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“Tanti auguri a me”: J. Lord.

Qualche tempo fa avevo anticipato che a breve – in un tempo non meglio definito- avrei presentato al lettore J. Lord.

Il motivo che mi spinge ad indagare, con voi, il vissuto e ciò che circonda il ragazzo, sarà ben chiaro man mano che (sempre a discrezione del lettore), si procederà nella lettura.

Sangue Africano cuore Napoletano: chi è J. Lord?

La biografia di Lord Johnson è caotica e confusa, quasi a voler mettere subito in chiaro una cosa “sono una seconda generazione, figlio di neri che cresce in una terra non sua. Avete presente la ferita narcisistica a cui sono esposto?”.

Vero è che le parole appena citate non sono un virgolettato diretto dell’artista ma a ben vedere, il suo vissuto così si palesa all’ascoltatore: confuso.

Il ragazzo -nemmeno diciottenne- è di origini Ghanesi ma cresce a Casoria (in seguito all’adozione da parte di una coppia. Anna il nome della madre adottiva, spesso citata anche nei brani). Il legame con la famiglia di origine non è ben chiaro, lui stesso dirà nell’intervista di aver vissuto la strana condizione di stare con il padre biologico nel mentre era stato allontanato da casa sua (a Casoria) poichè il padre adottivo stava morendo.

Figlio, d’improvviso, di un padre non del tutto tuo mentre tuo padre (seppur adottivo), sta morendo.

Ancora una volta, la confusione la fa da padrone.

Proviamo a fare il centro della questione.

Il ragazzo comincia a scrivere musica a 13 anni mentre tra i banchi di scuola, sentita la noia, insieme al suo amico compone rime “così”.. senza senso.. per puro piacere (quasi a rimarcare il concetto tanto caro a Lacan, di jouissance/godimento) e anche se provoca fastidio alla classe continua a rappare.

J Lord identifica (a domanda dell’intervistatore fatta) la libertà nella famiglia “l’unica cosa che mi dispiace è non saper parlare la mia lingua (riferito al Ghanese)” un chiaro messaggio, una cesura forte sentita; un taglio netto con le proprie origini pur dicendo “ho sempre portato dentro di me un pezzo del Ghana: me stesso”.

J Lord riempie lo spazio in maniera sincera e diretta. Non si atteggia a grande uomo né porge uno sguardo aggressivo; sembra più grande..( nonostante dall’eloquio si percepisca talvolta la giovane età) ma appare molto centrato rispetto a ciò che lui accade.

J Lord riconosce l’importanza dello studio; ha conosciuto la micro-criminalità, ha visto un amico in ospedale sopravvivere per miracolo e nei suoi occhi ha letto “vi prego aiutatemi”.

Il ragazzo ha compreso il territorio da cui proviene e a 16 anni scrive e urla, rappando “svegliati, studia.. fa qualcosa di importante per la tua vita invece di perdere tempo in mezzo alla strada senza fare niente”.

“Non vorrei avere una 38 ma una penna; le parole possono fare più male di una pistola”.

A 16 anni J Lord ha capito di dover contare solo su se stesso, rendendosi conto che solo lui può essere parte attiva della propria vita; una vita che non può essere abbandonata e non può essere preda del caos identitario che talvolta vive.

L’accezione “seconda generazione”, nella sua sterilità, indica come “la qualità dell’essere immigrato, permanga attraverso le generazioni, e venga mantenuta attraverso la discendenza, anche quando si tratta a tutti gli effetti di bambini nati nel paese di accoglienza”1.

Un ragazzo figlio di immigrati, che cresce lontano dalla terra di origine, cresce allontanato dal sistema simbolico che dovrebbe indicargli “lui chi è”. I genitori infatti, quando si trovano inseriti nel proprio ambiente di origine riescono a rispondere alla domanda del bambino “io chi sono”; ma quando tutto il sistema famiglia è tirato via dal proprio humus vitale, la situazione si modifica.

