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Il mio desiderio

“Non sono mai “io” che decido il “mio” desiderio, ma è il desiderio che decide di me, che mi ustiona, mi sconvolge, mi rapisce, mi entusiasma, mi inquieta, mi anima, mi strazia, mi potenzia, mi porta via.”

Massimo Recalcati

Quante volte abbiamo dovuto rinunciare ad un desiderio barattando un po’ della nostra possibilità di raggiungerlo per un po’ di sicurezza?

Quante volte abbiamo ceduto al desiderio e ci siamo fatti rapire dalla “Passione” che ci spingeva a soddisfarlo?

Quante sfaccettature porta con sé il desiderio…

dott. Gennaro Rinaldi

Il sentimento dell’impossibile

“Quello che accumuna tutte le storie d’amore è il sentimento dell’impossibile. Noi non possiamo fonderci con chi amiamo, non possiamo mai fare uno, siamo sempre esposti alla libertà dell’Altro. L’amore non è coincidenza, empatia, unificazione, identificazione, assimilazione. E’ il contrario. E qui il suo tormento, ma anche la sua bellezza.”

Massimo Recalcati
Immagine Personale – Forio – Isola d’Ischia

Il sentimento dell’impossibile può, attraverso un’ alchimia, essere possibile.

dott. Gennaro Rinaldi

La fine di una relazione.

Immagine Personale.

Dottoressa Buongiorno. Ho incontrato questa donna: è la persona giusta nel momento sbagliato. Sono sposato da 11 anni con la fidanzata della vita; la donna che è sempre stata al mio fianco ma qualcosa non va. Non so spiegare il motivo del mio malessere, il mio sconforto, il mio dolore, i miei pensieri. Sono qui perchè ho bisogno di verbalizzare questa sofferenza che mi porto dietro. Sono legato a mia moglie, non so più se la amo sono onesto. Ho incontrato “lei” all’improvviso.. è stato impatto puro, un boom improvviso.. na botta di quelle che non scordi. Avevo dimenticato il piacere di desiderare di sapere qualcosa di qualcuno; il piacere di leggere un messaggio al mattino, l’attesa.. la speranza.. la curiosità di conoscere un mondo intero. E’ bella, bellissima.. ma non è neanche quello il discorso (che comunque io ne sia attratto non lo nascondo) è proprio che lei è un mondo intero.. un fascino che io subisco a cui non so dire no. Mia moglie ha una storia complessa e difficile, le ho chiesto di venire con me in terapia per capire tante cose di noi. Anche lei ha un lavoro importante come il mio, siamo sempre più estranei ed io ho bisogno di capire che fine ho fatto prima io, come uomo… Non so più chi sono. Se penso al nostro matrimonio esce fuori sempre e solo lei, i suoi problemi, i suoi disagi.. la depressione.. Io mi sento perso. Non so più – a momenti- nemmeno perchè mi sono sposato e questa cosa mi fa stare male. Non dovevamo amarci per sempre?

F., chiede un incontro per capire come muoversi in seguito ai suoi problemi coniugali. Di solito è la donna a fare richiesta per i primi incontri di consultazione per cui quando la richiesta arriva da un uomo, l’interesse clinico è sempre un pò più alto.

F., un affascinante uomo di 46 anni, arriva presso lo studio presentandosi in anticipo rispetto all’ora stabilita. Il presentarsi con largo anticipo – nonostante le normative vigenti che impediscono di sostare negli ambienti- già fa comprendere l’enorme desiderio di F., di avere un confronto il prima possibile. Appare pacato ma dentro di sé, qualcosa si muove senza sosta.

F., entra e si siede. Non mostra movimenti “nervosi”, ma sembra molto tranquillo e a suo agio; dà in sostanza la sensazione di sapere dove si trovi e cosa si aspetta da questa situazione.

E’ venuto da solo, anche se spera di convincere la moglie a venire prossimamente (cosa che accadrà, ma non prima della quarta seduta) per dirsi in un terreno libero dal pregiudizio; uno spazio neutro in cui tutti possono dire tutto senza urlare a vuoto o piangere per notti intere; uno spazio in cui ognuno può abbandonare le proprie maschere ed essere l’attore protagonista della propria vita: non più solo una comparsa.

F. racconta dell’incontro improvviso con questa ragazza, incontro della donna perfetta per lui, una perfezione che lo spaventa e al contempo lo tiene vivo.

Nel racconto della propria storia coniugale emerge un piccolo particolare, è come se la storia che F, racconta, non sia la sua.. c’è una sorta di separazione tra ciò che viene detto e ciò che lui prova. Quando la moglie raggiungerà il marito in terapia, l’idea di partenza sarà sempre più chiara: i due non hanno una storia comune.

