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La Sindrome di Capgras

In questa sindrome una persona è convinta che un impostore abbia preso il posto di qualcuno a lui familiare. La Sindrome di Capgras fu descritta per la prima volta nel 1923 da uno psichiatra francese, Joseph Capgras che la definì comeillusion des sosies” (l’illusione dei sosia ), anche se non è propriamente un illusione, perchè la percezione sensoriale dei pazienti affetti è intatta.

Enoch e Trethowan la definiscono come una sindrome “rara e colorita nella quale il soggetto ritiene che una persona solitamente a lui familiare, sia stata rimpiazzata da una copia esatta.”

Questo “errore” di identificazione risulta essere di natura delirante e in genere coinvolge una persona con la quale il soggetto ha forti legami emotivi e nei confronti della quale diventano molto riconoscibili elementi di ambivalenza, al momento dell’esordio dei primi sintomi.

La cosa interessante è che questa sindrome sia stata riconosciuta ed è presente in tutte le culture. ciò che cambia è il contenuto caratterizzante il delirio.

“..un paziente era convinto che sua madre fosse stata rimpiazzata da una copia proveniente da un mondo parallelo e ciò spiegava gli orribili accadimenti delle ultime settimane.”

Introduzione alla Psicopatologia Descrittiva – Andrew Sims

La maggior parte dei pazienti che soffrono di questa sindrome presentano sintomi legati alla schizofrenia e non presentano allucinazioni, ma denotano invece che, il falso riconoscimento per quella determinata persona, sia legato ad un cambiamento dei sentimenti del paziente per la “vittima” dei suoi deliri. La relazione affettiva nei confronti della “vittima” di natura ambivalente era presente già prima dello sviluppo della Sindrome di Capgras.

“Una paziente chiede del proprio marito: ” Chi è quel signore che ogni sera conduce i miei familiari a farmi visita? è un impostore: sta a casa ad aprire tutte le lettere di mio marito. In ogni modo, almeno paga i conti di casa… In effetti, è vero che assomiglia a mio marito assai da vicino, non fosse che è un po’ più grasso di lui…”

Andrew Sims

Quindi non vi è una falsa percezione, ma una percezione delirante, tant’è che la paziente ammette che la replica assomiglia esattamente all’originale.

Questa sindrome in genere può essere diagnosticata nei pazienti schizofrenici, nei pazienti con disturbi dell’umore, nei pazienti con diagnosi di demenza o con danni cerebrali. Inoltre è stato riscontrato una maggiore prevalenza del disturbo nelle donne che negli uomini.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La tua follia, la mia verità.

“Dottoressa Buonasera ma fate sempre più tardi del tardi!”

Buonasera N., cosa vuoi che ti dica.. e tu? Perché sei nel quartiere a quest’ora?

“Dottorè e guardate qua.. Cu sta campagna elettorale stanno tutti sti volantini e bigliettini, mi dispiace che domani mattina chella guagliona e Miriam deve pulire tutto da sola; è vero che è la spazzina però voi lo sapete che io ci tengo e con il comitato di quartiere teniamo tutto pulito… Non a caso il nostro quartiere è un gioiellino! Che po’ io rido.. Ci stanno tutti sti ragazzini mo… che ci cazzeano su internet (nuovo terreno di battaglia, a quanto pare) che ci dicono che noi all’ambiente non ci teniamo e che gli stiamo togliendo il futuro… Io mi chiedo… Perché invece di scrivere su sti social (che poi consumano energia e inquinano), non vengono a pulire direttamente le città? Dottorè scusatemi ma stu mal tiemp mi fa triste. Quando piove e il cielo si fa scuro mi si fa ‘o core scuro perché poi stare chiusi dentro, al buio, mi fa pensare, ma pensare in un modo negativo. Mi piace la luce perchè così i pensieri li posso vedere per quello che sono e non nascosti… ombra tra le ombre.

