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Vanessa.

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La storia che decido di condividere con voi, oggi, appartiene a uno di quei colloqui osservati prima della pandemia. La mia precisazione ha un intento specifico che capirete leggendo la storia di Vanessa. La mia professione, il lavoro con l’umano, usa (per così dire) la talking cure, la cura parlata, ma si basa anche sulla comunicazione non verbale, sull’analogico.

Osserviamo la persona che abbiamo innanzi, le nostre fantasie come clinici (così come anche nel futuro paziente) partono, come Carla Candelori ricorda già dal primissimo contatto telefonico, un contatto con cui inizieranno nella nostra e altrui mente tutta una serie di fantasie che si concretizzeranno (o meno) con il momento dell’incontro sulla porta.

Il covid per noi psy ha significato ridefinire la professione (il mio discorso non è nè di lamentela, né di negazionista né di fautrice della dittatura sanitaria), sto descrivendo il (nuovo) mondo lavorativo della mia categoria. Inizialmente alcuni pazienti (bambini) sono scappati dallo studio vedendoci bardati come palombari (camice, guanti, mascherina, visiera); alcuni colleghi che hanno possibilità hanno messo (a loro spese) separé di plexiglass, così da poter (nel rispetto delle norme igienico-sanitarie) vedere le espressioni del viso del paziente.

Credo che contestualizzare, sapere “dove siamo e cosa stiamo facendo”, sia un punto di partenza sempre doveroso quando ci approcciamo a qualcosa, altrimenti rischiamo di dare inutili giudizi che alimentano polemiche e odio inutile.

La storia di Vanessa.

Un giorno prendo una telefonata in cui una signora piuttosto anoressica nell’eloquio, dice di avere una figlia problematica, disastrosa e ingestibile. La signora riferisce di voler portare la ragazza di 17 anni in studio perchè non ne può più “o si fa aiutare o la sbatto fuori casa!”.

Preso appuntamento nel giorno .. all’ora .. Bussano alla porta.

Ci troviamo davanti una sorta di samurai, si tratta di Vanessa, una ragazza completamente coperta. La ragazza che varca la porta è vistosamente sottopeso, vestita completamente di nero lascia a stento intravedere gli occhi. Vanessa indossa un cappello nero di lana abbassato fin sopra alla nuca, una sciarpa nera che le copre tutto il volto quasi fosse un passamontagna; ha un pantalone nero in tessuto sintetico esageratamente largo, una maglia che le funge da vestito, nera ed enorme; scarpette da ginnastica nere e guanti da cui fuoriescono solo delle sottilissime dita corrose .

Vanessa si siede e ci guarda in maniera fissa, quasi insistente, mentre (a dispetto della bardatura che porta addosso), assume un’espressione quasi di sfida.

La ragazza comincia col dire che è venuta in studio solo perchè la madre (una grande rompipalle) , ha insistito ma che lei odia uscire e farsi vedere, motivo per cui dobbiamo anche muoverci e fare presto!

Vanessa ha un tono della voce così esile che le viene chiesto, se possibile, di provare ad alzare un po’ il tono

(essendo così coperta, di Vanessa non riusciamo a ben comprendere la mimica del volto. Noto le sopracciglia talvolta fisse – quando si tratta di argomenti di cui si sente sicura, come il suo abbigliamento- talvolta corrucciate o spaesate, quando si parla di corpo).

Vanessa si copre completamente da quando aveva 14 anni, dopo il menarca infatti ha cominciato a mangiare sempre meno chiedendosi come fare per arrestare questo improvviso sviluppo del suo corpo, uno sviluppo non richiesto e in cui non si riconosce. Vanessa non ama il suo viso (la giovane sosterrà che anche quando si lava il viso, la mattina, non si guarda allo specchio. Vanessa ha infatti fatto togliere le lampadine della luce dal bagno e dalla camera da letto, e ha oscurato gli specchi).

La ragazza non capisce tutta questa importanza data ai volti e in maniera confusa e al contempo di una linearità disarmante, mostra come il corpo sia un oggetto inutile.

Nei diversi colloqui portati avanti Vanessa sosterrà, inoltre, che ha capito che gli altri hanno più cura di te quando sei triste e quando appari fragile e insicuro “quando le persone vedono che soffri, si preoccupano di te; a nessuno piace la donna sicura perchè dopo deve fare i conti con il carattere e la sicurezza.. Poi c’è il sesso… Invece quando sei piccolo e insicuro tutti si preoccupano, ti chiedono come stai, ti accarezzano, ti manipolano.. come si fa con i bambini piccoli, i bambini piccoli.. loro sì che sono fortunati!”.

Vanessa un giorno entra in studio dicendo di chiudere tutte le finestre e di sbarrare la porta “Dottoressa mi stanno seguendo, sono qui.. lo so, lo so, lo so!” dice urlando con fare sempre più forte; un altro giorno mentre parla dice di sentire odore di putrefazione e il suo eloquio è sempre più disorganizzato e confuso. Vanessa vive nella sua stanza circondata da libri (è in effetti una ragazza molto intelligente e preparata) ma presenta anche abulia e improvvisa alogia (povertà di linguaggio e eloquio).

Con grande fatica, visto anche lo scarso interesse dell’ambiente familiare, riusciamo a sapere che Vanessa è figlia di una stimata professoressa e di un medico piuttosto noto sul territorio. La madre ha avuto una profonda depressione post-partum (curata solo con i farmaci). In seguito a questa depressione la madre di Vanessa non ha mai allacciato una sana relazione con la figlia accusata, in realtà, di essere stata la causa del suo malessere. Vanessa sembra essere cresciuta in un ambiente affettivo deprivante, senza il calore genitoriale; senza un caregiver capace di contenere le paure della ragazza lasciandola invece sola a dover fare i conti con il mondo terrorizzante e terrorifico, preda dell’angoscia del corpo in frantumi. Vanessa ha vissuto la paura di essere fagocitata; la paura di un seno che invece di essere alternativamente buono e cattivo è rimasto solo cattivo, diventando vittima dell’angoscia di persecuzione.

Vanessa presenta i tre sintomi positivi della schizofrenia oltre ad alcuni negativi, sembrerebbe pertanto che la ragazza stia vivendo un esordio schizofrenico; in realtà il lavoro sarà molto lungo e complesso orientato inoltre alla diagnosi differenziale del continuum disturbo schizoide- schizotipico- schizofrenia.

Il supporto e la psicoterapia saranno orientati a far prendere gradatamente Vanessa, coscienza del suo (non evanescente) corpo; un corpo che lei sente come essere quello di una bambina piccola e bisognosa di cure. Durante la terapia Vanessa tornerà in contatto con le parti piccole di sé, con quella Vanessa che piangeva disperatamente durante la notte perchè aveva paura e che non ha mai ricevuto però, aiuto.

I movimenti regressivi della ragazza saranno talvolta così forti da avere la sensazione di avere di fronte per davvero un neonato.

Il supporto e il lavoro è stato lungo, difficile, stancante; un pensiero continuo.. una fatica (chi poteva immaginare che dopo un anno e mezzo, lavorare con le mascherine senza vedere il volto delle persone, sarebbe diventata la normalità).

Recentemente ho incontrato, per caso, Vanessa (che ha poi cominciato anche la cura farmacologica).

“Dottoressa lo sa… Ho trovato il mio volto, tra le maschere”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il poeta e la schizofrenia: Leopoldo Maria Panero.

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Volendo compiere una sorta di viaggio circa la relazione (possibile) tra creazione artistica e schizofrenia, si potrebbero quasi rintracciare tre ramificazioni (forse periodi), che hanno portato alla comprensione che anche (se non) soprattutto, i manicomi sono stati luoghi del sentir e del vivere artistico.

I manicomi sono spesso stati in odor di arte.

Inizialmente il folle è stato considerato come lontano dalla possibilità della creazione artistica; il folle infatti non ha “qualità” umane. Successivamente si è immaginato che il folle (e la sua creazione artistica) potessero coesistere solo nella fasi inter critiche, quando – in sostanza- nella ciclicità della malattia, vi era una pausa della fase critica. Gaston Ferdière, uno psichiatra francese, che si occupò di Antonin Artaud sosteneva, ad esempio, che Artaud stesso fosse un grande artista ma solo quando la follia era controllata dalle terapie (Artraud fu trattato con 62 elettroshock).

L’ultima (per così dire) fase, prevede invece il considerare la follia come generatrice stessa della creazione artistica.

Leopoldo Maria Panero nasce a Madrid il 21 agosto 1948 e muore in manicomio a Las Palmas de Gran Canaria il 5 marzo 2014.

E’ uno schizofrenico ma anche uno dei più grandi poeti spagnoli.

Dall’età di 20 anni ha vissuto continuativamente negli ospedali psichiatrici (da cui poteva anche uscire, dopo aver preso la terapia farmacologica, e tornare la sera).

