boat e non aspetterò domani per viaggiare verso terra.

Buon 2021 a tutti! E come diciamo a Napoli un abbraccio circolare!!!

Buon Ascolto.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi