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Comunico con o senza le parole?

Parole dette, non dette, sussurrate lette appena sfiorate.
Le parole dicono senza dire e non dicono dicendo.
Lo straordinario potere delle parole.
Buona Lettura

ilpensierononlineare

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Per definizione, il colloquio, riguarda una comunicazione che avviene tramite il canale verbale.

Quanto detto rimanda alla psicoanalisi che, come ormai abbiamo avuto modo di capire, nasce con la cura parlata- talking cure, definizione data da Anna O.

Per la psicoanalisi, il linguaggio, svolge la funzione di veicolare significati nascosti connessi all’attività inconscia del pensiero. La parola diviene pertanto l’elemento centrale della comunicazione; veicolo di pensieri ed emozioni.

“Nella prospettiva della relazione terapeuta- paziente, le comunicazioni verbali occupano una posizione particolare per la loro funzione di “rappresentazione”: una parola “rappresenta” una cosa senza essere veramente la cosa stessa” Gilliéron, 1994.

Ciò a cui apre la comunicazione verbale è in sostanza un paradosso: le parole possono assumere un significato diverso e ciò, nello specifico, in base alle modalità con cui vengono pronunciate (intonazione, ritmo, tonalità, emotività), in base al contesto (di quel dato colloquio, in…

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Gruppo e adolescenza.

Il termine gruppo – nella vita quotidiana- ha un duplice significato che lo cala in una valenza costruttiva (gli amici che si riuniscono il pomeriggio dopo la scuola per uscire insieme) o distruttiva (le babygang).

Il gruppo si situa pertanto come un “luogo terzo, il gruppo dei pari unito al gruppo interno, (…) s’istituisce come una soluzione rispetto alla separatezza e alla solitudine”. Biondo D., 2014.

Accade pertanto che in ambito terapeutico il gruppo potrebbe presentarsi e prestarsi come luogo/collante che “attiva processi psichici e dimensioni della soggettività che non sono messi in movimento o sono messi in movimento in maniera differente dal setting psicoanalitico individuale” (Neri C., p., 35, 1999)

Sembra infatti che dinnanzi ad un adolescente spaesato, che vive nel difficile momento in cui ogni risposta è chiamata dalla domanda “Chi sono Io”, risposta che passa inevitabilmente per l’Altro, il meccanismo gruppale e il setting psicodinamico multiplo, specie se composto da coetanei e con problemi non troppo dissimili, possa fornire un valido appoggio.

Il setting psicodinamico multiplo con il gruppo “struttura all’interno degli ambienti educativi uno spazio gruppale di supervisione per comprendere la relazione transfero-controtransferale che si realizza tra l’educatore e il gruppo” (Biondo, 2014).

L’analisi di gruppo si configurerebbe pertanto come una analisi in parallelo (o di gruppo) di diversi analizzandi e il gruppo diviene una cornice contenitiva al cui interno ha luogo l’analisi stessa; il gruppo tuttavia non è solo una cornice. Durante l’analisi, si svolge uno scambio (di solito molto libero e vivace) sia rispetto a ciò he sta accadendo ma soprattutto rispetto a ciò che ciascun membro del gruppo sta comunicando consapevolmente o meno.

Ciò che accade nel gruppo è che i pazienti comprendono che certe difficoltà o problematiche (che temevano fossero soltanto loro), sono invece comuni ad altre persone; questo potrebbe quindi essere un punto di forza proprio per il lavoro da portare avanti con gli adolescenti in quanto essi sono perennemente centrati su se stessi poichè impegnati a trovare una risposta alla propria falla identitaria.

Comprendere ciò -inoltre- li libera (almeno in parte) da sentimenti di vergogna; sentimenti che spesso sono legati ad una fantasia che è quella di essere un mostro.

Oltre a ciò, sembra che la scrittura e la produzione fantastica, possano rendere maggiormente tollerabile il dolore e il senso di solitudine sperimentato in questa fase così delicata

“La scrittura introduce un elemento spaziale: lo spazio virtuale del tempo, che il foglio stesso potrebbe rappresentare – testimone della parte osservativa dell’Io- (..) la scrittura indipendentemente dal suo valore letterario, può evitare che le rappresentazioni a carattere conflittuale siano disperse con le proiezioni, fornendo nel contempo all’Io una protezione dal loro effetto traumatico” (Semi, 1989, p., 883).