E’ secondogenito di 3 figli; il padre (Leopoldo Panero Torvado) era un noto poeta e la madre Felicidad Blanc, intratteneva rapporti con Luis Cernuda poeta e letterato di Siviglia, antifascista e per questo esiliato negli Stati Uniti poi in Messico.

Leopoldo scrive di sé di come a 4 anni scrivesse già poesie o meglio, di come le dettasse alla madre che le trascriveva. Leopoldo ricorda le sue poesie come molto amare e forti; nonchè cariche di crudeltà.

Benito Fernandez in Vita y legenda de Leopoldo Maria Panero, scrive di come Leopoldo si definisse a 4 anni poetiso. Il piccolo poeta declamava con aria da adulto le sue opere; appariva d’improvviso durante le conversazioni letterarie del padre portando sotto braccio un pugno di riviste e in testa un cappello stracciato. Sosteneva inoltre di essere Capitan Marciales, un personaggio frutto della fantasia, il tutto improvvisando monologhi interminabili assumendo un tono della voce impostato.

L’infanzia di questo bambino di 4 anni, del tutto particolare si esprime nelle sue parole:

“Fatemi uscire dalla tomba mia/ là mi lasciarono con gli abitanti/ delle cose distrutte/ che ormai non erano più che/ quattromila scheletri”.

A 18 anni Leopoldo entra in contatto con gli psichiatri e a 20 anni comincia la sua vita nei manicomi. Tenterà il suicidio due volte (era inoltre consumatore di sostanze stupefacenti e sarà incarcerato per consumo di marijuana).

Intervistato da Janus Pravo (suo traduttore italiano) dirà: Sono nel fallimento più assoluto. Sai però che io considero il fallimento la più splendente vittoria.

Leopoldo diviene così il poeta matto che fuma 200 sigarette al giorno, consuma 50 lattine di Coca-Cola light e prima di uscire dall’ospedale assume la sua terapia fatta da due pasticche di neurolettici.

Leopoldo dirà :

I pazzi sono quelli che cadono, coloro che vincono. C’è chi cade e chi non cade. La follia è la pura verità.

L’opera di Leopoldo Maria Panero è solcata dalla lacerazione dell’Io

Nello specchio il mio volto non c’è. Avere come specchio/ unico questi occhi di vetro, questa nebbia.

Una nebbia, una scissione dell’Io che sembra meno lacerato e più presente di tante persone che vivono nella convinzione di avere una certe integrazione dalla loro…

Panero incarna il paradosso di colui che “estraneo al mondo”, capisce, comprende e vive il mondo.

Il paradosso della follia che apre.. lacera e squarcia e forse perchè no.. rende per questo più vivo un reale del tutto illusorio.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Non sento il mio corpo: Disturbo di depersonalizzazione- derealizzazione.

Immagine Personale.

Il disturbo di Depersonalizzazione viene classificato nel DSM-5-TR tra i disturbi dissociativi. L’ICD (International Classification of Diseases) prevede invece una singola categoria per i soggetti che presentano depersonalizzazione o derealizzazione: La Sindrome di Depersonalizzazione- Derealizzazione.

Quando parliamo di questo disturbo, a cosa riferiamo?

“Mi sento come fuori dal mio corpo, mentre faccio anche le cose più banali sento come se a muovere il braccio, non sia io.. è come se il corpo non risponda ai miei input.. Mi sento tipo ovattata come se stessi sognando.. continuo a fare le cose cioè.. riesco a parlare, muovermi ma il corpo non mi appartiene più, nel frattempo”.

Il disturbo è caratterizzato da persistenti o ricorrenti episodi di depersonalizzazione ovvero la sensazione di essere distaccati dal proprio corpo. I soggetti con tale disturbo possono avere difficoltà nel descrivere i propri sintomi in quanto appare centrale la sensazione di essere estranei a se stessi. La sensazione comporta il sentirsi come “osservati dall’esterno”, l’essere in un film o in un sogno. La sensazione è quella di una anestesia sensoriale in cui risulta che il corpo sia come privo di vita, intorpidito o come avente delle parti scollegate tra loro.

Queste sensazioni sono accompagnate da vissuti di profonda ansia o panico; la persona può riferire di sentirsi un pupazzo o un burattino non padrone del proprio corpo.

L’esperienza di derealizzazione, che si riferisce specificatamente alla sensazione di estraneità rispetto al proprio ambiente, fa parte del disturbo di depersonalizzazione e l’ambiente viene descritto come piatto, confuso, distante, dai colori indistinti e lontano dalla propria percezione emotiva.

L’esame di realtà resta integro pertanto si mantiene consapevolezza, ad esempio, del fatto che l’estraneità provata rimanga nel dominio delle sensazioni. Ma nonostante il mantenimento dell’esame di realtà integro, la sensazione esperita provoca profondo disagio interferendo con il funzionamento sociale e lavorativo.

In realtà i sintomi da depersonalizzazione sono piuttosto comuni pertanto per ottenere un diagnosi di tale disturbo, occorre che i sintomi siano così invalidanti da rendere quasi impossibile un corretto funzionamento sociale e lavorativo.

I sintomi come la depersonalizzazione sono molto comuni in tutta una serie di patologie (schizofrenia, disturbo dissociativo dell’identità, depressione, disturbo di ansia, ..) ecco perchè è importante procedere con una diagnosi differenziale.

E’ necessario differenziare il disturbo di depersonalizzazione dai sintomi che si possono manifestare in seguito ad altra condizione medica specifica (epilessia del lobo temporale, ad esempio).

Abuso di sostante stupefacenti , Ansia o intossicazione acuta (o astinenza) da alcool, provocano gli stessi sintomi; così come la schizofrenia.

Si stima che nel corso della vita circa il 50% della popolazione generale (in maggioranza donne sotto i 40 anni), abbia sperimentato almeno un episodio di depersonalizzazione.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Pittura e Schizofrenia: la mente scissa dell’artista.

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Richard Dadd nasce ad Agosto nel 1817 a Chatham una cittadina del Kent a 50 km da Londra. Richard è uno dei sette figli che il padre avrà dalla prima moglie (di cui rimarrà vedovo), per poi risposarsi e restare ancora una volta vedevo.

Richard mostra una precoce abilità nel disegno e pittura; la famiglia si trasferirà nel 1834 nei pressi della Royal Academy of Arts dove Richard sarà ammesso all’età di 20 anni. L’opera di Dadd si inserisce nel contesto vittoriano dove dominano il realismo pittorico, il ritratto , la decorazione e la pruderie . Il disegno accompagna spesso novelle o romanzi ed è in questo clima che Dadd guadagnerà una fama crescente.

Nel luglio del 1842 Si Thomas Phillips chiede a Dadd di accompagnarlo come bozzettista in una spedizione che prevede il giro d’Europa arrivando fino all’Egitto, ed è proprio qui, su una barca in mezzo al Nilo che Dadd mostra un vero cambiamento della personalità. Il pittore comincia ad essere violento e delirante; afferma inoltre di essere sotto l’influenza di Osiride. Questi episodi cominciano a diventare frequenti, fino a durare intere giornate.

Nel 1843 Dadd di trova a Roma. Il pittore parla solo di temi religiosi, attacca il papa durante un’apparizione pubblica e riferisce sempre in termini negativi alla cristianità. Dadd inoltre vede il demonio in tutte le opere esposte al Vaticano, lamenta idee di tipo persecutorio e quando nel 1843 si trova a Parigi, abbandona il suo compagno di viaggio per tornare da solo in Inghilterra ma a cavallo cambiandolo e prendendone uno nuovo ad ogni stazione di posta.

A Londra il padre di Dadd lo fa visitare dal noto psichiatra Alexander Sutherland; fu successivamente internato.

Durante una passeggiata al parco estrae un rasoio e uccide il padre vedendo in lui, il demonio. Prima di uccidere il padre, Dadd aveva programmato la fuga. E’ proprio durante il tentativo di fuga che commetterà altri omicidi e una volta arrestato, sarà incarcerato con la diagnosi di “monomania omicida”.

In quel periodo storico eravamo molto lontani dalla moderna nosografia e non c’era ancora la possibilità di fare diagnosi di demenza precoce (termine adoperato da Kraepelin nel 1900 o di schizofrenia termine invece di Bleuler 1911).

Le categorie psichiatriche disponibili per Dadd erano mania e monomania, melancolia, demenza (intesa quale decadimento delle facoltà mentali) morali insanity, idiozia e imbecillità.

Al giorno d’oggi visti i sintomi portati da Dadd, il pittore avrebbe la diagnosi di schizofrenia paranoidea.

Richard Dadd resta nei due manicomi londinesi per 42 anni (fino alla sua morte), dove continua a dipingere.

Durante la sua permanenza nei manicomi, Dadd non muta la sua tecnica; a mutare è invece la decostruzione del naturalismo precedente, arrivando all’aggiunta di oggetti/simboli dalla collocazione incongrua; le opere vengono riempite (horror vacui) e appaiono riempite da immaginazione sfrenata e insaziabile.

