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Pallone&Psiche – Napoli vittima di se stesso.

Tra auto – sabotaggio e comunicazione “superficiale”

(Puoi trovare questo articolo anche come “MASOCHISMO AZZURRO” in Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli)

Nonostante la giornata storica, 10 Maggio, per il calcio a Napoli. Trentacinque anni fa, nel 1987, il primo scudetto. C’è un pizzico di rammarico che serpeggia tra i tifosi. Tornando al presente infatti possiamo dire che quelle passate sono state giornate difficili per tutti i tifosi del Napoli.

Giornate avvelenate da una profonda delusione e da una rinnovata sensazione di sconforto e rabbia, legata a questo sentore di ennesimo “tradimento”.

Il tifoso mette, nella “relazione” con la propria squadra del cuore, un certo quantitativo di investimento “energetico” emotivo, che viene alimentato dalle risposte sul campo della squadra, dai comportamenti che la squadra ha, dalle dichiarazioni dei protagonisti, dall’impegno, dal rispetto..

Insomma quella tifoso/squadra è una relazione molto complessa.

Questa premessa per dire che non si può pretendere che i tifosi non abbiano reazioni emotive piatte. Il tifoso alimenta il suo amore per la maglia attraverso la passione, e la passione per definizione stessa è mossa da emozioni e sentimenti forti e turbolenti.

Quindi non si dica che la profonda delusione dei tifosi del Napoli sia “inspiegabile”, “insensata”, “immotivata”, “esagerata”..

Le parole sono sassi, come recitava una canzone di Samuele Bersani di qualche anno fa, e bisogna usarle bene, fare molta attenzione al loro peso, al loro significato. Quando si fanno certe dichiarazioni bisogna avere anche il coraggio di dire: “Ho sbagliato, scusatemi”.

I risultati devastanti di Empoli, e quelli in casa con Fiorentina e Roma, sono anche il risultato di parole mal dette (o maledette), e di una comunicazione apparentemente “malata”, da parte del nostro allenatore.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

La sensazione, anche derivata dalle dichiarazioni post goleada contro il Sassuolo, è che la nebbia della confusione di quelle gare abbia alimentato una faticosa arrampicata sugli specchi.

Più o meno il senso delle dichiarazioni del nostro allenatore, anche in risposta alla lucida analisi di Mertens del post Sassuolo è: “Io il mio l’ho fatto, ho portato la squadra in Champions. Ho voluto alzare l’asticella, guardando allo scudetto, solo perché eravamo vicini e i tifosi lo volevano, ma non è colpa mia se la squadra è più debole delle squadre che ci precedono. Poi è vero che abbiamo perso in casa contro le ultime in classifica e siamo usciti da tutte le competizioni in maniera pietosa, ma abbiamo fatto due/tre ottimi risultati fuori casa a Milano e a Bergamo, dove non si vinceva da tempo. Da me che volete? Poi Mertens che parla a fare, è colpa loro se abbiamo perso, e non è vero che siamo forti quanto gli altri..”.

Nel post Torino poi arriva la ciliegina sulla torta, una perla, oserei dire: “A voi interessa se il prossimo anno si vince lo scudetto o no. Non se i giocatori vengono ad allenarsi anche quando hanno il giorno libero. No, quello non vi interessa”. Come sempre si sbagliano modi e tempi. Probabilmente in un momento diverso questa dichiarazione sarebbe stata apprezzata, ma ora non ha senso, è assolutamente fuori luogo.. 

Guardando al trittico di partite “incriminate” invece, si può fare un’osservazione interessante di carattere psicologico. Il Napoli probabilmente, è stato vittima di quello che in Psicologia si chiama Auto-sabotaggio.

