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Quando c’era una coppia.

C’è una coppia che si è amata per tanti anni. Hanno vissuto la paura, la vergogna e la speranza di poter vivere la loro relazione omosessuale, alla luce del sole.

C’è stato il dolore per le botte subite.

C’è stata la notte buia dell’incontro proibito; il dolce che subentra subito dopo l’acre del limone che brucia sulle ferite più o meno autoinferte; il sangue poi, che ha saputo attestare il coraggio del portare avanti il proprio progetto di vita, il proprio sogno che non terminava con il risveglio, la mattina.

Il pensarsi: primo passo per amarsi e aversi.

C’era una coppia.

I due ragazzi non riescono più a comunicare, si vedono ma non si riconoscono. D’improvviso si svegliano la mattina con non più il volto dell’amato, di fianco, ma un corpo intero che diventa estraneo.

Un corpo che genera inquietante estraneità riporta una domanda tra i due: noi, chi siamo?

C’è un punto molto sottile che si situa nel pensiero e nelle difficoltà di coppia.

Ogni coppia vive le sue difficoltà e i suoi dubbi, ma questi dubbi ad un certo momento trovano il passaggio sbarrato e si fermano, tramutandosi in ritrovata dolcezza.

Quando il dubbio si fa tarlo, la questione diviene più complessa.

Le coppie sono sistemi in movimento che si modificano parallelamente a noi; il movimento è un po’ come quello di una ameba (che qui non è sinonimo di privo di scheletro, forma e sostanza), ma di capacità di inviare pseudopodi esploratori che consentono il movimento.

L’altro dovrebbe offrire noi (e viceversa) un punto di attracco per il nostro sentire e il nostro essere.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.