Finché la madre resta nel proprio sistema culturale può, infatti, svolgere la propria funzione di portaparola (Cfr., V. De Micco, Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori, p, 37); funzione resa invece complessa allorché la stessa madre si sente lontana e straniera a se stessa, quando ella si sente spogliata del proprio sistema simbolico, e sente di “non poter affiliare il proprio stesso bambino al suo lignaggio ovvero sia alla catena delle proprie appartenenze simboliche, di assegnarlo al posto di proprio discendente” 1 . Ne deriva quindi che il mondo perde la propria “ovvietà”, diventando oscuro e sconosciuto; un mondo dove anche la più semplice delle azioni quotidiane, risulta enigmatica e dove il “colore della pelle rende questi bambini contemporaneamente più nudi e più opachi degli altri, insieme sovraesposti e invisibili”2. Per il bambino è difatti “impensabile che il suo genitore, supporto nella sua prima infanzia dei suoi ideali, dei suoi investimenti, delle sue proiezioni, sia alle prese con dei conflitti intrapsichici”3, conflitti che se non adeguatamente supportati, creeranno una “falla transgenerazionale”, che terminerà nel non riconoscimento da parte dei genitori dei propri figli, che diventeranno estranei ai loro occhi, figli “né di questo, né dell’altro paese” (J. Lord racconta ad esempio di quando il padre biologico non voleva che il figlio ritornasse in Italia. In sostanza Lord non era riconosciuto dal proprio paese di origine ma, nemmeno dal paese di adozione).

Non a caso J Lord dice una frase bellissima “devo lasciare qualcosa con ciò che scrivo, altrimenti non ce la faccio” quasi a voler rimarcare quell’ Io ci sono, un Io che trova difficoltà nel far attecchire le proprie radici.

Il ragazzo parla per sé ma parla per tutta la sua famiglia una crew.. una squadra immensa che vede tutti i suoi fans “Voglio lasciare qualcosa per esserci ed essere qualcuno”.

Il ragazzo ha tanto da dire e lo fa usando un linguaggio nato per essere “sporchi e cattivi”, il rap.

Rime, slang, flow.. J Lord riporta in Italia qualcosa che mancava da un bel po’, uno stile tutto americano, il classico hip hop con influenze R&B il tutto servito su un flow che sa di rap old school, ma il ragazzo di Old non ha proprio niente.

Erre moscia e occhi con la cazzimma; Pelle scura, ritmo deciso che affonda il prorio beat, il battito in una lingua che di per sé è sonora e accattivante, la lingua napoletana.

La strada Lord la conosce, la vive, la canta e la rappresenta.

Sangue Africano, cuore Napoletano e beat Americano: Tanti auguri guagliò, “la strada è giusta, non è più quella sbagliata”.

Ci vediamo in giro, fratè!.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

1 Cfr., V. De Micco, Dal Trauma alla Memoria. Il ‘gruppo interno ’ tra origine e appartenenza in bambini migranti, in “Funzione gamma. Tecniche di ricerca e psicologia di gruppo”, rivista telematica scientifica dell’Università “La Sapienza” Roma, numero monografico su “Gruppo e migrazioni”, marzo

2011, http://www.funzionegamma.edu

2 Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 42, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

3 Micheline Enriquez, “Delirio in eredità”, p. 115, in Trasmissione della vita psichica tra generazioni. Trad. it. Borla, Roma, 1995

1 Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 32, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

Cantare.

“Un uccello non canta perché ha una risposta. Canta perché ha una canzone“.
Proverbio cinese

Canta anche quando ti sembra di non aver nulla per cui cantare.

Anche se pensi di non avere una canzone.

Il fiato uscirà da sé.

Poi le parole.

Poi il senso.

La musica ha da sempre un ruolo centrale nell’elicitazione del disagio psichico.

“Tu m’haje prummiso quatto muccature, io so venuto me li voj dare1questo frammento, tratto dal ” Canto delle lavandaie del Vomero” è stato collocato da Roberto De Simone2intorno al XII – XIII secolo. Questo canto permette di comprendere il ruolo che la musica ha ben presto avuto nel contesto sociale napoletano: inizialmente la funzione del canto fu di “supporto” in quanto le lavandaie cantando, riuscivano a sopportare il duro lavoro nei campi; successivamente il brano servì per urlare con forza il proprio disprezzo contro il dominatore straniero accusato della mancata distribuzione delle terre promesse1.

