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La parola sporca: perversione #4

Qui la terza parte della trattazione.

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Sadismo sessuale.

Si è comunemente portati a pensare che gli uomini siano più sadici delle donne o che siano “per natura” portati verso certi comportamenti (che come vedremo, sono spesso culturalmente accettati).

I casi di sadismo sessuale che terminano con l’omicidio sessuale, sono statisticamente rari e quando identificati, coloro che hanno commesso il fatto, vengono trattati come criminali e sottoposti a pena detentiva.

La questione si fa complessa quando riferiamo a casi in cui il corpo della vittima non viene ritrovato oppure quando trattiamo di tutti quei casi che non vengono denunciati o (se) denunciati, vengono trattati con pochezza e superficialità.

La quotidianità è piena di casi in cui “lei se l’è cercata; sono ragazzi; l’uomo è uomo; non è una brava moglie non soddisfa il marito”.

La verità – studi alla mano- è che gli uomini non sono sadici nati ma quando le loro tendenze femminili, umilianti e paurose arrivano troppo vicino alla superficie, per non essere svelate e accettate vengono seppellite sotto atti sadici comprendenti stupro, mutilazione e così via.

“Altri dopo una giornata di lavoro o di disoccupazione frustrante e avvilente, tornano a casa semplicemente per riaffermare la loro virilità, picchiando le mogli, abusando fisicamente dei figli. Questi atti fin troppo ordinari sono, a mio parere, manifestazioni della strategia perversa e rientrano nella categoria sadismo sessuale, anche se non comportano il coito”. Louise J. Kaplan.

Tra i motivi delle perversioni, negli uomini, abbiamo la paura dei loro stessi desideri femminili oppure il terrore di dare via libera al pieno sfogo della distruttività provocata dal corpo femminile o qualsiasi corpo che rappresenti agli occhi del pervertito, la debolezza femminile.

Le perversioni sono un chiaro esempio di come le passioni erotiche cerchino di contenere gli impulsi di morte e distruttività.

Nelle 120 giornate di Sodoma del marchese De Sade, abbiamo un chiaro esempio di come la distruttività sovrasti l’eccitamento. Per provocare l’eccitamento del protagonista, devono infatti aver luogo 15 operazioni, simultaneamente, su altrettante donne. Ciascuna di queste giovanissime ragazze era marchiata da un numero che designava l’ordine di ingresso nell’anfiteatro al cui interno avvenivano tutta una serie di torture.

Il sadismo di De Sade è definito “sadismo estetico” ovvero: pornografia.

Per quanto concerne la pornografia una sorta di “mito culturale” è che serva ad intensificare il desiderio erotico: “la verità è che la pornografia serve a contenere il sadismo esplicito”. Louise J. Kaplan.

E’ attualmente in voga un filone nell’ambito della cinematografia a luci rosse detto slasher o snuff (la traduzione dei termini, in italiano, è impropria essendo questo tipo di filmografia quasi inesistente – se non- inesistente. Si tratta di un iperrealismo dell’orrore e della violenza contro il corpo femminile fino a mostrarne la morte/uccisione).

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La parola sporca: perversione #3.

Qui la seconda parte della trattazione.

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Durante il ventesimo secolo, le categorie utilizzate dai sessuologi in merito alla distinzione tra comportamento sessuale “normale e patologico”, subirono uno scossone poiché considerate non più idonee a giustificare il cambiamento che il gusto sessuale della popolazione, andava esibendo.

L’incertezza diagnostica ha attraversato anche i manuali diagnostici, primo fra tutti il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali). Nel 1952 l’APA (American Psychiatric Association) pubblica la prima versione del DSM; in esso, le deviazioni sessuali erano classificate insieme ai disturbi della personalità psicopatica (in accordo con il fatto che la maggior parte delle perversioni sessuali, venivano attuate da coloro che portavano a termine un reato: criminali antisociali).

Nel 1958 il manuale fu sottoposto a revisione. Nasceva così il DSM- II al cui interno le deviazioni sessuali erano elencate secondo categorie di disturbi della personalità che suonavano meno minacciose rispetto ai criminali: isteria, narcisismo..

Nei decenni successivi (procedendo sempre di pari passo con l’evoluzione del gusto sessuale della popolazione), furono elaborati nuovi criteri relativi alla salute mentale. Nasceva nel 1980 il DSM- III e nel 1987 la sua revisione DSM- III TR. In queste edizioni più recenti, le perversioni sessuali erano indicate in una categoria a sé stante e venivano trattate- per la prima volta- in maniera meno “etichettante”: nascevano le parafilie (para- deviante e filia – attrazione).

Altra potente innovazione del manuale fu l’eliminazione dell’omosessualità e del coito orale e anale dalle perversioni.

Continua però a restare una certa diffidenza sociale, da tali pratiche.

Non si parla, inoltre, delle perversioni femminili nelle quali l’eccitamento e la performance sessuale sono di rado i fattori dominanti e in nessun caso sono elementi cruciali o decisivi.

Attualmente siamo giunti (passando le il DSM IV), al DSM V dove si parla di “disturbi parafilici:

Si parla di disturbo parafilico quando una parafilia, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare, danno a se stessi o agli altri.

In tal senso, una parafilia è una condizione necessaria ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico.

Un esempio:

Masochismo sessuale: le fantasie masochistiche che accompagnano il coito o la masturbazione sono così diffuse da poter essere considerate universali. Quasi tutte le perversioni, comportano una variazione del copione masochistico ma a differenza del travestitismo e feticismo (che sono quasi esclusivamente maschili); il masochismo sessuale può esser ritrovato in entrambi i sessi.

Vi sono donne, ad esempio, che sono costrette a recitare all’interno di scenari masochistici in cui è richiesto all’uomo di assumere il ruolo di sadico umiliatore (di solito la donna partecipa a pagamento o volontariamente , o entrambe le condizioni); in questo scenario la donna si trova sotto il controllo dello scenario inventato dal partner sessuale.

L’idea che il masochismo sessuale sia prerogativa maschile si comprende meglio quando si capisce che tale strategia perversa mira a dare sfogo ai desideri femminili dell’uomo che resta però, nella posizione di potere.

Quando Freud parla di masochismo femminile, si riferisce ai desideri femminili degli uomini (le successive divagazioni – marchiate tra l’altro da profondo pregiudizio- fatte da certi tecnici, non rendono giustizia nell’ottica di chi scrive, all’opera di Freud).

Travestitismo e masochismo sessuale sono perversioni che permettono all’uomo di identificarsi con la posizione degradante assegnata alle donne, nell’ordine sociale, senza però perdere la faccia, ovvero senza veder minacciata la propria virilità.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Rapporto sessuale, orgasmo e pipì.

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Durante le terapie di coppia, accade spesso che i due partner giungano a raccontare del momento in cui -in seguito all’orgasmo- la coppia “si divide” portando al seguente scenario: lei vuole le coccole e lui corre in bagno nella speranza di fare la pipì.

La corsa disperata del maschio – verso il WC- termina però (certo spesso che non vuol dire sempre.. ) con una lunga attesa.

Cosa c’è di scientifico in questo comportamento?

Quando si ha un orgasmo, il cervello rilascia una grande quantità di ossitocina (in misura maggiore in quello femminile) e di vasopressina (di più in quello maschile). Questi neurormoni aumentano il livello di dopamina (sostanza chimica del piacere) e hanno il compito di legare maggiormente la coppia, favorendo il reciproco attaccamento.

E’ in particolare la vasopressina, a stimolare nell’uomo una maggior energia, attenzione e concentrazione nei confronti della partner; si tratta in sostanza della spiegazione – per così dire- chimica del “pensiero fisso” che distingue una coppia di innamorati.

La vasopressina ha però anche un “effetto collaterale”; è infatti un ormone antidiuretico che porta a rallentare l’espulsione della pipì.

Dalla base fisiologica si giunge a quella psicologica.

Rendere più lenta l’espulsione della pipì (che a livello psicologico si presenta, invece, come un bisogno impellente), ha lo scopo di allungare il momento delle coccole e della tenerezza post orgasmo.

Sfiorarsi, coccolarsi, ridere e addormentarsi dopo aver fatto l’amore, ha lo scopo di cementificare e rinsaldare la coppia.

Ed anche qui… c’è lo zampino della chimica!

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Circa Anna…

Fonte Immagine “Google”.

Il viaggio che stiamo conducendo insieme, tra le strade che portano alla conoscenza dell’isteria, prosegue oggi andando ad indagare uno dei casi più famosi: il caso di Anna O.

Sempre più grata e lieta della vostra presenza e del vostro calore, vi lascio all’approfondimento.

Buona Lettura.

Tornato da Parigi, dove aveva assistito all’ipnosi usata da Charcot, Freud si ricordò di una paziente seguita da Breuer dal 1880 al 1882. La paziente in questione era Anna O: il primo caso clinico degli studi sull’isteria.

Circa Anna.

