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L’importanza del “NO”.

Negli ultimi tempi in molte famiglie è cresciuto l’interesse per le emozioni dei bambini e dei loro vissuti personali. Questo interesse ad approfondire e sensibilizzarsi alle necessità dei bambini è decisamente una cosa molto positiva. Ma questo interesse, a quanto pare, va di pari passo con la necessità di molti genitori di evitare nei loro figli l’emergere di emozioni negative e quindi assolutamente da nascondere.

Per molti adulti, il modo più semplice per evitare (ed evitarsi) sensazioni spiacevoli e frustrazioni (rabbia, tristezza, pianto) è quello di abolire l’uso del “no”. C’è infatti una abitudine molto condivisa nelle giovani coppie di genitori “a lasciar perdere” a “non porre dei limiti” ai propri piccoli.

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Le reazioni di frustrazione dei bambini, sono abbastanza normali e comuni, semplicemente perchè i bambini piccoli, sono ancora caratterizzati da un egocentrismo molto marcato. Quindi questa loro “posizione cognitiva” li porta a voler avere tutto, e a voler vedere soddisfatte tutte le loro richieste e tutti i loro desideri, subito. Purtroppo la maggior parte dei genitori davanti alla possibilità di una reazione “esagitata” e negativa del bambino, tendono ad assecondare tutte le richieste e spesso a concedere anche di più. Queste concessioni spesso non sono pensate e possono portare qualche volta a conseguenze spiacevoli.

Pare che la tendenza degli adulti è quella di voler rimandare, in qualche modo, il periodo dei divieti, delle regole e dei no, all’adolescenza. o almeno ai primi anni di scuola primaria (7-8 anni), dove l’intercessione e l’aiuto sperato della scuola e degli insegnanti può rivelarsi a quel punto un po’ caotico. Spesso infatti tanti conflitti tra le famiglie e la scuola hanno origine nella gestione del comportamento dei bambini a scuola.

I primi “no” hanno un ruolo importantissimo nello sviluppo del bambino e con essi le prime emozioni negative. Lo stesso Psicologo infantile René Spitz mostrò l’importanza delle proibizioni fin dal primo anno di vita del bambino. In particolare Spitz studiò le interazioni adulto – bambino sin da quando quest’ultimo comincia a muoversi in maniera indipendente e volontaria (quando gattona o muove i primi passi e comincia a manipolare con interesse gli oggetti) e quindi può fare cose che lo possono mettere in pericolo. Egli mostrò che il bimbo piccolo, in genere, ripete verbalmente il no dell’adulto, accompagnandolo anche con il gesto della negazione con la testa. Tuttavia capita che il bambino torni sull’oggetto “proibito”, perché troppo attratto da esso, pur continuando a ripetere il “no”. L’adulto spesso interpreta questo movimento verso l’oggetto negato del bambino, come un atto di sfida. In realtà non è proprio così, in quel caso il bambino ha bisogno solo di avere una conferma e quindi anche di una risposta coerente, che lo possa portare ad “apprendere” quel no.

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Insomma, secondo Spitz, l’esperienza del “no” è una tappa fondamentale per lo sviluppo del bambino piccolo, che coinvolge sia aspetti emotivi che cognitivi. Infatti, identificandosi con la madre, che attraverso la negazione di un atto, gli sta infliggendo una frustrazione, il bambino ne riesce ad interiorizzare il divieto e il significato di questo, così potrà poi superare la sensazione di frustrazione in maniera positiva. In questo modo, compare per la prima volta anche una parola (il no), che prende un significato e sostituisce un gesto o un’azione.

Grazie all’uso dei primi “no” diventa possibile uno scambio reciproco, comunicativo, che genera le prime astrazioni. Il no quindi ha un significato determinante anche per la strutturazione dell’identità e per il carattere del bambino, che avrà la possibilità di far fronte alle frustrazioni e alle difficoltà.

Il divieto e la negazione, provocano certamente un disagio e malessere nel bambino, ma di contro rappresentano una fase di sviluppo importante.

