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L’emozione in una t-shirt.

Immagine Personale.

Questa maglietta mi fu donata da una persona a me molto cara.

Erano gli anni in cui accompagnavo, al pianoforte. Per anni mi è toccato il compito di accompagnare, offrendo conforto, spalla e piede (vedi i pedali del pianoforte) a chi si trovava seduto, al mio fianco.

Mi sono – in sostanza- resa conto che -da sempre- il mio ruolo è stato accompagnare per un tot, le persone..

Sentivo il respiro dell’altro, vedevo tremare le sue mani (più o meno delle mie), avvertivo la presenza fisica di un corpo caldo, accostato al mio.

C’era il terrore del non riuscire a girare la pagina in tempo “va tranquillo tanto io so a memoria”.. Il dover cantare la melodia ai piccolini..

Poi il momento del duo…

Una t-shirt che resta e ti ricorda delle ore eterne passate a studiare mentre gli altri si divertivano, il panico sul filo del sipario, l’applauso e un bacio veloce, veloce lì.. sullo sgabello, prima della fuga.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

In good company.

Immagine Personale.

“Senza musica la vita sarebbe un errore”.

 Friedrich Wilhelm Nietzsche

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sai di troppo poco…

Egon Schiele, Atto d’Amore, 1915.

“E le restituivo un bacio all’attaccatura dei capelli in cima alla fronte, e nelle palme messe alle sue tempie sentivo battere i colpi della sua vita di dentro. Battono i colpi del tuo sangue nelle mie mani, in questa folla io sono tuo, ma così tuo, che non potrò più essere di nessuno”

Erri De Luca, Il contrario di Uno, 2003.

Il sapore del gusto compatibile…

Questa è per la vecchia signora che è in me.. Amo cantare queste canzoni..

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Cento Passi.

Immagine Personale.

“Ci saranno sempre pietre sulla strada davanti a noi. Saranno ostacoli o trampolini di lancio; tutto dipende da come le usiamo.”
Friedrich Nietzsche

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Di Mascher(in)a in mascher(in)a: il volto che ritorna.

Photo by Engin Akyurt on Pexels.com

Qualche giorno fa, l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, attraverso la sua consigliera la psicologa psicoterapeuta Giulia Cavallari, ha cominciato a dirigere l’attenzione su una questione che fin dallo scoppio della pandemia aveva attirato la mia attenzione (e l’ira di qualcuno).

Mesi fa, portavo all’attenzione e alla riflessione del lettore, la questione della mascherina sul volto: la barriera (necessaria) che ormai si adagia sul nostro volto, fino a fondersi con esso (l’ipotesi di portare il dispositivo di sicurezza sul volto per pochi mesi, è infatti diventata lentamente certezza che per qualche anno, la mascherina sarebbe rimasta sul nostro viso).

Da professionista che guarda all’umano e all’attuale, mi sono subito chiesta cosa potesse accadere nella percezione del mondo e dell’estraneo/straniero, specie nei più piccoli, in quelli – nuovi nati- che si trovavano ad interagire per la prima volta, con l’altro.

La Cavallari evidenzia come (nonostante la fiducia nella capacità di adattamento dell’essere umano), alcuni potrebbero vivere dei momenti di disagio dovuti alla transizione e alla sensazione di essere scoperti in volto “come quando alla fine dell’inverno si tolgono i capi più pesanti e alcune parti del corpo iniziano ad essere più in mostra”.

Ciò che i colleghi dell’Emilia Romagna evidenziano è la possibilità di poter sviluppare (o intensificare, se già precedentemente sofferenti), ansia sociale; non è infatti inusuale vedere persone sole nella propria auto, chiusi dentro completamente bardati, sigillati, con tanto di mascherina sul volto.

Sembrano infatti aumentate le richieste di supporto psicologico dovute a fenomeni di ansia, panico o irritabilità generalizzata.

Sempre la consigliera dell’Ordine dell’Emilia Romagna, evidenzia proprio il punto che mi sta più a cuore: quello dei più piccoli.

Ricordo di essermi abbandonata a riflessioni molto profonde e piuttosto malinconiche quando, con un nipote nato in piena pandemia, mi sono resa conto che il bambino, fin dalla nascita, si è trovato immerso in un mondo di maschere.. Maschere tutte uguali, per niente incisive, magari bianche; maschere che coprivano celando ogni minima espressione.

I bambini non hanno potuto toccarci in volto; non hanno potuto osservare il giocattolo più bello, plastico, colorato ed emozionale che hanno a disposizione: il volto umano.

Quando mesi fa ho mosso queste piccole riflessioni, sono stata accusata (come ormai è prassi), di inviare messaggi errati.

Il mio lavoro di prevenzione del benessere psicologico mi impone di procedere con l’attività di prevenzione, diagnosi, abilitazione e riabilitazione per la persona, il gruppo, gli organismi sociali e la comunità, ergo.. non potevo non preoccuparmi della questione maschera sulla maschera.

Ho pensato, abbandonandomi all’ironia, che forse chi accusava me (o colleghi) di qualcosa.. altro non stesse facendo che proiettare la propria fragilità dovuta ad un uso massiccio di maschere (e non quella che ci salva dalla diffusione del covid).. ma questa.. è altra storia..

Per concludere i colleghi dell’Emilia Romagna (e anche qui, condivido in pieno), sostengono l’importanza di non forzarsi verso scelte nette, cercando di vivere per forza la vita “come prima”.

