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Vivere l’Hic et Nunc: possibili vantaggi e rischi evidenti..

Prendo spunto da un post sull’ “Hic et nunc” di Alessia (Erbe del benessere) di un paio di giorni fa. In effetti l’argomento è molto interessante e merita una (doppia) riflessione in quanto in parte già la mia collega Giusy ha avuto modo di approfondire nell’articolo di ieri: Frat(tempo) e Hic et Nunc.

La questione di vivere nell’Hic et Nunc, nel qui ed ora, liberi da vincoli temporali passati e futuri è vivere nella consapevolezza del momento presente. Vivere il presente, “l’adesso” senza rimandare e senza aspettare situazioni o momenti più propizi.

I vantaggi di questo modo di approcciare alla vita possono essere tanti. Ad esempio chi vive nel qui ed ora, è libero dai vincoli del passato e dalle preoccupazioni del futuro; non rimanda mai le cose da fare, evitando di pensare troppo alle conseguenze ( se voglio chiedere ad una ragazza di uscire, lo faccio; se mi viene voglia di un gelato e di una pizza a mezzanotte, cerco qualcuno che è ancora aperto per comprarli); se vivo nel qui ed ora non mi importa del futuro e di tutte le preoccupazioni e incertezze che porta con sé, piuttosto mi concentro solo sulle giornate che vivo; se vivo nel qui ed ora non mi interessa di progettare una vacanza, se ho voglia di andarmene e partire, lo faccio.

Non pensare: SENTI. La sensazione esiste qui e ora, quando non viene interrotta e anatomizzata da idee o concetti. Nel momento in cui smettiamo di analizzare e ci lasciamo andare, possiamo cominciare a vedere e a sentire davvero come un tutto unico.

Bruce Lee

Vivere il qui ed ora permette alla mente di scaricarsi e liberarsi dai numerosi vincoli, responsabilità, pensieri, preoccupazioni, pregiudizi.. un modo di interpretare la propria vita davvero molto bello.

Photo by Paula Schmidt on Pexels.com

Ma è davvero possibile? Quali sono i rischi per chi prova ad interpretare la vita in questo modo?

Ci sono persone che vivono riducendo la vita all’attimo presente, al qui e ora, senza il respiro del tempo e senza la proiezione di sé nel futuro. Persone, dunque, che usano il denaro per acquistare la cosa che in quell’attimo si presenta come indispensabile, l’unica che al momento li fa sentire bene. Quella cosa è curativa nei confronti del mal d’essere, toglie questa sensazione sgradevole e si prova persino un attimo di felicità.

Vittorino Andreoli, Il denaro in testa, 2011

Guardando esclusivamente al nostro personale interesse qui e ora, smarriamo il senso comune delle cose, e la loro prospettiva nel tempo.

Vittorino Andreoli, L’uomo di superficie, 2012

Il rischio è dietro l’angolo, purtroppo. Faccio una riflessione, premettendo che, attingendo anche alla mia esperienza di Psicologo e Psicoterapeuta, sia davvero complesso per una persona vivere esclusivamente il “qui ed ora” senza determinare qualche piccola “interferenza” con il mondo circostante. Inoltre, a meno che non si abbia una capacità meditativa e spirituale molto elevata e la possibilità di vivere la propria vita slegati dal mondo circostante, dalla propria famiglia, dal proprio lavoro è davvero molto difficile vivere veramente nel Hic et nunc.

Infatti credo che proprio per questo motivo il credo che il concetto sia stato svuotato del significato “antico” puro e abbia invece acquisito un nuovo significato più moderno. E proprio questa cosa l’ha decisamente deviato. Come riportato anche sopra, nelle parole di Andreoli (Psichiatra), il rischio, per le nuove generazioni è quello di vivere guardando esclusivamente al presente, slegandosi dalla concezione più complessa del proprio tempo.

Il pensiero di un giovane sarà più o meno questo: “se la mia vita è solo adesso, non mi importa di ciò che sarà domani, non mi importa di guardarmi intorno, di fantasticare sul mio futuro; non mi importa di ciò che è comune; non mi importa di sapere se ciò che faccio avrà delle conseguenze. Adesso è il mio vivere, scapperò dal mio passato, rifugiandomi nel presente infinito e eviterò di guardare più in la di domani, perché futuro non c’è”.

Il rischio è quindi quello di interpretare il concetto di “qui ed ora” come uno scivolo veloce verso la deresponsabilizzazione.

La società dei consumi è forse l’unica società della storia umana che prometta la felicità nella vita terrena, la felicità qui e ora e in ogni successivo “ora”: felicità istantanea e perpetua.

Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, 2007

Vivere esclusivamente il qui ed ora rischia di svuotare di significato la propria vita e slega gli eventi dalle emozioni. Ma il passato ritorna prima o poi e con esso la percezione della possibilità del futuro. Meglio affrontare subito il mare agitato di un passato e un futuro tormentato che imbattersi improvvisamente contro uno tsunami.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Frat(tempo) e Hic et Nunc.

Photo by Karolina Grabowska on Pexels.com

Ieri, Alessia mi ha “nominata” nel suo blog. Prima di procedere con la questione, se non conoscete Alessia e il suo blog, vi invito a seguirla subito; il blog è uno spazio interessantissimo, rilassante e soprattutto Alessia è una persona molto intelligente e accorta, una grande padrona di casa!

Il post in cui si chiede la mia opinione, è questo qui : si tratta di una riflessione aperta su un dei concetti maggiormente confusi, quello del “qui ed ora”.

Insieme al mio collega abbiamo deciso di offrire due punti di vista – specialistici- sulla questione, in modo da portare alla lettura punti di vista differenti ma omogenei.

Grazie per la Lettura.

Del, sul e intorno al tempo ho scritto davvero tante volte; ho affrontato la questione dal punto di vista musicale – essendo io musicista- dal punto di vista psicologico e dal punto di vista concettuale/riflessivo.

Il tempo è ovunque: lega, blocca, lascia fluire, etichetta, racchiude, rinchiude.. Cambia pur restando uguale a se stesso (le stagioni cambiano di anno in anno ma tornano, recando lo stesso nome ma presentandosi come più o meno piovose, secche, afose, fredde)…

Nel frat(tempo) fra il tempo, pertanto.. qualcosa si (o ci) modifica.

Qui ed ora.

Hic et nunc è la locuzione latina che indica l’idea di “vivere il presente senza rimanere imprigionato tra passato e futuro”, analogamente a quanto Orazio indicava.

La questione gira – a ben vedere- intorno a quel tra .. piccola preposizione intermedia che congiunge due tempi che resterebbero separati se non ci fosse tra di loro, il tempo presente a fungere da ponte di collegamento.

Questo ponte di collegamento è ciò che spesso viene confuso e fuso in un “vivi liberamente dimenticandoti del resto”; capiamo bene che scindere l’esistenza in blocchi separati è qualcosa di non perfettamente applicabile all’essere umano che per sua natura vive sotto le leggi del Kronos ; un Kronos che per essere manipolato e reso meno inquietane ha bisogno di essere nomenclato “domani farò.. oggi dirò.. due anni fa è successo che..”

E allora cos’è questo “qui ed ora?”

L’ambito di esplicazione diviene qui quello prettamente psicologico.

Nella consulenza psicologica, il paziente espone il suo problema nell’hic et nunc contestualizzando e portando il suo problema, al momento attuale; da questo momento in poi, in accordo con lo psicologo verrà deciso un tempo (ad esempio 10 sedute) entro cui può essere analizzato il problema (motivazioni intrinseche o estrinseche della richiesta, storia del paziente, obiettivo). Dopo questo tempo – le 10 sedute- se le domande poste in origine, non hanno trovato ancora risposta, si può procedere ad esempio con un percorso più approfondito (psicoterapia).

Ora la questione diviene un po’ più sottile.

E’ davvero possibile focalizzarci solo sul presente dimenticando il passato e non pensando troppo al futuro?

Nel setting, nel momento in cui la dualità paziente/psicologo si trova in essere, ovvero a vivere nel suo momento presente dato dalla creazione della relazione terapeutica, avviene un qualcosa..

La relazione terapeutica è quella specifica data da quel dato momento che per forza di cose è unico, inimitabile e irripetibile; non ci saranno altre relazioni terapeutiche analoghe e molto probabilmente le stesse persone – in un momento diverso- darebbero vita a un altro tipo di momento presente.

Il qui ed ora diviene pertanto quel momento da cogliere, quel carpe diem dato da quella specifica situazione (nel caso poi della seduta, in quel momento presente potrò, guidata dallo psicologo o dal terapeuta, analizzare e riportare nel presente quello che è accaduto nel passato e immaginare e pensare a cosa sarà del futuro).

Cosa significa quanto detto fino ad ora?

E’ possibile oppure no, Dottoressa, vivere solo nel e del tempo presente?