In genere ci sabotiamo quando proponiamo a noi stessi aspettative irrealistiche, mirando al perfezionismo, ma partendo dal presupposto (probabilmente errato) che non siamo in grado di fare delle cose o che non siamo abbastanza capaci di farle. Quindi ci auto sabotiamo per paura di fallire

Quindi volendo portare ad esempio ciò che è successo al Napoli, si potrebbe ipotizzare che se ad esempio Spalletti (ma questo vale anche per la piazza, giornalisti tifosi, ma anche presidente) parte dal presupposto (più o meno inconscio) che se non lo abbiamo fatto prima (vincere lo scudetto o competere per due tre competizioni contemporaneamente), non siamo in grado di farlo.

Quindi nel momento più bello, quando pare che siamo veramente in grado di poter raggiungere quell’obiettivo, ci auto-sabotiamo, per paura di fallire. Come ad esempio è successo con le scelte poco felici sulle formazioni mandate in campo nelle partite “incriminate”, sulle sostituzioni e sui moduli adottati.

Si mettono, così, in atto comportamenti specifici ossia: ci convinciamo che possiamo “vincere lo scudetto” solo se possiamo essere più forti di quelli sopra di noi o se possiamo avere dei giocatori “vincenti” ed esperti e poi mettiamo in atto strategie strane a favore del fallimento (come ad esempio levare un attaccante, mettere giocatori fuori ruolo, infortunati o poco in forma, rinunciare ad attaccare e a giocare o affidarsi ad un modulo completamente inadatto ai propri giocatori e palesemente con poca resa).

Probabilmente come Napoli ci sabotiamo perché preferiamo la certezza e la prevedibilità rispetto all’ignoto  e operiamo un auto-sabotaggio proprio perché pensiamo di non valere abbastanza per meritare lo scudetto.

Ci facciamo influenzare da false credenze magari legate a pregiudizi sociali e sportivi negandoci il successo

Se fosse questo il problema, allora la domanda è: siamo stati vittima del “pensiero sabotatore” della piazza, dei calciatori, dell’allenatore o del presidente? O della commistione di tutti questi?

Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta – Giusy Di Maio, Psicologa Clinica

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Pallone&Psiche: Il leader di una squadra.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

In seguito alla bellissima diretta https://youtu.be/pTkFGPIciV8 e a tutte le suggestioni nate dal confronto con i nostri amici/tifosi, abbiamo deciso di offrire una lettura della figura del leader di una squadra. Il focus è, in questo caso, (per ovvie ragioni) sulla squadra del Napoli ma badate bene… Sono abbastanza sicura che chiunque sia appassionato di sport, possa trovare interessante la lettura offerta.

Il punto di partenza è la letteratura che ci consente la prospettiva offerta dalla psicologia del lavoro che indaga la figura del leader; il leader di una squadra è necessariamente il capitano? E’ l’allenatore? Oppure c’è qualcosa di più?

Grazie mille per il supporto e buona lettura.

Ma allora… il leader di una squadra chi è? E, cosa più importante, il Napoli ha o no ha un leader che sia vero attore/trascinatore (prima di tutto sognatore) di quello che in letteratura si chiama “destino comune” di un gruppo?

Proviamo a fare un pò il punto della situazione.

Abbiamo spesso detto che, in un’ottica psicologica, la squadra va intesa come un gruppo che coopera per procedere verso un destino comune (il nostro ha proprio quel nome lì, quello per i più impronunciabile). Quando parliamo di gruppo, quindi, è necessaria la presenza di un trascinatore che sia qualcosa di più del semplice capitano; serve qualcuno con rabbia, grinta e “cazzimma”; qualcuno che protegga come un padre e che sia al contempo “cazzaro” come uno zio (ammettiamolo, tutti abbiamo o abbiamo avuto uno zio carismatico e divertente).

Leader, etimologicamente, deriva da “to lead” (in inglese) e significa condurre oppure dal latino “cum ducere” (tirare insieme). Secondo gli psicologi Novara e Sarchielli (1996), un leader per assicurarsi la fiducia dei suoi seguaci (immaginiamo quindi, in questo caso, un calciatore X che riesca a suscitare nei suoi compagni di squadra una fiducia totale) debba avere:

  • potere: deve cioè assicurarsi adesione e compiacenza influenzando gli altri;
  • autorità: un potere che venga a lui attribuito da altri secondo delle regole definite;
  • controllo: si intende una modalità con cui ci si assicuri che ciò che viene prescritto o “detto” dal leader viene rispettato.

Come fa il leader ad assicurarsi questa fiducia nei suoi seguaci? Nel nostro caso: come fa il nostro calciatore X ad assicurarsi tale fiducia da parte dei suoi compagni? Utilizzando proprio la leadership ovvero un processo, una interazione che avvenga proprio tra il leader stesso (portatore delle sue caratteristiche personali, idee, competenze e motivazioni) ed i componenti del gruppo (parimenti portatori di caratteristiche personali, idee e motivazioni) a ciò però si deve aggiungere un terzo importantissimo elemento, ovvero la situazione (il luogo fisico in cui ci si trova).

Mi sembra quasi di sentire una voce sullo sfondo: “Eh Dottorè… tutto quello che volete ma io il  nesso col Napoli non ce lo vedo… Non dovevamo parlare di quello?”

E allora torniamo al nostro amato Napoli. In questi giorni (che non sono giorni né di calendario, né di settimana) ma giorni di mesi (che poi sono anni), di storia del Napoli, riflettevo.

Allo stato attuale delle cose abbiamo una società dalla storia complessa; una storia sofferta che non sempre ha visto l’unione e la cooperazione familiare che qui diventano le varie scissioni nel/del tifo, l’ammutinamento dei calciatori, gli arbitri che vanno spesso a sensazione (una sensazione che li porta spesso contro il Napoli) e un presidente che comunica quando non deve e non comunica quando deve; insomma… direi che la comunicazione resta una questione caldissima, in casa Napoli, e allora… c’è qualcuno capace di saper comunicare e/o implementare una “vision” (che nel nostro caso resta sempre il raggiungimento di quella parola che si pensa ma non si dice) in maniera tale da mantenere alta, altissima (nonostante tutto) la prestazione?

Guardo al nostro organico e vedo da un lato un capitano che leader (mi dispiace tanto dirlo) non è mai stato (tanto da voler recidere le proprie radici e andare fuori, lontano, dove molto probabilmente distante dallo stress di dover dimostrare alla sua città (e qui diviene quasi la proiezione di un papà a cui dimostrare di valere realmente qualcosa) troverà la sua dimensione di leader

Poi c’è la nostra colonna Kalidou Koulibaly a cui non puoi non voler bene. Animo gentile e sensibile , difensore della nostra città (eh sì, perché il Napoli non gioca come una squadra ma gioca come una città intera e, come tale, porta sulle sue gambe tutta la nostra storia). Oppure ancora abbiamo il giovanissimo Victor James Osimhen, dall’incredibile grinta; ricordo la prima partita in cui l’ho visto giocare e di botto mi venne fuori un “finalmente! Ci voleva uno così!”

Ma così come?

Uno che gode quando corre, che si diverte quando segna, che si incazza quando sbaglia e sbaglia perché vuole strafare. Un giovane che certo è grezzo ancora e a cui però auguro, quando inevitabilmente sarà più strutturato, di non perdere questa componente di godimento.

Allora Dottorè… abbiamo il leader? E’ lui?

Mmmm…” Ho un’opinione in merito, condivisibile o meno…

Credo che il leader sia qualcuno pronto a restare… attenzione… non parlo di restare a vita fisicamente; parlo di permanere nella memoria dei sentimenti del tifoso.

Il calcio è una cosa seria mica a caso… Il pallone è una cosa seria perché ha legame con quella cosa che la psicoanalisi francese chiama “massimo godimento”; si tratta di qualcosa di assimilabile all’orgasmo, al picco massimo di piacere che puoi provare.

Un leader è pertanto qualcuno che non è (stato) e non solo è ma sempre sarà; qualcuno che arriva e capisce dove sta la storia della città, l’importanza delle radici…

Certo, Diego è uno solo (e lui sì che sempre sarà) ma serve qualcuno che, come diceva Pino Daniele, capisca che  ‘sta terra è na’ pazzia (Sarà, dall’album “Ferry boat” del 1985) e che certe volte il tifoso (e con lui tutta la squadra) ha solo bisogno di qualcosa che rimane (supra).

Allora in questo vedo tanto Dries Mertens, un ragazzo che è arrivato già restando e lo ha fatto talmente tanto da chiamare il figlio “Ciro”, facendogli dono e lasciandogli in eredità il suo nome (ricordiamo che Dries è per tutti Ciro Mertens).

E’ così che si diventa, probabilmente, leader in un duplice processo che ci vuole prima figli e poi genitori del contesto in cui ci andiamo ad inserire e in questo… Mertens è stato più che concreto.

Benvenuto Ciro Mertens e tanti auguri a quel ragazzo ora padre di quel bambino che, metaforicamente e proiettivamente, è lui stesso (Ciro), che ora è al 100% figlio del Vesuvio, figlio di Napoli (e forse leader a tutti gli effetti).

Giusy Di Maio, Psicologa Clinica, & Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Pallone & Psiche – Quando l’allenatore fa la differenza..

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Vi prego non svegliatemi ora..

Il sogno più dolce, pare essere più vivido, colorato e pieno di luce.. l’urlo liberatorio all’ultimo minuto, poi quella luce negli occhi di Fabian, di Insigne, di Elmas, di Spalletti..

Quella corsa sotto la curva, l’esplosione di gioia mista a rivalsa e a rabbia, per dei risultati che non raccontavano la verità di motivazioni e obiettivi di una squadra vittima solo della sfortuna e dei blocchi mentali legati ad un’autostima decrescente.

Spalletti negli ultimi interventi ha usato parole dirette e precise, nei confronti dei propri ragazzi, del gruppo. Ha preso posizione in pubblico, proteggendo il gruppo dagli attacchi esterni. Ma, ancora più importante, ha lanciato un messaggio preciso alla sua squadra, che più o meno è stato questo: “ Voi avete grandissime risorse e potenzialità, siete più di quanto gli altri hanno visto. Io credo in voi e credo nell’obiettivo più grande. Sono qui con voi e non vi lascerò da soli. Siamo forti!”

Per allenare e motivare gli atleti, gli allenatori d’esperienza e con mentalità vincente, adottano un approccio che favorisce le relazioni e incita i singoli calciatori all’autonomia. Ciò che davvero conta è il tipo di rapporto che il mister costruisce con i propri calciatori

Spalletti allenatore del Napoli – immagine google

La filosofia dell’allenatore “sergente di ferro” ha miseramente fallito con la scorsa gestione tecnica. Anche le ultime ricerche in Psicologia dello Sport hanno confermato che l’approccio più “vincente” è basato suo uno stile di coaching basato su un rapporto diretto con i calciatori e sull’ascolto.

Nel professionismo ad alto livello funziona meglio attingere alle dinamiche psicologiche delle interazioni sociali e alle motivazioni personali.

Secondo la teoria dell’autodeterminazione di L. Deci e M. Ryan (1985), gran parte del nostro comportamento è guidato da motivazioni interiori e non da spinte esterne. Inoltre, in base a diverse ricerche effettuate i due autori hanno potuto identificare tre requisiti: competenza, relazione e autonomia, che portano all’autodeterminazione e sono essenziali per il benessere psicologico degli atleti.

In poche parole i giocatori migliorano la propria competenza costantemente grazie alle capacità e all’esperienza dell’allenatore. Se l’atleta ha la sensazione di non poter imparare qualcosa dal coach, la relazione tra lui e il coach non funziona.

Il lavoro dell’allenatore vincente passa anche dalla relazione, gran arte del suo lavoro, infatti, consiste nel sviluppare dei rapporti e nel potenziare le motivazioni intrinseche. Il segreto è concentrarsi sugli aspetti positivi del gruppo e sulla costruzione dei rapporti interni, il motto dovrà essere “cura della relazione”.