Lo so N., Spesso il vero atto di coraggio è guardare il sole e la luce, non il buio. Il buio nasconde creando l’illusione e l’alone dietro la cosa che così… può mostrarsi pure per ciò che non è. La luce ti mette spesso davanti all’evidenza dei fatti.. E l’evidenza dei fatti spesso siamo noi stessi: esseri mancanti.

“Dottorè misà che io ho capito qual è il vostro problema. Voi non tenete degli occhi, tenete degli specchi; non è facile guardare negli occhi chiari perché mostrano tutto e riflettono ‘o bbuono e ‘o malamente. Voi dite senza dire, questo è. Comunque Dottorè col Dottore mi trovo proprio bene; mi piace come mi ascolta e mi ha fatto pesare pure meno il cambio dei farmaci… Avevate ragione che sto in una botte di ferro”.

(Mi piacerebbe poter dire che l’occhio lucido sia colpa dell’improvvisa folata di vento che si fa duna sulla mia pelle rosa, ma non è così.  La verità è che nel mio malinconico sorriso la mente ha preso atto di una cosa: N. La tua follia è spesso la mia verità.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

“Dottoressa.. Dottorè..”

“Dottoressa! Dottoressa!… Buonasera ormai non vi vedo quasi più..”

Buonasera N., come stai?

“Eh Dottorè.. Non posso affermare di stare bene ma non posso negare di stare male.. Po’ penso Dottorè.. Penso sempre..”

A cosa pensi?

“Mah Dottorè.. lo sapete che mi è entrato nella testa, mo.. un pensiero.. Dico io.. Stiamo facendo le cavie.. diciamo pure che tengono ragione ma.. se tra qualche tempo si scopre che questa medicina ci salva.. Le persone che hanno rifiutato la medicina poi la vorranno anche loro? Cioè poi gli andrà bene che io ho fatto la cavia per loro?.. Non ci fate caso Dottorè.. è che io, lo sapete, prima di questo ero un filosofo.. Ah Dottorè.. vi porto la borsa.. ce lo prendiamo un caffè?”

Ti ringrazio N., la borsa posso portarla io e per il caffè.. sono le 21,30 magari facciamo domani mattina.

“Va bene Dottorè.. però fate sempre tardi!”

L’aria è pungente stasera e nonostante io sia una fan accanita della capsaicina e delle spezie, il sapore non è quello.

Non si sente aroma speziato, piccante o salato.. c’è più aria di scuro..

Uno scuro che sta ritornando in maniera nemmeno più così celata; uno scuro che fa spavento.

Le camicie nere non hanno mai fatto per me..

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Je so’ pazz.

“Dottoressa Buongiorno! Tutto bene? Non vi ho visto per qualche giorno, mi stavo preoccupando!”

“Buongiorno N., grazie per il pensiero.. sono un po’ impegnata in questi giorni”

“Dottorè vi serve qualcosa? Lo sapete che io sto sempre disponibile.. manco a dirlo, eh!”

“Non ti preoccupare, N., se ho bisogno di te lo sai che ti chiamo senza problemi. Ma dimmi.. come stai, tu?”

“Eh, Dottorè.. Io mo vi dico una cosa però lo sapete.. io con la testa non ci sto troppo bene.. (Così dicono i Dottori).. Però stavo pensando una cosa.. L’essere umano è stato chiamato a una prova di umanità che è stata fallita completamente. Io ho fatto la mia parte ma so che mentre qualcuno ha deciso per l’altro prima che per se stesso, lo stesso altro ha deciso per se stesso: si è capito qualcosa di quello che ho detto? Ma avete letto le proposte che fanno certi? Mo Dottorè me ne vado a prendermi la terapia, mi devono cambiare i farmaci però prima vado a fare la spesa per la signora del terzo piano. Pure oggi tornate tardi?”

Grazie di cuore, N.

(Sì, anche oggi tornerò tardi.)

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Pillole di Psicologia: Allucinazioni uditive.

