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Vuoi l’uovo o la gallina?

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Delay Discounting indica la tendenza (messa in atto da chi si trova in procinto di compiere una scelta) nel preferire una ricompensa piccola ma immediata. Tale ricompensa, seppur piccola, è preferita per evitare un’attesa (di cui non se ne conoscono i tempi).

Questa impulsività potrebbe dipendere, in buona parte, dal corredo genetico.

In uno studio dell’Università di Washington, a 602 gemelli è stato chiesto di scegliere fra una somma di denaro (piccola) da ricevere subito oppure una somma più consistente per la quale avrebbero dovuto aspettare.

E’ emerso che il delay discounting è più accentuato negli adolescenti e si attenua con il passare degli anni.

Al di là dell’età, però, ciò che gli scienziati hanno evidenziato è che preferire “l’uovo oggi” sarebbe anche una questione genetica, una sorta di scelta attuata da “geni impulsivi o dell’impulsività”, che potrebbero essere collegati ai recettori del cervello per la serotonina e per gli oppioidi kappa, gli stessi che regolano l’umore, la depressione e la dipendenza.

E… se facessimo una cotoletta?

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

L’importanza delle amicizie.

Avere delle amicizie, (una buona cerchia di amici) offre un importante sostegno affettivo. Diverse ricerche sostengono che avere rapporti d’amicizia e relazioni sociali stabili e “ampie”, giova alla salute psichica e fisica.

I contatti sociali hanno infatti, a livello evoluzionistico, dato un grandissimo contributo allo sviluppo e all’evoluzione del nostro cervello.

Robin Dumbar (antropologo e psicologo evolutivo), ha ipotizzato l’esistenza del social brain. Lo sviluppo della società umana avrebbe accelerato l’evoluzione del cervello e in base a questa teoria più numeroso è un gruppo maggiore sarà il numero e la quantità di informazioni sugli altri componenti del gruppo che bisognerà elaborare, per poter mantenere buone relazioni reciproche. Secondo Dunbar abbiamo anche un limite a questa capacità di “elaborazione delle amicizie”, e infatti questo limite può permetterci di arrivare ad un massimo di 150 amicizie/conoscenze.

Interessante è il modello che ci propone Dunbar: il modello della formazione concentrica dei rapporti sociali di un individuo.

Secondo questo modello la cerchia delle amicizie più intime è formata da tre/quattro o massimo cinque persone. In questo “cerchio”, sono presenti le persone con cui ci sentiamo più legati emotivamente, con cui condividiamo interessi e valori. Sono quelle persone che ci supportano nei momenti difficili e che incontriamo almeno una volta a settimana.

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Al cerchio successivo appartengono da 12 a 20 persone, con i quali riusciamo a coltivare legami importanti, ma meno forti. Il rapporto con queste persone è meno intenso dal punto di vista emotivo, ma è comunque caratterizzato da forte simpatia ed interesse.

Il terzo cerchio corrisponde al “giro di conoscenze” e comprende dalle 30 alle 50 persone. In questo cerchio il legame con le persone sarà meno forte, ma possono esserci contatti regolari, anche se a distanza di più tempo. Secondo la teoria di Dunbar il terzo cerchio, nelle società tradizionali primitive di cacciatori – raccoglitori, corrispondeva al clan di appartenenza.

Infine esistono altri due cerchi, dove vi saranno altre conoscenze, ma molto meno intense e importanti.

Nella formulazione di queste teorie, Dunbar, ha individuato un elemento ricorrente e cioè che di cerchio in cerchio, l’insieme del numero dei conoscenti si triplica quasi sempre.

I due cerchi più interni sono decisamente quelli più importanti, perché influiscono positivamente sulla persona e sulla propria percezione di benessere psicologico; stress e depressione si riducono, così come i comportamenti pericolosi per se stessi. Gli amici possono migliorare il proprio stato d’animo e la fiducia in se stessi.