Un ottimo allenatore, rivolgendosi alla propria squadra, dice sempre qualcosa di positivo.

Le persone hanno bisogno di sapere che sei dalla loro parte, prima di accettare quello che hai da dire.

Infine, bisogna che l’allenatore sostenga l’autonomia dei propri giocatori. È importante che i giocatori si sentano sostenuti, autonomi e responsabilizzati nelle proprie scelte di campo, sempre con il supporto del proprio mister che li incoraggia, suggerisce e indica soluzioni possibili.

Insomma, il nuovo corso di Spalletti, assomiglia tanto ad un corso potenzialmente fruttuoso, nonostante le innumerevoli difficoltà che abbiamo vissuto.

Quindi pazienza.. mettiamoci passione e supportiamo la squadra!

 Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta – Giusy Di Maio, Psicologa Clinica

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

“Finisce bene quel che comincia male”

Pallone & Psiche: la diretta!

Hey! Questa sera cosa hai da fare?

Bene… Ti invitiamo a seguire la nostra diretta.

Dalle ore 18:15 io e la dottoressa Giusy Di Maio saremo in compagnia del nostro amico/tifoso Giulio Ceraldi 

Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli https://ciucciomaglianapoli.com/.

“Potrete seguire la diretta di mercoledì 9 febbraio – alle sei e un quarto del pomeriggio – sui canali FacebookYouTube e Twitch (cerca ciucciomaglianapoli) de Il Ciuccio sulla Maglia del Napoli.”

Pallone&Psiche è uno spazio dedicato alla riflessione a giro dove metteremo volto, parole ma soprattutto sentimento per parlare, insieme, del nostro amato Napoli ma anche di tutto ciò che concerne la relazione tra sport e psiche.

Allora… che fai? Sei curioso?

Seguici in diretta su Facebook, Youtube e Twitch.

Ti aspettiamo!

Dott.ri Gennaro Rinaldi – Giusy Di Maio

Pallone&Psiche: Tra Presenza e Assenza – il vuoto dagli spalti del desiderio.

Pallone&Psiche, rubrica a cura dei Dott.ri Giusy Di Maio e Gennaro Rinaldi (ilpensierononlineare | Riflessioni e sguardi non lineari sulla Psicologia) in collaborazione con “Il ciuccio sulla maglia del Napoli”, https://ciucciomaglianapoli.com/ a cura di Giulio Ceraldi.

Eccoci con il nostro appuntamento con la rubrica Pallone & Psiche, rubrica in collaborazione con Giulio Ceraldi (https://ciucciomaglianapoli.com/ )

Lo stadio è quasi vuoto. Bucato. Immagina: hai tutti I riflettori puntanti addosso, sudi.. cerchi di mantenere il ritmo del respiro costante… Il cuore fa “bum..bum..bum..” sei lì.. con un piede ancora fuori e uno quasi sul rettangolo verde che profuma di sfida.

Alzi lo sguardo, giri il volto e nulla (o quasi): gli spalti sono “bucati”.

Il pubblico è -quasi- assente.

Cosa sta succedendo?
Con il termine mancanza si indica qualcosa che non c’è, qualcosa di negativo; si indica al contempo qualcosa che -certo non c’è- ma potrebbe esserci. Questo spazio di mancanza, in termini psicologici, può essere colmato soltanto dal desiderio.

La mancanza permette -in sostanza- la nascita del desiderio.

Che c’entra quanto detto con il nostro rettangolo verde dei desideri, della sfida, dei sogni?

Il momento storico che stiamo vivendo è molto complesso; tale complessità affonda le sue radici in qualcosa che era presente già prima della pandemia. Lo stesso calo degli spettatori allo stadio, era materia già nota.

Le scuse (che poi mica sono tanto tali.. Mezzi di trasporto inefficienti/insufficienti vi dice niente?) per giustificare l’assenza dagli spalti del desiderio, si sono sempre sprecate.

A tutti sarà capitato di buttare qualche parola poco elegante quando era ammassato nella metropolitana per andare allo stadio, quando era in fila ai mille controllo ai tornelli, quando aveva la borsa tastata per scoprirne all’interno strani contenuti…

Però -siamo onesti- quando vedevamo quel verde brillante (che nessuna televisione ipertecnologica può rendere al 100%) del rettangolo, misto all’odore dello sport, le magliette dei calciatori, la cazzimma nello sguardo dell’atleta, il tifo di chi ti è vicino, ma quanto ci dimenticavamo di tutto il resto?

Sembra un po’ la descrizione che fanno le donne di certi parti: tanta sofferenza per arrivare a un momento di estremo godimento e gioia: la nascita.

Ed è qui, allora, che forse nasce un tifoso vero.

Nasce nel contatto, nella presenza e nella vicinanza alla sua squadra.

Nasce -forse- un tifoso nell’attestazione del suo desiderio, nel riprendersi quello spazio che si deve e che deve; uno spazio lì, a seguito della sua squadra di cui lui ha bisogno per sognare e di cui lei, la squadra, ha bisogno per lottare, per spingere, per esserci.

Perchè se come diceva lo psicoanalista francese Jacques Lacan, Il desiderio emerge in relazione al desiderio dell’Altro, il desiderio di quel riconoscimento che ci fa dire “io ci sono”, allora il tifoso e la squadra hanno bisogno di quel reciproco riconoscimento che li attesta come presenza in quel registro del reale (e non più dell’immaginario o del simbolico), dove si poteva solo -forse- immaginare.

I tifosi (e la squadra) hanno bisogno di presenza.

La presenza..

Si.. la presenza..

Esserci, significa diventare protagonisti dell’evento che si vive; significa prendersi la responsabilità della presenza e dell’essere in qualche modo attori attivi dell’evento che viviamo.

La presenza implica invece, in chi è attore agonista protagonista dello spettacolo sportivo, la responsabilità delle proprie azioni sportive.

Probabilmente è un retaggio antico, legato alle prime relazioni conosciute, quei legami affettivi con i nostri genitori, con la nostra famiglia d’origine.

Noi ricerchiamo sin dall’infanzia legami autentici e relazioni rassicuranti. Guardiamo ad essi come riferimenti e li utilizziamo per crescere. In tal senso l’aspetto cognitivo ed emotivo legato alle rassicurazioni, al senso di protezione, alla motivazione, all’autostima, al riconoscimento, alle gratificazioni è quello che più ricerchiamo negli altri; come facevamo da piccoli.

I tifosi con la loro presenza, rappresentano in qualche modo quei legami originari: rappresentano una sorta di famiglia adottiva allargata, che ama e vuole bene i suoi figli; che li supporta, che li coccola, che li incita, ma che allo stesso tempo può giudicarli e a volte punirli.

Allora perché i tifosi (famiglia adottiva dei calciatori) sembra si siano disamorati dei propri figli adottivi?

“L’assenza” di un genitore, nei riguardi dei propri figli,  è spesso legata a conflitti emozionali interiori, spesso profondi e complessi, così intensi e dolorosi che sovvertono quel sentimento d’amore per i propri “figli”, fino a farlo diventare indifferenza.

L’amore e la passione sono sentimenti forti e implicano un grande investimento energetico. Freud le chiamerebbe pulsioni di vita. Ma per investire sul proprio oggetto amore, bisogna necessariamente dare in pegno qualcosa di sé. 

“Chi ama diventa umile. Coloro che amano hanno, per così dire, dato in pegno una parte del loro narcisismo.”

(Sigmund Freud)

Giusy Di Maio, Psicologa Clinica – Gennaro Rinaldi, Psicologo Psicoterapeuta

Il calcio è una cosa seria! Il Napoli è una cosa seria!”

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