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Juta.

Ho comprato due cinture di Juta: mi piace la Juta.

La Juta, detta anche canapa di Calcutta (proprio perché simile alla canapa),proviene da una fibra ottenuta da un arbusto (corchoru) che si presenta -appunto- simile alla canapa senza presentare lo stesso odore o principi stupefacenti.

Appartiene alla famiglia delle Liliacee e si presenta come un tessuto altamente biodegradabile e riciclabile.

Ha un elevato punto di rottura che le conferisce una estrema resistenza.

Garantisce traspirazione.

E’ igroscopica (assorbe prontamente le molecole di acqua presenti nell’ambiente circostante).

Si mescola e intreccia con altri filati.

Mi piace la juta perché ha una trama fitta, sottilmente doppia.

Quando passi il polpastrello sulla juta senti tutti gli intrecci che stringendosi, legandosi e saldandosi si sono dati e detti un patto: insieme e resistenti.

La juta è resiliente: si disfa, rompe i suoi legami quando questi hanno smesso di fungere la loro funzione e invece di fingere o di arrivare al punto estremo di rottura, si reinventa.

La juta riparte da zero, si ri-cicla e comincia un nuovo ciclo.

Mi piace la juta perché ha il suo caratteristico odore.

Sa di terra.

L’odore della juta racconta tutta la sua storia; storia di campi, di forza e bellezza..

Storia di viaggi, di racconti, di estati.

Mi piace la juta per le emozioni che i suoi intrecci mi donano.

Mi piacciono le superfici irregolari, rugose; mi piacciono gli intrecci, i nodi, le (non) linee.

Mi piace toccare la juta perché è come toccare un corpo formoso: è caldo, curvo e tondo.

Sa di passione.

Non amo gli spigoli e le forme piatte.

Amo il caldo.

(Vorrei vivere in una fibra di juta.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Isolata(mente).

“Perché l’isola? Perché è il punto dove io mi isolo, dove sono solo: è un punto separato dal resto del mondo, non perché lo sia in realtà, ma perché nel mio stato d’animo posso separarmene.”
Giuseppe Ungaretti

La solitudine è la condizione psicologica che nasce dalla mancanza di rapporti interpersonali (significativi) o dalla discrepanza tra le relazioni umane che un soggetto desidera avere e quelle che effettivamente ha; tali relazioni possono essere insoddisfacenti (per il loro numero, per la loro natura o per l’incapacità del soggetto stesso di stabilire o mantenere in essere tali relazioni).

La solitudine può diventare un dato inoltrepassabile dell’esistenza umana che non può mai uscire dal suo mondo e dal suo modo di percepire e vedere le cose; si tratta di ciò che in filosofia prende il nome di solipsismo (sottolinea l’assoluta invalicabilità della coscienza personale).

C’è poi una solitudine “scelta” come stile di vita per favorire esperienze di senso ulteriore a quello che comunemente viene considerato “il senso giusto, il senso buono delle cose” e , ancora, una solitudine che deriva dalla percezione del mondo come ostile e negativo che induce a rifugiarsi presso di sé finché non sopraggiunge, in certi casi, anche il disgusto di sé (dovuto al fatto che per aver tagliato i legami con tutto, l’esistenza si trova nell’impossibilitò di conferire altro senso a se stessa che non sia quello della prigionia della propria individualità).

Queste tre forme di solitudine sono state descritte a livello fenomenologico come finitezza dell’esistenza, pienezza dell’esperienza e vuoto dell’esperienza.

Casa.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Aria.

“Un’anima fine non è quella che è capace dei voli più alti, ma quella che si alza poco e si abbassa poco, e abita però sempre in un’aria e a un’altezza libere e luminosa”.
Friedrich Nietzsche

Quando penso all’aria, penso alla bellezza.

Non a caso è anche il nome di una delle mie bimbe (una cavietta).

L’aria è la prima cosa che ricerco; al mattino, durante la mia giornata, la sera. Ho un costante bisogno di prendere aria, di stare all’aperto.

I pensieri devono prendere aria; la mia mente, il mio corpo, devono avere la percezione e la sensazione di poter filtrare.

Devo poter respirare.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Exuvia.