Una insaziabile voglia di vivere così piena e folle da trovare su tela la possibilità di essere vissuta.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Doppio vincolo.

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Il doppio vincolo è un concetto che indica una situazione in cui, tra due individui uniti da una relazione emotivamente rilevante, la comunicazione dell’uno verso l’altro presenta una incongruenza tra il livello del discorso esplicito (quel che viene detto) e il livello metacomunicativo (gesti, atteggiamenti, tono della voce). Nel doppio vincolo la situazione è tale per cui il ricevente non ha la possibilità di decidere tra i due livelli del discorso, che si contraddicono, accettandone uno come valido. Addirittura, la persona presa in questa situazione, qualora riconoscesse l’incongruenza non può neanche farlo notare a livello esplicito.

Quando si è in un doppio vincolo, la capacità di discriminazione tra tipi logici subisce un collasso. Quando una persona ne resta intrappolata ha reazioni di tipo difensivo simili allo schizofrenico: cioè si trova davanti a messaggi contraddittori e non è in grado di analizzare ed è costretto a rispondere: chiunque si senta al centro dell’attenzione tende a dare risposte letterali.

Gregory Bateson parte dalla spiegazione del fenomeno del doppio vincolo per spiegare la schizofrenia. Egli dimostra che gli schizofrenici mostrano una difficoltà nell’identificare e nell’interpretare quei segnali che dovrebbero dire all’individuo di che genere è un messaggio, ossia i “segnali che identificano i messaggi”, senza i quali l’ego riesce a distinguere i fatti dalla fantasia o il letterale dal metaforico.

Bateson definisce “funzione dell’ego” il processo di discriminazione tra modi comunicativi all’interno dell’io, ovvero tra l’io e gli altri. Lo schizofrenico manifesta debolezza in tre campi di tale funzione: a) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai messaggi che riceve dagli altri; b) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai messaggi, verbali e non verbali, che egli stesso esprime o emette; c) ha difficoltà nell’assegnare il corretto modo comunicativo ai suoi stessi pensieri, sensazioni e percezioni.

Bateson ipotizza che ogni volta che un individuo si trova in una situazione di doppio vincolo, la sua capacità di discriminazione fra tipi logici subisce un collasso. Le caratteristiche generali di questa situazione sono:

  1. l’individuo è coinvolto in un rapporto in cui sente che è di importanza vitale saper distinguere con precisione il genere del messaggio che gli viene comunicato, in modo da rispondere in maniera appropriata
  2. l’individuo, inoltre, si trova prigioniero di una situazione in cui l’altra persona che partecipa al rapporto emette allo stesso tempo messaggi di due ordini, uno dei quali nega l’altro
  3. infine, l’individuo è incapace di analizzare i messaggi emessi, ossia di produrre un enunciato metacomunicativo.

Gran parte della sintomatologia schizofrenica è, in qualche modo, appresa o determinata dall’esperienza vissuta nelle relazioni intraprese con i propri vicini, in particolar modo con il resto della famiglia. Egli ipotizza che il doppio vincolo sia il genere di situazione esistente tra il pre-schizofrenico e sua madre; tuttavia tale situazione si presenta anche nei rapporti normali. Quando una persona resta intrappolata in situazioni di doppio vincolo, avrà reazioni di tipo difensivo, simili a quelle dello schizofrenico. Un individuo prenderà per letterale un’asserzione metaforica, qualora si trovi in una situazione che lo costringe a rispondere, qualora si trovi di fronte a messaggi contraddittori e quando non sia in grado di analizzare le contraddizioni.

Bateson avanza questo tipo di ipotesi situazionale, cioè che la madre di uno schizofrenico esprima nello stesso tempo almeno due ordini di messaggi, vediamo in che modo: a) comportamento ostile, o di ripiegamento, che viene stimolato ogni volta che il bambino le si avvicina; b) affetto simulato, o comportamento accattivante, che viene stimolato quando il bambino reagisce al suo comportamento ostile e di ripiegamento, e che è un modo di negare tale ripiegamento. Il bambino, quindi, è punito dalla madre se discrimina correttamente i suoi messaggi ed è punito anche se li discrimina erroneamente; egli è preso in un doppio vincolo. Il paziente si sacrifica per mantenere la sacra illusione che quanto dice il genitore ha senso. Per star vicino al genitore, egli deve rinunciare al suo diritto di far capire che vede incongruenze metacomunicative, anche quando tale accezione è corretta. Ne deriva dunque una profonda infelicità del soggetto. C’è un unico modo per il bambino di uscire da questa situazione: rendersi conto della posizione contraddittoria in cui la madre lo ha messo. Tuttavia, se così facesse, la madre la prenderebbe come un’accusa di disaffezione e lo punirebbe comunque, continuando ad affermare che il figlio ha una percezione distorta della situazione. Il doppio vincolo è, infatti, l’esperienza di venir punito proprio per essere nel giusto circa l’interpretazione del contesto. La ripetizione di tale esperienza di punizione in sequenze di questo tipo porta l’individuo a comportarsi abitualmente come se si aspettasse tale punizione.