La coppia è sposata da 11 anni e fidanzata da sempre; condividono una vita intera fin da ragazzini, hanno fatto esperienze.. eppure i racconti sono vuoti.

Una coppia senza storia.

Quando capitano coppie incapaci di raccontarsi, incapaci di dirsi nonostante tutti gli anni trascorsi insieme il dubbio sul reale motivo della condivisione del tempo che è stato insieme, emerge con forza e prepotenza rischiando di distruggere come una potente onda tutto quel che c’è intorno. Molte coppie per paura decidono di bloccare la falla ormai aperta usando un qualsiasi materiale a disposizione e accontentandosi di aver riparato quella falla (seppur in modo balordo), si stampano un sorrisone e vanno via.

Altre coppie si distruggono, decidendo di diventare macerie in cui però, poi, uno diventa pala per l’altro e con questa pala, a turno, ci si aiuta sfruttando quel mucchietto di macerie che sarà riconvertito in sabbia, cemento per nuovi mattoni con cui costruire un nuovo e saldo edificio.

Ci sono poi le coppie che si dicono addio; quelle in cui non c’è materiale, pala, colla o altro che possa aiutare a tenere insieme un edificio che non è mai esistito, se non nella fantasia di uno dei due (o entrambi).

Cos’è che tiene insieme le coppie, allora.. o meglio.. cosa potrebbe tenere insieme una coppia (no, non è una domanda a cui pretendo di dare una risposta, ma un riflessione che spesso facciamo in studio, tra colleghi dopo che abbiamo visto una coppia e ultimamente, ne vediamo sempre più…).

Cos’è la storia di una coppia? Chiedere ad una coppia di raccontare la sua storia, è qualcosa di troppo romantico/romanzato? Possibile, ma l’amore porta ab origine il marchio del romanzo… il romanzo di quella che “dovrebbe” essere la storia della coppia e -pertanto – la storia familiare dei partecipanti in gioco (famiglia d’origine e futura famiglia costruita sulla base di tutta una serie di narrazioni che si incroceranno, lungo il cammino).

Come in ogni storia ci sono gli antagonisti, i protagonisti, le difficoltà, le stagioni, le peripezie e le varie pozioni da poter utilizzare. C’è il coraggio, il cavaliere (nero o bianco), il principe o una principessa che si riscoprono poi non così affini come la narrazione vuole.

C’è la resilienza, il comprendere che la storia che -non- abbiamo scritto ci modifica, ci fa resistere e trasformare diventando linfa per una nuova pianta che ha gettato una piccola talea altrove, pronta a germogliare in una nuova primavera.

C’è la speranza, la sorpresa di scoprirsi diversi, di capire che la storia che stavamo scrivendo ha un lieto fine che però, non ci appartiene.

C’è la delusione per rendersi conto che si stava combattendo da soli, come Don Chisciotte e che i mulini a vento erano solo sfide personali.. e come il cavaliere furioso, occorre dirigerci sulla luna per recuperare il senno.

C’è lo sconforto. C’è la paura.

C’è una piccola luce in lontananza: luce di speranza e passione. Luce che puoi decidere di spegnere definitivamente o di rimpinguare gettando legna inizialmente un pò a caso, per vedere che succede poi in maniera sempre più forte e vigorosa.

Ci saranno incendi. Vampate di calore incessante e forte.

Sarà tempo per riprendere la propria storia integrando tutti i nuovi personaggi e lasciando quelli vecchi in un altro capitolo; un capitolo di cui avremo compreso la morale e che sarà chiuso.

Sarà tempo per il tempo, quello nostro, quello personale.. quello in cui non ci sarà più spazio per la persona giusta al momento sbagliato.. ma sarà il tempo per la persona e il momento giusto.

Sarà tempo per me e per te.

Sarà tempo per noi.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

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Madre.

Fonte Immagine “Google”.

Bisognerebbe anche non dimenticare l’attesa della madre e il suo volto come specchio del mondo.

Bisognerebbe non confondere la madre con il seno, non confondere la soddisfazione dei bisogni con il dono del segno d’amore, non confondere le sue cure con una tutela senza ossigeno.

Bisognerebbe non pensare solo alla sua onnipotenza oscura, ma anche alla sua mancanza.

Bisognerebbe provare a essere giusti con la madre e riconoscere nelle sue mani un’ospitalità senza proprietà di cui la vita umana necessita.

Bisognerebbe rintracciare nel suo dono del respiro la possibilità che la vita abbia un inizio e che possa ogni volta ricominciare.

Massimo Recalcati, Le mani della madre, Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, p., 184, 2015 , Feltrinelli Editore.