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Amore… Cosa?

Immagine Personale.

Dal punto di vista prettamente descrittivo e/o statistico, vi sono tutta una serie di fattori e caratteristiche del reo, che aumentano o sono indicative della possibilità di incorrere in reato.

Tra i fattori di rischio la cui presenza aumenta la possibilità di commettere uxoricidio, abbiamo: fatti o eventi accaduti nella vita del soggetto; tratti di personalità e circostanze in cui è avvenuto il fatto.

I fattori di rischio possono incidere in duplice modo ovvero: direttamente (incidendo sui pensieri omicidi e sulla possibilità di commetterli) e indirettamente (attraverso una diminuita capacità cognitiva e/o decisionale che porta l’autore a non riuscire ad inibire il pensiero distruttivo ed evitare di fare, invece, del male alla vittima).

Socialmente svantaggiato: gli uxoricidi analogamente ai maltrattanti e agli uomini che commettono altra tipologia di omicidi, sono spesso socialmente svantaggiati oppure hanno problemi economici o sono disoccupati.

Vittime di abuso infantile: l’omicida, similmente al maltrattante, può da piccolo aver subito o aver assistito ad abuso all’interno del contesto familiare di provenienza. Ciò che accade è una trasmissione transgenerazionale; una sorta di cultura della violenza che viene usata come unico mezzo “relazionale” all’interno della famiglia stessa.

Precedenti comportamenti violenti all’interno della relazione: é molto raro che vi siano casi di uxoricidio che non siano stati preceduti da minacce, aggressioni fisiche e/o sessuali. Questi uomini hanno alle spalle un bagaglio di relazioni fallite, andate male che avevano un alto tasso di conflittualità. Si tratta inoltre di soggetti che hanno forti idee preconcette e rigide circa i rapporti uomo-donna e i rispettivi ruoli da mantenere.

Proprietà: Quando all’interno di una relazione subentra tale parola “tu sei mia proprietà”, si sta facendo uso di gelosia, possessività e controllo esclusivo di una donna che non è più vista come tale, ma come possesso esclusivo. Sia i maltrattanti che gli uxoricidi, potrebbero attuare questo “diritto sul possesso” vietando ad esempio alla donna, di andare in palestra, di andare dal parrucchiere o anche di fare la spesa da sola.

Possesso di armi: detenere in casa un’arma aumenta la possibilità che l’assassino le usi durante le aggressioni. Merzagora-Betsos, Pleuteri (2005) hanno evidenziato che nei casi di omicidio-suicidio, quando sono gli uomini ad uccidere le donne, l’uso dell’arma da fuoco rappresenta oltre la metà dei modi utilizzati per commettere il crimine, inoltre nel 65% dei casi è anche il modo usato per commettere il suicidio.

Precedenti penali: gli autori di uxoricidio hanno precedenti penali che di solito riguardano violenza domestica o anche altri crimini come consumo o spaccio di sostanze stupefacenti. Un dato tuttavia legato all’Italia concerne il fatto che circa il 30% degli uxoricidi, non ha precedenti penali a carico o passati; tuttavia alcuni uxoricidi potrebbero essere stati maltrattati o essere stati già maltrattanti senza che vi siano denunce pregresse.

Disturbi di salute mentale, disturbi di personalità: gli uxoricidi sono spesso affetti da disturbi mentali o di personalità. Dalle ricerche condotte emerge che gli uomini che uccidono la propria partner, erano affetti da disturbo border di personalità, personalità passivo aggressiva o depressione maggiore.

Abuso di sostanze: le ricerche mostrano che nel 50% dei casi gli uxoricidi hanno problemi legati all’abuso di alcool, mentre nel 15% dei casi un passato da abuso di sostanze. Altro dato mostra come nel 20 e 50% dei casi, l’autore del crimine fosse sotto l’influenza di alcool nel momento in cui ha commesso il crimine.

Come abbiamo avuto modo di vedere insieme, andando a conoscere le caratteristiche del reo (che è bene ricordare si compenetrano alle caratteristiche presenti, dall’altro lato, nella vittima) difficilmente un uomo arriva ad essere maltrattante e/o violento senza che vi siano delle avvisaglie o caratteristiche pregresse. Dobbiamo pertanto provare a smettere di avere un atteggiamento compiacente e tollerante dinanzi a comportamenti che con l’amore non hanno nulla in comune.

Un uomo aggressivo non è innamorato: è “malato”.

Un uomo geloso e controllante non è innamorato: è “malato”.

Una donna compiacente non è innamorata: è “malata”.

Una donna che accetta la gelosia morbosa e un uomo altamente controllante, non innamorata: è “malata”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Musical/Mente: gli effetti delle musica sui bambini.

Fonte Immagine “Google”

La vita dell’essere umano è scandita fin da subito (dall’esperienza intrauterina), dalla presenza del ritmo. Le esperienze prenatali includono infatti la regolare presenza del battito cardiaco e del respiro materno; esperienze a cui seguirà dopo la nascita l’uso di tutta una serie di “suoni” che chi si prende cura del bambino, userà per comunicare con quest’ultimo/a. Tra i primi suoni utilizzati per comunicare o attirare l’attenzione del bambino, abbiamo l’uso delle filastrocche o ninnenanne.

Le filastrocche o comunque tutte quelle canzoncine usate, sono di solito caratterizzate da elementi comuni ovvero: estrema regolarità, semplicità e ripetitività. Si tratta in sostanza di canzoncine molto semplici (sia dal punto di vista ritmico che melodico), che riescono a creare come una sorta di sospensione, di attesa, un “prima o poi qualcosa accadrà”, che riesce a tenere i bambini calmi e sereni, analogamente a quanto accadeva quando nell’esperienza intrauterina erano cullati e coccolati dal suono della voce materna.

Numerose ricerche hanno affrontato il tema poc’anzi esposto. In generale si potrebbe dire che tutti nasciamo con una “certa” predisposizione ai suoni (proprio in vista delle esperienze intrauterine vissute), tuttavia i ricercatori hanno deciso di indagare ulteriormente la questione. Si è quindi deciso di valutare se, in qualche modo, essere sottoposto a giochi o attività musicali abbastanza precocemente possa rendere successivamente più bravi a distinguere/riconoscere i suoni oppure a percepirne la loro regolarità/irregolarità. La domanda a cui provare a rispondere diventa pertanto se l’allenamento possa essere un valido aiuto nello sviluppare la capacità di elaborazione dei suoni, oppure se solo chi in partenza ha una sensibilità più spiccata è poi successivamente più propenso a dedicarsi alla musica.

Christina Zhao e Patricia Kuhl, dell’Università di Washington, hanno distinto le due possibilità dividendo circa 40 bambini di nove mesi in 2 gruppi e facendoli poi giocare per un mese con i genitori: un gruppo ha ascoltato musiche complesse (ad esempio un Valzer) aiutando i genitori a batterne il ritmo mentre l’altro gruppo si è dedicato a giochi come quello delle macchinine; gioco simile a quello dell’altro gruppo (in termini di intensità e interazione di movimenti), ma senza musica.

Lo step successivo è stato far ascoltare altre musiche dai ritmi simili ma con anomalie e interruzioni del ritmo. I successivi esami dell’attività cerebrale (magnetoencefalografia) hanno mostrato che chi aveva ascoltato musica attivava di più le aree uditive e la corteccia prefrontale in risposta alle anomalie; si dimostrava pertanto una maggior capacità di attenzione e analisi dei suoni. Il dato interessante fu tuttavia un altro, ovvero che questi bambini erano anche maggiormente capaci di attivare una “risposta” in seguito all’ascolto di una lingua straniera.

“L’ascolto musicale precoce sembra migliorare la capacità dei bambini di decodificare suoni complessi individuandovi regolarità, un aspetto importante nella comprensione del linguaggio, e quindi potrebbe favorire anche l’apprendimento linguistico”, Zhao et Kuhl, “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

L’importanza dell’educazione all’ascolto musicale fu compresa anche da Maria Montessori che nel suo testo “Il metodo della pedagogia scientifica”, comprese come “la musica aiuta e potenzia capacità di concentrazione, ed aggiunge un nuovo elemento alla conquista dell’ordine interiore e dell’equilibrio psichico del bambino” evidenziando inoltre come questa capacità fosse di sostegno allo sviluppo del linguaggio e all’ampliamento del vocabolario.

Da musicista e psicologa ho sempre sostenuto l’importanza della musica. Credo sia fondamentale potenziare l’educazione all’ascolto; la capacità di concentrazione e sintonizzazione sul proprio e altrui Sè, che ascoltare un qualsiasi pezzo musicale richiede, è un potente mezzo nonchè una potente risorsa che l’essere umano ha. Investiamo tanto tempo nella velocità del nostro tempo moderno, dimenticando di fermarci ogni tanto, anche solo per una piccola pausa. E’ la musica che ce lo insegna.. ogni tanto prendiamo un piccolo respiro, un piccolo silenzio tra le mille note che riempiono la nostra giornata e impariamo ad ascoltare.. più intensamente. Di più.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Paura o indifferenza? Il caso di Kitty Genovese e l’assunzione di responsabilità.

Nel 1964 a New York, un triste caso balzato alle cronache diede il via a tutta una serie di ricerche nell’ambito della psicologia sociale. Una donna di nome Kitty Genovese venne aggredita durante la notte da un uomo che armato di coltello la colpì ripetutamente, fino a lasciarla a terra agonizzante. Kitty Genovese urlò così tanto, da svegliare 38 persone che ben presto si affacciarono alla finestra. Queste persone riuscivano a vedere cosa stesse accadendo in strada e si vedevano l’un l’altro; nonostante ciò, nessuno di loro chiamò la polizia prima di mezz’ora. Durante questo tempo di stallo però, l’assassino non stette parimenti con le mani in mano, ma anzi.. ebbe tempo di ritornare indietro e continuare ad infliggere ulteriori coltellate alla donna la quale, ben presto morì.

Salvo ulteriori specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

Cosa era accaduto?, Perché nessuna di quelle 38 persone chiamò la polizia non appena Kitty Genovese iniziò ad urlare? Gli psicologi hanno pertanto cercato di indagare sperimentalmente la questione, per provare ad evidenziare quali possano essere degli elementi legati alle circostanze che possono influire (spesso in modo determinante) sulla dimensione altruismo/egoismo, prima di mettere in atto una determinata decisione (che spesso andrebbe presa, come in questo caso, in pochi secondi).

Una delle spiegazioni maggiormente utilizzate dagli psicologi, concerne la possibilità di andare a considerare non i vantaggi (per l’individuo o la specie) del comportamento altruistico (in questo caso la possibilità di salvare una vita, o di sentirsi utili), ma le circostanze che, a parità di altre condizioni, rendono più frequente aiutare o meno un’altra persona.

L’ipotesi proposta di basa sul concetto di assunzione di responsabilità: quanto più un individuo si sente investito della responsabilità di intervenire (per aiutare qualcuno o porre rimedio a una determinata situazione), tanto più è probabile che lo faccia. Sono svariate le circostanze che determinano l’essere o il sentirsi responsabili; tra queste ad esempio avere una posizione di “potere” , come essere il capogruppo o il leader. Altre volte sono circostanze accidentali (come il numero degli individui che si trovano sul luogo di un incidente) a determinare se un individuo che chiede aiuto, sarà o meno soccorso. Cosa c’entra quanto appena detto, con il caso di Kitty Genovese?

Due psicologi sociali John Darley e Bibb Latanè, hanno dedicato gran parte della loro ricerca al fenomeno dell’assunzione di responsabilità. Secondo i due autori, è possibile riassumere in cinque punti il processo che porta a prendere o meno la decisione di intervenire.

  1. si presenta una situazione (almeno potenziale) di pericolo
  2. la situazione deve essere definita come un caso di emergenza
  3. la persona che viene a conoscenza del pericolo deve sentire la responsabilità di intervenire in aiuto
  4. questa persona deve avere qualche idea su cosa fare per aiutare
  5. la persona accorre in aiuto.

Il focus delle ricerche dei due autori riguarda il punto 3. Gli psicologi hanno infatti studiato in maniera approfondita le condizioni nelle quali un individuo si sente più o meno responsabile di ciò che accade al suo prossimo. Ciò che viene evidenziato è che non sono tanto importanti le caratteristiche (personalità) di chi deve prestare aiuto, o quelle della persona da aiutare; non è altresì importante l’eventuale pericolosità o gravità dell’intervento. L’ipotesi di Darley e Latanè è invece: quanto più numerose sono le persone che in una data circostanza di pericolo o emergenza sono effettivamente in grado di accorrere in aiuto, tanto meno ciascuna di loro si sentirà investita della responsabilità di agire. In sostanza ciascuno penserà “perchè devo farlo io, sicuramente lo avrà già fatto qualcun altro”.

Sembra quindi che quella sera l’unica “colpa” di Kitty Genovese, sia stata che troppe persone abbiano udito le sue urla disperate.

E voi? Avreste aiutato Kitty Genovese? Pensate di essere persone altruiste oppure no?

Dott.ssa Giusy Di Maio.