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Mani Armate

Notizia di stamattina: West Virginia, un uomo inizia a sparare verso un gruppo di persone che partecipavano ad un party. Una donna che partecipava al party ha estratto la sua arma e ha ucciso l’uomo. Il fatto sarebbe successo mercoledì. All’uomo che ha cominciato a sparare a caso verso le persone, era stato vietato di parcheggiare la sua auto nello spazio dove si stava tenendo il party.

Ad inizio settimana invece, ha sconvolto un po’ tutti la notizia dell’ennesima strage in una scuola del Texas. Un diciottenne, Salvador Ramos, ha ucciso 19 bambini e due insegnanti. Poco prima della strage nella scuola di Uvalde, aveva sparato anche alla nonna. Alla fine della vicenda Ramos verrà ucciso dalla polizia e si conteranno altri 17 feriti. La cosa più inquietante è che il ragazzo ha fatto la “cronaca” di tutti i suoi spostamenti e delle sue intenzioni, scrivendole sui suoi social in alcuni post. Sembra inoltre abbia raccontato in maniera più o meno diretta, ciò che stava succedendo ad una ragazza tedesca conosciuta su internet.

Ramos aveva acquistato le sue armi in occasione del suo compleanno.

Ramos era palesemente affetto da qualche psicopatologia, da diverso tempo.

“Quando le aveva detto delle munizioni, ad esempio, che si “espandevano a contatto con le persone”. Lei gli aveva chiesto cosa avesse in mente di fare e lui le aveva risposto: “Aspetta, è una sorpresa”. In un altro di questi messaggi, il killer le aveva scritto di aver “lanciato gatti morti contro alcune case”.” (fonte : Tgcom)

Come è possibile che un ragazzo con gravi ed evidenti problemi psichiatrici abbia accesso al porto d’armi e possa acquistare senza grossi problemi armi di diverso tipo?

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In uno studio del 2016 pubblicato sull’American Journal of Medicine e frutto di un lavoro dell’Università del Nevada e della Harvard School of Public Health viene evidenziato che gli Stati Uniti hanno solo la metà della popolazione delle altre 22 nazioni ad alto reddito, ma contano da soli l’82% dei decessi legati a reati contro la persona. L’omicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 24 anni, e nella stragrande maggioranza dei casi l’arma del delitto è una pistola. I ricercatori concludono che: non c’è grossa differenza nella salute psichica dei vari paesi presi in considerazione rispetto a quella dei cittadini americani ma “non possiamo che segnalare il libero accesso alle armi sia di per sé un fattore sufficiente a spiegare le differenze misurate.”

In Italia, la richiesta del porto d’armi e l’acquisto di un’arma è un processo lungo, che richiede qualche mese. Il medico di famiglia, che deve valutare inizialmente la persona che richiede il porto d’armi, deve rilasciare un certificato di buona salute fisica e psichica. E per arrivare a questo può richiedere anche accertamenti più specifici, affinché si possano escludere patologie fisiche o malattie neurologiche e psichiatriche all’Asl di competenza o ai corpi militari dello stato.

Il problema è che in tutti questi casi la valutazione spesso e volentieri è fatta da Medici con diverse specializzazioni e non da Psicologi o Psichiatri. Infatti i test cognitivi, vengono fatti solo se richiesti, ma non sono obbligatori per avere il porto d’armi.

La variabile psicologica e psicopatologica non è mai fissa e controllabile.

Una persona che pare essere in buona salute (psichica) e senza apparenti problemi ad una prima valutazione anamnestica, può nel giro di poco tempo sviluppare una grave depressione o una psicosi. Infatti un’analisi superficiale può non garantire la diagnosi di un disturbo di Personalità o una particolare fragilità psichica.

Anche fattori ambientali, come lo stress, una delusione affettiva, un lutto, la perdita di un lavoro, una separazione, possono indurre uno scompenso acuto in persone particolarmente fragili.

Inoltre il rischio maggiore per chi detiene armi (paradossalmente) è il suicidio e esiste anche una relazione accertata tra la disponibilità di un’arma da fuoco e il ricorso all’omicidio-suicidio in contesti di stragi familiari, dove la persona con problemi psichici gravi, uccide i membri della famiglia prima di togliersi la vita.

Non è facile identificare una particolare fragilità psichica o un disturbo di Personalità quando siamo in assenza di sintomatologie acute. Per questo è importante che a valutare vi sia la competenza specifica di uno specialista Psicologo o Psichiatra.

Infine, premettendo che sono personalmente molto in disaccordo con l’uso e il possesso di armi da parte della popolazione civile, credo che in presenza di questa possibilità (prevista dallo Stato) dell’uso e del possesso di armi, sia quantomeno necessario e obbligatorio prevedere controlli psicologici, psichiatrici e neuropsicologici, periodici e costanti per tutti i possessori di armi.

“Non lamentiamoci della mancanza di giustizia finché abbiamo armi, e finché siamo liberi di usarle.”

Frank Herbert

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

L’importanza delle amicizie.

Avere delle amicizie, (una buona cerchia di amici) offre un importante sostegno affettivo. Diverse ricerche sostengono che avere rapporti d’amicizia e relazioni sociali stabili e “ampie”, giova alla salute psichica e fisica.

I contatti sociali hanno infatti, a livello evoluzionistico, dato un grandissimo contributo allo sviluppo e all’evoluzione del nostro cervello.

Robin Dumbar (antropologo e psicologo evolutivo), ha ipotizzato l’esistenza del social brain. Lo sviluppo della società umana avrebbe accelerato l’evoluzione del cervello e in base a questa teoria più numeroso è un gruppo maggiore sarà il numero e la quantità di informazioni sugli altri componenti del gruppo che bisognerà elaborare, per poter mantenere buone relazioni reciproche. Secondo Dunbar abbiamo anche un limite a questa capacità di “elaborazione delle amicizie”, e infatti questo limite può permetterci di arrivare ad un massimo di 150 amicizie/conoscenze.

Interessante è il modello che ci propone Dunbar: il modello della formazione concentrica dei rapporti sociali di un individuo.

Secondo questo modello la cerchia delle amicizie più intime è formata da tre/quattro o massimo cinque persone. In questo “cerchio”, sono presenti le persone con cui ci sentiamo più legati emotivamente, con cui condividiamo interessi e valori. Sono quelle persone che ci supportano nei momenti difficili e che incontriamo almeno una volta a settimana.

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Al cerchio successivo appartengono da 12 a 20 persone, con i quali riusciamo a coltivare legami importanti, ma meno forti. Il rapporto con queste persone è meno intenso dal punto di vista emotivo, ma è comunque caratterizzato da forte simpatia ed interesse.

Il terzo cerchio corrisponde al “giro di conoscenze” e comprende dalle 30 alle 50 persone. In questo cerchio il legame con le persone sarà meno forte, ma possono esserci contatti regolari, anche se a distanza di più tempo. Secondo la teoria di Dunbar il terzo cerchio, nelle società tradizionali primitive di cacciatori – raccoglitori, corrispondeva al clan di appartenenza.

Infine esistono altri due cerchi, dove vi saranno altre conoscenze, ma molto meno intense e importanti.

Nella formulazione di queste teorie, Dunbar, ha individuato un elemento ricorrente e cioè che di cerchio in cerchio, l’insieme del numero dei conoscenti si triplica quasi sempre.

I due cerchi più interni sono decisamente quelli più importanti, perché influiscono positivamente sulla persona e sulla propria percezione di benessere psicologico; stress e depressione si riducono, così come i comportamenti pericolosi per se stessi. Gli amici possono migliorare il proprio stato d’animo e la fiducia in se stessi.