L’Exuvia indica – in biologia- i resti dell’esoscheletro (la struttura esterna più o meno rigida che fa da protezione al corpo dell’animale ed eventualmente da sostegno agli organi) dopo la muta di un insetto, crostaceo o aracnide.

L’Exuvia è ciò che resta dopo che è avvenuto un cambiamento formale.

Exuvia, questo scarto, mi fa pensare all’Io e il “suo” progetto per/dell’identificazione. Il futuro – infatti- non può coincidere con l’immagine che il soggetto si crea di esso nel suo presente e questa non coincidenza (di cui il soggetto fa quotidianamente esperienza), deve sostituire alla certezza perduta la speranza di una coincidenza futura possibile.

L’Io quindi, per essere, deve appoggiarsi a questa possibilità/augurio; tuttavia questo tempo futuro che sarà raggiunto, dovrà a sua volta lasciare spazio e diventare fonte di un nuovo progetto in un rimando che terminerà solo con la morte (in tal senso penso a una nuova exuvia).

Tra l’Io e il suo progetto deve persistere uno scarto; tale scarto deve presentarsi e prestarsi come la possibilità secondo cui la differenza tra Io attuale e Io futuro deve sempre restare, almeno parzialmente, una incognita. E’ proprio per la presenza di questa progettualità, della dimensione progettuale, (necessariamente irrealizzabile nella sua interezza), che appare quanto il soggetto umano, nel suo essere soggetto desiderante, è costituito anche dal negativo ovvero da desideri che non ha soddisfatto, che non ha realizzato e da ciò che non è divenuto.

L’exuvia persa lungo il cammino della nostra costruzione come Io desiderante – e per questo mancante- ci ricorda della possibilità di lasciare un calco, un pezzo, una esperienza per “la strada” al fine di dare nuova vita alla nostra esperienza.

Caparezza è tornato il 30 marzo con il primo pezzo del nuovo album, pezzo che ha proprio come titolo Exuvia.

Giusto un anno fa ho lasciato il mio calco altrove dall’adesso e lontana da un posto in cui non c’era casa, nel mio nuovo scheletro in costruzione so di essere nella mia isola senza tempo, nel mio polmone verde fatto di aria di sogni e di speranze; isola di attracco per pochi.

E tu…

Hai già perso il tuo esoscheletro?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La buona forma.

Tranquillo: non si parla di disturbo alimentare o di estetica…

C’è qualcosa di più importante che continuiamo a sottovalutare: la (buona) forma dell’apparato psichico.

“Dottoressa mi sento strano. Sono sposato con la donna che volevo; mai avrei fatto questa cosa e per lei… ho rivalutato ogni cosa. Lavoriamo insieme, siamo tutto sommato felici ma io non mi trovo più. Sento che non so dove sono finito. Non trovo più il mio posto e mi sento in colpa perché la mia forma dovrebbe essere questa”.

“Dottoressa io mi sento semplicemente triste così.. senza motivo, non so cosa dirle. Studio e so cosa mi aspetta per il resto della mia vita; quando ho intrapreso gli studi di medicina sapevo che sarebbe stata una strada lunghissima e piena di gradini in salita. Io vorrei scendere ma so che è sbagliato. Non so dove sono finita”.

“Doc io il mio posto non lo so più dove sta. Non trovo pace.. spazio, tempo .. Non trovo nemmeno più forma guarda come mi sono combinato negli ultimi mesi!”.

In un periodo storico in cui tutti urlano e si fanno portatori di verità, ricordiamoci di dare spazio alla nostra forma psichica; quella che sommata meglio ci descrive e dice di noi (soprattutto senza il bisogno di urlare).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Punti Interrogativi e Punti Esclamativi

“Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri dalla Fede incrollabile, allora mettevi paura perché la Fede molto spesso si trasforma in violenza.”

Luciano De Crescenzo
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“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Musica.

Ero molto (molto) giovane quando conobbi i 99 Posse. Sono cresciuto con la loro musica e i loro concerti, c’è poco da dire.

Oggi è il compleanno del frontman ‘o Zulù (Luca Persico).

Quanta polvere mangiata, ai tuoi concerti.

Auguri Guagliò!

Voi avete cantanti che vi accompagnano, da sempre?

dott. Gennaro Rinaldi.