Schizofrenia. | ilpensierononlineare

Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi. | ilpensierononlineare

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Tra follia e creazione artistica: Robert Schumann.

La storia che oggi leggeremo racconta di una grande compositore, della sua follia e della sua creazione artistica sapientemente e indissolubilmente legate:

la storia di Robert Schumann.

Buona Lettura.

Il 4 Marzo 1854 il quarantaquattrenne Robert Schumann viene accolto nel manicomio di Endenich in seguito alla sua richiesta. E’ in questo manicomio che sarà seguito dallo psichiatra Richarz, fino alla sua morte nel 1856.

La psichiatria dell’epoca vive sotto l’opera di Philippe Pinel che nel Trattato differenzia la follia in 5 categorie: melancolia, mania con e senza delirio, demenza e idiotismo; molto probabilmente il nostro Schumann fu classificato tra i malati di melancolia. Schumann infatti, pochi giorni prima aveva cercato di suicidarsi gettandosi nel Reno (questo tuttavia non fu il primo tentativo di suicidio, ma il secondo) e il suicidio stesso era considerato tratto patognomonico della melancolia.

Robert viveva insieme all’eccellente pianista-moglie Clara Wieck; dal primo bacio del 25 novembre 1835 passeranno 5 anni prima di unirsi nel vincolo matrimoniale (passando attraverso una causa legale); Schumann infatti porterà in tribunale il suocero/maestro di pianoforte, accusato di aver offeso la libertà delle persone, rifiutando di dare la mano della propria figlia a Schumann stesso.

La vita di Schumann è costellata di lutti; fratelli e sorelle moriranno. Robert inoltre era sofferente fin da bambino di stati depressivi in conseguenza della morte del padre; inoltre anche la madre era depressa (segno della trasmissione familiare del disagio). Uno dei lutti peggiori da affrontare fu per Robert quello dell’amata sorella (così tanto amata da generare voci su un presunto legame incestuoso).

Il lutto però più importante fu per Schumann quello della perdita della sua mano destra; la mano perderà la funzione del dito terzo facendo cessare in Schumann ogni desiderio di poter diventare un grande pianista come Chopin. Nel 1832 Robert lega due dita della mano destra per poter allenare il medio e renderlo più forte e indipendente alla tastiera; questa pratica era piuttosto comune all’epoca ma per Schumann qualcosa andò storto giungendo alla completa perdita di tutto l’uso della mano.

Robert potè quindi dedicarsi alla sola composizione.

Clara divenne per Schumann la sua mano perduta. Interprete, mano e cuore mancante al compositore sofferente.

Robert inoltre era affetto da paralisi (forse a causa del mercurio usato per trattare la sifilide) e da maniacalità (curata con ipnosi e magnetismo); in quegli anni comporrà opere di straordinaria bellezza e inquietudine, mostrando l’evidenza clinica secondo cui il delirio e le allucinazioni sono presenti anche nelle fasi fortemente depresse.

Il dubbio diagnostico tra schizofrenia e disturbo bipolare (maniaco depressivo) è incentrato sul ruolo del delirio nelle due categorie.

Il delirio è una errata interpretazione della realtà; il soggetto infatti non riesce a dare una corretta lettura del mondo che lo circonda ma lo interpreta in funzione di un Io modificato. Al delirio si accompagnano le allucinazioni (percezioni di voci interne o esterne o di immagini). Nella iniziale storia della psichiatria, il delirio è stato legato alla schizofrenia, all’Io diviso, frammentato ma successivamente si è scoperto che anche nella melancolia e maniacalità vive questa condizione.

Per quanto concerne Schumann, quindi, è possibili ipotizzare un inquadramento dei suoi sintomi nelle alternanze maniacali e depressive e che in tale quadro si innesti la demenza propria della paralisi progressiva. Schumann quindi, soffriva molto probabilmente di una condizione a doppia diagnosi “disturbo bipolare e infezione luetica cerebrale”.

La nostra fortuna -tuttavia- è stata che Schumann non perdesse mai l’impulso vitale che ci ha regalato il genio che – nonostante tutto- ha saputo essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Scrittura folle, Psicoanalisi e Vivaldi.

Louis Wolfson è uno scrittore statunitense di lingua francese. Nato nel 1931 ebbe una diagnosi di schizofrenia e fu sottoposto a ripetuti ricoveri e interminabili elettroshock, per volere della madre.

Louis è un ebreo americano che mal sopporta la propria lingua “idioma inglese” ; il ragazzo giunge ad esprimere il rifiuto per la propria madre attraverso il rifiuto della lingua materna e di tutta l’impalcatura lessicale utilizzata a chi gli è intorno.

Wolfson rifiuta di subire l’abuso dell’intrusione delle parole data dalla lingua materna, l’inglese, e si difende da questa intrusione tappandosi le orecchie, distraendosi o camminando per strada a New York ascoltando delle cuffiette collegate ad un magnetofono.

Louis studia le lingue straniere: tedesco, ebraico, russo, sognando di instaurare una sorta di comunicazione con la madre che in quanto ebrea della Bielorussia, parlava fin da bambina il russo.

Il passo interessante che il Nostro compie, è studiare il francese da autodidatta. Nel francese Louis sperimenta l’Altro; Loius è un Altro. Louis è e diventa “lo studente di lingue schizofrenico”.

Le Schizo et les langues è un libro in francese (il francese di Wolfson), scritto con una ortografia riformulata in cui il nostro studente di lingue compie un procedimento sulle parole. Louis crea neologismi, riformula i termini, unisce quasi bulimicamente tutte le lingue che conosce, smonta e rimonta le parole per allontanarsi dalla lingua materna.

L’udito è un senso che non ha possibilità di essere chiuso verso ciò che non è voluto, spiacevole, doloroso. Quello che viene vissuto e arriva prepotentemente e violentemente come un frammento sonoro che induce dispiacere (voce, rumore suono o silenzio),sarà interpretato come effetto sonoro di un desiderio negativo.

La Aulagnier riprendendo l’insegnamento di Lacan pone pertanto l’accento al ruolo della voce nei deliri di persecuzione e nella schizofrenia.

Di fronte a un suono, a una voce che è originariamente associata a una sofferenza, non vi è via di fuga. La psicosi mostra infatti spesso, come il suono produce una percezione da cui non ci si può difendere, aprendo nel corpo un varco che non si può chiudere.

Un varco in cui transita senza sosta la voce dell’Altro.

La voce da cui Wolfson voleva difendersi.

Stasera Vivaldi e la sua Follia ci accompagnano. Credo che questo pezzo sia un chiaro esempio in cui “mai il significante fu più significato”, come dico.

Almeno per me; almeno per le mie vicende di vita.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Schizofrenia.

Fonte Immagine “Google”. Dalì.

“Richard 23 anni: Richard a scuola riusciva mediocremente. Dopo la scuola Richard si arruolò nell’esercito(…) Richard ricorda questo periodo come uno dei peggiori della sua vita (..) Circa due anni dopo il ritorno alla vita civile, Richard lasciò il lavoro e fu sopraffatto da sensazioni di sfiducia e rifiutò di cercarne un altro. Restava in casa per la maggior parte del tempo. Diventò sempre più lento nel vestirsi e svestirsi, e nelle cure personali (…) Quando usciva di casa non sapeva cosa fare, dove andare; se vedeva un semaforo rosso per la strada lo interpretava come segno di non dover andare in quella direzione. Se vedeva un freccia la interpretava come segno mandato da Dio per procedere in quella direzione. (…) Prese la decisione di rimanere chiuso in casa ma anche lì era torturato dai suoi sintomi. Non poteva agire (..) aveva sempre paura di fare la cosa sbagliata. Si sentiva paralizzato e stava a letto immobile. (..) Indeciso com’era si sentiva bloccato e spesso rimaneva muto e immobile, come una statua, anche per giorni interi.

(Arieti cit., pp. 114-115)

Il termine schizofrenia deriva dal greco e significa “mente scissa”. Il termine lo dobbiamo allo psichiatra svizzero Eugen Bleuler 1908, il quale lo utilizzò per sostituire la vecchia accezione data da Emil Kraepelin che nell’800 parlava di Dementia praecox. A dispetto della terminologia, la schizofrenia non indica una condizione caratterizzata da una “doppia personalità” o “personalità multipla”; il termine infatti indica la separazione delle funzioni mentali tipica nel quadro sintomatologico della malattia.

Il viaggio di oggi sarà alla scoperta della schizofrenia.

Buona lettura.

Secondo l’APA (American Psychological Association), i sintomi della schizofrenia possono essere molto diversi tra loro, così come i fattori scatenanti, il decorso e la risposta al trattamento.

Il caso di Richard mostra come il ragazzo abbia avuto un deterioramento da un livello normale di funzionamento, fino ad arrivare ad una compromissione del funzionamento stesso. I sintomi della schizofrenia possono essere distinti in

positivi: pensieri, emozioni e comportamenti eccessivi

negativi: assenza di pensieri, emozioni e comportamenti

psicomotori: movimenti o gesti insoliti.

La schizofrenia è pertanto un disturbo psicotico in cui il funzionamento personale, sociale e occupazionale si deteriora a causa di percezioni strane, emozioni insolite e anomalie motorie.

I Sintomi positivi sono eccessi patologici o bizzarri del normale comportamento della persona; tali sintomi sono ad esempio pensiero ed eloquio disorganizzato, percezioni amplificate, allucinazioni e affettività inappropriata.

Molte persone presentano inoltre deliri ovvero idee di cui sono fermamente convinti ma che non hanno alcun fondamento reale. Sempre secondo l’APA,2000, i deliri più comuni sono i “deliri di persecuzione” in cui la persona è convinta di essere oggetto di cospirazione, di essere spiata, calunniata o deliberatamente attaccata e vittimizzata. Possiamo avere “deliri di riferimento” secondo cui ogni evento viene egoriferito e ci si sente continuamente oggetto di una data cosa (nel caso di Richard il semaforo rosso, interpretato come segno di non dover procedere). “Deliri di grandezza” le persone si credono inventori o figure religiose o storiche importanti. “Deliri di controllo” pensare che i propri pensieri e sentimenti o le azioni, siano controllati da altre persone.

Sintomi negativi sono apparentemente deficit patologici, caratteristiche mancanti in un individuo. Eloquio impoverito, affettività inadeguata, assenza di volizione e isolamento sociale.

“Pensavo che le voci che sentivo fossero trasmesse attraverso le pareti del mio appartamento, attraverso la lavatrice, attraverso l’asciugatrice e che le macchine mi parlassero e mi dicessero cose”

Anonimo.

I sintomi psicomotori comportano l’avere movimenti goffi, smorfie o gesti stereotipati. Le persone affette da schizofrenia possono incorrere in catatonia; stupor catatonico comporta che le persone non reagiscano all’ambiente circostante e restino invece immobili e silenziose per lunghi periodi di tempo. Nella rigidità catatonica le persone restano in posizione eretta per ore resistendo ad ogni tentativo di farli sedere. Altre persone assumono una postura fissa ovvero posizioni altamente scomode e bizzarre; altra forma di catatonia è l’agitazione catatonica che comporta invece una forte agitazione motoria e frenetici movimenti di braccia e gambe.

In genere l’esordio della schizofrenia avviene tra la tarda adolescenza e i 35 anni (APA,2000). il decorso della malattia sembra molto variabile ma consta di 3 fasi: fase prodromica, attiva e residua.

Nella fase prodromica i sintomi non sono ancora evidenti, ma è presenta una disfunzione nell’individuo che può ad esempio isolarsi socialmente, può parlare in modo vago o avere idee bizzarre.

Nella fase attiva (talvolta scatenata da fattori di stress) i sintomi di fanno evidenti.

Nella fase residua si ritorna ad un livello di funzionamento simile a quello della fase prodromica .I sintomi più gravi della fase attiva si attenuano ma possono persistere quelli negativi come l’emotività inadeguata.

Dalla schizofrenia si può guarire: guarisce in media un quarto delle persone colpite, anche se la maggioranza dei malati continua ad avere qualche problema residuo per tutta la vita

Fischer, Carpenter, 2008; Roe, Davidson, 2008.

Con le persone (perchè non dimentichiamo che nessuno, è la sua malattia), si possono inoltre attuare bellissimi percorsi di intervento e di reinserimento sociale, volti al recupero non solo delle abilità sociali, ma anche cognitive. A tal proposito ho avuto modo di assistere ad alcuni progetti portati avanti sul mio territorio, da colleghi davvero molto competenti.

Gli scritti di tutte le persone che vi hanno preso parte – gli utenti- sono uno dei regali più belli che ancora conservo. Ogni tanto li leggo con estrema delicatezza; con estrema attenzione e con passione, ancora mi commuovo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.