Insomma un buon giro di amicizie e la presenza di amicizie più intime, permette una vita sociale più attiva, aumenta il benessere personale e probabilmente le proprie probabilità di vivere più a lungo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Psicologia delle Masse – L’ideologia (III parte) – PODCAST

Continua il nostro affascinante viaggio nel mondo della psiche umana. La nostra prossima tappa parlerà ancora una volta di Psicologia dei gruppi e ci aiuterà a capire un altro aspetto psicologico importante che diciamo funge da legante per i gruppi sociali.

Parleremo dell’ideologia dal punto di vista e dalla prospettiva della psicologia di Otto Kenberg.  

Buon Ascolto..

Psicologia delle Masse – L’Ideologia – podcast
Psicologia delle Masse – L’Ideologia – Spotify

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

La Sindrome di Stoccolma

Siamo a Stoccolma è il 23 agosto del 1973, ore 10:15. Una banca della Sveriges Kreditbanken viene assaltata da un criminale evaso di nome Jan-Erik Olsson (32 anni).

Olsson prende in ostaggio quattro persone e chiede che gli venga consegnato il contenuto delle casseforti della banca. Ne frattempo, sul posto, arrivano le forze dell’ordine. Cominciano le trattative e una lunga attesa snervante. Olsson, si barrica bene nella banca e forte dei suoi ostaggi, riesce a negoziare per il rilascio di un suo vecchio compagno di cella che lo raggiunge nell’edificio della banca.

Passano tante ore (in tutto saranno sei i giorni del sequestro) e cominciano a filtrare informazioni strane e sorprendenti, dall’interno della banca. Alcuni ostaggi pare abbiano dichiarato di avere piena fiducia nei loro sequestratori, non sembrano avere paura di loro e anzi credono che possano addirittura “proteggerli” dalla polizia. Addirittura durante la successiva liberazione gli ostaggi si frappongono tra i due criminali e le forze dell’ordine venute per salvarli.

La cosa ancora più sorprendente avviene durante il processo dei due rapinatori: i loro ex prigionieri si rifiutano di testimoniare contro i loro rapitori e regolarmente vanno a trovarli in carcere.

Film – Rapina a Stoccolma

Cosa è successo durante i sei giorni del sequestro?

La definizione di “Sindrome di Stoccolma” è stata coniata proprio in occasione di questa rapina, dallo psicologo e criminologo Nils Bejerot, che collaborò con la polizia durante le trattative. Il termine fu usato per la prima volta in una trasmissione televisiva, ma divenne veramente “famoso” dopo la vicenda di Patricia Hearst nel 1974.

Il 4 febbraio del 1974 il sedicente Esercito di Liberazione simbionese rapì Patricia Hearst . Due mesi dopo il sequestro, Patricia, nipote del magnate dell’editoria William Randolph Hearst, fu fotografata con un mitra in mano mentre assaltava ua banca insieme con i suoi rapitori. Successivamente, in un video diffuso dalle reti televisive, dichiarò di essere entrata nell’Esercito di liberazione e rinnegò le sue origini capitalistiche. Aveva assunto lo pseudonimo di Tania.

Quando, però, dopo essere stata arrestata per la rapina in banca, durante il processo nel 1975, sostenne di aver subito violenze fisiche, psicologiche e il “lavaggio del cervello”. I giudici non si convinsero e la condannarono a sette anni di carcere. In seguito Patricia fu graziata da Jimmy Carter nel 1979.

Patricia Hearst – immagini web – rapina in banca con rapitori

In questa particolare condizione psicologica l’ostaggio sposa la causa del suo rapitore fino ad arrivare ad identificarsi con lui. Si schiera dalla sua parte e contro tutti quelli che vogliono “liberarlo” da quella condizione (polizia compresa). Tra il rapitore (carnefice) e l’ostaggio si instaura un legame affettivo apparentemente perverso che probabilmente nasce dall’esigenza della mente di recuperare un equilibrio dopo lo shock della cattura.

Alcuni psicologi ne estendono il significato e includono in questa Sindrome tutti i tipi di attaccamento di una vittima con il proprio carnefice, come nei rapporti di dipendenza caratteristici dei casi di violenza domestica o come nelle relazioni che si instaurano nelle sette religiose o nei campi di prigionia.

Come è possibile che una persona minacciata di morte, detenuta contro la propria volontà prenda le parti della persona che minaccia di ucciderla e che l’ha privata della propria libertà?

La fase della cattura rappresenta un trauma emotivo che lascia tracce profonde; è uno stress psicologico estremo che può indurre una sorta di paralisi. L’individuo è pietrificato e incapace di reagire. La sua mente è così sovraccaricata da un flusso di informazioni estremo, che è impossibile per la persona prendere qualsiasi decisione.

La vittima, in un primo momento è incapace sia di capire ciò che sta realmente succedendo, sia di seguire le più naturali regole per la propria sicurezza (come ad esempio restare inermi e immobili senza mettersi al riparo, nonostante ci sia una sparatoria in corso).

In questo momento sono saltati tutti i punti di riferimento psicologici della persona (vittima). In particolare nelle vittime, nei primi momenti vi è una sostanziale perdita del senso di sicurezza e dell’illusione di “immortalità”. La mente della vittima deve riadattarsi ad una situazione potenzialmente “mortale”. L’idea di poter morire da un momento all’altro si palesa come possibilità evidente. Si rompono tutti quegli schemi e quelle routine che rendono la nostra quotidianità prevedibile e quindi potenzialmente sicura. Nelle situazioni traumatiche come quelle descritte in precedenza, la sicurezza è violata, l’autonomia sulle proprie azioni non c’è più, il cervello non può più pianificare e il caos si sostituisce alle certezze.

In queste condizioni di squilibrio e alla ricerca di un nuovo equilibrio la vittima cerca paradossalmente di costruire una relazione “umana” con il proprio rapitore. Questa relazione sarà fondata sulla dipendenza totale, completamente asimmetrica e che sarà in grado di plasmare e modificare il nuovo sistema di valori della vittima.

Arresto di Olsson

La seconda fase del rapimento (il periodo della permanenza col rapitore) sarà invece caratterizzata da un dipendenza estrema. La vittima infatti dipenderà dal suo carnefice per qualunque cosa: mangiare, dormire, andare in bagno, lavarsi. Questa dipendenza estrema comporta una sorta di regressione ad uno stato precoce dell’infanzia (pre-edipico). Una fase dello sviluppo in cui il bambino è ancora completamente dipendente dalla madre, non è ancora distinto da lei. Alcuni psicologi hanno ipotizzato che le vittime trovandosi immerse in uno schema affettivo e relazionale simile a quello della madre con il bambino, adottano i comportamenti che potrebbe avere un bambino nei confronti dei genitori. E per i genitori proveranno: ammirazione, amore ed identificazione.

Inoltre l’ostaggio sarà in seguito considerato, dal rapitore, alla stregua di una merce di scambio. Perché, attraverso l’ostaggio il rapitore può ottenere dei favori o la propria libertà. In questa condizione l’ostaggio, presa coscienza di questa cosa, si sentirà oggetto. Questo porterà al processo di disumanizzazione della vittima. La disumanizzazione è anch’essa parte della genesi della Sindrome di Stoccolma.

Se passa diverso tempo dal momento del rapimento, l’aggressore sarà costretto a cercare un interlocutore e quindi inevitabilmente parlerà e si rivolgerà alla vittima. Questa sarà così restituita, almeno in apparenza, della sua umanità. Il rapitore sarà così percepito come un modello al quale ci si può identificare. L’identificazione risponde al bisogno di un modello in una situazione di vulnerabilità. Quindi, in una situazione di piena regressione l’ostaggio può identificarsi con l’aggressore e questo lo spinge a condividerne posizioni ideologiche e le rivendicazioni.

Infine, l’avvicinamento tra ostaggio e rapitore è dovuta anche al fatto che attraversano insieme una situazione eccezionale che valutano da un punto di vista in qualche modo simile. Sono interessati entrambi alla libertà.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Le motivazioni del “turismo dark”.

Cos’è il turismo dark? E quali sono le sue implicazioni psicologiche?

Per turismo dark si intende quel turismo che ha come meta un luogo di morte e cioè quei luoghi dove sono avvenuti disastri, un genocidio, una battaglia, un evento che ha causato la morte di tantissime persone o musei che raccontano questo tipo di storie (ad esempio: Ground Zero, Aushwitz..). Negli ultimi anni è diventato molto in voga e qualche volta sfocia in derivazioni più macabre (come riportato, ad esempio, nella serie televisiva Netflix “Dark Tourist”).

Le motivazioni che spingono questo tipo di turismo, tutt’altro che minoritario, sono complesse e si differenziano dalle motivazioni che spingono al turismo culturale.

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Secondo Erik Cohen (studioso del fenomeno all’Università di Tel Aviv) questo tipo di fenomeno turistico è molto antico, infatti il viaggiare e visitare i luoghi delle grandi battaglie, esiste sin dal medioevo, anche se non era comune. Invece a partire da dopo la Seconda Guerra Mondiale il fenomeno è diventato più comune e alla portata di una più vasta platea di persone. Le persone infatti cominciarono a viaggiare verso le spiagge della Normandia (dove avvenne lo sbarco degli alleati); cominciarono a destare interesse le trincee della Grande Guerra e i luoghi legati all’Olocausto.

Ma cosa motiva le persone a visitare questi luoghi?

Sempre secondo Cohen, a seguito delle “indagini” fatte sull’argomento, pare che questi visitatori si aspettino un momento di riflessione e di crescita personale. Vogliono approfondire e capire meglio o ricordare eventi importanti che riguardano la propria famiglia o il proprio popolo.

Spesso questo tipo di visitatori si aspettano e chiedono l’autenticità, e quindi possono rimanere delusi e arrabbiati, se trovano nei luoghi visitati oggetti moderni o servizi indispensabili per gestire al meglio il flusso turistico (tipo toilette, servizi di ristorazione, distributori di bevande..).

L’aspetto dell’ “autenticità del luogo” può essere sostituita, secondo Cohen, dall’autenticità dei vissuti, delle storie e delle emozioni. Bisognerebbe quindi dar spazio al racconto delle storie direttamente dai protagonisti, dalle vittime che attraverso la narrazione del proprio vissuto potrebbero ricreare quell’autenticità attraverso la testimonianza e l’esperienza. Dare la possibilità ai visitatori di entrare nella storia dei popoli e del proprio popolo, arricchendo la memoria storica collettiva, essenziale alla crescita consapevole delle nuove generazioni e della società futura.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

I Libri..

” […] Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza , nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Conoscete la leggenda di Ercole e Anteo, il lottatore gigantesco, dalla forza incredibile, finché fosse rimasto coi piedi per terra? Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole sospeso nel vuoto, senza radici, egli perì facilmente[…] “

Ray Bradbury – Fahrenheit 451 –
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I libri hanno la capacità di evocare ricordi ed emozioni solo con la loro presenza fisica. L’odore della carta, della polvere, il suono dei fogli che lasciamo passare tra le nostre dita, il colore della copertina e la regolarità delle righe scritte; ed è proprio in quel contatto che abbraccia tutti i sensi che si percepisce la vera essenza di un libro.

Il brano del libro “Fahrenheit 451” riportato sopra, è stato scritto negli anni cinquanta del novecento, ma pare descrivere una condizione attuale dell’uomo. Le tecnologie hanno tantissimi pregi, enormi pregi, ma stanno condizionando le nuove generazioni all’abbandono di alcune “usanze” e “rituali” culturali quotidiani, che hanno caratterizzato la vita dell’uomo per centinaia di anni. Il cambiamento tecnologico è veloce, quasi in maniera esponenziale raddoppia la sua velocità ogni anno.

