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Musica, ritmo e sport

Finite le vacanze estive, siamo più o meno tornati tutti alle nostre consuete attività già da qualche settimana. Come fare per gestire lo stress da rientro?

Tenersi in forma, attività fisica o sportiva. Magari con ritmo.

Si, perché le performance sportive migliorano con la musica. Quindi camminare, correre, fare ginnastica o palestra al ritmo della propria musica preferita è un ottima idea.

La musica aiuta moltissimo a percepire meno la sensazione di fatica e quindi, può aiutare tanto con il miglioramento delle performance. Sono tanti i professionisti dello sport che utilizzano la musica per concentrarsi, per allenarsi e per prepararsi alle gare.

In alcuni studi effettuati in questi anni e pubblicati anche su importanti riviste di Psicologia e Sport , è stato osservato che la scelta della colonna sonora per accompagnare gli allenamenti non è casuale, ma finalizzata ad indurre stati emotivi ben precisi nell’atleta. Alcuni giovani atleti (tennisti) partecipanti ad una di queste ricerche hanno asserito che la musica li aiuta a sentirsi più energici e più sicuri di sé.

La musica ha la capacità di migliorare il tono dell’umore e di aumentare lo stato di vigilanza, inoltre può facilitare la concentrazione sui movimenti da eseguire negli allenamenti. Il ritmo e la melodia della musica è in grado anche di modulare ed armonizzare l’attività fisica. La differenza sul tipo di musica da ascoltare per allenarsi o per concentrarsi prima di una gara è però quasi sempre soggettiva.

Ognuno ha una preferenza personale rispetto la musica da ascoltare per agevolare la propria performance.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott. Gennaro Rinaldi

Ti dedico il mio tempo.

Immagine Personale.

L’etimologia della parola tempo rimanda al greco “divido, separo”.

In musica il tempo indica lo schema metrico ritmico delle battute, inteso quale unità fondamentale di durata e accentuazione. Nella terminologia musicale, inoltre, il termine tempo ha diversi significati.

Il tempo indica una parte di una composizione di ampie proporzioni divisa in più parti o tempi (Sonate, concerti, …); indica il grado di velocità ovvero l’andamento di una composizione; ciascuna delle parti (unità ritmiche) su cui gravano gli accenti principali, nonchè gli accenti stessi (nel senso di durata quindi tempi forti e deboli della battuta).

I tempi possono poi essere semplici, composti, regolari o irregolari; per la loro funzione logica possono essere distinti in originari o fondamentali, derivati, subordinati o dipendenti.

Il tempo scandisce, fornisce noi la suddivisione la regolarità (talvolta nell’irregolarità), della nostra vita.

Il tempo è sempre presente, vivo e attivo al nostro fianco; impossibile da eliminare dalle nostre vite le scandisce, le inibisce.. ne accelera il flusso lo rende vivo e fluido, magma incandescente da tenere brevemente tra le mani pena: il rischio di bruciarsi.

Quando una relazione, un’amicizia, un legame termina.. ci si sente depredati, rubati del proprio tempo.

“Ti ho dato tutto il mio tempo, ti ho dato tutto me stesso.. e tu…”

Il tempo è così importante che spesso lo sostituiamo a noi; sembriamo essere diventati noi il nostro tempo.

Il tempo (divido, separo) è attenzione; il tempo è presenza, dedicarsi all’altro. Il tempo sa essere passione, aura costante di calore. Il tempo sa essere amore.

Ti dedico il mio tempo: ti dedico “me stesso” in quanto divido/separo qualcosa di me che cedo a te.

Ecco perchè quando “ti ho dedicato tutto me stesso” e vai via, mi sento ferito, distrutto, derubato. Con te va via il mio tempo e va via un pò di me.

Il pezzo della foto è questo studio di Chopin. Lei, Valentina (piacere del tutto personale) ha le mani più belle ed eleganti della musica classica. Il pezzo in questione, mai finito ad occhi asciutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Musical/Mente: gli effetti delle musica sui bambini.

