Archivi tag: relazioni

L’Umorismo e la Coppia

Il senso dell’umorismo è un segnale di intelligenza e abilità sociale ed è molto importante per la solidità di una relazione di coppia. Il fatto di poter scherzare con il partner aiuta a sdrammatizzare momenti complessi. Inoltre il fatto di riuscire a scherzare e ironizzare sui propri caratteri e sui propri difetti è un modo per accettare i propri limiti e può diventare una modalità alternativa ed efficace di dire all’altro quello che non ci piace, per provare a modificarlo.

Il fatto poi di riuscire a ridere delle stesse cose è decisamente la dimostrazione che si condivide la stessa visione del mondo e che si hanno tanti valori condivisi.

L’ironia, in generale, è una parte essenziale del nostro carattere e del modo di affrontare la vita e di vedere il mondo, è quindi molto importante che i due partner siano sulla stessa lunghezza d’onda, per mantenere un equilibrio positivo. Le relazioni si saldano infatti su quella che possiamo definire “risata positiva”, cioè quella che diventa parte di un linguaggio comune, condiviso, sdrammatizzante e autoironico. Una risata che nasce esclusivamente dal piacere di stare insieme, di condividere momenti e spazi di interazione e che non fa altro che saldare ancora di più quel legame.

Photo by Helena Lopes on Pexels.com

Ad esempio, in una relazione che funziona bene e in cui ci sono buone “connessioni umoristiche”, si può sdrammatizzare anche su imbarazzanti “incidenti” sessuali, nei momenti di intimità; oppure si può apprezzare una battuta che sdrammatizza e che dia spazio alla normalità, in situazioni più o meno drammatiche, dove si vivono le cronicità di una patologia. La battuta in tal caso può aprire squarci di normalità e di spensieratezza che vanno oltre il pensiero negativo del malessere.

Ovviamente in tal senso, è inutile dire che la “risata negativa”, quella denigratoria e offensiva, non è assolutamente la stessa cosa della prima. Perché, all’interno della relazione, sarà usata solo per comunicazioni decisamente squilibrate e diventerà parte di un gioco di potere che farà molti danni alla relazione e a chi subisce. Chi scherza in maniera offensiva e aggressiva, non dà una bella immagine di sé e del suo modo di gestire le relazioni, in generale.

C’è quindi un lato molto positivo dell’umorismo e della risata, ma c’è anche un lato più oscuro. La risata e l’umorismo può avere varie sfaccettature negative e oltre a quella già citata, possiamo trovare nell’umorismo anche un modo sadico di interagire o un modo per evitare e negare determinate cose. Insomma ci sono persone che possono utilizzare una battuta o una risata, per evitare di affrontare problemi o squalificarli. In tal modo possono arrecare un danno al ricevente (che magari sta realmente chiedendo attenzione e aiuto).

Insomma, ridiamo di coppia, ridiamo insieme, ridiamo bene, ma non ridiamo dell’altro ed evitiamo di utilizzare l’ironia e le battute, per difenderci e per evitare di affrontare problemi.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Seguici anche su Twitter!!!! https://twitter.com/Ilpensierononl1

Un consiglio di lettura : “Commedie e drammi nel matrimonio” – Guglielmo Gullotta

Aiutare gli altri per aiutare se stessi. Gli aspetti psicologici del volontariato.

Avete mai fatto attività di volontariato? Sapete che la maggior parte delle attività di volontariato, se ben centrate sulla persona che vi partecipa, possono portare grandi benefici?

Sono infatti numerose le ricerche che dimostrano che le attività di volontariato oltre ad essere utili alla società, possono anche migliorare la soddisfazione e la salute di chi dedica una parte del proprio tempo agli altri. Quindi il beneficio sarà ben distribuito, tra chi beneficia dell’aiuto e chi invece lo offre.