Tuttavia secondo altre ipotesi, la connotazione di protesta del canto era presente fin dall’origine; pertanto sembra che il canto sia stato indirizzato a Federico II di Svevia (1194- 1250).

(Estratto da: Parole sospese e giochi ritmici, “Analisi delle dinamiche relazionali e comunicative alla base del fenomeno musicale Rap”, Giusy Di Maio.)

1Secondo una iniziale ricostruzione di Roberto De Simone, il canto era indirizzato ai dominatori aragonesi (1442-1503). Da http://www.wikipedia.org.

1” Tu mi hai promesso quattro pezzi di terra, me li vuoi dare”. Muccature : “termine di derivazione spagnola; indica il fazzoletto e per estensione, andrà ad indicare l’appezzamento di terra”.

2Da http://www.wikipedia.org.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

AfricaNapoli: J. Lord.

A tempo debito vi racconterò la storia di Lord Johnson, in arte J. Lord.

Ragazzo di origini ghanesi adottato da una famigli di Casoria (Na); ragazzo che racchiude nella sua arte e nel suo essere quello che nella mia (ormai lontana) tesi triennale, si presentava come il cardine (e l’inizio) del mio lavoro di indagine: l’adolescente antisociale e il rap.

(No, il ragazzo non è un antisociale, ma per comprendere la sua storia e la sua frattura identitaria, dobbiamo aspettare un po’).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Risorse e Cervello: Tutt’ appost!

“C’è una difficoltà nel rendersi conto che il nostro comportamento è molto complesso, che il cervello è fatto di tante componenti. E c’è una difficoltà nel vedere in ogni catastrofe la possibilità di un rovesciamento. Forse io sono una innata ottimista ma penso che ci sia sempre qualcosa che ci salva”.

Rita Levi Montalcini.

Grazie, Rita.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Bevo per dimenticare. Dimentico per bere.

“Buongiorno, sono D., sono stato dagli Alcolisti Anonimi per tanti, tanti mesi e diciamo che sono pulito. Ho bisogno di capire alcune cose, sulla mia dipendenza e sono qui. Ho cominciato a bere a 13 anni, molto presto lo so ma avevo bisogno di sentirmi grande e forte: potente. Sono stato vittima di quello che oggi chiamano bullismo, mi sentivo ferito e così ho cominciato a bere. Dalla prima goccia di alcool nel corpo che brucia, ho cominciato a bere litri e litri di birra, vino e vodka; a qualsiasi ora. La scuola non mi interessava, mi sfottevano solo.. là..

Mamma non c’era mai, papà è andato via di casa quando io avevo 3 anni e si faceva di qualsiasi cosa, dice mamma. Mi sono bevuto tutta la vita, Dottorè.. ma mi serviva qualcosa che mi faceva andare giù lo schifo che avevo intorno. Quando l’alcool ti brucia dentro e senti che ti sta tipo ustionando ogni cosa di te e senti che sei stordito, bruciato e.. aspè come si dice.. anestetizzato, ecco!.. io.. sì, mi sentivo come un fantasma.. ma è possibile che più ero trasparente e più mi sentivo vivo? Non lo so..

Poi ho conosciuto una ragazza.. l’amore.. tutte quelle stronzate che però mi hanno fatto capire che non tutto poteva essere come la mia famiglia (mia nonna è una prostituta famosa nel quartiere) e che fai… mi so messo sotto e ho capito che non potevo continuare ad essere un fantasma che al posto del sangue ha alcool in corpo”.

Secondo l’OMS nel mondo sono circa due miliardi le persone che consumano alcool. Quando si consumano cinque o più bicchieri in una sola occasione, si parla di episodio di binge drinking o bevuta compulsiva. Il 23% degli americani al di sopra degli undici anni si ubriaca almeno una volta al mese e circa il 7% delle persone sopra gli undici anni sono forti bevitori, arrivando ad ubriacarsi almeno cinque volte al mese. Tra i forti bevitori sono i maschi ad essere in maggioranza con un rapporto di 2:1.