Illudendosi è possibile.

Nessuno è – purtroppo o per fortuna- un cavallo libero che corre a briglie sciolte (una metafora tra l’altro cara a Freud, circa il rapporto ES/IO), poichè quanto di presente c’è adesso è per forza di cose il derivato di ciò che è stato e sarà l’impalcatura di ciò che sarà.

Possiamo – tuttavia- imparare a godere del momento presente cercando di non imprigionarlo troppo con il ricordo del passato e la paura del futuro.

La pandemia ci ha regalato giornate intere bloccate nel momento presente.. il passato – libero- è stato lontano e denso di malinconia; il futuro impensabile.. e in effetti il boom dei disagi psicologici mostra come sia impossibile scindere i tempi della nostra esistenza.

Abbiamo innanzi psicopatologie – per così dire- legate all’essere intrappolati nel tempo passato; psicopatologie legate all’impossibilità di godere del tempo presente e psicopatologie legate al terrore del tempo futuro…

Proviamo ad integrare i tempi della nostra esistenza e a riportare – nel tempo presente- le molteplici sfaccettature del nostro Kronos personale.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Gestalt.

Fonte Immagine Google.

“Urlare e battere i pugni, usare il tamburo, mi ha liberato. Ho potuto piangere e versare tutte le lacrime che non sapevo nemmeno di avere dentro di me. Mi sono ricordato di quando Io ero bambino, solo e spaventato. Dire che Io ero arrabbiato, triste e frustrato mi ha fatto capire che sono importante e che anche la mia famiglia è importante per me.

Io non abito una casa ma un luogo fatto di cose e persone che per me, sono importanti”.

Il viaggio alla scoperta dei diversi approcci terapeutici continua oggi, andando a conoscere maggiormente la terapia della Gestalt, un approccio che nonostante la sua età viene tutt’oggi visto come innovativo a causa di alcune tecniche piuttosto originali, messe in atto.

Buona Lettura.

Quello che descriverò brevemente oggi, è un approccio terapeutico “Terapia della Gestalt” sviluppatosi intorno agli anni 50 da Frederick Perls. Il suo fondatore era uno psicologo molto carismatico che ideò un approccio molto “vivo e diretto”, e per nulla statico.

I terapeuti della Gestalt insegnano ai propri clienti l’importanza dell’accettazione di sè facendo leva sulla sfida e anche sulla frustrazione. Perls infatti tendeva ad usare tecniche come giochi di ruolo, la frustrazione abile e diverse altre tipologie di esercizi.

Nella tecnica della frustrazione abile, ad esempio, i terapeuti si rifiutano di rispondere alle aspettative o richieste del cliente. Tale uso della frustrazione mira a far comprendere quanto spesso le persone cerchino di manipolare gli altri per soddisfare i propri bisogni.

Nella tecnica del gioco di ruolo, i terapeuti insegnano al paziente la recita di ruoli diversi; la persona può fingere di essere qualcun altro oppure fingere di essere un oggetto o una parte del corpo. Tramite il gioco di ruolo, facendosi prestare le parole da un oggetto o un’alta persona, si può arrivare ad avere un coinvolgimento emotivo molto forte.

Molti danno sfogo a sentimenti, si arrabbiano, tirano pugni (anche molto violenti), danno calci o urlano; questa esperienza porta a “fare proprio” (accettare) tutti quei sentimenti che li facevano sentire a disagio.

Perls inoltre sviluppò anche delle regole utili ad aiutare il cliente ad osservarsi più da vicino. Le persone sono incoraggiate ad esprimersi in prima persona dicendo pertanto “Io ho paura” e non “questa situazione è spaventosa”; “Io sono bello” e non “Oggi sono carino”.

Altra regola è vivere qui ed ora portando il paziente a comprendere che “vivi ora, i tuoi bisogni nascono ora e devi rendertene conto ora”.

Uno dei focus per eccellenza è pertanto aiutare il paziente a capire l’entità dei propri sentimenti e soprattutto esprimerli. Uno degli oggetti più utilizzati è il tamburo che incoraggia i pazienti (battendoci sopra) a liberarsi dei ricordi traumatici e a cambiare le proprie convinzioni erronee .

Le procedure da usare seguono uno schema ben preciso e sottendono la costante vicinanza e guida del terapeuta formato appositamente per questo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Quale tempo sono?

Immagine Personale “Le stagioni hanno un tempo o un tempo hanno le stagioni?”