Secondo diverse indagini statistiche, le persone attive sul volontariato tendono ad avere un umore migliore e tendono a sentirsi meglio fisicamente, rispetto a persone che non fanno volontariato. Questo effetto è più evidente quando il volontariato diventa parte integrante della propria vita. L’impegno sociale può alleviare in parte lo stress proveniente dall’ambiente lavorativo. Infatti in alcune ricerche è emerso che le persone in età lavorativa, che svolgevano una professione a tempo pieno e insieme dedicavano una piccola parte del loro tempo al volontariato, riuscivano a distrarsi dalla routine lavorativa, si arrabbiavano di meno, erano più attenti alle esigenze dei colleghi e si prestavano più facilmente all’ascolto dell’altro.

Photo by C Technical on Pexels.com

Quali sono questi vantaggi e perché?

Chi si dedica al volontariato, in genere si inserisce in un contesto sociale e in un gruppo che è composto da persone che possono avere interessi comuni; ci si relaziona molto, ci sono tanti confronti e si lavora spesso e volentieri in gruppi e squadre. L’inserimento in questi contesti può quindi dare tanti vantaggi psicologici alla persona che ne fa parte; ad esempio ci si distrae dalle preoccupazioni, perché lo stare insieme agli altri riduce il tempo che una persona può passare a rimuginare su un pensiero brutto.

Altro elemento importante riguarda il “senso di appartenenza” e la convinzione che ciò che si sta facendo è molto importante per gli altri e per la propria comunità. Immergendosi in questo contesto si hanno conferme e feedback dagli altri, quindi il proprio impegno ha un senso tangibile.

Photo by RODNAE Productions on Pexels.com

Altro vantaggio riguarda l’aspetto puramente sociale. Il volontariato permette di ampliare le proprie conoscenze, le proprie relazioni d’amicizia e il proprio bagaglio culturale. Tutto ciò stimola la fiducia nelle proprie capacità e favorisce un atteggiamento più ottimista verso la vita. Addirittura alcuni studi hanno osservato che impegnarsi nel volontariato in periodi in cui si è in cerca di un’occupazione, aveva un effetto positivo, che poteva aiutare anche nell’obiettivo finale della ricerca.

Ovviamente come in tutte le attività alcune volte capita che le aspettative sull’attività del volontariato e sul gruppo di persone che incontrano, non corrisponda alla realtà dei fatti e ciò può indurre le persone a vivere negativamente l’esperienza del volontariato. Le persone in questo caso si sentiranno deluse e frustrate. Probabilmente in questi casi quel tipo di attività di volontariato non è pienamente compatibile con la persona e con le proprie prerogative. Insomma può essere solo una scelta sbagliata.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Seguiteci anche su Twitter!!!! https://twitter.com/Ilpensierononl1

Preadolescenza. L’importanza di “appartenere” per “separarsi”.

Stasera vorrei riproporvi un articolo molto interessante che approfondisce un periodo dello sviluppo dei ragazzi, che è al confine tra l’infanzia e l’adolescenza. Buona lettura!

ilpensierononlineare

C’è un periodo compreso tra l’infanzia e l’adolescenza in cui si manifestano dei comportamenti e dei cambiamenti nei propri figli che spesso colgono di sorpresa i genitori e sono la causa di fraintendimenti e litigi che poco hanno a che vedere con il periodo del “ciclo di vita familiare” precedente, che tutto sommato era abbastanza tranquillo.

In genere i genitori, in questo periodo hanno difficoltà a prevedere i comportamenti dei propri figli, “non li riescono più a controllare” e temono che il figlio possa allontanarsi da loro irrimediabilmente e con conseguenze drammatiche. Almeno questa pare sia la percezione di buona parte dei genitori, rispetto a ciò che sta avvenendo. Quella della preadolescenza è il preludio ad una fase critica, caratterizzata da forti contraddizioni.

Potremmo far rientrare questo periodo ad un’età che va dagli 11-12 ai 13-14 anni, ovviamente è una stima pressoché…

View original post 542 altre parole

Ascoltare vs Comprendere.

Immagine Personale.

“Un ascolto che fa mostra di comprendere ciò di cui l’altro soffre non è ascolto, è paura di ascoltare; anche questa sarà una perversione del linguaggio: qualificare come “umanista” un ascolto impaurito, “neutro” e “benevolente”, mentre ciò che oggi si può intendere è che questo “umanesimo dell’ascolto” può mascherare barbarie o indifferenza”.

Pierre Fédida.

Sintonizzarsi con l’altro essendo/CI comporta la possibilità di entrare in gioco come dualità in costruzione e in incontro (incontro e ascolto empatico, spoglio di tutte quelle sovrastrutture che mettono il mio desiderio e il mio essere, prima del tuo, creando – invece- una circolarità in cui entrambi ci sentiamo al sicuro e sicuri di poter esprimere il nostro essere).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La complessità di un rapporto

“L’essenza di un rapporto si dimostra come un fenomeno complesso sui generis che ha regolarità e patologie le cui caratteristiche non sono quindi imputabili né ad un partner né all’altro”

Paul Watzlawick
Photo by eberhard grossgasteiger on Pexels.com

L’essenza del rapporto umano e delle relazioni è qualcosa che è molto di più, che va oltre la somma delle singole componenti, come gli atteggiamenti, i comportamenti, le predisposizioni e le aspettative che i due partner portano con sé, dal proprio passato personale, all’interno del proprio rapporto. Il complesso sistema di interazioni di tutte queste componenti, nella sua interezza, a determinare il tutto.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Relazioni.

Photo by Shane Kell on Pexels.com

Quando conosciamo una persona che per un qualsivoglia motivo avvertiamo come noi affine, desideriamo che diventi importante per e nella nostra vita. Si tratta di entrare in-relazione; una relazione in cui si è accettati e conosciuti per quel che si è; una relazione in cui calano i costumi d’uso abituale richiesti dalla quotidianità e senti “casa”, calore, comprensione.

Una relazione profonda è anche quella (come sostengono Holmes e Rempel, 1989) in cui la fiducia rimuove l’ansia e ci si sente liberi di aprirsi senza paura di perdere l’affetto dell’altro.

Dal punto di vista scientifico, la psicologia sociale ha studiato i processi attraverso cui si giunge alla costruzione di una relazione significativa.

Inizialmente le argomentazioni saranno più semplici e meno profonde, per crescere gradatamente e contemporaneamente al senso di fiducia sperimentato da entrambe le parti (teoria della penetrazione sociale: lo sviluppo delle relazioni attraversa alcune fasi che fanno approfondire sempre più la relazione).

Gli esperti hanno studiato cause ed effetti della self-disclosure (svelamento di sè). Quand’è ad esempio che siamo più propensi a rivelare informazioni circa ciò che ci piace di più, ciò che non ci piace oppure ciò di cui abbiamo vergogna?

Riveliamo di più a chi si è aperto con noi. Questa reciprocità è importante soprattutto all’inizio della conoscenza; conoscenza che così facendo diventerà più initima.

E’ una sorta di gioco in cui ad un segreto, rispondo con un altro.. Se tu mi dici una cosa molto intima, io te ne dirò una mia perchè mi sento sicuro, compreso e contenuto. Quando la relazione diventa più profonda, la reciprocità sarà meno evidente lasciando il posto alla responsività.

Le persona infatti desiderano maggiormente essere amate e apprezzate piuttosto che ricevere in cambio, lo stesso tipo di confidenza.

Quando parliamo con un partner o amico procediamo un pò come una danza; punta, piede a martello, gamba tesa, movimento del corpo, passo passo un pò alla volta ci avviciniamo al “corpo” dell’altro fino a fondere i due “movimenti”.

Secondo alcuni studi condotti, i matrimoni più felici sono quelli in cui i coniugi utilizzano un linguaggio speciale; un linguaggio condiviso e comprensibili solo ai due coniugi. Più questo linguaggio è usato, più sono felici (Bell, Buerkel- Rothfuss e Gore, 1987).