In caso di eccessiva ansia è bene ricorrere precocemente al supporto di un esperto psicologo psicoterapeuta; nel frattempo è inutile sforzarsi di uscire troppo se non ci si sente sicuri, così come.. se lo si ritiene opportuno va bene tenere la mascherina anche se le norme vigenti non obbligano più a tenerla in volto (da lunedì 28 giugno), all’aperto.

Per quanto concerne i bambini poi, cerchiamo di aumentare tutte quelle attività a contatto (diretto o meno) che stimolino molto anche la comunicazione non verbale, la mimica degli occhi, il gesto e il tono della voce.

Creiamo un clima caldo e accogliente cercando di non sovrapporre troppe maschere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Ricordi della luce in ombra.

“Niente di ciò che abbiamo posseduto nella mente una volta può andare completamente perduto”.

S. Freud

Il girasole, fiore di sole e di luce, è da sempre il mio fiore (ha un posto nel mio cuore a pari merito con l’ibisco).

Vestirmi di luce è un po’ il mio mantra; la luce mi serve per fare le differenze con le (inevitabili) ombre.

Il girasole della foto l’ho coltivato con una dedizione e una speranza incredibile, un bel pò di anni fa. Lo trovai.. dall’alto dei suoi 180 cm sbocciato un caldissimo giorno estivo, (un luglio bastardo) in cui per l’ennesima volta le ombre si erano prese un posto non dovuto, nella mia luce.

Sul piano simbolico quel girasole attestava la prepotenza della vita che nonostante tutto.. era lì a ridere (forse di me, chi può dirlo); ma quell’altissimo e ridente punto giallo, mi diceva che c’era ancora tanta luce per me.. e che le ombre presto sarebbero state fagocitate dalla prepotenza del sole che brucia.

Il girasole è diventato pertanto un significato importante della mia esistenza.

“Il linguaggio prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”.

J. Lacan

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il colore Umano.

Photo by Sharon McCutcheon on Pexels.com

Non giudicare sbagliato ciò che non conosci, cogli l’occasione per comprendere.”
Pablo Picasso

Amo i colori, ormai lo sappiamo; sono noiosa e monotona nel mio urlare – gonfiando a più non posso i miei polmoni- “fatemi vivere in una pozzanghera di colori a tempera mischiati.. che poi.. sono felice.”

I colori mi hanno sempre attirata..

Ricordo il piacere del disegno, dell’educazione artistica (a scuola).. La creatività, l’arte.. Pennelli, mani e corpo che creavano rendendo visibile la fantasia di un mondo colorato che potevo rendere reale e vivo all’esterno, su carta o tela..

Ancora oggi l’aspetto artistico vive al mio fianco, palesandosi in diverse forme.

Crescendo – poi- il mio amore senza confini per i colori, il piacere del dettaglio e della sfumatura è diventato il piacere per la scoperta dell’umano.

Per carattere non ho mai cercato nemici, nel prossimo.. Mi sono sempre approcciata all’esistenza in una maniera rilassata, aperta e con reale desiderio di conoscere e sapere..

L’altro è lentamente diventato per me una tavolozza su cui si adagiavano infinite sfumature di colori o più semplicemente, una base su cui esplorare infinite angolazioni dello stesso colore primario.

Non ho mai pensato che qualcuno potesse avere un colore sbagliato; che potesse essere poco colorato, troppo colorato.. Che qualcuno potesse diventare un colore fuori moda.. fuori posto.. Un colore non in linea con il bon ton.

E’ capitato nel corso del mio cammino, di incontrare colori poco attinenti alla mia armocromia e in tal caso, senza mai offendere… ho proseguito il mio percorso alla ricerca delle sfumature.

E’ capitato che il mio colore umano, non andasse bene..

Ed ecco il punto.

Cos’è un colore… cos’è una sfumatura..

E’ quasi come chiedersi cosa e chi è l’umano…

Trovo avvilente dover specificare l’importanza di dover preservare, oggi più che mai, anche e soprattutto in termini di leggi, l’importanza della libertà di poter scegliere il proprio colore umano.

Sono giorni difficili.. giorni in cui le intromissioni su una importantissima legge, una legge che altro non fa che preservare la bellezza e la libertà di espressione del colore umano, stanno bloccando quello che potrebbe essere un primo scatto di civiltà.. un primo passo concreto e di contenimento materno in cui ciascuno può sentirsi libero.

Nessuno tocchi il tuo colore umano.

Nessuno tocchi il mio colore umano

Restiamo umani.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Il passato ricorda.

“Siamo felici solo nel passato. Dal passato emergono ricordi di una mattinata, di una festa, di un pranzo, magari con una persona cara che non c’è più, come nel mio caso, o semplicemente della gioventù perduta, ed ecco che sorge lancinante il rimpianto. Eppure, in quel momento che stai ricordando, eri davvero felice? No, non lo eri. Pensavi al mutuo, alle vacanza, a un paio di scarpe nuove, non sapevi che di lì a qualche anno ne avresti avuto nostalgia”.

Maurizio De Giovanni.

In quel luogo, questa canzone è diventata fondamentale.

Amo Almodòvar, amo i suoi film e il taglio degli occhi che riesce a conferire ai suoi personaggi. Amo i suoi colori, la Spagna e questa canzone che anche se âgée, per me è tanto cuore e ricordi..

Inoltre.. mi diverto tantissimo a cantarla (balletto incluso).

Avete una canzone che (seppur non sia la vostra preferita in assoluto), portate nel cuore perché vi è legato un ricordo specifico, unico e indimenticabile?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio