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Gli anni della “lotta”

“Un giorno, guardandoti indietro, gli anni di lotta ti sembreranno sorprendentemente i più belli.“

Sigmund Freud
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Spesso gli anni della “lotta” sono i più importanti (adolescenza – primi anni della gioventù), per confermare la propria individualità e per determinare il proprio posto nel mondo . Sono quelli gli anni a cui guardiamo con un pizzico di nostalgia per il fermento emotivo e ideologico che portavano con sé.

Nonostante tutto, non dobbiamo mai smettere di lottare, coltiviamo quel fermento e scopriremo quella bellezza anche negli anni che ci aspettano.

Nel video un omaggio ai 30 anni dei 99 Posse.

dott. Gennaro Rinaldi

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Psicologia in Pillole: Il Sogno e il desiderio.

“Il sogno non è paragonabile a suono discordante di uno strumento musicale, percosso da un tocco estraneo anziché dalla mano del suonatore; non è privo di senso, non è assurdo, non si basa sulla premessa che una parte del nostro patrimonio rappresentativo dorme, mentre un’altra comincia a destarsi.

Il sogno è un fenomeno psichico pienamente valido e precisamente l’appagamento di un desiderio..”

Sigmund Freud
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Prendendo in considerazione il lavoro sull’ “Interpretazione dei Sogni” fatto da Freud, si è appreso che nei sogni infantili il lavoro onirico si propone di eliminare uno stimolo, che disturba il sonno, mediante l’appagamento di un desiderio. Ci si attendeva di vedere anche i sogni deformati allo stesso modo di quelli infantili. Tale aspettativa è stata confermata dalla scoperta che in realtà tutti i sogni lavorano con materiale infantile, impulsi psichici e meccanismi infantili.

Ma la concezione dei sogni come appagamenti di desideri ha validità anche per i sogni deformati (sostanzialmente quelli angosciosi)?

Nei sogni deformati l’appagamento del desiderio non è affatto palese, esso deve essere ancora cercato, non può essere indicato prima che il sogno sia interpretato. Secondo Freud i desideri di questi sogni deformati, sono, fondamentalmente desideri proibiti, respinti dalla censura, la loro esistenza è la causa della deformazione del sogno.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Per approfondire: “L’Interpretazione dei Sogni” – Sigmund Freud

Totem e Tabù

In una delle sue opere più emblematiche “Totem e Tabù”, Sigmund Freud, ci offre un’ analisi e un confronto molto interessante tra l’origine delle proibizioni (Tabù) nella civiltà umana e lo studio dell’origine delle Psicopatologie, in particolare le nevrosi.

Vi riporto alcuni estratti molto interessanti:

“La coincidenza prima e più evidente tra i divieti ossessivi (negli individui con nevrosi) e i tabù consiste nel fatto che questi divieti sono ugualmente immotivati e misteriosi per quanto riguarda la propria origine. Sono subentrati un qualche momento e ora, a causa di una paura irresistibile, debbono essere mantenuti. […] ogni trasgressione provocherebbe insopportabili sventure. ”

Sigmund Freud – Totem e Tabù

“La proibizione principale ed essenziale della nevrosi, come anche del tabù, è quella del contatto, da cui il nome: fobia del contatto. La proibizione si estende non solo al contatto diretto col corpo, ma abbraccia tutto l’ambito racchiuso nell’espressione figurata – entrare in contatto – . Tutto ciò che indirizza i pensieri verso il proibito, che provoca un contatto mentale, è proibito nella stessa misura in cui è vietato il diretto contatto fisico. Questa medesima estensione compare anche nel Tabù.”

Sigmund Freud – Totem e Tabù
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Le ossessioni nei disturbi ossessivo compulsivi sono incredibilmente “dislocabili”. Tutto ciò che può essere interpretato come “potenzialmente pericoloso” sarà qualcosa di impossibile. “Alla fine l’impossibilità sequestra tutto quanto il mondo” (Freud). Le ossessioni, nei nevrotici, fanno in modo che questi si comportino come se le cose o le persone ritenute “impossibili”, fossero portatrici di un pericoloso contagio. Quindi, di conseguenza, chi avrà avuto un contatto con quel qualcosa di impossibile (che veniva considerato un tabù), allora diventerà a sua volta tabù e nessuno potrà entrare in contatto con lui.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Psicologia degli insulti.

C’è una cosa che ci accumuna più di ogni alta cosa e che rende l’umanità uguale. L’insulto. Le parolacce e tutte le forme di insulto sono una pratica umana universale, nonostante ci siano delle differenze dovute ai tabù, alla lingua, delle varie culture e società e alla storia. Ma a cosa servono gli insulti?

Freud diceva: “ colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece di una freccia è stato il fondatore della civiltà“.

Insultare significa letteralmente “saltare a dosso” a qualcuno con l’intento di aggredirlo. Diciamo che possiamo parlare di una modalità di aggressione, priva di violenza fisica, e che presume una sorta di autocontrollo. Forme “primordiali” di insulto, ma che hanno una finalità ben precisa possiamo osservarle persino nei bambini, che quando cominciano a pronunciare le prime parole, per insultare qualcuno diranno parole tipo: “Brutto!! Cattivo!! Cacca!!. Come se volessero colpire a distanza l’oggetto, il bimbo o la persona che li ha fatti arrabbiare.

Con lo sviluppo delle abilità cognitive anche l’insulto e le parolacce, subiranno un’evoluzione e saranno sempre più complesse. Ci saranno “aggressioni verbali” con l’uso specifico della disconferma, del disprezzo, della maledizione e l’emarginazione. Fino ad arrivare alla forma forse più sottile e complessa di insulto: il silenzio.

Le forme di insulto secondo i linguisti e gli psicologi possono suddividere in base alla loro finalità: maledire una persona; emarginarla da un gruppo; ridurre l’autostima ad una persona (insulti definitori).

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Una nota psicologa, Valentina D’Urso, sottolinea che le varie forme di insulto possono infierire su diversi aspetti. Ad esempio, sull’intelligenza (imbecille, cretino), sulla forma fisica (nanetto, grassone, stecchino), il carattere (senza palle), le qualità morali (stronzo). In genere lo scopo principale di un’offesa è quella di ridurre l’autostima di un’altra persona, ma spesso e volentieri le offese possono essere autoinflitte (sono un’idiota, non valgo niente, sono inutile..), in tal caso c’è un chiaro tentativo di auto-sabotaggio.

Quando invece si vuole emarginare o allontanare qualcuno da un gruppo si usano insulti che hanno l’effetto di bollare qualcuno come un “diverso”, un “anormale”. In genere questi insulti sono utilizzati da gruppi politici e di tifosi, ad esempio, per discriminare minoranze o semplicemente culture, popoli e persone “straniere”. La cosa molto strana è che questo tipo di insulti affondano le radici nella storia, infatti i Greci chiamarono “barbari” tutti gli stranieri che quando parlavano, alle loro orecchie, sembravano balbettare (bar-bar). La differenza è che se in antichità questo tipo di “etichettamento” aveva un senso (i popoli avevano grandi distanze e differenze), adesso le discriminazioni e le offese raziali sono solo un derivato di una povertà intellettuale abbastanza grave.

Infine le maledizioni rientrano in quel tipo di insulti che sono finalizzati ad augurare a qualcuno una qualche forma di sciagura. Un po’ come nei riti magici, dove viene data alla parola il potere di cambiare la realtà e modificare addirittura il futuro. Le maledizioni generalmente “auspicano” azioni e situazioni che vanno a finire nel futuro (vaffa..).

Si potrebbe dire che gli insulti definitori (quelli sull’autostima e sull’esclusione) si basano e prendono spunto da fatti che hanno a che fare con la realtà: invece le “maledizioni” hanno a che fare con auspici nefasti che possono “augurare” brutte cose.

Le parolacce servono a trasmettere contenuti emotivi, che però non devono per forza essere aggressivi. Infatti nella comicità gli insulti subiscono una trasformazione e diventano una forma di catarsi e di divertimento. Quando l’insulto e la parolaccia sono usati in contesti di comicità e satira, ci fanno ridere perché essenzialmente vanno ad intaccare due meccanismi di base: l’identificazione e il sollievo. Ridiamo perché il comico nel suo pezzo ha potuto dire con parole estreme, bizzarre, paradossali ciò che noi pensiamo e vorremmo dire. Insomma, nel momento in cui guardiamo un comico fare un monologo sulla politica (ad esempio) ci identifichiamo con lui che riesce a mandare a quel paese il politico di turno.

Gli insulti però possono addirittura servire ad accorciare le distanze e a comunicare senso di appartenenza e intimità. Pensiamo ai gruppi di amici o amiche che quando si incontrano per una cena o una partita a calcetto cominciano a “sfottersi”. Queste modalità di insulto, servono per comunicare il concetto che tra gli interlocutori non c’è alcuna aggressività e che si sta solo giocando.

Nel video sotto potete ascoltare una canzone dove i due artisti Napoletani, Federico Salvatore e Clementino (noto rapper), si esibiscono in un divertente pezzo dove possiamo vedere un chiaro esempio dell’uso dell’insulto per fare comicità ed intrattenimento.

Clementino e Federico Salvatore – Vajasse Rap 2.0

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Freud e l’ “Introduzione alla Psicoanalisi”

Tra il 1915 e il 1917 Sigmund Freud tenne una serie di lezioni all’Università di Vienna. A queste lezioni, nel 1932 ne furono aggiunte altre da Freud che introducevano altre interessanti osservazioni cliniche e teoriche, poi raccolte in un unico manuale (con 35 lezioni) intitolato: “Introduzione alla Psicoanalisi”.

Come presentò Freud la Psicoanalisi?

La Psicoanalisi può essere definita in prima istanza, un procedimento per il trattamento medico delle malattie nervose. Si nota subito l’ammissione di Freud per una metodologia complicata in tutte le sue sfaccettature. Prima di un trattamento si è soliti prospettare al paziente le difficoltà del metodo la sua lunga durata, gli sforzi e i sacrifici che costa, ma anche l’improponibilità di una certezza sul risultato, che, difatti, dipende dal comportamento, dalla comprensione e dalla perseveranza del paziente.

Per quanto riguarda l’insegnamento della pratica analitica, nonostante Freud sottolinei l’importanza assoluta delle parole e quindi del colloquio, anche al solo fine didattico, ritiene sia impossibile portare gli studenti ad un confronto diretto con la situazione analitica. Già da qui è possibile constatare l’importanza del legame emotivo che viene stipulato tra l’analista e il paziente, questo non può essere interrotto o corrotto in alcun modo, renderebbe nullo il lavoro e bloccherebbe il paziente.

Residenza di Sigmund Freud – Vienna (immagine personale)

Secondo Freud, il modo migliore per cominciare ad imparare la psicoanalisi è “su sé stessi, mediante lo studio della propria personalità”

La psicoanalisi quindi esula da ogni spiegazione preconcetta di natura anatomica, chimica o fisiologica, essa “deve operare esclusivamente con concetti ausiliari di natura meramente psicologica”.

“Con due delle sue affermazioni la psicoanalisi offende il mondo intero e ne attira l’avversione”, la prima è che i processi psichici sono di per sè inconsci, di tutta la vita psichica i processi consci sono solo una minima parte; la seconda e che i moti pulsionali (sessuali), hanno una grandissima parte nella determinazione delle malattie nervose e mentali. Tali impulsi forniscono un contributo che non va sottovalutato alle più alte creazioni culturali, artistiche e sociali dello spirito umano. L’avversione a tali affermazioni, Freud lo spiega così: la civiltà umana si è formata sotto l’urgenza delle necessità vitali a spese del soddisfacimento delle pulsioni. Quando il singolo entra a far parte della società ripete il sacrificio del soddisfacimento delle pulsioni a favore della società. Tra le forze pulsionali, quelle sessuali hanno un ruolo importante, esse vengono sublimate, distolte dalle loro mete sessuali e rivolte a mete socialmente superiori, non più sessuali. C’è il pericolo che queste pulsioni si rifiutino di essere impiegate in quel modo, la società quindi non ama il fatto che le si rammenti questa instabile componente del suo fondamento.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Nel Film “A Dangerous Method” (link del film) è raccontata una parte della storia della Psicoanalisi (anche se un po’ romanzata). La contrapposizione tra il “maestro” Freud e l'”allievo” Jung. Il film non è completamente aderente alla realtà dei fatti, ma è comunque molto interessante e ci riporta agli esordi dell’applicazione della tecnica Psicoanalitica e alle prime divergenze tra i protagonisti.

I riferimenti riportati nell’articolo si riferiscono alla prima parte di un lavoro fondamentale: “Introduzione alla Psicoanalisi” – Sigmund Freud

C’è una storia dietro ogni persona..

“C’è una storia dietro ogni persona. C’è una ragione per cui loro sono quel che sono. Loro non sono così solo perché lo vogliono. Qualcosa nel passato li ha resi tali e alcune volte è impossibile cambiarli.

Sigmund Freud
Immagine Personale

C’è una parte della Luna che non possiamo vedere. Conosciamo solo uno dei suoi volti. Ma c’è una storia anche dietro l’immagine più lucente che ci dà di sé.

dott. Gennaro Rinaldi

Introversi ed estroversi

Chi è introverso e chi è estroverso? Sono termini che esprimono due aspetti del carattere di una persona totalmente opposti. L’introverso è generalmente descritto come una persona timida, insicura, chiusa, diffidente. Una persona sostanzialmente sola e con poca voglia di relazionarsi agli altri, a tratti addirittura ostile. L’estroverso invece è vista come una persona gentile, socievole, aperta, amabile e molto incline alle relazioni e alle amicizie.

Jung, che fu il primo a parlarne in psicologia, indica nell’estroverso un atteggiamento in cui vi è un volgersi della libido verso l’esterno; di contro nell’introverso vi è un atteggiamento caratterizzato da un “volgersi della libido verso l’interno”, quindi un rapporto abbastanza negativo con l’oggetto esterno (con gli altri).

Freud utilizzò invece il termine introversione per indicare il risultato o la conseguenza della frustrazione che il soggetto prova quando è in contatto con la realtà esterna. Questa intensa frustrazione porta ad un ripiegamento sulle proprie immagini e sui propri fantasmi. L’investimento libidico verso gli oggetti esterni, a causa di queste continue esperienze negative, sarà quindi convogliato sulla vita fantastica “nella quale crea nuove formazioni di desiderio e ravviva tracce di formazioni precedenti, di cui si è perso il ricordo” (Freud, 1912). L’introverso sarà così portato a chiudersi al mondo esterno per aprirsi nuovamente a piste regressive infantili.

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Insomma, questo dualismo è stato sempre molto dibattuto e ha sempre affascinato gli psicologi, ma soprattutto le persone.

“Gli introversi sono particolarmente sensibili alle avversità e tendono a spaventarsi e a preoccuparsi con maggiore frequenza degli estroversi, i quali riescono a stabilire maggiori legami con le altre persone proprio per la loro minore reattività. Se pensiamo che, per un essere umano, le altre persone sono i maggiori dispensatori di “ricompense” e “punizioni”, gli estroversi che sono meno sensibili alle punizioni, sono anche più propensi a cercare la compagnia degli altri di cui notano soprattutto i comportamenti di ricompensa.”

Anna Oliverio Ferraris

Voi come vi definireste introversi o estroversi? E quali sono i vantaggi e gli svantaggi del vostro carattere?

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Desideri

Tutti abbiamo dei desideri.. e con la fine di questo brutto anno e l’inizio del nuovo, i desideri diventeranno tanti. Desiderare non costa nulla e fa bene alla mente.

Facciamo di tutto, lottiamo fino in fondo per far avverare i nostri desideri.

“Tutti abbiamo dei desideri che preferiremmo non svelare ad altre persone e desideri che non ammettiamo nemmeno difronte a noi stessi”

Sigmund Freud
Giardini Reali – Reggia Vanvitelliana di Caserta – (immagine personale)

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi