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Compra la tua vita: riflessioni Psy.

Fonte Immagine “Google”.

Poi giunse il giorno in cui guardai Squid Game.

Avevo detto a gran voce che squid game, per me, sarebbe rimasto un qualcosa di sconosciuto. Non sopporto quando certe serie – indirizzate ad un pubblico di giovani adulti- diventano delle ossessioni virali/vitali, che perdono completamente il senso e la funzione della narrazione, della storia e della fotografia.

Le serie che vengono viste dai fruitori solo perché sono fighe e di moda, senza abbandonarsi alla riflessione, sono per me intrattenimento alla panem et circenses.

La riflessione che segue non è nè un giudizio a chi la serie la ama e sostiene, nè una critica “a prescindere”, nè un’analisi stilistica in quanto tale; si tratta di una riflessione molto aperta che segue alcuni colloqui tenuti con (più o meno) giovani adolescenti.

Come spesso dico per la musica -oggi- uno dei canali comunicativi che maggiormente ci connette con certe fasce d’età, restano videogiochi, musica, calcio e serie tv.

In qualche modo i giovani, vanno agganciati.

La serie che mi sono trovata innanzi, quando ho deciso di procedere con la visione è, da subito, piuttosto complessa da seguire: si devono leggere i sottotitoli perché è stata diffusa in coreano tradizionale.

E già qui il mio primo dubbio.

Come fanno bambini molto piccoli (visto che la serie sta avendo effetti altamente negativi già in bambini della scuola primaria) a seguire qualcosa che va letto?

Si tratta di dover leggere, seguire, comprendere e osservare una trama che dice nelle immagini, essendo queste immagini caratterizzate di per sé da un dato contenuto.

La serie è coreana il che apre ad una tecnica recitativa/attoriale particolare. Il suono di sottofondo della lingua è un po’ fastidioso e (ovviamente) molto lontano da qualsivoglia aggancio culturale vogliamo trovare.

Spesso risulta difficile (per ovvie ragioni) trovare corrispondenza nel modo con cui i protagonisti esprimono certe emozioni (magari urlano in maniera incredibile per dire grazie o esprimono il dolore in maniera quasi inespressiva).

Il tema centrale sembrerebbe essere quello della dipendenza dal gioco (ma questo è il tema per chi, alla prima apparenza vuol fermarsi).

Proverò a mantenere un certo senso logico, nel mio scritto, portando avanti ciò che i ragazzi durante i colloqui hanno riferito e ciò che chi scrive, ha sentito durante la visione.

Avevo visto Alice in borderland lo scorso anno, Squid Game è molto, molto simile all’altra serie, pertanto inizialmente (vuoi anche preconcetti personali), non ho avuto nessun “Wow” come reazione se non un “madonna me tocca leggere”.

Poi arriva la sesta puntata e lì… Mi sento male.

Il fastidio.

Non è la violenza che vediamo, la morte o il sangue ad infastidirmi (il che misà che bene manco è), ma i sottesi dilemmi morali a cui i protagonisti sono esposti (che vengono con garbo e leggiadria evitati), a darmi fastidio.

Tradire un amico che -a differenza tua- realmente è in questo gioco per fame e miseria, che ti ha trattato come un capo a cui è stato sempre fedele, per evitare tu stesso la morte (non rispettando quindi le regole del gioco a cui hai deciso volontariamente di partecipare), mi ha letteralmente dato un fastidio tale da provocarmi disagio emotivo e fisico.

La serie non mostra il sangue, il gambling (quelle sono a mio avviso, soluzioni narrative che vogliono edulcorare lo stato delle cose).

La serie mostra come è facile diventare mostri.

Umano/Disumano.

A tutti i ragazzi ho posto una serie di domande, durante i colloqui.

Nessuno mi ha riferito di questi presunti problemi morali ma sono partiti tutti dalla bellezza della scenografia e dalla figata della storia:

“Si vince un premio dottorè… Uà! Perchè quelli hanno le maschere? Eh vabbè.. ma quello ha fatto sicuramente qualcosa per avere quella fine. Le punizioni sono sempre paragonate a qualcosa che è successo prima. E io che ne so cosa farei in quella situazione? Ah perchè.. tradire un amico è sbagliato? I soldi Dottorè.. Ma avete visto quanti soldi ci stanno in premio? Embè.. io tradisco ma se posso diventare ricco io penso che faccio tutto. Non lo so cosa farei in quella situazione ma se ci stanno i soldi in mezzo posso fare anche tutto”.

L’idea di giungere (con qualsiasi mezzo) ad un premio finale così corposo, prende il sopravvento su tutto il resto.

Non ci sono amici, famiglia, morale o etica che sostenga… Un po’ come tutti questi ragazzi che ogni giorno, pur di diventare influencer prestigiosi e di successo, per fare soldi, sono capaci di fare qualsiasi cosa (ricordiamo che per soldi, abbiamo avuto in Itali diversi scandali legati alla baby prostituzione).

Per quanto concerne i più piccoli… lì purtroppo (o per fortuna), diventa una questione di educazione familiare. I bambini sono spugne pari pari a quelle che abbiamo in bagno o sul lavello della cucina: lasciate in un ambiente si riempiono, assorbendo, per poi creparsi o ammuffire, quando troppo piene.

Sta ai genitori evitare la visione di certi contenuti (e no… se vostro figlio non vede la serie non viene bullizzato perchè solo lui non l’ha vista; al massimo può solo essere un futuro ottimo amico).

Concludo il mio pensiero psy con un certo interrogativo che giunge, invece, da una serie che forte di pregiudizi che si sa dove originano ma non si sa se (e dove) finiscono dice “Ma un amico che ti tradisce, è sempre un amico?”

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.