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Giustizia Sociale

“Tutto ciò che ha valore nella società umana dipende dalle opportunità di progredire che vengono accordate ad ogni individuo.”

“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.”

Albert Einstein
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Le opportunità, se offerte allo stesso modo a tutti gli individui, possono generare uguaglianza e giustizia sociale. Se tutti hanno le stesse opportunità, la nostra società sarà destinata a progredire positivamente. Se tutti vengono definiti e giudicati per le loro reali capacità, queste verranno rafforzate e valorizzate.

dott. Gennaro Rinaldi

Psicologia Ingenua.

Fonte Immagine Google.

Gli eventi sociali che osserviamo quotidianamente e in cui siamo calati, assumono senso ai nostri occhi poichè filtrati da tutto un apparato di attribuzioni di intenzionalità che forma la trama delle nostre relazioni sociali.

Questi sistemi di interpretazione degli esseri umani sono indicati con l’espressione folk psychology.

Buona Lettura.

Il termine folk psychology può essere tradotto con psicologia popolare o ingenua e si riferisce – come Cornoldi, 1995, ricorda- alla comprensione ingenua che la gente ha dei propri stati mentali.

Secondo Goldman per conoscere questi contenuti mentali ai quali gli individui non hanno accesso diretto, è necessaria una scienza cognitiva che sappia indagare tali contenuti. Goldman stesso ritiene che i parlanti maturi abbiano bisogno di una serie di termini mentalistici (volere, potere, felice, annoiato, ..) che debbano essere utilizzati per formulare frasi o espressioni mentalistiche più complesse.

Numerosi studi sono stati condotti nell’ambito della psicologia sociale, indagando il giudizio sociale ovvero come le persone cercano spiegazioni per il loro o altrui comportamento.

Il primo ad indagare ciò è stato Heider, fermo sostenitore del fatto che compito della psicologia del senso comune era comprendere il modo in cui le persone interpretano gli avvenimenti del loro mondo sociale. Le persone agiscono infatti seguendo le logiche di una epistemologia ingenua, i cui assiomi possono essere compresi o evidenziati attraverso l’analisi del linguaggio che le persone stesse (che stanno spiegando le proprie esperienze), mettono in atto.

Nella vita quotidiana facciamo continuamente inferenze o previsioni circa il comportamento dell’altro; ne analizziamo gli scopi, le credenze. Le previsioni che facciamo circa il modo di comportarsi degli altri spesso hanno successo e consentono- di solito- una buona coordinazione tra le persone (pertanto una buona gestione sociale).

La psicologia del senso comune assume che la condotta sia regolata da un sistema gerarchico di scopi e credenze nonché da meccanismi di regolazione dei conflitti tra gli scopi. Le persone quindi agiscono in vista dei loro scopi e giudizi e se insorgono incompatibilità tra scopi, attuano un bilancio che poi porta ad una scelta.

Tutto cambia quando subentra la psicopatologia che – invece- sfida gli assunti del senso comune.

Tale sfida è quasi quotidianamente sotto gli occhi di tutti.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Sulla Giornata Mondiale dei Diritti Umani

Oggi è la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. La data del 10 dicembre è stata scelta perché corrisponde alla data di proclamazione da parte dell’assemblea della Nazioni Unite della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani il 10 dicembre 1949.

“Io appartengo all’ unica razza che conosco, quella umana.”

Albert Einstein

“Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”

Primo Levi

La questione dei diritti umani nasce dal desiderio della maggior parte delle popolazioni del mondo di rimarginare uno squarcio, una ferita profonda che emergeva chiaramente dalle macerie della seconda guerra mondiale, ma che affondava le sue radici nei secoli precedenti. Nasce probabilmente dal senso di colpa per quella forbice troppo ampia di differenze nei diritti e nelle possibilità date alla gente e ai popoli.

Quante cose sono cambiate da quel giorno? Quanto si è fatto e quanto si potrebbe ancora fare?

Perché la memoria non riesce a dar vita ad un cambiamento più radicale e concreto? Perché non riusciamo a comprendere l’umano, simile a noi? Cosa bisogna fare ancora per valorizzare le differenze e assicurare la vera parità dei diritti?

