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“Le donne sono stronze”.

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Rubrica Settimanale.

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La mail che condivido con voi oggi, mi colpì nel momento della lettura perché solleva dei quesiti -sottili- a cui tengo profondamente. Se c’è qualcosa che mi fa scappare, da alcuni, sono pregiudizi e stereotipi.

Per questione mia, culturale, mi tengo ben lontana da chi attua ragionamenti dicotomici (maschio/femmina; nord/sud) e così via.

Il pregiudizio è sempre una brutta storia.

Buona Lettura.

“Gentile Dottoressa,

scrivo a lei perché è donna come me e forse in questa cosa può aiutarmi. Sono una ragazza bella (e lo dico perchè lavoro come fotomodella e ho partecipato anche a quel famoso concorso di bellezza, con buoni risultati), che ama stare in compagnia degli uomini. Da sempre, mi sono trovata a mio agio con l’altro sesso, per amicizia e simpatia e le donne mi etichettano come una facile, frivola e sciocca.

Ovunque vada è sempre uno sguardo brutto, quello che ricevo, per non parlare di quelle sottili parole che però sento “questa la dà a tutti; ma chi si crede; bella senza cuore”.

Il problema però.. è che queste stesse donne che mi etichettano non sanno (o non si rendono conto) che io sono lesbica!

Il mio stare così a contatto con gli uomini dipende dal fatto che io stessa, ho una forte componente maschile in me.

Questa cosa che le donne sono sempre così stronze con me, mi ha fatto anche dubitare, ad un certo punto, della mia omosessualità.. ma alla fine.. inutile girarci intorno per me il maschio è solo un fedele amico ma la sfera intima a me, richiede altro.

Sono in difficoltà, mi sento ferma e stressata. Sì, sono una bambolina ma che colpa ho io se le donne non sanno essere realmente solidali e amiche tra di loro?”.

Cara ragazza,

la tua mail ha (ri)aperto pensieri che a lungo – nel tempo- hanno sedimentato in me.

Racconti di te, della tua carriera nel mondo della moda e dello spettacolo; del tuo essere una bambolina che però non è pura pezza o plastica nelle mani degli altri, ma sai di essere un corpo capace di sentire, pensare e scegliere.

La tua storia mi fa ripensare a Sex and the city, una serie televisiva che ha sempre generato sensazioni in me. La serie – che a mio modo di vedere- ha avuto un certo successo già solo per il fatto di recare nel titolo la parola sesso, mostra come le prime nemiche delle donne, siano le donne stesse.

Abbiamo Carrie che si strugge per un amore non corrisposto (quello di un certo Mr Big colpito da lei solo perché vede cadere, dalla sua borsa, svariati preservativi), e mentre lei corre per le strade di New York su tacchi vertiginosi, viene costantemente preceduta dalla sua stessa ombra; un’ombra che la vuole single incallita (che viene per giunta pure lasciata la prima volta, sull’altare).

Abbiamo poi Miranda, abile avvocato che pur di avere successo, gioca talvolta con la propria componente maschile. Miranda è interessante perché nonostante si sia sempre dichiarata a sfavore della famiglia e dei figli, si sposa, fa un bambino e perdona anche il marito per averla tradita (non prima di essersi trasferita in un’altra città e aver ridotto le proprie ore di lavoro).

Charlotte e l’eterna ricerca del principe azzurro e la famiglia perfetta; così presa da questa ossessione da cambiare religione ed essere (fino ad un certo punto), sterile.

Samantha la panterona.. una donna con una seria dipendenza dal sesso. Non si lega -mai- passa attraverso relazioni promiscue fino a fare coppia stabile per diversi anni con un giovane attore. Nel periodo della relazione seria e matura, Samantha cambia completamente se stessa, lascia la città e perde completamente il contatto con il proprio essere. Capirà poi che non ha bisogno di un compagno, nella vita.

So cara ragazza che ti starai chiedendo cosa c’entra questo libero flusso di pensieri.. c’entra nella misura in cui la rappresentazione che le donne danno spesso delle donne stesse, non è delle più amichevoli.

Non è tanto una questione di bellezza (nella maggior parte dei casi), ad infastidire l’altro, quanto la serenità d’animo e il percepire che l’altro stia mantenendo fede al proprio processo di costruzione di sé.

Hai presente quando qualcuno chiede “come stai?” e tu rispondi “bene” e l’altro dice “mi fa piacere”..

Ecco..

Perchè non dovresti avere “a piacere” che io stia bene?

Perchè i sorrisi e la serenità spaventano. Il velo di tristezza e rinchiudersi nella propria bolla scura e vedere nell’altro il buio, sa sempre dare più conforto.

Non sei bella, sei bellissima e ti stai ponendo domande, il primo punto per mantenere fede a quel che siamo; il primo punto per emanare bellezza fuori da sé e poco importa se l’altro di questo ne ha paura.

Le relazioni umane sono complesse ma al contempo sono anche la cosa più semplice (questo amo dire, di solito). Sono complesse perché davvero in pochi sono disposti a presentarsi per quello che sono, la paura del giudizio, del pregiudizio e di finire catalogati in un certo stereotipo è qualcosa di troppo forte da poter sostenere e in un’epoca dove la realtà sembra diventata una vetrina e la vetrina l’unico luogo a proteggere la realtà, le richieste che facciamo al nostro apparato psichico non sono delle più leggere.

Ho letto la tua lunga storia con profondo interesse; un interesse umano sincero ed empatico e scorgo in te profonde risorse..

..E.. permettimi di dire che le bambole -che siano di plastica o di pezza- le risorse non le hanno.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il razzismo è una cosa -seriamente- stupida.

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Ricordate il famoso discorso antisemitico tenuto da ubriaco, da Mel Gibson?

E gli omicidi degli agenti di polizia americani che hanno ucciso persone di colore, senza motivo?

I protagonisti di queste vicende hanno qualcosa in comune. Subito dopo questi fatti, infatti, i diretti interessati hanno precisato di non aver alcun pregiudizio razziale.

Sarà davvero così? Proviamo a dare una risposta.

A livello attitudinale esplicito e cosciente, potrebbero essere sinceri, ma potrebbero essere smentiti da atteggiamenti inconsci e impliciti (che solitamente implicano una certa diffidenza nei confronti degli sconosciuti o di coloro che assomigliano a persone con le quali abbiamo avuto esperienze negative in passato.)

Per questo motivo può capitare di manifestare – in modo primitivo e automatico- disprezzo e paura verso persone che rispettiamo e ammiriamo e, anche se i comportamenti espliciti si manifestano nelle nostre azioni volontarie e intenzionali, gli atteggiamenti impliciti possono esplodere in emozioni spontanee e incontrollabili.

Diversi e numerosi esperimenti, tra i quali “Project Implicit” che vede la collaborazione dell’Università di Harvard, l’Università della Virginia e quella di Washington, dimostrano come determinate parole o volti, anche se mostrati per un solo istante, fanno automaticamente scattare nella mente gli stereotipi di razza o genere; in sostanza senza nemmeno rendersene conto, questi pregiudizi influenzano il comportamento dei soggetti.

Vedendo il viso di una persona di colore, a volte gli intervistati rispondevano in modo ostile a una domanda fastidiosa dei ricercatori oppure pensavano con maggior frequenza alle armi.

Persino gli intervistati che in apparenza sembravano più tolleranti, hanno impiegato più tempo a definire positivamente termini quali “pace; paradiso” se presentati in associazione al volto di una persona di colore.

I soggetti, poi, in cui questi pregiudizi impliciti erano più forti, hanno letto con maggior facilità la rabbia nei volti delle persone di colore.