Fonte Immagine “Google”

La vita dell’essere umano è scandita fin da subito (dall’esperienza intrauterina), dalla presenza del ritmo. Le esperienze prenatali includono infatti la regolare presenza del battito cardiaco e del respiro materno; esperienze a cui seguirà dopo la nascita l’uso di tutta una serie di “suoni” che chi si prende cura del bambino, userà per comunicare con quest’ultimo/a. Tra i primi suoni utilizzati per comunicare o attirare l’attenzione del bambino, abbiamo l’uso delle filastrocche o ninnenanne.

Le filastrocche o comunque tutte quelle canzoncine usate, sono di solito caratterizzate da elementi comuni ovvero: estrema regolarità, semplicità e ripetitività. Si tratta in sostanza di canzoncine molto semplici (sia dal punto di vista ritmico che melodico), che riescono a creare come una sorta di sospensione, di attesa, un “prima o poi qualcosa accadrà”, che riesce a tenere i bambini calmi e sereni, analogamente a quanto accadeva quando nell’esperienza intrauterina erano cullati e coccolati dal suono della voce materna.

Numerose ricerche hanno affrontato il tema poc’anzi esposto. In generale si potrebbe dire che tutti nasciamo con una “certa” predisposizione ai suoni (proprio in vista delle esperienze intrauterine vissute), tuttavia i ricercatori hanno deciso di indagare ulteriormente la questione. Si è quindi deciso di valutare se, in qualche modo, essere sottoposto a giochi o attività musicali abbastanza precocemente possa rendere successivamente più bravi a distinguere/riconoscere i suoni oppure a percepirne la loro regolarità/irregolarità. La domanda a cui provare a rispondere diventa pertanto se l’allenamento possa essere un valido aiuto nello sviluppare la capacità di elaborazione dei suoni, oppure se solo chi in partenza ha una sensibilità più spiccata è poi successivamente più propenso a dedicarsi alla musica.

Christina Zhao e Patricia Kuhl, dell’Università di Washington, hanno distinto le due possibilità dividendo circa 40 bambini di nove mesi in 2 gruppi e facendoli poi giocare per un mese con i genitori: un gruppo ha ascoltato musiche complesse (ad esempio un Valzer) aiutando i genitori a batterne il ritmo mentre l’altro gruppo si è dedicato a giochi come quello delle macchinine; gioco simile a quello dell’altro gruppo (in termini di intensità e interazione di movimenti), ma senza musica.

Lo step successivo è stato far ascoltare altre musiche dai ritmi simili ma con anomalie e interruzioni del ritmo. I successivi esami dell’attività cerebrale (magnetoencefalografia) hanno mostrato che chi aveva ascoltato musica attivava di più le aree uditive e la corteccia prefrontale in risposta alle anomalie; si dimostrava pertanto una maggior capacità di attenzione e analisi dei suoni. Il dato interessante fu tuttavia un altro, ovvero che questi bambini erano anche maggiormente capaci di attivare una “risposta” in seguito all’ascolto di una lingua straniera.

“L’ascolto musicale precoce sembra migliorare la capacità dei bambini di decodificare suoni complessi individuandovi regolarità, un aspetto importante nella comprensione del linguaggio, e quindi potrebbe favorire anche l’apprendimento linguistico”, Zhao et Kuhl, “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

L’importanza dell’educazione all’ascolto musicale fu compresa anche da Maria Montessori che nel suo testo “Il metodo della pedagogia scientifica”, comprese come “la musica aiuta e potenzia capacità di concentrazione, ed aggiunge un nuovo elemento alla conquista dell’ordine interiore e dell’equilibrio psichico del bambino” evidenziando inoltre come questa capacità fosse di sostegno allo sviluppo del linguaggio e all’ampliamento del vocabolario.

Da musicista e psicologa ho sempre sostenuto l’importanza della musica. Credo sia fondamentale potenziare l’educazione all’ascolto; la capacità di concentrazione e sintonizzazione sul proprio e altrui Sè, che ascoltare un qualsiasi pezzo musicale richiede, è un potente mezzo nonchè una potente risorsa che l’essere umano ha. Investiamo tanto tempo nella velocità del nostro tempo moderno, dimenticando di fermarci ogni tanto, anche solo per una piccola pausa. E’ la musica che ce lo insegna.. ogni tanto prendiamo un piccolo respiro, un piccolo silenzio tra le mille note che riempiono la nostra giornata e impariamo ad ascoltare.. più intensamente. Di più.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

PAROLE SOSPESE E GIOCHI RITMICI.

IL FENOMENO MUSICALE RAP.

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Negli ultimi anni un fenomeno conosciuto come Rap si è fatto sempre più strada tra i giovani, apportando dei cambiamenti nell’ambito del costume e del linguaggio. Questo genere musicale ha quindi esteso le proprie radici ben oltre il mondo delle sette note, arrivando a stabilirsi nei modi di “pensare, agire e sentire” delle persone, tanto da diventare una sottocultura a tutti gli effetti. La musica ha infatti da sempre affascinato l’uomo, basti pensare che già Aristotele nella Politica, sostenne che “nei ritmi e nei canti vi sono rappresentazioni, quanto mai vicine alla realtà, d’ira e mitezza, e anche di coraggio e temperanza e di tutti i loro opposti e delle altre qualità morali”. La musica[1] permette infatti di far coesistere sentimenti contrastanti, tanto da diventare terreno in cui gioia e dolore, conflitto e pace muovono all’unisono. Proprio la presenza di tali dicotomie, rende la musica materia sempre attuale, ed oggi più che mai, si presenta come esempio di integrazione e coesistenza del diverso e della diversità. Ritmi pop e rap si alternano alla riscoperta della musica classica. Si fa pertanto musica quando si raggiunge l’integrazione di più parti (apparentemente) diverse, quando la disciplina incontrando la passione, la guida e si lascia trasportare; parimenti accade che nella musica diviene possibile che la libertà, sfociando nell’ordine, arrivi alla costruzione di opere di rara bellezza.

 

Ma nello specifico, che cos’è il rap?

Questo genere musicale nasce intorno agli anni settanta del 900 nel Bronx, un quartiere noto per l’alto tasso di criminalità, prostituzione e droga; è in tale clima che incomincerà ad affermarsi il Rap, nascendo come filiazione dell’Hip Hop, un movimento culturale che credeva fortemente nella necessità della riqualificazione dello spazio urbano, nonché nella diffusione di sentimenti quali l’uguaglianza razziale e di classe. Il rap quindi, facendosi carico dei valori diffusi dall’hip hop, ha iniziato ad esercitare una sorta di funzione sociale, andando ad intervenire laddove lo stato era carente. Incominciò un processo di trasformazione in cui alle vecchie bande (che erano intente a spartirsi il quartiere) si sostituirono le “crews” (squadre) dei gruppi relativamente pacifici, il cui intento era sfidare gli avversari a suon di musica. La principale innovazione fu però riconoscersi in un “noi”, concetto fortemente rimarcato dall’uso di un preciso abbigliamento (scarpe d ginnastica, pantaloni molto ampi dal cavallo basso, cappelli da baseball e tatuaggi) e dall’uso dei graffiti che servivano a segnare il passaggio della crew; un gesto fatto per rimarcare la propria presenza sul territorio, per incominciare a dare risposta a quel significante enigmatico, culminante nella domanda :” chi sono io? “ (Jacques Lacan, 1949).

 

MITO

Coez, Ghemon, Ensi, Clementino.

Clementino

 

Cosa sono i riferimenti identificatori.