Credo che il cambiamento debba partire da tutti noi. Nel nostro piccolo possiamo arricchirci delle differenze ed equilibrare le possibilità e i diritti di tutti; rispettando l’altro, il suo spazio, il suo pensiero la sua cultura; rispettando noi stessi anche attraverso la valorizzazione dei nostri impegni, del nostro lavoro, del nostro essere nel mondo con gli altri; rispettando l’ambiente, in quanto natura, e gli spazi comuni di incontro e di vita. Credo che la co-costruzione di una cultura collettiva e personale votata al rispetto dei diritti e dei doveri altrui sia la base essenziale del miglioramento dei diritti dell’intera umanità.

“Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi

Comportamento antisociale secondo la teoria degli ambiti.

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Oggi riprendiamo la teoria degli ambiti, (teoria che abbiamo incominciato a conoscere con il pensiero di Kohlberg) per provare a comprendere le spiegazioni che questi teorici hanno fornito in merito al comportamento antisociale.

Buon viaggio e buona lettura.

Secondo la teoria degli ambiti, le norme morali possiedono una prescrittività intrinseca e il soggetto è indotto a rispettarle non per paura della punizione o dell’autorità, ma perchè pervaso da un sentimento di dovere a vivere in conformità con esse.

Le norme convenzionali sono invece istituite dalle società in funzione dei propri costumi e delle proprie leggi; sono spesso viste come qualcosa di arbitrario e contingente a uno specifico sistema di regole. Ne deriva che la trasgressione delle norme morali o convenzionali segue percorsi motivazionali diversi.

Uno degli studi in merito, condotto da Nucci e Herman (1982), comparò bambini appartenenti a un gruppo di controllo e bambini segnalati per disturbi comportamentali. Lo scopo dello studio era rilevare (se esistenti) le differenze nel modo di giudicare le trasgressioni morali e convenzionali.

Dallo studio emerse che sebbene tutti i bambini considerassero le trasgressioni morali più gravi rispetto a quelle convenzionali, la differenza era nel tipo di giustificazione che questi fornivano al comportamento aggressivo.

I bambini definiti “disturbati” tendevano a giustificare il loro comportamento ricorrendo alle spiegazioni di ambito convenzionale, secondo cui non si picchia un altro bambino solo perchè c’è una norma che lo dice e non perchè non si fa soffrire un altro essere umano. I bambini con disturbi della condotta tendevano a considerare più ammissibili le trasgressioni morali quando vi era la mancanza di divieti espliciti; sembravano inoltre più attenti alla violazione di regole convenzionali poichè portano ad una sanzione diretta.

Questi bambini, inoltre, mostravano difficoltà a identificare i confini della propria sfera personale e della propria aria di responsabilità. I bambini aggressivi si concentravano infatti sull’immoralità delle provocazioni subite e consideravano la ritorsione attuata ai danni della loro vittima come giusta, in quanto concentrati sulla prospettiva dell’aggressore piuttosto che su quella della vittima.

Uno dei criteri distintivi delle violazioni morali riguarda la valutazione del danno provocato alla vittima. Uno studio molto interessante fu condotto nel 2005 da Leenders e Brugman. In questo studio fu chiesto a dei giovani delinquenti di valutare le conseguenze negative di alcuni comportamenti antisociali; ciò di interessante che emerse, fu che questi giovani davano giudizi che non differivano dal gruppo di controllo. In sostanza, anche i delinquenti tendevano a giudicare rigidamente e in maniera molto severa comportamenti negativi messi in atto da altre persone. Ciò cambiava se si chiedeva loro di giudicare un comportamento messo in atto da essi stessi, la spiegazione data, in tal caso, era “Non ho fatto nulla di male, non avrei fatto male a nessuno”, giustificazione data specie se la vittima non aveva subito danno fisici.

A tal proposito, Bandura fornisce nell’ambito della teoria cognitiva, un altro interessante spunto che fa capo al “moral agency”. Secondo l’autore la condotta trasgressiva è regolata da due tipi di sanzioni: sociali e internalizzate.

Gli individui prima di mettere in atto un comportamento trasgressivo, anticipano mentalmente la conseguenza della loro azione. Se le sanzioni sociali espongono l’individuo a una punizione o censura da parte della società, quelle interne sottopongono l’individuo ad autocondanna diminuendo il senso di autostima e autorispetto.

La capacità di agire (moral agency) è resa pertanto possibile da meccanismi di autoregolazione grazie ai quali le persone vivono in accordo con i propri principi morali.

Ciò che Bandura inoltre pone in evidenza è che “Non c’è punizione più grande dell’autocondanna” Bandura, 1991.

Ciò che emerge (e ciò che ho potuto talvolta constatare) è proprio che fino a che anche in ambito educativo, non si farà leva sull’importanza (non solo, ovviamente) non tanto della norma in sè, ma del motivo della norma, spostando il focus e l’attenzione dei bambini – già molto precocemente- sul proprio mondo interno, sulle proprie sensazioni ed emozioni, la strada sarà ancora lunga.

Ho sempre immaginato una pedagogia che non fosse del “no”, quanto del “no, ma” oppure “si, ma”.

In questo “ma” si gioca la differenza. Differenza che pone l’attenzione sull’altro e attraverso l’altro su di me; Differenza che pone me al centro attraverso di te e te attraverso di me. Sento come tu ti potrai sentire che percepisco io come mi potrò sentire: da qui la possibilità e la capacità di poter essere “noi”.

Se tuttavia, non apprendiamo fin da subito a sintonizzarci con il nostro mondo interiore, non possiamo aspettarci che da adulti, questa capacità compaia d’improvviso e da sola, cercando giustificazioni – per i nostri errori- in terze parti.

“Finisce bene quel che comincia male”

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Folle, a chi?

Immagine Personale :” La sanità è la vera via d’uscita?”.

Ci sono alcuni clinici, analisti, terapeuti o psichiatri che “incontrati” nel percorso di studio (quello che va ben oltre le aule universitarie), ti restano dentro e maturano con te, accompagnandoti in quello che sarà il tuo percorso di definizione professionale e umana. Basaglia è stato questo; una delle lime che sta definendo negli anni i contorni di quella che è – e sarà- la “me, professionista”.

“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.”

Franco Basaglia.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Credo di credere.. Suscitare un’azione tramite il processo di Persuasione.

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Ci troviamo a vivere in un periodo storico complesso e pluristratificato. Non si tratta (più) soltanto del riferimento alla pandemia, quanto piuttosto all’essere calati in una società/realtà dai confini sempre più labili. Con l’intento di abolire le differenze se ne creano di converso altre ben più marcate e subdole. Ciò che ci cinge intorno come una cintura sempre più stretta potrebbe essere il derivato di messaggi sempre più confusi/confusivi ai quali si decide di credere anche quando non ne siamo completamente convinti. Spesso tali messaggi vedono l’uso di immagini forti (si pensi alle foto sui pacchetti delle sigarette o alle tac mostrate per rafforzare i messaggi sulla pandemia). Questa è davvero la strategia migliore?

Carl Hovland dell’Università di Yale decise durante la II Guerra Mondiale di studiare la persuasione. Con tale termine si intende quel processo secondo cui, tramite atti di comunicazione, si arriva alla formazione rafforzamento o modifica degli atteggiamenti. Il processo fu studiato andando a “valutare” i soldati utilizzando a tal proposito documentari o filmati didattici. Di ritorno dalla guerra, l’equipe che si era occupata di tale studio continuò le ricerche cominciando a delineare le prime caratteristiche che rendono persuasivo un messaggio, andando a diversificare i fattori connessi alla fonte della comunicazione, al contenuto del messaggio, al canale di comunicazione e all’audience.

McGuire e gli studiosi di Yale elaborarono le fasi del processo di persuasione nel “Paradigma dell’elaborazione dell’informazione” differenziando le seguenti fasi:

  1. esposizione del soggetto al messaggio
  2. attenzione al medesimo
  3. comprensione dei suoi contenuti
  4. accettazione della posizione in esso contenuta
  5. memorizzazione della stessa
  6. azione

Parallelamente a questi studi condotti a Yale, che vedevano il ricevente del messaggio come un soggetto passivo, i ricercatori della State University dell’Ohio (ideatori dell’approccio della risposta cognitiva), consideravano il ricevente del messaggio come una parte attiva del processo di persuasione in quanto fermamente convinti dell’importanza dell’opinione di colui che era sottoposto al messaggio. Ciò che veniva messo in evidenza era la componente secondo cui se un messaggio era chiaro (ma non convincente), diventava così facile controbattere da rendere nullo il potere persuasivo del messaggio. Se di converso gli argomenti risultano convincenti, le opinioni sono più favorevoli e la persuasione più probabile. L’approccio della risposta cognitiva aiuta a capire perchè la persuasione funziona più con alcune situazioni che con altre.