Si tratta di due sè che si connettono; che si aprono. Due sè fusi e mai confusi, simili e diversamente uguali. Clinker.. due sostanze che si amalgamano senza fondere, diretti a diventare cemento.

Fidarsi e affidarsi correndo anche il rischio di inseguire un’ immagine nell’acqua che forse alla fine, era solo il nostro riflesso.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Valore.

Photo by Simon Migaj on Pexels.com

Il “punto di valore” – punctum additionis, punto di addizione in uso nel XIV- consiste in un punto che, messo a destra di una figura (nota o pausa), ne indica un aumento proporzionale di valore. Esso può essere semplice “.”, doppio “..”, o triplo “…” portando ad un aumento:

  1. nel primo caso di metà del valore della figura di partenza
  2. il secondo punto “..” aumenta la metà del valore aumentato dal primo
  3. il terzo “…” la metà del valore aumentato dal secondo

Il punto di valore mostra un “punto” molto importante dei rapporti umani. Avvicinare e avvicinarsi alle persone crea una circolarità in cui la relazione, il proprio mondo interno e “chi io sono” aumenta, si raddoppia, triplica.. e così via.

Siamo tanti puntini bisognosi di avvicinarci e sostenerci; puntini dotati ognuno del proprio valore; esistenze calate nella grafia che è il nostro corpo, suoni in accordo o in disaccordo ma pur sempre piccole note sparse nell’attesa di trovare il punto giusto da tenere al proprio fianco.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La solitudine

La solitudine è quella condizione in cui una persona si trova ad essere sola per qualche motivo, per scelta personale o per una scelta forzata. La sensazione della maggior parte delle persone che affrontano questo tema rimanda ad un’accezione negativa del termine, in quanto chi è solo in genere viene “pensato” come una persona triste, depressa e strana.

In effetti l’uomo è un animale sociale, vive di relazioni, vive nelle relazioni, per le relazioni e si ammala di relazioni.

Se vediamo una persona sola abbiamo quasi sempre la tentazione di “riempire” la distanza che la separa dalla socialità. Quasi percepissimo il senso di vuoto ci prodighiamo affinché si trovi un rimedio a quel deserto relazionale che circonda la persona sola.

Photo by Pixabay on Pexels.com

La sensazione di solitudine è uno stato personale che abbiamo provato tutti nella vita. Essa può essere negativa e provocare frustrazione e rabbia, delusione e tristezza, un senso di abbandono alimentato da una strana angoscia che alimenta quella paura di non riuscire mai a sperimentare la socialità. Quella negativa è la solitudine che deriva da situazioni impreviste, imposta dalle circostanze della vita: la fine di un amore, la prigionia, una malattia, l’isolamento percettivo o l’abbandono di una persona cara.

Ci può essere anche una solitudine imposta dalla società, quella che ci vede in presenza dell’altro, ma immersi nella solitudine degli schermi o quella imprevista che abbiamo potuto provare in questi mesi di pandemia.

Insomma una persona può trovarsi improvvisamente ad essere relegata in solitudine e non essere pronta e capace di stare da sola. In questo caso può soffrire molto.

La solitudine può però essere anche ricercata e voluta, come succede per i creativi, per gli asceti o ad esempio di chi vuole staccare dallo stress della quotidianità per recuperare le energie, per ritrovare se stesso. Molte persone riescono ad acquisire durante i primi anni di vita la capacità di trarre giovamento dalla solitudine, possono persino apprezzarla e gestirla come un bene prezioso.

Quanto siamo capaci di essere soli?

La capacità di essere soli secondo Donald Winnicott si può acquisire durante l’infanzia e può considerarsi un derivato positivo delle esperienze relazionali diadiche (con la madre) e triangolari (con la madre e il padre o gli altri). Lo stesso Winnicott attraverso un paradosso, dice che l’esperienza determinante e fondamentale affinché l’abilità di esser solo si sviluppi è l’esperienza di essere solo, da infante e da bambino piccolo, in presenza della madre.

La capacità di essere soli deriva dell’esperienza di esser soli in presenza dell’altro.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi