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Il silenzio in terapia

“Se vuoi che qualcuno entri nel tuo mondo devi prima entrare nel suo”

Milton Erickson

A volte in terapia ciò che scandisce il tempo della seduta e che risuona sulle pareti della stanza, non è il suono delle parole, ma il ticchettio regolare della lancetta dei secondi o il suono irregolare dei respiri e dei sospiri.

Ci sono momenti della terapia dove il silenzio delle parole del paziente attende risposta nel silenzio rispettoso e accogliente del terapeuta. Perché quel silenzio ha, in quel preciso momento, un significato. Porta con se un messaggio.

Urlo di Munch

La chiave di accesso per poter entrare nel mondo interno degli altri, è prima di tutto l’ascolto e l’ascolto è sempre prima di tutto silenzio e attesa. Ma ciò non vuol dire che il silenzio abbia sempre a che fare con il silenzio. Quindi nella stanza della terapia il silenzio diventa tramite e definisce quel legame. Il terapeuta col suo silenzio, lascia uno spazio, pronto ad accogliere l’altro.

L’assenza delle parole non denota quindi assenza di comunicazione. Anzi, al contrario, l’assenza di parole, definisce un altro piano comunicativo, forse più arcaico, ma decisamente evocativo ed efficace.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Il suono del silenzio.

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Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818. (Immagine Google).

 

In un’epoca in cui sembra che l’unico modo per far valere il proprio pensiero o la propria opinione, sia urlare; in un momento storico in cui sembra che l’unico mezzo per dire “io ci sono”, sia prevaricare sull’altro utilizzando toni sempre più accesi, desidero condividere con voi un aneddoto accaduto durante una lezione universitaria.

Un giorno di un Maggio caldo e afoso, durante una lezione di Teorie e tecniche del colloquio clinico, la docente (già piuttosto abile a mantenere alto l’interesse durante le lezioni), col suo caratteristico tono calmo e lento, rese la lezione ancor più interessante ponendo un quesito dalla risposta tutt’altro che scontata.

“Immaginate che arrivi da voi un paziente, e che questo paziente, nonostante sia venuto di sua spontanea volontà: non parli” . Che fareste?

Fu così che alla quiete e a quella sensazione quasi di ovattato, si sostituì un brusio sempre più forte, che giunse al culmine con gli interventi dei colleghi. Alcuni sostenevano l’importanza di insistere sul perché il paziente di turno non parlasse, giungendo persino a sostenere di dover somministrare dei test per valutare il livello della sua “comprensione verbale”; altre risposte molto gettonate furono “demenza, psicosi, disturbo dello spettro autistico…”. La vastità delle risposte possibili, fu interrotta dall’intervento della professoressa che – con tutta la pacatezza possibile – rispose “non dovete fare nulla”, dovete “imparare ed essere capaci di tollerare la confusione dell’altro”.

Imparare il (e dal) silenzio: il silenzio del suono.

“(…) Forse preferisce restare in silenzio qui con me. Il terapeuta trasmette così non solo l’accettazione del silenzio, ma anche un messaggio che il paziente non è solo durante il silenzio”. Glen Gabbard

Ciò che stava succedendo nell’aula precedentemente citata, era dare per scontato che le persone siano tutte uguali, e che un silenzio non ne differisce da un altro, in quanto semplicemente silenzio. Quanto appena detto, è per forza di cose non corretto; non esistono (infatti)  “le persone”, ma tutto un complesso di vissuti, eventi e substrati psichici che fanno sì che ogni persona sia unica e diversa. Ciò comporta che ciascuno elabori (ad esempio) un evento, sulla base di una complessa rete di processi psichici (per lo più inconsci) che restituiranno di quell’evento una traccia mnestica interpretata dallo specifico soggetto a cui è capitata[1]. “Un periodo di silenzio può essere il contributo più positivo che il paziente può offrire”[2], il terapeuta infatti potrà cogliere questa occasione per spostare la propria attenzione dal contenuto delle comunicazioni e associazioni del paziente (compreso ciò che non viene detto), per dare importanza ai comportamenti del paziente, a come questo entra o esce dalla stanza, alla gestualità o la postura, dettagli che consentono di portare alla luce le fantasie inconsce del paziente.[3]

Un silenzio non è mai completamente “silenzioso”.

Per quanto silenzioso, triste o scontroso, l’essere umano non è mai completamente silenzioso. Una persona parla, dice e racconta… può riempirci di parole quando ha paura di sentirsi vuota o può “sembrare vuota” quando invece si sente talmente piena da non sapere da dove iniziare. Parole confuse, frammentarie o non dette, “ci parlano” analogamente a discorsi veloci, rapidi e snelli.

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Non resta che strizzare ancora l’occhio alla musica, per concludere circa l’importanza del silenzio.

Il compositore d’avanguardia John Cage, ha composto un brano per orchestra “4 minuti e 33 secondi”, proponendo agli ascoltatori 4 minuti di silenzio .  Di seguito un frammento su quanto scrive Cage, a proposito della difficoltà nel comprendere il suo brano, “(…) poiché non erano capaci di ascoltare (…) Si sentiva il vento sibilare fuori dalla finestra, la pioggia tamburellare sul tetto, e il mormorio delle persone sorprese”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

John Cage

 

 

[1] Ciò aiuta a comprendere perché ad esempio persone testimoni di un medesimo evento, ne diano spesso un racconto differente.

[2] Cfr., “Sviluppo affettivo e ambiente, Donald W. Winnicott, Armando Editore, 2000.

[3] Cfr.,Diomira Petrelli, Fantasia inconscia, l’organizzazione mentale precoce secondo Susan Isaacs, Prima edizione, Marzo 2007, Il pensiero scientifico editore.