Cosa sostituirà quel “limo nero fertile e quella buona pioggia” che alimenta le nostre menti? Il vecchio Faber, nel testo sopra citato, dice che i libri sono temuti perché rivelano i pori sulla faccia della vita. I libri rappresentano le varie sfaccettature dell’umanità, hanno in essi il potere delle storie; messaggi, simboli, significati, insegnamenti, stralci di vita e di esperienze e conoscenze. Le persone di questo tempo sembrano diventare ciò che Faber definisce come “gente comoda” che vuole solo “facce di luna piena”, perfette, senza difetti, inespressive o con espressioni improponibili. I libri servono anche a questo, stimolano il libero pensiero e non lo cristallizzano in stereotipi e apparenze, di bellezza e banalità. I libri stimolano le nostre radici a restare ben salde e vigorose; facciamo in modo che non ci tengano per troppo tempo “sospesi nel vuoto” come è accaduto ad Anteo.

Non possiamo pensare di vivere come fiori e nutrirci solo di “fiori e giochi pirotecnici”, per calarci nella realtà, evolverci e crescere abbiamo bisogno di nutrirci soprattutto di quel limo nero fertile e bagnarci sotto la pioggia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Giustizia Sociale

“Tutto ciò che ha valore nella società umana dipende dalle opportunità di progredire che vengono accordate ad ogni individuo.”

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”

Albert Einstein
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Le opportunità, se offerte allo stesso modo a tutti gli individui, possono generare uguaglianza e giustizia sociale. Se tutti hanno le stesse opportunità, la nostra società sarà destinata a progredire positivamente. Se tutti vengono definiti e giudicati per le loro reali capacità, queste verranno rafforzate e valorizzate.

dott. Gennaro Rinaldi

Credo di credere.. Suscitare un’azione tramite il processo di Persuasione.

Fonte Immagine “Google”.

Ci troviamo a vivere in un periodo storico complesso e pluristratificato. Non si tratta (più) soltanto del riferimento alla pandemia, quanto piuttosto all’essere calati in una società/realtà dai confini sempre più labili. Con l’intento di abolire le differenze se ne creano di converso altre ben più marcate e subdole. Ciò che ci cinge intorno come una cintura sempre più stretta potrebbe essere il derivato di messaggi sempre più confusi/confusivi ai quali si decide di credere anche quando non ne siamo completamente convinti. Spesso tali messaggi vedono l’uso di immagini forti (si pensi alle foto sui pacchetti delle sigarette o alle tac mostrate per rafforzare i messaggi sulla pandemia). Questa è davvero la strategia migliore?

Carl Hovland dell’Università di Yale decise durante la II Guerra Mondiale di studiare la persuasione. Con tale termine si intende quel processo secondo cui, tramite atti di comunicazione, si arriva alla formazione rafforzamento o modifica degli atteggiamenti. Il processo fu studiato andando a “valutare” i soldati utilizzando a tal proposito documentari o filmati didattici. Di ritorno dalla guerra, l’equipe che si era occupata di tale studio continuò le ricerche cominciando a delineare le prime caratteristiche che rendono persuasivo un messaggio, andando a diversificare i fattori connessi alla fonte della comunicazione, al contenuto del messaggio, al canale di comunicazione e all’audience.

McGuire e gli studiosi di Yale elaborarono le fasi del processo di persuasione nel “Paradigma dell’elaborazione dell’informazione” differenziando le seguenti fasi:

  1. esposizione del soggetto al messaggio
  2. attenzione al medesimo
  3. comprensione dei suoi contenuti
  4. accettazione della posizione in esso contenuta
  5. memorizzazione della stessa
  6. azione

Parallelamente a questi studi condotti a Yale, che vedevano il ricevente del messaggio come un soggetto passivo, i ricercatori della State University dell’Ohio (ideatori dell’approccio della risposta cognitiva), consideravano il ricevente del messaggio come una parte attiva del processo di persuasione in quanto fermamente convinti dell’importanza dell’opinione di colui che era sottoposto al messaggio. Ciò che veniva messo in evidenza era la componente secondo cui se un messaggio era chiaro (ma non convincente), diventava così facile controbattere da rendere nullo il potere persuasivo del messaggio. Se di converso gli argomenti risultano convincenti, le opinioni sono più favorevoli e la persuasione più probabile. L’approccio della risposta cognitiva aiuta a capire perchè la persuasione funziona più con alcune situazioni che con altre.

Due sono i modelli sviluppati all’interno di questo approccio: il modello della Probabilità di Elaborazione (EML) di Richard Petty e John Cacioppo e il modello Euristico sistematico di Alice Eagly e Shelly Chaiken. Entrambi i modelli (che considerano l’essere umano un economizzatore di risorse cognitive), prevedono due vie e considerano la motivazione e le abilità cognitive del soggetto come fattori fondamentali. Le differenze tra i modelli, risiedono nel rapporto tra le due vie: nell’ELM sono alternative mentre nel modello euristico sistematico le due modalità di elaborazione non si escludono ma si potenziano reciprocamente in caso di accordo oppure tendono ad attenuare gli effetti del processo persuasivo in caso di discordanza.

Spostiamo l’attenzione sull’ELM poichè è tutt’ora uno dei modelli maggiormente accreditati in merito agli studi sulla persuasione.

La via centrale nell’ELM è un processo di elaborazione sistematica e attenta delle informazioni contenute nel messaggio persuasivo. Questo processo comporta un’attenta valutazione delle informazioni fornite dal messaggio tanto da rapportarle con le informazioni che già sono in possesso, in merito allo specifico argomento. Se le argomentazioni sono forti e convincenti, è probabile che persuadano; di converso se le informazioni risultano (paragonandole con quelle già in possesso) deboli, il messaggio perderà la sua portata persuasiva.

Tuttavia la portata degli argomenti contenuti in un messaggio, non è la sola componente importante; è ciò che accade – ad esempio- se non si è particolarmente motivati oppure se si è distratti e non ci si può concentrare sul messaggio. In tal caso è la via periferica alla persuasione ad essere coinvolta: ci si focalizza sugli aspetti superficiali del messaggio che sono quelli che portano ad una scelta non mediata dalla riflessione. In questo caso ad avere maggior presa sono le affermazioni familiari o facilmente comprensibili. Questa via è quella che viene preferita ad esempio dai pubblicitari. Durante la spesa o una pubblicità, se si vuole portare il consumatore ad acquistare un prodotto tedesco (ad esempio una birra) è molto probabile che il tutto sia accompagnato da una musica tipica tedesca così come una musica francese può invece indurre il “consumatore rilassato” verso l’acquisto di un formaggio francese.

Analogamente esser o meno colpiti da un certo tipo di messaggio piuttosto che un altro (vedi il riferimento precedente alla tac) risiede nel aver maggiormente “attivata” la via centrale o periferica. I due fattori chiave che determinano la scelta dell’una o dell’altra via sono la motivazione(la rilevanza che ha per noi l’argomento del messaggio) e l’abilità cognitiva (si intende sia l’intelligenza del soggetto sia l’assenza di condizioni di disturbo e distrazione).

I ricercatori hanno in definitiva compreso che le due vie portano a cambiamenti diversi. La via centrale conduce a un cambiamento più duraturo rispetto alla via periferica. Quando infatti le persone pensano attentamente ed elaborano mentalmente delle questioni non diviene più importante solo il contenuto del messaggio quanto piuttosto il quantitativo di riflessione a cui le persone devono abbandonarsi. Quando infatti qualcosa ci spinge a pensare profondamente tanto da intaccare anche i nostri atteggiamenti, è più probabile che il cambio di atteggiamento persista tanto da resistere a futuri attacchi volti a scardinarlo .

E voi? siete più tipi “di pancia” o siete maggiormente predisposti all’uso della via centrale?

Finisce bene quel che comincia male.

Dott.ssa Giusy Di Maio.