Due sono i modelli sviluppati all’interno di questo approccio: il modello della Probabilità di Elaborazione (EML) di Richard Petty e John Cacioppo e il modello Euristico sistematico di Alice Eagly e Shelly Chaiken. Entrambi i modelli (che considerano l’essere umano un economizzatore di risorse cognitive), prevedono due vie e considerano la motivazione e le abilità cognitive del soggetto come fattori fondamentali. Le differenze tra i modelli, risiedono nel rapporto tra le due vie: nell’ELM sono alternative mentre nel modello euristico sistematico le due modalità di elaborazione non si escludono ma si potenziano reciprocamente in caso di accordo oppure tendono ad attenuare gli effetti del processo persuasivo in caso di discordanza.

Spostiamo l’attenzione sull’ELM poichè è tutt’ora uno dei modelli maggiormente accreditati in merito agli studi sulla persuasione.

La via centrale nell’ELM è un processo di elaborazione sistematica e attenta delle informazioni contenute nel messaggio persuasivo. Questo processo comporta un’attenta valutazione delle informazioni fornite dal messaggio tanto da rapportarle con le informazioni che già sono in possesso, in merito allo specifico argomento. Se le argomentazioni sono forti e convincenti, è probabile che persuadano; di converso se le informazioni risultano (paragonandole con quelle già in possesso) deboli, il messaggio perderà la sua portata persuasiva.

Tuttavia la portata degli argomenti contenuti in un messaggio, non è la sola componente importante; è ciò che accade – ad esempio- se non si è particolarmente motivati oppure se si è distratti e non ci si può concentrare sul messaggio. In tal caso è la via periferica alla persuasione ad essere coinvolta: ci si focalizza sugli aspetti superficiali del messaggio che sono quelli che portano ad una scelta non mediata dalla riflessione. In questo caso ad avere maggior presa sono le affermazioni familiari o facilmente comprensibili. Questa via è quella che viene preferita ad esempio dai pubblicitari. Durante la spesa o una pubblicità, se si vuole portare il consumatore ad acquistare un prodotto tedesco (ad esempio una birra) è molto probabile che il tutto sia accompagnato da una musica tipica tedesca così come una musica francese può invece indurre il “consumatore rilassato” verso l’acquisto di un formaggio francese.

Analogamente esser o meno colpiti da un certo tipo di messaggio piuttosto che un altro (vedi il riferimento precedente alla tac) risiede nel aver maggiormente “attivata” la via centrale o periferica. I due fattori chiave che determinano la scelta dell’una o dell’altra via sono la motivazione(la rilevanza che ha per noi l’argomento del messaggio) e l’abilità cognitiva (si intende sia l’intelligenza del soggetto sia l’assenza di condizioni di disturbo e distrazione).

I ricercatori hanno in definitiva compreso che le due vie portano a cambiamenti diversi. La via centrale conduce a un cambiamento più duraturo rispetto alla via periferica. Quando infatti le persone pensano attentamente ed elaborano mentalmente delle questioni non diviene più importante solo il contenuto del messaggio quanto piuttosto il quantitativo di riflessione a cui le persone devono abbandonarsi. Quando infatti qualcosa ci spinge a pensare profondamente tanto da intaccare anche i nostri atteggiamenti, è più probabile che il cambio di atteggiamento persista tanto da resistere a futuri attacchi volti a scardinarlo .

E voi? siete più tipi “di pancia” o siete maggiormente predisposti all’uso della via centrale?

Finisce bene quel che comincia male.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

L’età in divenire: l’adolescenza come “terra di mezzo” tra l’infanzia e la vita adulta.

