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La mia maglia è blu, la tua… non lo so!

Immagine Personale.

E’ un po’ l’eterno dilemma delle coppie:”Perchè non ricordi quello che ti ho detto due minuti fa?”

Vi siete -infatti- mai chiesti per quale motivo ricordiamo con maggiore facilità certi tipi di informazioni, mentre altre diventano preda dell’oblio quasi senza che noi ce ne rendiamo conto?

Anche in questo caso la psicologia sociale, funge da salvagente e prova a spiegarci cosa accade in queste situazioni.

Buona Lettura.

Il sè influenza anche la nostra memoria portando ad un fenomeno che prende il nome di effetto autoreferenziale. Accade pertanto che quando l’informazione è pertinente con il concetto di sé, questa si elabora più rapidamente e la si ricorda senza difficoltà. Se infatti proviamo a chiedere a qualcuno se la parola “introverso” lo descrive, in un secondo momento quella stessa parola sarà ricordata da quel soggetto con maggiore facilità rispetto a se gli fosse stato chiesto se (lo stesso) termine, possa ben descrivere un conoscente qualunque.

Analogamente alcuni giorni dopo aver discusso con qualcuno, siamo più portati a ricordare cosa quella persona ha detto di noi piuttosto che le motivazioni che lei ha avanzato durante la nostra discussione.

Ciò che gli psicologi hanno evidenziato, è che i ricordi si formano intorno all’interesse principale: se stessi.

Ciò che l’effetto autoreferenziale fa, è evidenziare un fatto basilare della nostra esistenza ovvero che il senso del nostro sé è il centro del nostro mondo. Siccome si tende a considerare se stessi come i principali attori dell’opera che è la vita, si tende a sentirsi costantemente come sotto i riflettori con il risultato che spesso si sovrastima il modo con cui qualcuno ci nota o l’interesse che abbiamo realmente destato nell’altro.

Altro aspetto dell’effetto autoreferenziale è legato al fatto che tendiamo a paragonare i comportamenti degli altri, ai nostri, dimenticando di contestualizzare l’operato dell’altro o di tener conto del suo vissuto e del suo modo di pensare e/o sentire e agire.

Il concetto di sé include sia gli schemi di sé incentrati su chi si è qui ed ora, ma anche chi si potrebbe diventare: i sé possibili.

Hazel Markus e colleghi (1989) notarono che i sé possibili includono le concezioni di sé che si sognano .”il sé ricco, il sé magro, quello amato e innamorato”, e ciò che temiamo di diventare “il sè non realizzato nel lavoro e nello studio, il sé non amato, il sé insoddisfatto”.

Questi sé possibili si offrono come una motivazione che alimenta la visione della vita a cui si aspira.

P.S- per quando concerne i litigi di coppia, si potrebbe provare a sostenere che forse non ci si ricorda di alcune informazioni base, perchè l’altro non le avverte come realmente congruenti con il proprio senso di sé. Si potrebbe allora provare a fare in modo che entrambi vedano determinate informazioni come maggiormente vicine al proprio sé.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’Identità

L’identità in psicologia viene intesa come quel senso del proprio essere, inteso nella propria unicità e proiettato nel tempo. L’identità è una costruzione di sé stessi attingendo alla memoria che funge da collante tra passato, presente e futuro.

L’ identità può essere mutevole, perché può trasformarsi nel corso della propria vita psichica e sociale. E’ un sentimento di appartenenza a qualcos’Altro, diverso da sé, ma facente parte della propria storia e quindi proveniente da un tempo diverso da quello presente.

Salvador Dalì – Reminiscenza archeologica dell’angelus di Millet

” L’identità umana inizia nello spazio e nel tempo degli antenati, senza di essi vige il non umano. L’uomo del presente garantisce la sopravvivenza dell’immagini degli antenati, ottenendo da questi ultimi la garanzia del passato. Passato e futuro, invarianza e cambiamento delle identità, sono garantiti dalla vita postuma delle immagini degli antenati.”

Lucio Russo – Destini delle Identità

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Non ci riesco: Self Serving Bias e errori al servizio del sé.

E’ opinione abbastanza diffusa, pensare che la maggior parte delle persone gode di scarsa autostima. Lo psicologo umanista  Carl Rogers nel 1958 ,osservò come anche chi in apparenza tendeva a mostrarsi sicuro e privo di complessi, in qualche modo fingeva e tendeva a disprezzarsi.

L’argomento però appare piuttosto complesso in quanto, da altri studi sull’autostima , emergeva invece che anche i soggetti con basso profilo, davano risposte che tutto sommato rientravano nella media.

La domanda quindi che sorge spontanea diventa allora: “la bassa autostima è solo una finzione?”

Self serving bias – immagine google

Per comprendere meglio l’argomento, dobbiamo far capo ad un altro concetto fornitoci dalla psicologia sociale, quello del self serving bias, ovvero della: ” tendenza a percepire se stessi in modo eccessivamente positivo e a favore del sé”.

Studi in proposito hanno evidenziato come le persone tendano a guardare diversamente gli eventi al quale dovranno poi dare una spiegazione. In presenza di un successo, il merito è tutto attribuito a se stessi; in presenza di un fallimento, questo è attribuito a fattori esterni come la sfortuna. E’ un pò il tipo di ragionamento che tutti abbiamo fatto almeno una volta a scuola : “se all’interrogazione siamo andati bene, è tutto merito della nostra preparazione conquistata con ore e ore di studio, se invece va male, è il professore ad averci preso di mira oppure ad averci chiesto quell’unica cosa che non avevamo studiato”.

Questo fenomeno è appunto incentrato sugli stili attributivi per cui si ha la tendenza ad attribuire a se stessi i successi e a negare responsabilità in merito agli insuccessi; si tratta di uno degli errori o bias più potenti.

Recenti studi hanno evidenziato come le attribuzioni a favore del sè, attivino aree del cervello connesse con la ricompensa e il piacere, ma uno dei dati più interessanti è quello che mostra come le attribuzioni a favore del sé siano connesse anche con le liti coniugali. Accade infatti che durante i litigi tra coppie (specie durante quelli che terminano con un divorzio), i partner tendano ad incolparsi a vicenda (spostano cioè la colpa/attenzione all’esterno). Attribuire i propri insuccessi a qualcosa di esterno è infatti meno deprimente che considerarsi immeritevoli (nel caso appena citato, responsabili per la fine di un matrimonio).

immagine google

Un modo per prevenire tali “errori”, consiste nell’eseguire un giusto training guidato da un esperto psicologo – psicoterapeuta. Un recente filone di indagine consiste nella riduzione/eliminazione dei bias con un processo detto “debiasing”. Si tratta in sostanza, di aiutare la persona a cambiare la propria prospettiva (in maniera guidata e controllata), utilizzando ad esempio degli incentivi.

Dott.ssa Giusy Di Maio