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Senza Parole: musica e inconscio.

Immagine Personale.

E’ possibile pensare all’inconscio partendo dal discorso musicale?

Da Freud in poi sentiremo parlare di inconscio non intendendolo come in precedenza era stato fatto ad esempio, dagli artisti romantici, dove la parola era usata per indicare l’interiorità oscura, l’inquietudine, la follia o l’irrazionalità.

Senza indagare troppo la questione “prima di Freud”, è con Sigmund stesso che l’inconscio viene pensato non più a partire dai suoi contenuti, ma dalle sue qualità formali, dal suo modo di funzionare, dalle sue formazioni. Ne deriva che la realtà dell’inconscio si manifesta sia nelle “cose da decifrare”, che in quelle che resistono a tale decifrazione; si manifesta soprattutto nelle dimenticanze, nel ricordo di quel che non è esistito, nella coazione a ripetere, nelle cose che non si riescono a pensare e dire, negli atti mancati.

L’inconscio diventa posto vuoto, cesura tra ciò che potrebbe e (forse?) non è; inconscio senza “rappresentazione” in quanto non è un contenuto o una data funzione localizzabile nel cervello, in un luogo stabile e preciso.

Jacques Lacan comincerà a ripensare all’inconscio guardando al linguaggio musicale.

Prima però di Lacan uno dei primi ad affrontare il rapporto “musica e psicoanalisi” fu Theodor Reik; ciò che Reik fece fu comprendere l’analogia tra ascolto musicale e ascolto psicoanalitico.

Reik introdusse infatti l’idea di un ascolto “il terzo orecchio” orientato non al contenuto e significati ma alle forme espressive cui ricorre il paziente durante il racconto. Diventano importanti ritmi, silenzi, prosodia, pause, tono, tutti elementi che ritroviamo nel discorso musicale. L’analista così facendo riesce a cogliere gli “infrasuoni del discorso inconscio” andando ben oltre il mondo apparente fatto di suoni che possono solo apparire consonanti, celando invece dissonanze o accordi non ben armonizzati.

Lacan riprenderà la funzione del suono dello shofar (corno ebraico). Generalmente si tratta di un corno di ariete che viene usato in momenti di raccoglimento, fede, pentimento dove offre un sottofondo sonoro particolarmente adatto a rendere sentimenti di commozione (di tale strumento si parla anche nella Bibbia).

Quando Lacan pensa al suono di tale strumento (soprattutto alla luce di come viene presentato e della funzione che ha nella Bibbia stessa), si chiede se si tratti di un semplice strumento o se, invece, non sia una voce, un sostituto della parola che reclama (in tal caso, obbedienza).

Se immaginiamo una musica, una melodia, percepiamo una sequenza di suoni “diciamo” armonica (il discorso sarebbe molto più ampio specie alla luce di moderni generi musicali non del tutto consonanti); di una melodia riconosco un ordine, una struttura e un codice in sostanza: un discorso.

Un discorso che può dire senza dire, analogamente a quanto un suono musicale può fare presentandosi come significante di qualcosa che non c’è (non in maniera visibile). Anche l’inconscio può presentarsi come costituito da qualcosa che “sta al posto di”.

Il significante prende il sopravvento sul significato e così come in una composizione artistica non mi fermo al suo significato immediato, scavo e scovo nell’inconscio tracce di significazione nascoste, celate tra le mille note raggruppate che creano trilli, acciaccature (in musica piccola nota che vediamo attaccata alla nota principale che suonata prima di, toglie una frazione di durata molto breve alla nota principale), abbellimenti del nostro mondo interno.

(Gli abbellimenti sono – brevemente- in musica note o gruppi di note accessorie, ornamentali, che sono inserite tra le note principali di una melodia per dare maggiore grazia al discorso musicale).

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

Tra psicologia e musica.

Il termine di derivazione greca catarsi (purificazione) era utilizzato nell’antica Grecia in una duplice accezione, in quanto andava sia ad intendere la purificazione rituale, che (secondo una lettura proveniente dal linguaggio medico) l’eliminazione di umori patogeni dal corpo. Aristotele adoperò il termine non solo nell’accezione medica, ma per primo lo utilizzò e trasportò fino a indicare un fenomeno connesso all’arte, che denotava una sorta di rasserenamento e liberazione che l’uomo subiva in conseguenza della visione di un dramma, oppure dell’ascolto di una musica (basti pensare per un attimo, ai brividi che talvolta si provano ascoltando una canzone a noi cara).

La caratteristica essenziale della musica è strettamente connessa al suo forte carattere simbolico. Il simbolo è stato analizzato innanzitutto da Sigmund Freud in seguito al suo interesse per il sogno. Freud evidenziò come i contenuti onirici manifesti (ovvero la scena, ciò che noi vediamo quando sogniamo), non rappresentano ciò che il sognatore realmente sogna, ma sono una riconversione simbolica dei contenuti latenti (ovvero quelli inaccettabili per la coscienza) che proprio tramite il lavoro onirico, vengono trasformati in immagini maggiormente accettabili (ciò proprio grazie al lavoro simbolico). In sostanza, il simbolo diviene qualcosa che sta al posto di, ovvero quell’immagine che noi vediamo che in realtà, nasconde, camuffa, ciò che realmente dovremmo vedere. Ma qual è il legame tra quanto detto, e l’ambito musicale?

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Sarolta Bàn. Arte

Una composizione può o meno essere accompagnata da un testo; possiamo infatti ascoltare brani prettamente musicali (musica classica), o spostandoci in altri generi musicali, ascoltare un determinato testo.

La musica si muove pertanto su due piani strettamente interconnessi: quello del significante e del significato. Il significante (la sonorità), prende il sopravvento sul significato, il che comporta che non diviene importante cosa viene detto, ma come quel qualcosa viene detto, e questo proprio perché si parla di contenuti simbolici a cui ciascun individuo può attribuire una lettura diversa. La musica si presenta pertanto come connotata da un forte carattere simbolico, in cui è l’espressività ad essere centrale e proprio per la presenza di tale espressività, la musica non ha un contenuto immediatamente leggibile, ovvero un significato immediato (che invece potrebbe comportare da parte di tutti gli ascoltatori, provare una ristretta e identica gamma di emozioni).

Per meglio comprendere il discorso fin qui portato avanti, un esempio appare quanto mai d’obbligo. Per evidenziare come un brano musicale (un testo o una melodia), possa rinviare a contenuti diversi in diversi individui, con il Dottor Gennaro Rinaldi, abbiamo pensato di offrire una duplice lettura dello stesso brano. Il brano in questione è “una chiave”, di Caparezza (2017).

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Dott.ssa Giusy Di Maio