Ieri sotto un pensiero sparso è comparso un commento che ho letto stamattina. Uno dei motivi che mi sta facendo apprezzare questa piattaforma, questo mondo (non so bene come definirlo essendo io completamente fuori dalla logica dei social e affini, ammetto infatti di non esser iscritta a social alcuno), è che al di là del senso di reciprocità che ci fa rendere il favore di “un mi piace”, vi sia proprio la voglia di condividere pensieri in libertà. Pensieri che tanto dicono di noi e del nostro mondo interno.

Mentre bevevo il caffè ho iniziato a sorridere e pensare. Riflettevo su come ormai ogni cosa che venga detta, scritta o impressa in immagini, venga letta sulla base della pandemia che stiamo affrontando. Dall’informazione che ci bombarda su dati (confusi e confusivi), a tutto ciò che concerne la nostra quotidianità, ormai sembra che ogni cosa sia -direttamente o velatamente- legata al covid.

Cosa sta succedendo? La clinica che è in me.. ha cominciato a pensare.

Lo psicoanalista Renè Kaes nel 2013 ci ha fornito un’ampia trattazione su quelle che paiono essere le nuove forme di malessere contemporaneo. Nel fare ciò l’autore ha compiuto innanzitutto una differenziazione terminologica andando ad ampliare il concetto – già utilizzato da Freud nel 1929- di “disagio”. Freud infatti utilizzò il termine disagio “Il disagio della civiltà, 1929”, compatibilmente con il quadro sociale in cui egli si trovava calato (ascesa del nazismo, fascismo e antisemitismo). Ciò che al tempo di Freud era assente, erano invece le stragi che oggi conosciamo per opera dei movimenti terroristici ma soprattutto quelle forme di violenza agite ad esempio online (cyberbullismo) o quotidianamente nei diversi luoghi di vita (pensiamo alle nostre aule scolastiche oppure alle piazze delle nostre città).

Kaes compie pertanto un’ampia analisi dell’attuale contesto socioculturale (mantenendo una prospettiva analitica) e arriva a rintracciare tutta una serie di punti che andrebbero a supportare la sua tesi.

Nel mio approfondimento non mi dilungherò nello specifico sulla trattazione di Renè Kaes quanto piuttosto mi interessa prendere un punto del suo pensiero, che reputo fondamentale per esprimere un (personale) pensiero che mi sta molto a cuore.

Kaes sostiene che attualmente vi sia “la cultura dell’urgenza” e dell’immediatezza che ha trasformato la temporalità nel mondo post-moderno. Accade pertanto che il tempo privilegia l’incontro sincronico, il qui ed ora: il tempo corto prevale sul tempo lungo. Il legame è mantenuto nell’attuale, sfugge alla storia poichè la certezza che l’avvenire è indecidibile è la sola certezza. Il qui ed ora del tempo corto, senza legami: “Io ci sono, adesso” (questa metafora non è di Kaes, ma di chi scrive). La spasmodica ricerca dell’essere presente, si traduce nel frenetico utilizzo di tecnologie che ormai propongono sempre più l’uso del tempo corto su quello lungo.

Quanto appena esposto è frutto di un personale lavoro di ricerca; a tal proposito proposi un’analisi di ciò che sono le varie “stories” presenti sulle piattaforme online. Ciò che mi affascinò all’epoca, era il fatto che le instagram stories o gli stati whatsapp, con cui è possibile condividere immagini o video, restano visibili per sole 24 ore tempo oltre cui queste si cancellano. A mio avviso si presentavano come una (possibile) giusta spiegazione “dell’Io ci sono, adesso” e della masticazione e dell’ingoio quasi bulimica, che ormai compiamo del nostro tempo.

Ciò che sto avendo modo di constatare, concerne l’incapacità che pare essere crescente (e generatrice di disagio psichico), di pensare e pensarsi in un tempo; l’incapacità di immaginare e immaginarsi calati in una realtà che sia attuale ma che affondi le proprie radici in un tempo passato, e che invii pseudopodi (terminologia usata da Freud in merito, però, all’Io che viene descritto come un organismo ameboide dotato di pseudopodi), in un tempo futuro.

L’essere umano non è un punto bianco su uno sfondo nero. Nessuno nasce acontestualizzato ma siamo tutti il derivato delle interazioni della cultura di provenienza; una cultura che parte dal proprio lignaggio (che ci indicherà una via di partenza su chi siamo) , e che continua/continuerà con la ricerca di chi vorremo/vorremmo essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.