All’interno del gruppo (nel caso citato le crew), i legami si appoggiano su ciò che prende il nome di “riferimenti identificatori” ovvero abiti, soprannomi, tatuaggi, scarificazioni, tutti quei segni di distinzione che consentono di riconoscere chi è membro del gruppo, da chi non lo è.[1] Anche la lingua e l’uso che se ne fa (il che come vedremo, è strettamente legato al tema citato), rientra nei riferimenti identificatori. Questi riferimenti mobilitano le identificazioni inconsce, le sostengono e reprimono; in sostanza dobbiamo pensare che il soggetto cerca di far coincidere nei legami di gruppo, le sue identificazioni inconsce con ciò che gli viene richiesto dall’appartenenza al gruppo e quindi dai riferimenti identificatori che attestano tale appartenenza.

Sull’uso del linguaggio e del ritmo.

“Il genere di linguaggio esibizionistico che ogni ragazzo nero era in grado di impiegare contro un rivale, divenne fonte di spettacolo”[1]. Il termine Rap deriva dall’inglese e vuol dire “discutere in modo informale”; l’elemento tipico del rapping è il tormento, ovvero il parlare continuamente di problemi sentimentali e economici. Il tormento viene supportato dal flow (flusso) che è la capacità di rappare mantenendo sempre la stessa metrica[2], con il risultato di avere un discorso piuttosto cadenzato che ha lo scopo di mantenere alto l’interesse e il tormento; la musica viene pertanto associata a ideali diversi e diventa il collante tra un determinato messaggio e chi ascolta. Un altro punto interessante riguarda il fatto che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il Rap segue una metrica ben precisa e piuttosto regolare, in cui la rima deve cadere all’interno di un tempo 4/4. Si tratta pertanto di mantenere sempre lo stesso schema metrico- ritmico delle battute, ovvero si ha sempre lo stesso modo di rappare, di far cadere gli accenti (indicano la cadenza, il battito o pulsazione). Il richiamo al battito ha una forte portata per l’individuo, in quanto la vita dell’essere umano è scandita fin da subito (fin dall’esperienza intrauterina) dal ritmo. Le esperienza prenatali includono infatti la regolare presenza del battito cardiaco e del respiro materno a cui seguiranno, dopo la nascita, l’uso delle filastrocche o ninnenanne; strumenti che la madre usa per comunicare o attirare l’attenzione del bambino. Le filastrocche sono caratterizzate da estrema regolarità, semplicità e ripetitività; caratteristiche a ben vedere, presenti anche nel rap. E’ pertanto proprio questo rimarcare sugli accenti e la loto regolarità, a creare una sorta di sospensione in cui tutti sanno che “prima o poi qualcosa accadrà”; questo tempo sospeso lascia libero sfogo alle emozioni, come se si stesse “a galla” in balìa della curiosità. Il rap si presenta pertanto come un sottile gioco che si muove lungo le linee del “con e senza”; dove ciò che prima c’era, un attimo dopo non c’è più. E’ questa l’essenza del rapping, un vortice ritmico di parole che seguono e si inseguono l’un l’altra.

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Dott.ssa Giusy Di Maio.

[1] David Toop, “RAP, storia di una musica nera”, 1984, Nuova Edizione 1992, Edizioni di Torino, cit., p.3.

[2] Metrica: ”si riferisce al concetto di misura delle varie unità frazionarie del discorso musicale (incisi, battute,ecc..) considerate sotto il profilo della loro lunghezza e funzione logica”. Apreda, “Fondamenti teorici dell’arte musicale moderna”, Ed. G. Ricordi, Ristampa 1983.

[1] Cfr., Renè Kaes, “ Le teorie psicoanalitiche del gruppo”, 1999, Ed. Borla.

[1] Gli elementi essenziali della musica sono suono e ritmo. Il suono è un fenomeno acustico prodotto dalla vibrazione dei corpi elastici; il ritmo riguarda invece i rapporti esistenti tra i suoni, l’ordine, il movimento in relazione agli accenti.