“Anche in altri visionari si è osservato questo meccanismo di formazione delle allucinazioni: Giovanna d’Arco vide innanzi tutto una nube luminosa dalla quale, poco dopo, uscirono San Michele, Santa Caterina e Santa Margherita. Swedenborg vide, per un’ora di seguito, solo sfere luminose e fuochi risplendenti.”

Carl Gustav Jung

Le allucinazioni sono false percezioni, che vengono interpretate e vissute come reali da chi ne fa esperienza, e nascono in assenza di stimoli sensoriali corrispondenti. Oltre alle allucinazioni uditive esistono anche allucinazioni visive, tattili e olfattive e sono caratteristiche di numerose patologie come la schizofrenia, l’abuso di sostanze, gli stati confusionali, gli episodi psicotici acuti. Anche la mancanza di sonno, la deprivazione sensoriale , la disidratazione possono indurre allucinazioni.

Tante figure di rilievo storico hanno in momenti della loro vita avuto esperienze di allucinazioni uditive. Ad esempio, erano voci quelle che ordinarono a Giovanna d’Arco di combattere per salvare la Francia. Erano voci interiori quelle che guidavano Socrate. “Grida di uomini, e particolarmente di donne e di fanciulli” tubarono Torquato Tasso. Robert Schuman aveva anch’egli allucinazioni uditive (ne parlammo in questo post “Tra follia e creazione artistica..”). Il premio Nobel per l’economia John Nash sentiva voci che lo criticavano aspra.

Secondo Jung, che aveva di persona sperimentato il fenomeno, prestare attenzione alle voci interiori è un modo per avvicinarsi ed ascoltare il senso più profondo del sé e quindi dare l’opportunità di mantenere il giusto equilibrio delle proprie funzioni psichiche.

Si stima che circa il 60% delle persone che soffrono di psicosi abbia anche allucinazioni uditive, ma non è detto che chi abbia avuto allucinazioni uditive soffra per forza di schizofrenia o abbia avuto un episodio psicotico. Può accadere anche a persone che non soffrono di disturbi psichici.

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Nel 1992 il neurologo Detlef Kompf ha scoperto che nei soggetti anziani con difficoltà uditive , la mancanza di stimoli acustici può portare ad allucinazioni musicali.

Le persone che conducono esistenze solitarie possono avere più probabilità di avere allucinazioni uditive, purtroppo le stesse allucinazioni favoriranno il loro ritiro dalla vita sociale e comunitaria. Infatti marinai solitari, che solcano i mari per tempi molto lunghi o eremiti, che vivono in condizioni di privazioni di stimoli per lunghissimi periodi, a volte riferiscono di allucinazioni visive.

“Essi mi hanno detto: “Queste cose sono allucinazioni”. Mi sono informato su che cosa fosse un’allucinazione, ed ho scoperto che sta ad indicare un’esperienza soggettiva o psichica che non corrisponde ad alcuna realtà oggettiva o fisica. Allora mi sono seduto e mi sono meravigliato dei miracoli della ragione umana.”

Sri Aurobindo

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Folle genialità: l’arte (Brut) di Carlo Zinelli.

Fonte Immagine Google.

Conoscete il nome di Carlo Zinelli?

E le sue opere (Brut?).. No? Bene! Andiamo – insieme- alla scoperta dell’artista/schizofrenico esponente dell’Art Brut, italiana.

Carlo Zinelli nasce il 16 Luglio 1916 a San Giovanni Lupatoto, a 15 Km da Verona. Carlo cresce in un piccolo paese di origine contadina; il paese arriva infatti a 3000 abitanti, è basato su un’economia agricola fondata prevalentemente sulla produzione di mele.

Il paese è l’immagine tipica della provincia veronese dell’epoca, dove il centro religioso e sociale – la chiesa- era di dimensioni ben più grandi dell’intero piccolo agglomerato di case.

La famiglia di Carlo è di tipo patriarcale: il padre era falegname (da generazioni) e la madre casalinga. La coppia ha 7 figli (incluso Carlo). Raffaello muore nel 1941 in un ospedale psichiatrico dove era stato ricoverato per schizofrenia, due sorelle erano dipendenti dall’alcool e gli altri tre fratelli non mostrarono segni di disordini o squilibrio mentale. Tra gli ascendenti in linea materna una zia, aveva sofferto di sintomatologia interpretativo-persecutoria.

In età prescolare, Carlo, si mostra piuttosto schivo e introverso. Frequenta le prime tre classi con buon profitto ma, seguendo le tradizioni familiari, sarà presto indirizzato verso il mondo del lavoro. Carlo comincia quindi a lavorare come “famiglio” presso una casa di contadini e per cinque anni si dedica al lavoro nei campi.

Dai 9 anni, quindi, Carlo non vive più con la famiglia; a 15 anni poi il padre decide di inviare il figlio a Verona per lavorare e aumentare gli introiti familiari. L’inserimento urbano sarà un grande trauma per il giovane ragazzo; un trauma vissuto nel ricordo della spensieratezza della vita nei campi.

All’età di 20 anni, Carlo comincia a portare avanti la propria esperienza bellica (momento in cui cominciano le vere manifestazioni acute della patologia mentale).

Carlo è un alpino del battaglione Trento, combatte nella guerra di Spagna e successivamente (per pochi mesi) nella seconda guerra mondiale.

Il 1941 è riconosciuto come l’anno della follia. Carlo comincia i vari ricoveri e conoscerà sempre più gli ambienti psichiatrici. Nell’ottobre dello stesso anno sarà riformato dal servizio miliare per disturbi mentali.

In questo momento Carlo presenta deliri acuti caratterizzati di volta in volta da atteggiamenti aggressivi e crisi di paura e terrore.

Gli anni seguenti vedono un aumento di questi episodi, tali da richiedere terapie a base di elettroshock e terapia di Sackel (induzione di coma insulinico).

Nel 1947 Carlo Zinelli ha 31 anni ed entra definitivamente nell’ospedale psichiatrico di Verona. Carlo resta ad oggi, uno dei pittori del 900 più importanti.

Solitaria presenza tra le mura ospedaliere -Carlo- perde completamente la struttura logico formale del linguaggio; il giovane usa le parole riducendole ad una pura manifestazione ludica, creando neologismi e giochi di parole con assonanze, distorsioni “miri miritàcca leratanil leratanil mrileràr”.

Il linguaggio (de)cade, si disfa, si mescola lasciando una tela bianca su cui adagiare le opere pittoriche (che appaiono invece creative e coerenti) quasi a voler ripescare nell’inconscio collettivo Junghiano, fatto di simboli e archetipi.

Carlo infatti mescola usa e abusa di parole, ma quando dipinge ordina con cura i fogli bianchi, dispone i colori ad olio e riempie i fogli quasi sotto l’impulso di un imminente horror vacui; gira il foglio e continua una storia che ha nella sua mente (che non appare più così tanto fusa e confusa).

Carlo diviene un esponente italiano dell’Art Brut (arte grezza o spontanea), nome ideato nel 1945 per opera del francese Jean Dubuffet, per indicare le produzioni artistiche ideate all’intero degli ospedali psichiatrici; opere realizzate al di fuori delle norme estetiche convenzionali. Si voleva intendere un tipo di arte spoglia di qualsiasi contenuto riflessivo o culturale: un’arte spontaneamente artistica.

Storie come quella di Zinelli aprono ancora una volta alla riflessione: la mente umana va solo valutata in base ai parametri dell’adattamento sociale e del rispetto delle regole di vita condivise oppure l’uomo resta tale anche nell’alienazione della malattia mentale?

Propenderei per la seconda.

Fonte Immagine Google.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Vanessa.

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La storia che decido di condividere con voi, oggi, appartiene a uno di quei colloqui osservati prima della pandemia. La mia precisazione ha un intento specifico che capirete leggendo la storia di Vanessa. La mia professione, il lavoro con l’umano, usa (per così dire) la talking cure, la cura parlata, ma si basa anche sulla comunicazione non verbale, sull’analogico.

Osserviamo la persona che abbiamo innanzi, le nostre fantasie come clinici (così come anche nel futuro paziente) partono, come Carla Candelori ricorda già dal primissimo contatto telefonico, un contatto con cui inizieranno nella nostra e altrui mente tutta una serie di fantasie che si concretizzeranno (o meno) con il momento dell’incontro sulla porta.

Il covid per noi psy ha significato ridefinire la professione (il mio discorso non è nè di lamentela, né di negazionista né di fautrice della dittatura sanitaria), sto descrivendo il (nuovo) mondo lavorativo della mia categoria. Inizialmente alcuni pazienti (bambini) sono scappati dallo studio vedendoci bardati come palombari (camice, guanti, mascherina, visiera); alcuni colleghi che hanno possibilità hanno messo (a loro spese) separé di plexiglass, così da poter (nel rispetto delle norme igienico-sanitarie) vedere le espressioni del viso del paziente.

Credo che contestualizzare, sapere “dove siamo e cosa stiamo facendo”, sia un punto di partenza sempre doveroso quando ci approcciamo a qualcosa, altrimenti rischiamo di dare inutili giudizi che alimentano polemiche e odio inutile.

La storia di Vanessa.

Un giorno prendo una telefonata in cui una signora piuttosto anoressica nell’eloquio, dice di avere una figlia problematica, disastrosa e ingestibile. La signora riferisce di voler portare la ragazza di 17 anni in studio perchè non ne può più “o si fa aiutare o la sbatto fuori casa!”.

Preso appuntamento nel giorno .. all’ora .. Bussano alla porta.

Ci troviamo davanti una sorta di samurai, si tratta di Vanessa, una ragazza completamente coperta. La ragazza che varca la porta è vistosamente sottopeso, vestita completamente di nero lascia a stento intravedere gli occhi. Vanessa indossa un cappello nero di lana abbassato fin sopra alla nuca, una sciarpa nera che le copre tutto il volto quasi fosse un passamontagna; ha un pantalone nero in tessuto sintetico esageratamente largo, una maglia che le funge da vestito, nera ed enorme; scarpette da ginnastica nere e guanti da cui fuoriescono solo delle sottilissime dita corrose .

Vanessa si siede e ci guarda in maniera fissa, quasi insistente, mentre (a dispetto della bardatura che porta addosso), assume un’espressione quasi di sfida.

La ragazza comincia col dire che è venuta in studio solo perchè la madre (una grande rompipalle) , ha insistito ma che lei odia uscire e farsi vedere, motivo per cui dobbiamo anche muoverci e fare presto!

Vanessa ha un tono della voce così esile che le viene chiesto, se possibile, di provare ad alzare un po’ il tono

(essendo così coperta, di Vanessa non riusciamo a ben comprendere la mimica del volto. Noto le sopracciglia talvolta fisse – quando si tratta di argomenti di cui si sente sicura, come il suo abbigliamento- talvolta corrucciate o spaesate, quando si parla di corpo).

Vanessa si copre completamente da quando aveva 14 anni, dopo il menarca infatti ha cominciato a mangiare sempre meno chiedendosi come fare per arrestare questo improvviso sviluppo del suo corpo, uno sviluppo non richiesto e in cui non si riconosce. Vanessa non ama il suo viso (la giovane sosterrà che anche quando si lava il viso, la mattina, non si guarda allo specchio. Vanessa ha infatti fatto togliere le lampadine della luce dal bagno e dalla camera da letto, e ha oscurato gli specchi).

La ragazza non capisce tutta questa importanza data ai volti e in maniera confusa e al contempo di una linearità disarmante, mostra come il corpo sia un oggetto inutile.

Nei diversi colloqui portati avanti Vanessa sosterrà, inoltre, che ha capito che gli altri hanno più cura di te quando sei triste e quando appari fragile e insicuro “quando le persone vedono che soffri, si preoccupano di te; a nessuno piace la donna sicura perchè dopo deve fare i conti con il carattere e la sicurezza.. Poi c’è il sesso… Invece quando sei piccolo e insicuro tutti si preoccupano, ti chiedono come stai, ti accarezzano, ti manipolano.. come si fa con i bambini piccoli, i bambini piccoli.. loro sì che sono fortunati!”.

Vanessa un giorno entra in studio dicendo di chiudere tutte le finestre e di sbarrare la porta “Dottoressa mi stanno seguendo, sono qui.. lo so, lo so, lo so!” dice urlando con fare sempre più forte; un altro giorno mentre parla dice di sentire odore di putrefazione e il suo eloquio è sempre più disorganizzato e confuso. Vanessa vive nella sua stanza circondata da libri (è in effetti una ragazza molto intelligente e preparata) ma presenta anche abulia e improvvisa alogia (povertà di linguaggio e eloquio).

Con grande fatica, visto anche lo scarso interesse dell’ambiente familiare, riusciamo a sapere che Vanessa è figlia di una stimata professoressa e di un medico piuttosto noto sul territorio. La madre ha avuto una profonda depressione post-partum (curata solo con i farmaci). In seguito a questa depressione la madre di Vanessa non ha mai allacciato una sana relazione con la figlia accusata, in realtà, di essere stata la causa del suo malessere. Vanessa sembra essere cresciuta in un ambiente affettivo deprivante, senza il calore genitoriale; senza un caregiver capace di contenere le paure della ragazza lasciandola invece sola a dover fare i conti con il mondo terrorizzante e terrorifico, preda dell’angoscia del corpo in frantumi. Vanessa ha vissuto la paura di essere fagocitata; la paura di un seno che invece di essere alternativamente buono e cattivo è rimasto solo cattivo, diventando vittima dell’angoscia di persecuzione.

Vanessa presenta i tre sintomi positivi della schizofrenia oltre ad alcuni negativi, sembrerebbe pertanto che la ragazza stia vivendo un esordio schizofrenico; in realtà il lavoro sarà molto lungo e complesso orientato inoltre alla diagnosi differenziale del continuum disturbo schizoide- schizotipico- schizofrenia.

Il supporto e la psicoterapia saranno orientati a far prendere gradatamente Vanessa, coscienza del suo (non evanescente) corpo; un corpo che lei sente come essere quello di una bambina piccola e bisognosa di cure. Durante la terapia Vanessa tornerà in contatto con le parti piccole di sé, con quella Vanessa che piangeva disperatamente durante la notte perchè aveva paura e che non ha mai ricevuto però, aiuto.

I movimenti regressivi della ragazza saranno talvolta così forti da avere la sensazione di avere di fronte per davvero un neonato.

Il supporto e il lavoro è stato lungo, difficile, stancante; un pensiero continuo.. una fatica (chi poteva immaginare che dopo un anno e mezzo, lavorare con le mascherine senza vedere il volto delle persone, sarebbe diventata la normalità).

Recentemente ho incontrato, per caso, Vanessa (che ha poi cominciato anche la cura farmacologica).

“Dottoressa lo sa… Ho trovato il mio volto, tra le maschere”.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Il poeta e la schizofrenia: Leopoldo Maria Panero.

Fonte Immagine Google.

Volendo compiere una sorta di viaggio circa la relazione (possibile) tra creazione artistica e schizofrenia, si potrebbero quasi rintracciare tre ramificazioni (forse periodi), che hanno portato alla comprensione che anche (se non) soprattutto, i manicomi sono stati luoghi del sentir e del vivere artistico.

I manicomi sono spesso stati in odor di arte.

Inizialmente il folle è stato considerato come lontano dalla possibilità della creazione artistica; il folle infatti non ha “qualità” umane. Successivamente si è immaginato che il folle (e la sua creazione artistica) potessero coesistere solo nella fasi inter critiche, quando – in sostanza- nella ciclicità della malattia, vi era una pausa della fase critica. Gaston Ferdière, uno psichiatra francese, che si occupò di Antonin Artaud sosteneva, ad esempio, che Artaud stesso fosse un grande artista ma solo quando la follia era controllata dalle terapie (Artraud fu trattato con 62 elettroshock).

L’ultima (per così dire) fase, prevede invece il considerare la follia come generatrice stessa della creazione artistica.

Leopoldo Maria Panero nasce a Madrid il 21 agosto 1948 e muore in manicomio a Las Palmas de Gran Canaria il 5 marzo 2014.

E’ uno schizofrenico ma anche uno dei più grandi poeti spagnoli.

Dall’età di 20 anni ha vissuto continuativamente negli ospedali psichiatrici (da cui poteva anche uscire, dopo aver preso la terapia farmacologica, e tornare la sera).

E’ secondogenito di 3 figli; il padre (Leopoldo Panero Torvado) era un noto poeta e la madre Felicidad Blanc, intratteneva rapporti con Luis Cernuda poeta e letterato di Siviglia, antifascista e per questo esiliato negli Stati Uniti poi in Messico.

Leopoldo scrive di sé di come a 4 anni scrivesse già poesie o meglio, di come le dettasse alla madre che le trascriveva. Leopoldo ricorda le sue poesie come molto amare e forti; nonchè cariche di crudeltà.

Benito Fernandez in Vita y legenda de Leopoldo Maria Panero, scrive di come Leopoldo si definisse a 4 anni poetiso. Il piccolo poeta declamava con aria da adulto le sue opere; appariva d’improvviso durante le conversazioni letterarie del padre portando sotto braccio un pugno di riviste e in testa un cappello stracciato. Sosteneva inoltre di essere Capitan Marciales, un personaggio frutto della fantasia, il tutto improvvisando monologhi interminabili assumendo un tono della voce impostato.

L’infanzia di questo bambino di 4 anni, del tutto particolare si esprime nelle sue parole:

“Fatemi uscire dalla tomba mia/ là mi lasciarono con gli abitanti/ delle cose distrutte/ che ormai non erano più che/ quattromila scheletri”.

A 18 anni Leopoldo entra in contatto con gli psichiatri e a 20 anni comincia la sua vita nei manicomi. Tenterà il suicidio due volte (era inoltre consumatore di sostanze stupefacenti e sarà incarcerato per consumo di marijuana).

Intervistato da Janus Pravo (suo traduttore italiano) dirà: Sono nel fallimento più assoluto. Sai però che io considero il fallimento la più splendente vittoria.

Leopoldo diviene così il poeta matto che fuma 200 sigarette al giorno, consuma 50 lattine di Coca-Cola light e prima di uscire dall’ospedale assume la sua terapia fatta da due pasticche di neurolettici.

Leopoldo dirà :

I pazzi sono quelli che cadono, coloro che vincono. C’è chi cade e chi non cade. La follia è la pura verità.

L’opera di Leopoldo Maria Panero è solcata dalla lacerazione dell’Io

Nello specchio il mio volto non c’è. Avere come specchio/ unico questi occhi di vetro, questa nebbia.

Una nebbia, una scissione dell’Io che sembra meno lacerato e più presente di tante persone che vivono nella convinzione di avere una certe integrazione dalla loro…

Panero incarna il paradosso di colui che “estraneo al mondo”, capisce, comprende e vive il mondo.

Il paradosso della follia che apre.. lacera e squarcia e forse perchè no.. rende per questo più vivo un reale del tutto illusorio.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.