La consapevolezza della distanza esistente tra come bisognerebbe sentirsi e come in realtà ci si sente, potrebbe aiutarci a contenere reazioni automatiche, ma superare ciò che la ricercatrice Patricia G. Devine, definisce “l’abitudine al pregiudizio” non è così semplice.

Secondo la Devine, infatti, avere reazioni improvvise e incontrollate è comune, ma l’importante è ciò che coscientemente facciamo: permettiamo alle nostre sensazioni di controllare il nostro comportamento, oppure valutiamo la loro influenza e correggiamo le nostre azioni?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Tolleranza

“Cerchiamo di vivere in pace, qualunque sia la nostra origine, la nostra fede, il colore della nostra pelle, la nostra lingua e le nostre tradizioni. Impariamo a tollerare e ad apprezzare le differenze. Rigettiamo con forza ogni forma di violenza, di sopraffazione, la peggiore delle quali è la guerra.”

MARGHERITA HACK
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Tutto ciò che è discriminazione, intolleranza, razzismo, xenofobia, sopraffazione, supremazia è solo violenza insensata e gratuita.

“I can’t breathe..!!”

L’umanità deve imparare l’umanità.

Nero su Bianco – 99 Posse – Brano pubblicato il 25 maggio 2021, ad un anno di distanza dalla morte di George Floyd.

dott. Gennaro Rinaldi

Gruppo minoritario: Il razzismo in classe.

Immagine Personale.

Jane Elliott ex insegnante, attivista americana dichiaratamente antirazzista, condusse un interessantissimo esperimento in seguito alla morte di Martin Luther King. L’esperimento condotto nelle sue classi, servì per aiutare i suoi bambini a comprendere gli effetti del razzismo e del pregiudizio.

L’insegnante divise la sua classe in bambini con gli occhi chiari e bambini con gli occhi scuri, avendo cura di tenerli anche fisicamente (in due luoghi diversi dell’aula), separati.

Il primo giorno etichettò i bambini con gli occhi azzurri come “gruppo di livello superiore”, lasciano i bambini con gli occhi scuri nel “gruppo di minoranza”; gli studenti con gli occhi azzurri furono riempiti di elogi e furono forniti loro tutta una serie di privilegi, ai bambini con gli occhi scuri furono invece riservate punizioni e discriminazioni.

L’insegnante inoltre scoraggiava l’interazione, evidenziando alcuni studenti particolarmente (non) dotati che venivano presi come esempio negativo (in sostanza si scagliava contro qualche bambino dagli occhi scuri).

Il risultato fu che gli studenti “chiari” si comportavano meglio, avevano ottimi risultati accademici ma.. cominciavano a maltrattare gli studenti “scuri”.

Uno degli episodi più gravi avvenne nel momento in cui il gruppo dagli occhi scuri, denunciò gli abusi subiti in classe, rendendosi conto che però non avrebbero avuto il favore dell’autorità che invece era schierata con il gruppo dagli occhi chiari.

Ciò che accadde fu inoltre che una semplice caratteristica fisica come il colore degli occhi, divenne segno di discriminazione presentandosi come “criterio di inferiorità”.

“Sta zitto, occhi marroni!”.

Il giorno dopo l’insegnante invertì i ruoli, dando privilegi ai ragazzi scuri; anche in questo caso con i bambini scuri diventati gruppo maggioritario i risultati furono gli stessi (gli scuri iniziavano a maltrattare i chiari e avevano migliori risultati scolastici).

L’insegnante Jane Elliott notò come quei bambini che erano sempre stati gentili e cooperativi, si erano invece trasformati in bambini cattivi, superbi e “superiori”.

Le sue conclusioni furono che l’educazione detiene un peso troppo spesso non considerato in merito alle questioni razziali.

Personalmente concludo soltanto dicendo che il razzismo è stupido ed essere razzisti implica stupidità.

Ognuno faccia le sue scelte.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.