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La chiamano estate.

“Arriverà l’estate anche per te, è solo una questione di stagioni e di tempo. O di persone”.

Omero.

Scrivo spesso dell’estate, del suo sapore acre, delle sfide che a certi porta; scrivo spesso del fatto che sia -a torto- una stagione poco amata, per la maggiore odiata, gettata via.

Rincorsa da parole rancorose, da sbuffi di chi poco (o nulla), sa godere.

L’estate è spesso offesa.

E’ un mood -l’estate- più che una stagione.

E’ godere dell’incertezza, il coraggio di mostrarsi; il colore e la possibilità di non restare imprigionato in schemi rigidi e routinari che, se alla maggior parte delle persone danno un certo conforto, ad altre creano disagio.

Per alcuni l’estate è momento di “cose grosse”, non di vacanze o free time ad libitum.

Nelle mie cose grosse, una cosa è diventata enorme: il cuore.

Le motivazioni sono verità e, come dico sempre, la verità va protetta e tenuta al caldo.

Coccolata: accolta.

La verità può o meno essere piacevole ed è per questo che merita rispetto.

Quello tuo, personale, prima di tutto.

Sono fatta di sale, a contatto con l’acqua divento onda.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“La notte…”

“…volevo qualcosa da sognare…”

“I sogni molto frequentemente esprimono ricordi e conoscenze che il soggetto da sveglio è ignaro di possedere.”

S. Freud

Dott.ssa Giusy Di Maio

Non raccontarmi.

Non raccontarmi di uno sconosciuto domani.

Raccontami del (nostro) oggi.

La via si percorre passo dopo passo. Se un passo è intenso e perfetto, lo sarà anche quello successivo. Pensiamo a fare ogni passo in maniera perfetta, non alla via. Non chiediamo altro che il nostro pane quotidiano. E cioè: qui e ora, il nostro presente.

Alejandro Jodorowsky

Dott.ssa Giusy Di Maio

Dinamica della Gratitudine.

“Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare. La gratitudine è un fattore essenziale per stabilire il rapporto con l’oggetto buono e per poter apprezzare la bontà degli altri e la propria”.

Melanie Klein, Invidia e Gratitudine, 1957, p., 29

Il tempo veloce -il tempo dell’epoca social che ci fa sempre più asociali- toglie spazio alla capacità di metarappresentare (la capacità di avere o rappresentarsi stati mentali dell’altro. Capisco -riesco ad inferire ad esempio dal linguaggio non verbale- come o cosa l’altro pensa o come/cosa l’altro sente).

Un tempo che si esaurisce nel suo stesso nascere (ancor di più di quanto normalmente farebbe), essendo stato inglobato nelle leggi dei circuiti che consumano soltanto, rischia di togliere spazio all’uso del tempo che viene soltanto abusato avidamente, senza essere vissuto e goduto.

Il tempo presente è (psicopatologie alla mano), un tempo in cui il godimento “reale” è escluso dall’esistenza stessa.

Senza che ne siamo troppo consapevoli, la società cui siamo esposti, è profondamente castrante.

Molti dei meccanismi in cui rischiamo di restare impantanati, si situano come un No al godimento nel registro del reale, spostando il godimento nell’illusorio registro dell’immaginario, rompendo il legame che passa per l’importantissimo registro del simbolico.

La gratitudine è un sentimento fondamentale per la costruzione dei legami sociali ma anche -e soprattutto- per la costruzione di un assetto psicodinamico (che passa per il legame con l’oggetto), sano.

La gratitudine…

Quando resti incollato tra le immagini o le notizie che passano, cedendo ai pensieri più o meno oscuri, è facile dimenticarsi della gratitudine.

Senza il senso di gratitudine, diventare preda della barbarie è facile e veloce proprio come i circuiti che utilizziamo quotidianamente.

Se ti fermi, ogni tanto, riesci ad apprezzare.

Puoi apprezzare lo straordinario e assordante suono del silenzio.

Puoi renderti conto che c’è qualcuno che riesce a sentire -ascoltando- il silenzioso frastuono dei tuoi pensieri; perché certe volte anche dire “Hey… io non vado da nessuna parte!” può bastare per ringraziare.

Si può ringraziare per quella parolina giunta al momento giusto; per una voce che si situa come quel conforto caldo tra i mille pensieri freddi.

Puoi ringraziare per quell’immagine che arriva come la rappresentazione giusta di quello che stai vivendo, per la comprensione.. di uno sguardo che nessuno nota e che qualcuno coglie nelle sue straordinarie sfaccettature.

Puoi ringraziare perché c’è chi capisce che ti manca qualcuno o qualcosa e senza stare lì a chiedere, dire o fagocitare sente

(e capisce!).

Puoi ringraziare per quegli incontri che sembrano benedetti, che sia dal destino o dal fato, poco importa.

Sii grato.

Sii grato per gli incontri di luce, quelli dove la carne dello spirito si nutre e si idrata, di passione e bellezza; sii grato per quegli incontri che sanno di abbracci che scaldano la materia cerebrale e scaraventano le sensazioni come schiuma di mare esposta al vento dell’incertezza che porta sale sulle nuove certezze conquistate.

(E ogni tanto fermati.. che non c’è niente di male)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Spine protettive.

Le spine sono il prodotto della trasformazione totale o parziale di un membro della pianta in parti indurite e pungenti. La spinificazione serve alla pianta anche a difendersi dal morso di certi animali erbivori; le spine difendono dai grossi animali perché da quelli più piccoli, la pianta si difende in altro modo (ad esempio con certe secrezioni che appaiono viscide o tramite l’emissione di sostanze “tossiche”).

Le vere spine (non ad esempio quelle dei rovi che sono, in realtà, aculei) si formano per metamorfosi di tutti e tre i membri fondamentali della pianta e si possono quindi avere spine caulinari, spine fogliari e spine radicali, di cui le due prime sono frequenti mentre le radicali sono una rara eccezione.

Le spine dei cactus sono caratteristiche del notevole adattamento ad ambienti aridi; la loro struttura parzialmente vuota consente loro, al contempo, rigidità e leggerezza.
Queste spine cave permettono da un lato la protezione della pianta dal calore (in quanto i raggi del sole non possono riscaldarla) e consentono all’acqua della pioggia o di condensazione di raggiungere tale superficie limitandone le perdite idriche.

Mi piacciono i cactus per l’estrema forza di cui sono capaci. Si adattano (ho visto all’estero, negli ambienti meno confortevoli, cactus giganti ergersi in tutta la loro fierezza).

Sono rigidi e leggeri; piccolissimi (in origine) ma super resistenti. Si adattano e fanno da sé, senza tante smancerie fanno tesoro e ricchezza di quel che hanno resistendo stoicamente a quanto accade loro, intorno.

Si proteggono con spine che possono essere anche sottilissime, quasi invisibili, poi.. d’improvviso squarciano il reale con fiori estremamente colorati e pieni di vita.

La rottura del velo di Maya che il fiore di cactus porta nel registro del reale, diventa allora quell’attimo di beata perfezione visibile solo a pochi.

(Ai fidati che non hanno avuto paura delle spine e che hanno saputo fare tesoro dell’attesa della piccola piantina. Delle sue incertezze e del suo -estremo- bisogno di calore.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Gli occhiali azzurri: Inconscio Docet.

Un paio di anni fa mi trovavo nella mia amata Catalogna (a Tarragona per intenderci).

Quell’estate segnava la fine, quindi l’intrinseco inizio, di un ciclo complesso e difficile.

Duro.

In qualche modo le mie risorse interne, accompagnate da poche ma solidissime risorse esterne, avevano fatto in modo che resistessi -ancora una volta- ai temporali.

Quell’anno lì l’acqua era davvero ovunque, nemmeno il tempo di alzare la testa per prender fiato che -sbam- nuova onda e lì.. giù … ma non troppo… come nemmeno troppo su.

Oscillazione continua e costante, pendolo dell’esistenza come da Schopenhaueriana memoria.

Tarragona è stata una parentesi felice e serena.

Abitare e vivere i posti sono stati dell’esistenza molto diversi; si può vivere in un luogo abitandone un altro (analogamente a quanto accade con la nostra psiche).

Posso vivere un corpo che non abito o abitare in una pelle che non vive il mio corpo.

Insomma…

La Spagna contiene il mio essere, si situa come un luogo capace di farmi vivere e abitare allo stesso tempo.

Un giorno, in un negozio, ho visto degli occhiali certo vagamente trash, forse eccessivi… ma quella lente azzurra ha attirato la mia attenzione.

Quando li ho visti sullo scaffale ho pensato alla felicità “questi sono gli occhiali della felicità”, c’era – in sostanza- qualcosa fuori da me, che mi indicava un bisogno -forse un desiderio- (ma siccome desiderio e bisogno non coincideranno mai, così come la psicologia dinamica ricorda), non sono stata lì troppo a pensare e li ho indossati.

Gli occhi chiari sono un bellissimo salto nella luce che acceca e fa lacrimare (molti hanno difficoltà a guardare negli occhi chiari perché -come un paziente mi disse- sono come uno specchio) e sono di difficile “manutenzione”.

Sono occhi che soffrono facilmente, si irritano quando meno te lo aspetti; banalmente portati a pensare che siano occhi freddi, si tratta di occhi che piangono o lacrimano al primo raggio che arriva senza preavviso; polvere e vari agenti atmosferici intrudono sempre con un’aggressività costantemente fuori controllo.

Il problema è che io non sopporto gli occhiali da sole; odio schermare i miei specchi sul mondo, non sopporto di dover alterare il colore delle cose e non mi piace mettere barriere.

La lente azzurra è diventata, allora, uno velo sottile e trasparente (luminoso e protettivo) che mi ricorda che ogni tanto anche io devo proteggermi (magari anche in maniera trash) inoltre… vedere il mondo blandamente azzurro aiuta… quando il nero si ripresenta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Zen Flower.

E poco importa se hai donato fiori a chi non ne ha saputo curare le gemme…

Se qualcuno ha provato ad arrestare la tua corsa, sbarrando la strada al vento che sparge il tuo polline.

Poco importa se l’incontro sbagliato ha arso la tua gola incenerendo le acque dei tuoi occhi, ora asciutti.

Nessuno potrà sradicare il tuo seme; nessuno potrà mai completamente inglobare il (tuo) vento del cambiamento e della crescita ; nessuno è tanto importante da crepare la tua gola, i tuoi occhi.

Come i petali siamo fatti di sottili lamine sovrapposte, delicate e al contempo forti e resistenti; siamo (analogamente alla foglia) necessarie perché se la foglia colorata attira l’insetto necessario per l’impollinazione anche noi, attiriamo e accogliamo l’umano.

Siamo quel che siamo ed è sufficiente ma -soprattutto- importante.

Chi si ostina a non capire, non capisce.

C’ è poco da dire, ma molto da fare

(Per te stesso).

Dott.ssa Giusy Di Maio