Anna era una giovane donna molto intelligente che proveniva da una famiglia molto puritana. La provenienza da un ambiente familiare così rigido aveva fatto sì che Anna non avesse mai avuto un rapporto sentimentale, ma anzi, Breuer notò come in lei l’elemento sessuale fosse sorprendentemente poco sviluppato. Anna mostrava un comportamento molto lunatico ed “esagerato”; sviluppò inoltre una serie di disturbi somatici e psichici come: contrattura alle stremità del lato destro, incapacità nella vista, tosse nervosa, incapacità di bere nonostante una sete tormentosa e incapacità nel padroneggiare e comprendere la propria lingua madre. I disturbi di Anna comparvero mentre ella era impegnata a curare suo padre gravemente malato (smise di curare il padre in conseguenza della propria malattia).

Successivamente alla morte del padre, Anna sviluppò uno stato di ebetismo, a cui seguì uno stato meno angoscioso ma fatto di nuovi sintomi come: restrizione del campo visivo e incapacità nel riconoscere le persone segno di non voler riconoscere (a livello psichico), il fatto traumatico della morte del padre. Dopo la morte del padre, poi, Anna ad una certa ora (al tramonto) cadeva in uno stato di profondo sopore (chiamato da Breuer autoipnosi); se Anna in quello stato esponeva le idee bizzarre vissute durante la giornata, si tranquillizzava.

Breuer aveva notato che quando Anna era assorta in quello stato, mormorava delle parole. Breuer decise di farsi “dire” queste parole portando Anna in una sorta di ipnosi. Anna palesava fantasie tristi (sogni ad occhi aperti) che avevano di solito come spunto una ragazza al capezzale del letto del padre malato. Dopo il racconto delle fantasie, Anna era come liberata e tornava ad una vita psichica normale. Durante lo stato di veglia Anna non sapeva dire nulla sull’origine dei suoi sintomi ma durane l’ipnosi trovava immediatamente il nesso cercato. Era pertanto evidente che i suoi sintomi avessero come origine il periodo in cui ella era stata al capezzale del padre; erano quindi sintomi che avevano un ben preciso legame con i residui di quelle esperienze affettive.

Quando Anna si trovava al capezzale del padre, era stata costretta a reprimere un impulso che si era poi sostituto con un sintomo.

Il sintomo “sommato”.

Il sintomo di Anna non era il sedimento di una scena traumatica, ma del sommarsi di parecchie di queste scene. Quando durante l’ipnosi Anna raccontava/ricordava questi eventi, portava a compimento l’atto psichico e poteva liberare gli affetti portando alla scomparsa del sintomo. Breuer era pertanto con il suo lavoro, riuscito ad eliminare da Anna i sintomi. Anna in un certo senso, aveva inventato il metodo catartico.

Parole che curano: il potere della Talking cure.

Anna chiamò infatti questo procedimento talking cure, ovvero cura parlata. Breuer aveva notato come la paziente il giorno seguente la cura fosse dapprima serena poi, man mano, con il passare dei giorni tornasse in uno stato di inquietudine sempre maggiore (lo stesso accadeva anche quando Breuer si assentava ad esempio per le ferie; Breuer ancora non conosceva i risvolti del transfert positivo e negativo). Dopo circa un anno, Anna ebbe un peggioramento dei sintomi e cominciò a manifestarne di nuovi. La paziente mostrava una tosse nervosa sempre più insistente (Anna ricordava che la prima volta che le era comparsa, si trovava ad accudire il padre; avendo sentito della musica provenire dalla casa vicina aveva provato il desiderio di essere lì piuttosto che vicino al padre) da quel giorno ogni volta che la donna sentiva una musica, rispondeva con la tosse.

La storia sull’isteria è ancora molto lunga e articolata. Erano trascorsi 12 anni quando Freud e Breuer avevano pubblicato “studi sull’isteria” lavoro che portò alla rottura della loro amicizia. I motivi di tale rottura sono legati in particolare ad una divergenza circa l’eziologia dell’isteria stessa. Breuer poi non riuscì a ben gestire il transfert (e il controtrasfert).

Di Anna sappiamo che negli anni seguenti fu dapprima rinchiusa in un ospedale psichiatrico, poi si dedicò anima e corpo in attività sociali a favore delle ragazze madri ebree e alla cura degli orfani.

E…Poi?

La storia della psicanalisi continua con la scoperta e la messa a punto del metodo catartico (caso di Emmy Von N, le prime idee psicanalitiche sull’isteria, la teoria dell’attacco isterico e il problema del rapporto tra sessualità e nevrosi).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.