Ma affinchè il “no” funzioni bisogna sia usato con coerenza e fermezza, ciò non vuol dire che bisogna dirlo in modo adirato, anzi il contrario, deve essere utilizzato con tono pacato, ma fermo e sempre motivato. Dirlo in maniera adirata creerebbe solo confusione e non avrebbe un peso comunicativo adeguato. Ovviamente ai no devono assolutamente essere collegati molti “si”, anch’essi coerenti e adeguati.

Insomma l’uso dei “no” deve essere un’occasione anche per gli adulti, per “crescere” insieme al bambino, come genitori consapevoli dell’importanza del loro ruolo e della chiarezza della comunicazione nelle relazioni con i propri bambini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Gestalt.

Fonte Immagine Google.

“Urlare e battere i pugni, usare il tamburo, mi ha liberato. Ho potuto piangere e versare tutte le lacrime che non sapevo nemmeno di avere dentro di me. Mi sono ricordato di quando Io ero bambino, solo e spaventato. Dire che Io ero arrabbiato, triste e frustrato mi ha fatto capire che sono importante e che anche la mia famiglia è importante per me.

Io non abito una casa ma un luogo fatto di cose e persone che per me, sono importanti”.

Il viaggio alla scoperta dei diversi approcci terapeutici continua oggi, andando a conoscere maggiormente la terapia della Gestalt, un approccio che nonostante la sua età viene tutt’oggi visto come innovativo a causa di alcune tecniche piuttosto originali, messe in atto.

Buona Lettura.

Quello che descriverò brevemente oggi, è un approccio terapeutico “Terapia della Gestalt” sviluppatosi intorno agli anni 50 da Frederick Perls. Il suo fondatore era uno psicologo molto carismatico che ideò un approccio molto “vivo e diretto”, e per nulla statico.

I terapeuti della Gestalt insegnano ai propri clienti l’importanza dell’accettazione di sè facendo leva sulla sfida e anche sulla frustrazione. Perls infatti tendeva ad usare tecniche come giochi di ruolo, la frustrazione abile e diverse altre tipologie di esercizi.

Nella tecnica della frustrazione abile, ad esempio, i terapeuti si rifiutano di rispondere alle aspettative o richieste del cliente. Tale uso della frustrazione mira a far comprendere quanto spesso le persone cerchino di manipolare gli altri per soddisfare i propri bisogni.

Nella tecnica del gioco di ruolo, i terapeuti insegnano al paziente la recita di ruoli diversi; la persona può fingere di essere qualcun altro oppure fingere di essere un oggetto o una parte del corpo. Tramite il gioco di ruolo, facendosi prestare le parole da un oggetto o un’alta persona, si può arrivare ad avere un coinvolgimento emotivo molto forte.

Molti danno sfogo a sentimenti, si arrabbiano, tirano pugni (anche molto violenti), danno calci o urlano; questa esperienza porta a “fare proprio” (accettare) tutti quei sentimenti che li facevano sentire a disagio.

Perls inoltre sviluppò anche delle regole utili ad aiutare il cliente ad osservarsi più da vicino. Le persone sono incoraggiate ad esprimersi in prima persona dicendo pertanto “Io ho paura” e non “questa situazione è spaventosa”; “Io sono bello” e non “Oggi sono carino”.

Altra regola è vivere qui ed ora portando il paziente a comprendere che “vivi ora, i tuoi bisogni nascono ora e devi rendertene conto ora”.

Uno dei focus per eccellenza è pertanto aiutare il paziente a capire l’entità dei propri sentimenti e soprattutto esprimerli. Uno degli oggetti più utilizzati è il tamburo che incoraggia i pazienti (battendoci sopra) a liberarsi dei ricordi traumatici e a cambiare le proprie convinzioni erronee .

Le procedure da usare seguono uno schema ben preciso e sottendono la costante vicinanza e guida del terapeuta formato appositamente per questo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.