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Ascolta.

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“Quando qualcuno ti ascolta davvero senza giudicarti, senza cercare di prendersi la responsabilità per te, senza cercare di plasmarti, ti senti tremendamente bene. Quando sei ascoltato e udito, sei in grado di percepire il tuo mondo in modo nuovo ed andare avanti”.

Carl Rogers.

La capacità di attuare un ascolto empatico, sincero e attento è un cardine della mia professione; qualcosa in cui da sempre credo. Il canale uditivo (a cui sono legata anche a causa dell’altra parte delle mia vita, quella fatta di suoni e musica) ha il potere di creare sintonizzazione con il detto e il non detto.

Ognuno può dire “cosa meglio crede”; le parole possono essere usate in un certo senso a piacimento e di converso, colui o colei che ascolta può filtrare l’informazione e comprenderla (o meno), come meglio crede.

I suoni: acuti, gravi, sussurrati, soffiati ad orecchie più o meno empatiche dicono di noi; raccontano o restano muti..

Dire mentre non si dice o non dire mentre si dice, implica avere dall’altro lato qualcuno che sia pronto a ricevere una informazione non necessariamente chiara, a cui non va applicato giudizio, a cui non va risposto “tu sei”.. ma

“Come pensi tu possa essere?”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Dottoressa, nessuno mi vuole.

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P: Lo so che mi preoccupo troppo, ma lo faccio lo stesso. Denaro, persone, vestiti, studio.. Quando seguo i corsi all’università , lo so che succede Dottorè, tutti stanno là ad aspettare il mio minimo errore per criticarmi. Se capita di conoscere qualcuno “di nuovo”, mi chiedo subito cosa pensa di me ed è un casino… Perchè dopo mi “ingrippo” e comincio a pensare che devo fare per essere alla sua altezza, per convincerlo che sono “uno buono” ma tanto è inutile.. io non ho niente di buono da offrire alle persone.

D: Risponde

P: Lo so che sono cose che non dovrebbero preoccuparmi, ma mi preoccupo.

D: Risponde

P: Dottorè la maggior parte delle cose che mi preoccupano, lo so, sono vere. Quelle che le ho detto sono vere ma ci sono anche molte cose che non sono vere le cose si accumulano sempre sempre e sempre di più; sembra che le cose stesse stiano per scoppiare.

D: Risponde

P: Alcune cose sembrano illogiche, forse non sono molto chiaro su questo però secondo me pure se non sono logiche poi alla fine sono logiche e comunque la cosa importante è che io non sono mai all’altezza. Vorrei cimentarmi in alcune cose, ho provato pure a giocare a calcio, a fare teatro, ma sono sempre maldestro.. sempre il più brutto. Perchè le persone non vogliono stare con me? Eppure non sono così male.. Non lo so

Carl Rogers sosteneva che il percorso verso la disfunzione iniziasse nell’infanzia. Secondo lo psicologo durante l’infanzia è fondamentale il bisogno di ricevere una considerazione positiva dalle persone importanti della propria vita; questo bisogno è presente indistintamente in tutti.

Se si è oggetto di una considerazione positiva di sè incondizionata (scevra da pregiudizi e pertanto non giudicante), è probabile che l’individuo sviluppi una considerazione positiva di sè incondizionata giungendo a riconoscere il proprio valore, come persone, pur restando consapevole di non essere perfetto.

Accade tuttavia che alcuni bambini siano ripetutamente indotti (per svariati motivi e con diversi mezzi) a sentirsi non degni di considerazione positiva e giungano a delle condizioni di valore, ovvero dei criteri secondo i quali si è amati e accettati solo se ci si conforma a certe regole.

Queste persone arrivano a guardare se stesse in modo estremamente negativo e selettivo, negando o distorcendo i pensieri e le azioni al fine di renderle più idonee alle condizioni di valore messe in atto (so che i miei pensieri non sono giusti ma lo penso lo stesso, così posso mantenere alto il pensiero che sono indegno e che gli altri pensino che sono stupido).

Si tratta di persone che attribuiscono sempre agli altri la colpa dei loro problemi ma nonostante ciò continuano a sostenere quanto loro siano sbagliati e che immagine negativa hanno.

Rogers propose una terapia centrata sul cliente tentando di creare un clima accogliente in cui i clienti siano in grado di guardare a se stessi in modo sincero, al fine di accettarsi, (attuando uno specifico protocollo piuttosto diverso da altri approcci psicoterapeutici) che fa della terapia centrata sul cliente un approccio largamente usato soprattutto in America.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Non ci riesco: Self Serving Bias e errori al servizio del sé.

E’ opinione abbastanza diffusa, pensare che la maggior parte delle persone gode di scarsa autostima. Lo psicologo umanista  Carl Rogers nel 1958 ,osservò come anche chi in apparenza tendeva a mostrarsi sicuro e privo di complessi, in qualche modo fingeva e tendeva a disprezzarsi.

L’argomento però appare piuttosto complesso in quanto, da altri studi sull’autostima , emergeva invece che anche i soggetti con basso profilo, davano risposte che tutto sommato rientravano nella media.

La domanda quindi che sorge spontanea diventa allora: “la bassa autostima è solo una finzione?”

Self serving bias – immagine google

Per comprendere meglio l’argomento, dobbiamo far capo ad un altro concetto fornitoci dalla psicologia sociale, quello del self serving bias, ovvero della: ” tendenza a percepire se stessi in modo eccessivamente positivo e a favore del sé”.

Studi in proposito hanno evidenziato come le persone tendano a guardare diversamente gli eventi al quale dovranno poi dare una spiegazione. In presenza di un successo, il merito è tutto attribuito a se stessi; in presenza di un fallimento, questo è attribuito a fattori esterni come la sfortuna. E’ un pò il tipo di ragionamento che tutti abbiamo fatto almeno una volta a scuola : “se all’interrogazione siamo andati bene, è tutto merito della nostra preparazione conquistata con ore e ore di studio, se invece va male, è il professore ad averci preso di mira oppure ad averci chiesto quell’unica cosa che non avevamo studiato”.

Questo fenomeno è appunto incentrato sugli stili attributivi per cui si ha la tendenza ad attribuire a se stessi i successi e a negare responsabilità in merito agli insuccessi; si tratta di uno degli errori o bias più potenti.

Recenti studi hanno evidenziato come le attribuzioni a favore del sè, attivino aree del cervello connesse con la ricompensa e il piacere, ma uno dei dati più interessanti è quello che mostra come le attribuzioni a favore del sé siano connesse anche con le liti coniugali. Accade infatti che durante i litigi tra coppie (specie durante quelli che terminano con un divorzio), i partner tendano ad incolparsi a vicenda (spostano cioè la colpa/attenzione all’esterno). Attribuire i propri insuccessi a qualcosa di esterno è infatti meno deprimente che considerarsi immeritevoli (nel caso appena citato, responsabili per la fine di un matrimonio).

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Un modo per prevenire tali “errori”, consiste nell’eseguire un giusto training guidato da un esperto psicologo – psicoterapeuta. Un recente filone di indagine consiste nella riduzione/eliminazione dei bias con un processo detto “debiasing”. Si tratta in sostanza, di aiutare la persona a cambiare la propria prospettiva (in maniera guidata e controllata), utilizzando ad esempio degli incentivi.

Dott.ssa Giusy Di Maio