Introdurre la dimensione temporale, in un periodo storico dove il tempo è ormai collassato sotto la velocità dei circuiti online che girano senza sosta, potrebbe fornire uno spazio/momento di pausa che sembra invece essere sempre meno presente tra i nostri giovani.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La Porta.

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Entrare in contatto con l’Azienda Sanitaria Locale è stata per me, l’esperienza. La possibilità di vedere, facendone parte, le dinamiche sia aziendali ma soprattutto umane, resta uno dei bagagli personali e professionali maggiormente arricchenti.

Notoriamente ASL equivale all’inizio di tutta una caterva di pensieri (negativi), di bestemmie tirate dall’utente di turno perchè “questo o quello” non funziona, perchè i locali sono sporchi, perchè la gente all’interno chissà chi deve ringraziare per essere lì, e così via..

Il bacino d’utenza che spesso l’ASL di competenza di un determinato comune, deve sostenere, è di norma molto (più) elevato delle risorse che il distretto ha a disposizione (nel mio caso, una psicoterapeuta fornisce un servizio per un bacino d’utenza immenso -evito di dare numeri precisi, nonostante li conosca-).

Quando all’università studiai per l’esame di “Teorie e Tecniche del Colloquio Clinico”, una buona parte era dedicata a una cosa che presto, avrei avuto modo di vivere sulla mia pelle.

Il Luogo del colloquio.

Quando parliamo di luogo, intendiamo con esso gli “aspetti materiali” ovvero il dove il colloquio stesso ha luogo. Senza dilungarmi su questa questione, posso dire che una prima distinzione è quella che si ha tra contesto privato e pubblico.

Il contesto pubblico prevede anche il contesto istituzionale: e qui arriva il bello.

Semi (1985) richiama all’elementare concetto di stanza, ovvero di un ambiente circoscritto, delimitato da pareti, finestre e porta…

La Porta..

La porta di una stanza per i colloqui deve essere una porta a tutti gli effetti; non dovrebbe essere trasparente alla luce o ai suoni; dovrebbe essere dotata di una maniglia e serratura. Non bastano separè di fortuna.

La porta può essere aperta o chiusa.

La porta non si può simbolizzare.. C’è e significa qualcosa.

La porta è il confine indica che c’è una separazione tra “dentro e fuori”; indica che io sono appena entrato in uno spazio neutro che ora è mio, uno spazio protetto e di protezione dove io sono chiuso e separato dal resto; uno spazio in cui io posso essere e in cui sentirmi libero di fluire, insieme alle mie parole.

Durante i colloqui accade spesso (troppo), che senza nemmeno bussare le persone entrino prepotentemente in maniera supponente, aggressiva e con tono/aria di superiorità. Nella migliore delle ipotesi bussano (almeno) ma alla “non risposta” entrano ugualmente.

La cosa interessante è che fuori allo studio c’è un bel cartello gigante con “colloquio in corso” e che la segnaletica (causa ultimi anni di lavori) dell’ASL, sia enorme, bella colorata e distribuita dal piano terra fino all’ultimo.

Questo cosa vuol dire?

Che con un pò di buona volontà, se hai bisogno del diabetologo sai, venendo dal piano terra, che lo troverai al secondo piano e non in una piccola stanza umida, in fondo a tutto dove c’è scritto “colloquio in corso”.

Ho visto spesso (troppo) le facce smarrite e piene di vergogna delle persone che stavano parlando, nella speranza che quel momento fosse loro dedicato; così come ho visto la collega dare di matto per l’indifferenza delle persone.

In quello spazio tra l’indifferenza e la vergogna, ho spesso dovuto spiegare all’utente che chi non è capace di prendersi cura di se stesso (essendo anche incapace di leggere una indicazione), non sarà mai capace di prendersi cura dell’altro.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.