L’articolo che desidero condividere oggi, si presenta come l’inizio di quella che vorrei fosse una (piccola) sezione (in crescita), un po’ come appare l’adolescenza ai nostri occhi. L’adolescente che muove lungo le linee del “..non sono più… forse sarò.. oppure sono?”, ha messo – chi scrive- di fronte al fatto che (troppo) poco e male, si parla di adolescenza.

Salvo specificazioni, Fonte Immagine “Google”.

La psicoterapeuta Carla Candelori nel 2013, ricorda come l’adolescenza sia una fase ” caratterizzata soprattutto da profonde trasformazioni riguardanti il corpo (sia in termine di immagine fisica, che sessuale), dal significato che l’adolescenza assume in termini sociali (per il gruppo sociale di appartenenza), ma soprattutto per il difficile processo di separazione- individuazione che il giovane adolescente deve compiere, separandosi dagli oggetti genitoriali, per raggiungere e definire la propria identità”.

Si tratta pertanto, come Peter Blos (1970) aveva indicato, di una fase che intensifica sia le pulsioni libidiche che aggressive; intensità (agita o subita) che guiderà il giovane adolescente ad uscire da quella delicata fase del ciclo di vita in cui non si sente più un bambino, non è ancora adulto, ma presto (probabilmente) lo sarà.

La cronaca o la quotidianità (spesso raccontata) da genitori oppure insegnanti che non ne” possono più”, evidenziano un aumento di alcune condotto sempre più aggressive, messe in atto dagli adolescenti. Sembra infatti che i nostri giovani provino un malessere crescente, un malessere che ormai non può più essere nascosto, celato (magari scritto su pagine di diari tenuti segretamente nascosti, oppure rigettato dentro di sé, con le cuffiette di un cellulare che isola dal mondo e che tiene protetti, chiusi e forse un po’ confusi).

I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza (aggiornamento dati a Febbraio 2019), parlano chiaro; vi è un aumento di adolescenti che usano le armi (7%), che partecipa a risse (20%) o che aggredisce intenzionalmente solo per il gusto di voler fare del male (10%). Se pertanto come Anna Maria Nicolò (2006) evidenzia, in una adolescenza “normale”, l’uso dell’aggressività può essere utile ad esempio ad integrare una sessualità adulta, per autoaffermarsi o per negare momentaneamente la dipendenza che tanto spaventa, dove si situa il limite, in un’età che proprio dai limiti vuole liberarsi?

E’ nel 2013 che Renè Kaës evidenzia come il crollo di quelli che sono definiti “garante metasociale e garante metapsicologico, possano portare l’adolescente a “delirare tutto ciò che l’ambiente primario di provenienza non è riuscito a elaborare” (Kaës, 2013) sfociando anche in possibili condotte aggressive o violente. Secondo Kaës il mondo moderno e ancor di più il mondo ipermoderno, portano l’essere umano a scontrarsi con una serie di sconvolgimenti che intaccano la base narcisistica nella misura in cui il contratto intersoggettivo e intergenerazionale è sconvolto o distrutto; il riferimento è a quel contratto che assicura attraverso l’investimento collettivo e gruppale il nostro posto in un insieme.

Ciò che appare in crisi e in difficoltà, è sia il legame che gli individui intessono con le diverse sfaccettature della vita culturale e sociale, quanto il legame tra gli individui stessi. Le società attuali, ipermoderne e caotiche, appaiono come continuamente avvolte in una spirale votata al cambiamento; spirale che sembra coinvolgere anche quel caos identitario e quei difetti di simbolizzazione che Kaës ha individuato come caratterizzanti il malessere contemporaneo.

Immagine Personale ” Palmengarten , Giardino botanico Francoforte, 2018″.

Cos’è pertanto più nel dettaglio ,questo malessere contemporaneo? quali caratteristiche mostra? E cosa lega il malessere contemporaneo e l’adolescenza?

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2019/02/13/preadolescenza-limportanza-di-appartenere-per-separarsi/

https://ilpensierononlineare.wordpress.com/2018/10/01/non-voglio-uscire-non-posso-uscire-ritiro-sociale-e-adolescenza/

Dott.ssa Giusy Di Maio