Insomma un buon giro di amicizie e la presenza di amicizie più intime, permette una vita sociale più attiva, aumenta il benessere personale e probabilmente le proprie probabilità di vivere più a lungo.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

“Tanti auguri a me”: J. Lord.

Qualche tempo fa avevo anticipato che a breve – in un tempo non meglio definito- avrei presentato al lettore J. Lord.

Il motivo che mi spinge ad indagare, con voi, il vissuto e ciò che circonda il ragazzo, sarà ben chiaro man mano che (sempre a discrezione del lettore), si procederà nella lettura.

Sangue Africano cuore Napoletano: chi è J. Lord?

La biografia di Lord Johnson è caotica e confusa, quasi a voler mettere subito in chiaro una cosa “sono una seconda generazione, figlio di neri che cresce in una terra non sua. Avete presente la ferita narcisistica a cui sono esposto?”.

Vero è che le parole appena citate non sono un virgolettato diretto dell’artista ma a ben vedere, il suo vissuto così si palesa all’ascoltatore: confuso.

Il ragazzo -nemmeno diciottenne- è di origini Ghanesi ma cresce a Casoria (in seguito all’adozione da parte di una coppia. Anna il nome della madre adottiva, spesso citata anche nei brani). Il legame con la famiglia di origine non è ben chiaro, lui stesso dirà nell’intervista di aver vissuto la strana condizione di stare con il padre biologico nel mentre era stato allontanato da casa sua (a Casoria) poichè il padre adottivo stava morendo.

Figlio, d’improvviso, di un padre non del tutto tuo mentre tuo padre (seppur adottivo), sta morendo.

Ancora una volta, la confusione la fa da padrone.

Proviamo a fare il centro della questione.

Il ragazzo comincia a scrivere musica a 13 anni mentre tra i banchi di scuola, sentita la noia, insieme al suo amico compone rime “così”.. senza senso.. per puro piacere (quasi a rimarcare il concetto tanto caro a Lacan, di jouissance/godimento) e anche se provoca fastidio alla classe continua a rappare.

J Lord identifica (a domanda dell’intervistatore fatta) la libertà nella famiglia “l’unica cosa che mi dispiace è non saper parlare la mia lingua (riferito al Ghanese)” un chiaro messaggio, una cesura forte sentita; un taglio netto con le proprie origini pur dicendo “ho sempre portato dentro di me un pezzo del Ghana: me stesso”.

J Lord riempie lo spazio in maniera sincera e diretta. Non si atteggia a grande uomo né porge uno sguardo aggressivo; sembra più grande..( nonostante dall’eloquio si percepisca talvolta la giovane età) ma appare molto centrato rispetto a ciò che lui accade.

J Lord riconosce l’importanza dello studio; ha conosciuto la micro-criminalità, ha visto un amico in ospedale sopravvivere per miracolo e nei suoi occhi ha letto “vi prego aiutatemi”.

Il ragazzo ha compreso il territorio da cui proviene e a 16 anni scrive e urla, rappando “svegliati, studia.. fa qualcosa di importante per la tua vita invece di perdere tempo in mezzo alla strada senza fare niente”.

“Non vorrei avere una 38 ma una penna; le parole possono fare più male di una pistola”.

A 16 anni J Lord ha capito di dover contare solo su se stesso, rendendosi conto che solo lui può essere parte attiva della propria vita; una vita che non può essere abbandonata e non può essere preda del caos identitario che talvolta vive.

L’accezione “seconda generazione”, nella sua sterilità, indica come “la qualità dell’essere immigrato, permanga attraverso le generazioni, e venga mantenuta attraverso la discendenza, anche quando si tratta a tutti gli effetti di bambini nati nel paese di accoglienza”1.

Un ragazzo figlio di immigrati, che cresce lontano dalla terra di origine, cresce allontanato dal sistema simbolico che dovrebbe indicargli “lui chi è”. I genitori infatti, quando si trovano inseriti nel proprio ambiente di origine riescono a rispondere alla domanda del bambino “io chi sono”; ma quando tutto il sistema famiglia è tirato via dal proprio humus vitale, la situazione si modifica.

Finché la madre resta nel proprio sistema culturale può, infatti, svolgere la propria funzione di portaparola (Cfr., V. De Micco, Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori, p, 37); funzione resa invece complessa allorché la stessa madre si sente lontana e straniera a se stessa, quando ella si sente spogliata del proprio sistema simbolico, e sente di “non poter affiliare il proprio stesso bambino al suo lignaggio ovvero sia alla catena delle proprie appartenenze simboliche, di assegnarlo al posto di proprio discendente” 1 . Ne deriva quindi che il mondo perde la propria “ovvietà”, diventando oscuro e sconosciuto; un mondo dove anche la più semplice delle azioni quotidiane, risulta enigmatica e dove il “colore della pelle rende questi bambini contemporaneamente più nudi e più opachi degli altri, insieme sovraesposti e invisibili”2. Per il bambino è difatti “impensabile che il suo genitore, supporto nella sua prima infanzia dei suoi ideali, dei suoi investimenti, delle sue proiezioni, sia alle prese con dei conflitti intrapsichici”3, conflitti che se non adeguatamente supportati, creeranno una “falla transgenerazionale”, che terminerà nel non riconoscimento da parte dei genitori dei propri figli, che diventeranno estranei ai loro occhi, figli “né di questo, né dell’altro paese” (J. Lord racconta ad esempio di quando il padre biologico non voleva che il figlio ritornasse in Italia. In sostanza Lord non era riconosciuto dal proprio paese di origine ma, nemmeno dal paese di adozione).

Non a caso J Lord dice una frase bellissima “devo lasciare qualcosa con ciò che scrivo, altrimenti non ce la faccio” quasi a voler rimarcare quell’ Io ci sono, un Io che trova difficoltà nel far attecchire le proprie radici.

Il ragazzo parla per sé ma parla per tutta la sua famiglia una crew.. una squadra immensa che vede tutti i suoi fans “Voglio lasciare qualcosa per esserci ed essere qualcuno”.

Il ragazzo ha tanto da dire e lo fa usando un linguaggio nato per essere “sporchi e cattivi”, il rap.

Rime, slang, flow.. J Lord riporta in Italia qualcosa che mancava da un bel po’, uno stile tutto americano, il classico hip hop con influenze R&B il tutto servito su un flow che sa di rap old school, ma il ragazzo di Old non ha proprio niente.

Erre moscia e occhi con la cazzimma; Pelle scura, ritmo deciso che affonda il prorio beat, il battito in una lingua che di per sé è sonora e accattivante, la lingua napoletana.

La strada Lord la conosce, la vive, la canta e la rappresenta.

Sangue Africano, cuore Napoletano e beat Americano: Tanti auguri guagliò, “la strada è giusta, non è più quella sbagliata”.

Ci vediamo in giro, fratè!.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

1 Cfr., V. De Micco, Dal Trauma alla Memoria. Il ‘gruppo interno ’ tra origine e appartenenza in bambini migranti, in “Funzione gamma. Tecniche di ricerca e psicologia di gruppo”, rivista telematica scientifica dell’Università “La Sapienza” Roma, numero monografico su “Gruppo e migrazioni”, marzo

2011, http://www.funzionegamma.edu

2 Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 42, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

3 Micheline Enriquez, “Delirio in eredità”, p. 115, in Trasmissione della vita psichica tra generazioni. Trad. it. Borla, Roma, 1995

1 Virginia De Micco, “Trapiantare/tramandare. Legami e identificazioni nei transiti migratori”, p. 32, in numero monografico della rivista “Interazioni”, n. 1-2014/39 a cura di Virginia De Micco e

Ludovica Grassi su “Soggetti in transito. Etnopsicoanalisi e migrazioni”, Ed. Franco Angeli

Senza Strade.

“Il mare è senza strade, il mare è senza spiegazioni”.

Alessandro Baricco

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Le immagini -tutte personali- sono state scattate tra Procida, Ischia (Casamicciola e Panza), Minori, Napoli.

Con i suoi labili confini il mare accoglie: sempre.

https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2021/07/03/migranti-salgono-a-11-gli-sbarchi-a-lampedusa_9fb64fa0-b552-4439-a2f8-009c47184b8b.html

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio

I Libri..

” […] Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza , nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza concludere il ciclo del ritorno alla realtà. Conoscete la leggenda di Ercole e Anteo, il lottatore gigantesco, dalla forza incredibile, finché fosse rimasto coi piedi per terra? Ma quando Anteo fu tenuto da Ercole sospeso nel vuoto, senza radici, egli perì facilmente[…] “

Ray Bradbury – Fahrenheit 451 –
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I libri hanno la capacità di evocare ricordi ed emozioni solo con la loro presenza fisica. L’odore della carta, della polvere, il suono dei fogli che lasciamo passare tra le nostre dita, il colore della copertina e la regolarità delle righe scritte; ed è proprio in quel contatto che abbraccia tutti i sensi che si percepisce la vera essenza di un libro.

Il brano del libro “Fahrenheit 451” riportato sopra, è stato scritto negli anni cinquanta del novecento, ma pare descrivere una condizione attuale dell’uomo. Le tecnologie hanno tantissimi pregi, enormi pregi, ma stanno condizionando le nuove generazioni all’abbandono di alcune “usanze” e “rituali” culturali quotidiani, che hanno caratterizzato la vita dell’uomo per centinaia di anni. Il cambiamento tecnologico è veloce, quasi in maniera esponenziale raddoppia la sua velocità ogni anno.

Cosa sostituirà quel “limo nero fertile e quella buona pioggia” che alimenta le nostre menti? Il vecchio Faber, nel testo sopra citato, dice che i libri sono temuti perché rivelano i pori sulla faccia della vita. I libri rappresentano le varie sfaccettature dell’umanità, hanno in essi il potere delle storie; messaggi, simboli, significati, insegnamenti, stralci di vita e di esperienze e conoscenze. Le persone di questo tempo sembrano diventare ciò che Faber definisce come “gente comoda” che vuole solo “facce di luna piena”, perfette, senza difetti, inespressive o con espressioni improponibili. I libri servono anche a questo, stimolano il libero pensiero e non lo cristallizzano in stereotipi e apparenze, di bellezza e banalità. I libri stimolano le nostre radici a restare ben salde e vigorose; facciamo in modo che non ci tengano per troppo tempo “sospesi nel vuoto” come è accaduto ad Anteo.

Non possiamo pensare di vivere come fiori e nutrirci solo di “fiori e giochi pirotecnici”, per calarci nella realtà, evolverci e crescere abbiamo bisogno di nutrirci soprattutto di quel limo nero fertile e bagnarci sotto la pioggia.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Totem e Tabù

In una delle sue opere più emblematiche “Totem e Tabù”, Sigmund Freud, ci offre un’ analisi e un confronto molto interessante tra l’origine delle proibizioni (Tabù) nella civiltà umana e lo studio dell’origine delle Psicopatologie, in particolare le nevrosi.

Vi riporto alcuni estratti molto interessanti:

“La coincidenza prima e più evidente tra i divieti ossessivi (negli individui con nevrosi) e i tabù consiste nel fatto che questi divieti sono ugualmente immotivati e misteriosi per quanto riguarda la propria origine. Sono subentrati un qualche momento e ora, a causa di una paura irresistibile, debbono essere mantenuti. […] ogni trasgressione provocherebbe insopportabili sventure. ”

Sigmund Freud – Totem e Tabù

“La proibizione principale ed essenziale della nevrosi, come anche del tabù, è quella del contatto, da cui il nome: fobia del contatto. La proibizione si estende non solo al contatto diretto col corpo, ma abbraccia tutto l’ambito racchiuso nell’espressione figurata – entrare in contatto – . Tutto ciò che indirizza i pensieri verso il proibito, che provoca un contatto mentale, è proibito nella stessa misura in cui è vietato il diretto contatto fisico. Questa medesima estensione compare anche nel Tabù.”

Sigmund Freud – Totem e Tabù
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Le ossessioni nei disturbi ossessivo compulsivi sono incredibilmente “dislocabili”. Tutto ciò che può essere interpretato come “potenzialmente pericoloso” sarà qualcosa di impossibile. “Alla fine l’impossibilità sequestra tutto quanto il mondo” (Freud). Le ossessioni, nei nevrotici, fanno in modo che questi si comportino come se le cose o le persone ritenute “impossibili”, fossero portatrici di un pericoloso contagio. Quindi, di conseguenza, chi avrà avuto un contatto con quel qualcosa di impossibile (che veniva considerato un tabù), allora diventerà a sua volta tabù e nessuno potrà entrare in contatto con lui.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

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Giustizia Sociale

“Tutto ciò che ha valore nella società umana dipende dalle opportunità di progredire che vengono accordate ad ogni individuo.”

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”

Albert Einstein
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Le opportunità, se offerte allo stesso modo a tutti gli individui, possono generare uguaglianza e giustizia sociale. Se tutti hanno le stesse opportunità, la nostra società sarà destinata a progredire positivamente. Se tutti vengono definiti e giudicati per le loro reali capacità, queste verranno rafforzate e valorizzate.

dott. Gennaro Rinaldi

Psicologia Ingenua.

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Gli eventi sociali che osserviamo quotidianamente e in cui siamo calati, assumono senso ai nostri occhi poichè filtrati da tutto un apparato di attribuzioni di intenzionalità che forma la trama delle nostre relazioni sociali.

Questi sistemi di interpretazione degli esseri umani sono indicati con l’espressione folk psychology.

Buona Lettura.

Il termine folk psychology può essere tradotto con psicologia popolare o ingenua e si riferisce – come Cornoldi, 1995, ricorda- alla comprensione ingenua che la gente ha dei propri stati mentali.

Secondo Goldman per conoscere questi contenuti mentali ai quali gli individui non hanno accesso diretto, è necessaria una scienza cognitiva che sappia indagare tali contenuti. Goldman stesso ritiene che i parlanti maturi abbiano bisogno di una serie di termini mentalistici (volere, potere, felice, annoiato, ..) che debbano essere utilizzati per formulare frasi o espressioni mentalistiche più complesse.

Numerosi studi sono stati condotti nell’ambito della psicologia sociale, indagando il giudizio sociale ovvero come le persone cercano spiegazioni per il loro o altrui comportamento.

Il primo ad indagare ciò è stato Heider, fermo sostenitore del fatto che compito della psicologia del senso comune era comprendere il modo in cui le persone interpretano gli avvenimenti del loro mondo sociale. Le persone agiscono infatti seguendo le logiche di una epistemologia ingenua, i cui assiomi possono essere compresi o evidenziati attraverso l’analisi del linguaggio che le persone stesse (che stanno spiegando le proprie esperienze), mettono in atto.

Nella vita quotidiana facciamo continuamente inferenze o previsioni circa il comportamento dell’altro; ne analizziamo gli scopi, le credenze. Le previsioni che facciamo circa il modo di comportarsi degli altri spesso hanno successo e consentono- di solito- una buona coordinazione tra le persone (pertanto una buona gestione sociale).

La psicologia del senso comune assume che la condotta sia regolata da un sistema gerarchico di scopi e credenze nonché da meccanismi di regolazione dei conflitti tra gli scopi. Le persone quindi agiscono in vista dei loro scopi e giudizi e se insorgono incompatibilità tra scopi, attuano un bilancio che poi porta ad una scelta.

Tutto cambia quando subentra la psicopatologia che – invece- sfida gli assunti del senso comune.

Tale sfida è quasi quotidianamente sotto gli occhi di tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.