Le bevande alcoliche contengono alcool etilico il che comporta danni al nostro organismo per una pura questione chimica. L’alcool etilico viene rapidamente assorbito dallo stomaco e dall’intestino per essere successivamente immesso nel flusso sanguigno. Appena entrato in circolo, l’alcool etilico comincia subito a fare effetto arrivando al sistema nervoso centrale (cervello e midollo spinale) dove comincia a rallentare l’attività di un gruppo importante di neuroni; l’alcool infatti si lega ad un gruppo importante di neuroni che normalmente ricevono il neurotrasmettitore GABA.

Accade che quando l’alcool si lega ai recettori presenti su tali neuroni, potenzia l’attività del GABA nella disattivazione dei neuroni, favorendo il rilassamento di chi ha bevuto. Inizialmente l’alcool etilico deprime le aree cerebrali che controllano la capacità di giudizio e l’inibizione (ecco perchè il bevitore sembra rilassato e amichevole). Successivamente man mano che l’alcool assorbito aumenta, anche altre aree del sistema nervoso centrale vengono rallentate (colui che ha bevuto avrà meno capacità di giudizio; ci sarà un eloquio meno fluido e la memoria comincerà ad avere dei buchi).

Le emozioni diventano amplificate e ingestibili (scoppi d’ira o crisi di pianto).

Se l’alcool ingerito aumenta ancora subentrano difficoltà motorie molto forti e tempi di reazione molto lunghi; la visione diminuisce (specie quella laterale).

Strizzando l’occhio a ricerche americane emerge che il 14% circa degli alunni della scuola elementare, usa alcool almeno ogni tanto (il fenomeno è in crescita anche in Italia dove il 66,8% dei bambini di 11 anni, ha bevuto almeno una bevanda alcolica nel corso dell’anno corrente).

Bere può aprire le porte ad una vera e propria dipendenza (come nel caso di D). L’organismo può sviluppare una tolleranza così alta da aver bisogno di aumentare sempre più la dose di alcool e se si smette di bere, cominciano i veri e propri sintomi dell’astinenza.

Vi saranno tremori (mani, lingua e palpebre); il soggetto sarà debole e avrà la nausea. Altri sintomi comprendono sudorazione, vomito, battito cardiaco in aumento e pressione sanguigna elevata. Possono subentrare ansia e depressione.

Una piccola percentuale sviluppa il DT (delirium tremens) ovvero episodi di allucinazioni visive che iniziano entro tre giorni dal momento in cui non si consuma più alcool; chi soffre di DT o altri sintomi di astinenza può perdere coscienza o essere colpito da emorragia cerebrale.

Altri danni fisici comportano lo sviluppo della Sindrome di Korsakoff ovvero una condizione di estrema confusione, perdita di memoria e altri sintomi neurologici; le persone non riescono a ricordare il passato o ad apprendere nuove informazioni, spesso i vuoti di memoria sono riempiti con la confabulazione e/o l’invenzione di eventi mai accaduti.

Alla fine del colloquio D., condivide con noi un pezzo che lo ha molto segnato; un brano in cui rivede un pò della sua storia. Il cantante , infatti, -Eminem- ha lottato contro le dipendenze che lo hanno tenuto lontano dalla scena. Nel 2010 ritorna nel mondo della musica con “Not Afraid”, il brano che D., ha condiviso con noi.

L’emozione per me è stata forte; Eminem mi ha fatto molta compagnia durante l’adolescenza, quando hai bisogno di trovare fuori le parole che sai dire solo dentro.

Not Afraid è il mantra di D., che abbiamo salutato con il solito “pugno” che da qualche mese, ormai siamo soliti dare; il pugno appena accennato che sostituisce la vecchia stretta di mano.

Il pugno per me è un simbolo del seme; quel seme che tutti quelli che varcano la nostra porta depositano con ed in noi; quel seme che ogni giorno andrà innaffiato, protetto e concimato. Quel seme le cui radici attecchite in un terreno argilloso, compatto, genereranno domani una pianta che all’occorrenza andrà travasata e potata..

E quanto saranno belli i suoi fiori…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Raccontare per raccontarsi.

Immagine Personale.

Negli ultimi anni, affiancate alla classica psicoterapia psicodinamica si sono incominciate a diffondere e a sperimentare tutta una serie di tecniche di intervento che vedono l’utilizzo di diverse forme di arte e di espressione (la scrittura, le arti figurative e la musica, per citarne alcune). La sperimentazione prima e il successivo utilizzo di queste tecniche, ha visto un largo uso – ad esempio della musica- in particolar modo nell’ambito dei contesti di riabilitazione e reinserimento sociale, motivo per cui, sono in aumento le ricerche che si occupano dei possibili effetti dell’ascolto o della pratica della musica.

Se originariamente tali ricerche si sono occupate dell’uso della musica in particolare per specifiche patologie neurodegenerative (morbo di Parkinson o Alzheimer per citarne alcune), attualmente è ormai sempre più frequente l’utilizzo della musica come un successivo supporto alla psicoterapia classica, presentandosi come un ulteriore canale di supporto per la persona.

Sembra che la musica possa aiutare a dar voce e corpo a tutte quelle sensazioni e emozioni che per alcuni, possono essere difficili da esprimere verbalmente nel solo contesto gruppale o nella stanza d’analisi.

“Attraverso il fenomeno musicale si può intuire il rapporto tra Io ideale e ideale dell’Io, a cui fa da contrappunto l’oscillazione tra relazione narcisistica e relazione duale (…) Il mito, l’Io ideale per rappresentarsi, ha bisogno dell’ideale dell’Io, un derivato del narcisismo, che ha una funzione di ponte tra Io ideale, Super Io, Io”. (Semi,A., “Trattato di Psicanalisi, p.,878, 1989)

Progetti per progettare un domani.

“Puortame là fore” è una canzone Rap scritta dai ragazzi dell’IPM di Airola (Bn) e interpretato insieme a Lucariello e Raiz (rispettivamente Luca Caiazzo e Gennaro della Volpe, artisti molto conosciuti e piuttosto attivi nel panorama della musica rap e alternativa napoletana). La stesura di questa canzone è nata nell’ambito di un progetto (di gruppo), di laboratorio di scrittura/tecnico del suono condotto nell’istituto insieme a una Onlus nell’ambito del progetto “il palcoscenico della legalità”. Anche nell’istituto minorile di Bologna, la musicoterapia è ormai prassi consolidata, grazie all’attività dell’associazione Mozart14 (fondata dal Maestro Claudio Abbado).

Nonostante gli eterni anni di studio classico (mi riferisco agli studi di pianoforte portati avanti negli ambienti accademici scanditi da costanti tendiniti e infiammazioni ai polsi), il personale interesse verso forme di comunicazione come quella Rap, continua ad entusiasmarmi e ad aprirmi continui campi di indagine.

Oggi condivido (approfittando del compleanno del frontman) con voi, un pezzo che considero profondamente evocativo di un preciso periodo storico/sociale; si tratta di “Curre Curre Guagliò” il cui album dall’omonimo titolo sarà inserito dalla rivista Rolling Stone Italia nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre (alla posizione 49). Il testo della canzone (a cui verranno apportate delle censure) sarà invece inserito in un’antologia della letteratura italiana per scuole superiori.

https://www.youtube.com/watch?v=MVNgLcJ0PiY

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Cattivi guagliuni”

Il piccolo paragrafo che decido di condividere con voi, appartiene a quello che fu il mio lavoro di tesi triennale. Da musicista e psicologa appassionata di suono, ritmo, parole e ascolto, decisi di procedere con un lavoro del tutto inesistente nel campo psy, provando a trovare delle analogie tra il mondo della psicoanalisi e quello del rap.

La tesi aveva come argomento l’analisi delle dinamiche relazionali e comunicative esistenti alla base del fenomeno musicale Rap, trattando questo mondo analogamente a quello delle masse (riuscii con estremo orgoglio, a collegare le teorie sulla massa, la libido e la leadership, con il mondo del Rap).

Il titolo che ho scelto “Cattivi guagliuni”,2011, (cattivi ragazzi) è preso in prestito da un pezzo meraviglioso dei 99 Posse, gruppo Rap/raggaemuffin sempre presente sulla scena musicale e non.

Buona lettura.

Fonte Immagine “Google”.

TRA SURREALISMO E FREESTYLE: UNA NUOVA LETTURA DEL RAP.

(…) Il freestyle è l’elemento che caratterizza maggiormente le esibizioni rap; quando un cantante nell’ambito di una battle, inscena un pezzo facendo esercizio del freestyle, procede con uno stile libero pertanto improvvisa rime, metafore, assonanze, compie giochi di parole ritmici senza saper bene da dove si parte, né tanto meno dove si giungerà (l’unico elemento fisso si ricordi, è l’uso del ritmo 4/4). Questo automatismo immediato, non “filtrato dalla coscienza”, avvicina per certi versi la tecnica del freestyle, al movimento artistico Surrealista.

Nel Manifesto surrealista scritto nel 1924 da Andrè Breton (profondamente influenzato dalla lettura dell’Interpretazione dei sogni di Freud), si dava del surrealismo la definizione di automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con parole, scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero (…) in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale. Lo scopo era pertanto liberare l’inconscio (il termine stesso surrealismo, stava ad indicare il superamento della realtà), così come accadeva nei sogni, per lasciarlo libero di esprimersi anche da svegli, utilizzando libere associazioni di parole, pensieri o immagini, senza freni. La scrittura divenne automatica e si presentava come il canale attraverso cui giungere a scoprire le leggi che sottostanno ai processi più nascosti. Questo modo automatico di scrivere, di lasciare che il libero fluire dei pensieri trovi sbocco all’esterno, sarà riconducibile in seguito, al flusso di coscienza.

Il freestyle, appare quindi come una messa in scena di un flusso di coscienza, dove il cantante si lascia ritmicamente andare ai propri pensieri, idee e sentimenti; è un automatismo psichico puro, compiuto di getto senza che ci siano preoccupazioni estetiche o legate alla morale (ci si presenta sul palco per quel che si è, e non ci si preoccupa di essere offensivi in quanto il linguaggio volgare, viene proprio usato come mezzo per provocare1). La battle è un momento di sospensione in cui liberandosi dalle convenzioni sociali, i rapper decidono di fare del proprio corpo ricoperto di tatuaggi che appare diverso, modificato, “acontestualizzato” e lontano da ciò che viene considerato come socialmente accettabile, un corpo spesso giudicato osceno, scabroso, tela che diviene arte da esporre.

Il rapper si sente libero di esprimere ciò che è usando il corpo, il gesto, il ritmo, la mimica. Tutto diviene teatro: le espressioni, le pose che si assumono, i giochi di parole. Il corpo libero, che si presenta come un collegamento tra mondo interiore ed esteriore, diventa mezzo per vivere ciò che si presenta oltre ciò che è immediatamente visibile.

1Come ricorda Edoardo Sanguineti, massimo esponente della neo – avanguardia italiana, uno degli intenti delle avanguardie storiche (di cui il Surrealismo faceva parte) era provocare e scandalizzare. Cfr., Guido Baldi, Silvia Giusso, et al., Dal testo alla storia dalla storia al testo, VOL G, 2000, Paravia Bruno Mondadori Editore.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Metafore in musica.

Genitori e figli tra passato presente e futuro; le difficoltà del processo di separazione/individuazione in una canzone.

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Comunemente si è portati a pensare che l’essere genitori combaci con la nascita del proprio figlio, momento che a ben vedere segna invece solo l’esperienza di relazionarsi per la prima volta con un bambino reale bisognoso di cure. Questa genitorialità esteriorizzata (che si attiva nella realtà), trova invece terreno fertile in una genitorialità interna che comprende tutta quella dimensione intrapsichica che (in relazione a quello che sarà poi il ruolo materno o paterno), si è andata costruendo gradatamente attraverso un processo di elaborazione delle relazioni affettive primarie. In sostanza dobbiamo immaginare l’individuo, come esposto fin dall’infanzia a tutta una serie di variabili socioculturali, ambientali e soprattutto familiari, che influenzeranno sempre di più, ciò che sarà il suo futuro modello di genitorialità. Come sostiene la psicoanalista Hermine Hug-Hellmuth, il difficile compito dei genitori risiede proprio nel loro doversi destreggiare tra l’espressione di autorevolezza e affetto; due poli costantemente rimescolati e mai staticamente separati.

Che cos’è il processo di separazione/individuazione.

Il processo di separazione comporta –per l’appunto, – la separazione dagli oggetti genitoriali primari, per affrontare la messa a punto della propria identità. Che cosa significa quanto detto? Torniamo per un attimo indietro nel tempo, e cerchiamo di ricordare il difficile momento in cui da adolescenti, ci scontravamo continuamente con “l’autorità di turno” (un insegnante, un nonno, e soprattutto un genitore); quando vedevamo il nostro corpo modificarsi senza che noi potessimo impedirlo (pensiamo per un attimo alla crescita del seno nelle ragazzine o alla barba per i ragazzini), a tutte quelle pulsioni sessuali di difficile comprensione. Bene… è in questo momento che l’adolescente inizia a “separarsi” (o quanto meno prova a farlo, come attestano ad esempio, tutti quei rifiuti nel dover rispettare le regole) per procedere verso il processo di individuazione, “caratterizzato da un’accresciuta vulnerabilità dell’organizzazione della personalità e dall’urgenza di modificazioni della struttura psichica, in relazione con il processo di crescita” (Peter Blos, 1979)[1].

La metafora della chiave.

Sulla funzione catartica dell’arte, e sull’importanza di molti movimenti artistici nell’essere stati precursori di forti scossoni culturali, non mi dilungherò al momento… quello che a breve farò, sarà invece partire da un brano musicale “una chiave”(Caparezza, 2017), per meglio comprendere il difficile processo di separazione/individuazione degli adolescenti.

Caparezza cammina solo in una zona desertica, sembra spaesato e non sa bene, dove andare.CC

D’un tratto si trova innanzi qualcosa di misterioso e allettante, una serratura di una porta inesistente, si fida e seppur spaesato decide di entrare. Caparezza continua a camminare, boschi… mari… sempre nuove serrature gli si pongono innanzi. Nuove serrature, “nuovo ignoto”, nuove opportunità (forse). Tutto il percorso è accompagnato dalle note che rispondono al testo di “no…non è vero che non sei capace… che non c’è una chiave..” Tutto culmina nell’ultimo frame, dove si vede un Caparezza adulto (possiamo immaginare in questo, un padre) in compagnia di un Caparezza bambino (figlio). Durante una sorta di dialogo che genitore e figlio compiono, Caparezza decide di prendere in braccio il figlio per aiutarlo a disegnare una grossa serratura su di un muro bianco, che sarà successivamente aperta dal padre, il quale prima di andare via, ricorderà sempre al figlio che “no, non è vero che non sei capace”.

CAP

Si tratta di un’immagine, un messaggio intenso tutt’altro che semplice; un testo che può aiutarci a comprendere le difficoltà, le continue serrature che i giovani vogliono aprire ma che spesso temono… serrature talvolta trovate chiuse perché la chiave è stata smarrita…

Un video che ricorda ai genitori l’importanza di aiutare i propri figli nel “disegno della serratura” da cui poi….lentamente… usciranno… (non senza portare dietro una chiave… non si sa mai… per le emergenze).

Una chiave

Dott.ssa Giusy Di Maio

 

[1] Carla Candelori, “Il primo colloquio. La consultazione clinica di esplorazione con bambini, adolescenti e adulti”, 2013, Edizione Il Mulino, cit., p.146.