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Gestalt.

Fonte Immagine Google.

“Urlare e battere i pugni, usare il tamburo, mi ha liberato. Ho potuto piangere e versare tutte le lacrime che non sapevo nemmeno di avere dentro di me. Mi sono ricordato di quando Io ero bambino, solo e spaventato. Dire che Io ero arrabbiato, triste e frustrato mi ha fatto capire che sono importante e che anche la mia famiglia è importante per me.

Io non abito una casa ma un luogo fatto di cose e persone che per me, sono importanti”.

Il viaggio alla scoperta dei diversi approcci terapeutici continua oggi, andando a conoscere maggiormente la terapia della Gestalt, un approccio che nonostante la sua età viene tutt’oggi visto come innovativo a causa di alcune tecniche piuttosto originali, messe in atto.

Buona Lettura.

Quello che descriverò brevemente oggi, è un approccio terapeutico “Terapia della Gestalt” sviluppatosi intorno agli anni 50 da Frederick Perls. Il suo fondatore era uno psicologo molto carismatico che ideò un approccio molto “vivo e diretto”, e per nulla statico.

I terapeuti della Gestalt insegnano ai propri clienti l’importanza dell’accettazione di sè facendo leva sulla sfida e anche sulla frustrazione. Perls infatti tendeva ad usare tecniche come giochi di ruolo, la frustrazione abile e diverse altre tipologie di esercizi.

Nella tecnica della frustrazione abile, ad esempio, i terapeuti si rifiutano di rispondere alle aspettative o richieste del cliente. Tale uso della frustrazione mira a far comprendere quanto spesso le persone cerchino di manipolare gli altri per soddisfare i propri bisogni.

Nella tecnica del gioco di ruolo, i terapeuti insegnano al paziente la recita di ruoli diversi; la persona può fingere di essere qualcun altro oppure fingere di essere un oggetto o una parte del corpo. Tramite il gioco di ruolo, facendosi prestare le parole da un oggetto o un’alta persona, si può arrivare ad avere un coinvolgimento emotivo molto forte.

Molti danno sfogo a sentimenti, si arrabbiano, tirano pugni (anche molto violenti), danno calci o urlano; questa esperienza porta a “fare proprio” (accettare) tutti quei sentimenti che li facevano sentire a disagio.

Perls inoltre sviluppò anche delle regole utili ad aiutare il cliente ad osservarsi più da vicino. Le persone sono incoraggiate ad esprimersi in prima persona dicendo pertanto “Io ho paura” e non “questa situazione è spaventosa”; “Io sono bello” e non “Oggi sono carino”.

Altra regola è vivere qui ed ora portando il paziente a comprendere che “vivi ora, i tuoi bisogni nascono ora e devi rendertene conto ora”.

Uno dei focus per eccellenza è pertanto aiutare il paziente a capire l’entità dei propri sentimenti e soprattutto esprimerli. Uno degli oggetti più utilizzati è il tamburo che incoraggia i pazienti (battendoci sopra) a liberarsi dei ricordi traumatici e a cambiare le proprie convinzioni erronee .

Le procedure da usare seguono uno schema ben preciso e sottendono la costante vicinanza e guida del terapeuta formato appositamente per questo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Dipingere e forare il proprio Sè.

Fonte Immagine “Google”.

“Sto meglio col piercing qua.. o qua.. ” Disse – riferendosi all’amica- la ragazza, mentre indicava il labbro superiore e il mento..

“Vabbè allora mo che vado a casa me lo faccio qua”.. Chiosò indicando il labbro inferiore.

Queste due frasi echeggiavano nel corridoio dell’ASL mentre due ragazzine attendevano il proprio turno.

La pelle è l’organo più vasto del nostro corpo e in un certo senso, quello che ci appartiene di più; è quello visibile; il mezzo che contiene (e protegge) l’interno dall’esterno: filtro omeostatico tra il me e il non me.

Questa terra di confine può essere sperimentata come un luogo di incontro con l’altro o di converso come un guscio protettivo che tiene e contiene.

Spesso accade che coloro che decidono di ricorrere a modificazioni corporee estreme, sentano il bisogno di identificarsi come diversi da; potrebbe essere il bisogno di sentirsi autentici verso se stessi, un desiderio di rimarcare che “un altro non può essere me”.

Il corpo, la nostra tela natale, sente chiede e domanda; reagisce quando la psiche soffre (pensiamo a tutte le malattie psicosomatiche esistenti).. dà prurito, brucia, si arrossa e si lacera parimenti al nostro apparato psichico che “prude, brucia e si sente lacerato”, ma non trovando sfogo .. “sfoga” sulla pelle.

Alcuni sentono il bisogno dopo eventi profondamente significativi (ad esempio in seguito a gravi malattie o ad eventi altamente traumatizzanti), di recuperare il contatto con il proprio corpo e lo fanno proprio ricorrendo all’uso di tatuaggi, piercing o modificazioni corporee più ampie. Si tratta di fantasie di rivendicazione in cui il “mio” corpo sofferente, toccato, abusato, tagliato, sopravvissuto.. torna da me e a me con i confini che Io decido di ridare lui.

Anzieu nel 1985, suggerì che l’io è un Io pelle

“una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino, durante le fasi precoci dello sviluppo, per rappresentarsi se stesso come Io che contiene i contenuti psichici, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo” (Anzieu, 1985, p.56).

L’autore sostiene che il bambino acquisisce la percezione di una superficie corporea attraverso il contatto con la pelle della madre nel momento in cui viene accudito, accarezzato, lavato. L’Io pelle ha pertanto origine nella pelle condivisa nell’immaginario tra madre e figlio, ciò che Anzieu definisce “pelle comune”.

La rinuncia a questa pelle comune seppur dolorosa, permette l’interiorizzazione e identificazione con una parte della madre che sostiene lo sviluppo fisico e psichico del bambino; quell’oggetto di supporto a cui il bambino si stringerà e sorreggerà.

La pelle pertanto parla; la pelle dice di noi e per noi. Tatuaggi, piercing, impianti sottocutanei sono parole dette, non dette, sussurrate o urlate di un corpo (sempre più sofferente) che non trovando corpo, “si dice” con un linguaggio tutto suo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Non ci riesco o non voglio riuscirci?

Immagine Personale.

Mi ricordo di quando all’Università, profondamente colpita dalla (già nota) professoressa di dinamica, decisi di chiederle la tesi di laurea. Contemporaneamente a tale desiderio (quasi nello stesso lasso di tempo) decisi che “no! non ero in grado di poterle chiedere la tesi, perchè sicuramente avrei fatto una brutta figura!”, pertanto.. rinunciai a malincuore e mi diressi verso un altro professore.

Quante volte nel corso della nostra vita ci troviamo di fronte a sfide, dilemmi o occasioni e proprio noi, ci trasformiamo nel nostro principale nemico.

Questo fenomeno è noto nell’ambito della psicologia sociale con il nome di “autosabotaggio o self-handicapping”.

Buona lettura

p.s- la storia della mia tesi prosegue con una più sicura dottoressa che per la laurea magistrale si diresse con più coraggio – finalmente- dalla professoressa di cui prima. Il lavoro portato avanti è stato denso di soddisfazioni; ma la soddisfazione più grande fu sentirsi dire “si vede che ha tanta passione, lo leggo dal modo in cui scrive e da come ne parla”. Questo porterebbe l’argomento sull’aspetto narcisistico della questione.. ma per questo.. dovrete attendere ancora un pò…

Autosabotaggio come giubbotto di salvataggio.

Spesso accade che le persone tendano a sabotare le proprie opportunità di successo creando impedimenti e ostacoli che rendono meno probabile il raggiungimento di tale successo. Non si tratta di essere autolesionisti o autopunitivi, quanto piuttosto di attuare un comportamento con scopo autoprotettivo.

Quando l’immagine di sè è legata alle prestazioni, può essere più sminuente per il sè impegnarsi a fondo e fallire piuttosto che procrastinare e trovare una scusa. Se si riesce infatti ad avere successo anche in condizioni avverse, il risultato è una sovralimentazione dell’immagine di sè.

Ciò che l’autosabotaggio fa è proteggere sia autostima che immagine pubblica consentendo di attribuire i fallimenti a qualcosa di temporaneo o esterno (avevo mal di testa; ho dormito poco).

Steven Berglas e Edward Jones (1978) condussero un esperimento proprio per analizzare il fenomeno dell’autosabotaggio. Alcuni studenti della Duke University erano stati incaricati di dare delle risposte a delle domande attitudinali. Alla fine dell’esperimento alcuni riuscirono ad indovinare delle risposte a domande molto difficili; a questi studenti fu detto che il loro punteggio era uno dei migliori mai visti.

Successivamente fu offerta, a questi studenti (che si sentivano molto fortunati per quanto accaduto),la possibilità di poter scegliere tra 2 medicinali prima di rispondere ad altre domande. Un medicinale incrementava le prestazioni intellettuali, mentre l’altro le inibiva. La maggior parte degli studenti decise di assumere il medicinale inibente, trovando già pronta una scusa in caso di mancato rendimento.

Secondo i ricercatori le persone hanno diversi modi per incorrere in autosabotaggio:

  • riducono la propria preparazione in sita di eventi importanti (come eventi sportivi)
  • offrono un vantaggio agli avversari
  • mostrano prestazioni scarse all’inizio di un’attività per evitare di creare aspettative troppo alte su di sè
  • non affrontano un impegno serio (che coinvolge il proprio sè), sfruttando tutte le risorse di cui dispongono.

E voi.. quanto siete soliti ricorrere a tale meccanismo autoprotettivo?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

1..2..3.. “Liberi tutti!”

Immagine Personale :” Non ho mai smesso di giocare”.

“È nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo  e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’ essere creativo che l’individuo scopre il sé.”

Donald Winnicott, pediatra, psichiatra.

Credo sia importante, anche da adulti, considerare la possibilità di abbandonarsi al gioco e alla creatività.. nella sua accezione più pura e immediata del termine.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio

“La conservazione della massa”.. del Sè.

Fonte Immagine “Google”.

Rispondendo ad alcuni commenti, mi è capitato di nuovo di abbandonarmi ad un pensiero. Non ringrazierò mai abbastanza tutti coloro che continuano a fornire feedback così intensi ; non si tratta tanto di avere riscontri positivi o negativi, ma di far muovere idee e pensieri.. di avere la possibilità di scambiare “pezzi di sè”, specie in un momento dove l’immobilità sembra essere l’unica cosa a muoversi.

Il titolo prende spunto dalla nota legge della conservazione della massa di Lavoisier (nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma).. ecco.. questo è quanto accade anche per il funzionamento della vita psichica

“Nella vita psichica nulla può perire una volta formatosi, tutto in qualche modo si conserva e, in circostanze opportune (…) ogni cosa può essere riportata alla luce”.

S. Freud

Che sia sotto forma di compromesso sintomatico o sotto forma onirica, l’inconscio trova sempre una strada.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio