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La perversione: Podcast.

Che cos’è la perversione? Cosa si intende per strategia perversa?

Alla scoperta di una strategia inconscia che serve per evitare di sperimentare ansia, panico o depressione.

La persona che attua una strategia perversa, non sa che la performance ha proprio lo scopo di dominare eventi che nell’infanzia erano troppo eccitanti, paurosi o umilianti, per essere dominati.

Buon viaggio e buon ascolto.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Tricotillomania #2.

Qui la prima parte della trattazione.

La situazione familiare della tipica tricotillomane è diversa da quella di chi si procura piccole lesioni e tale differenza spiega la diversità delle aree corporee sottoposte a mutilazione.

La ragazza che si strappa i capelli non è stata trascurata dalla madre, ma ha sviluppato verso di lei un attaccamento conflittuale verso quella che è una madre dominante e possessiva. E’ possibile che il padre, dall’altro lato, non sia stato particolarmente disponibile ad aiutare la bambina nella sua separazione dalla madre; si tratta di un uomo piuttosto rigido e distante ma al contempo gentile e premuroso; nonostante ciò quest’uomo non è riuscito a rendere la propria presenza sufficientemente forte, all’interno della struttura familiare.

Nel momento in cui il padre ha cercato di far sentire la sua voce, provando ad essere più vicino alla figlia, la madre non ha consentito al padre e alla figlia la piena espressione del reciproco affetto.

Ci troviamo innanzi la situazione in cui il padre è considerato (da un lato) come una celebrità e un uomo di successo, dall’altro lato è invece denigrato.

Questa madre non può rinunciare al proprio potere sulla figlia (che è invece considerata sua proprietà) fino ad ostacolarle movimenti e separazione. Da questa figlia ci si aspetta che faccia da madre alla madre aprendo alla situazione in cui da un lato, la figlia deve assecondare i bisogni (insoddisfatti) di dipendenza della madre e dall’altro deve rimanere attaccata alla madre stessa in maniera infantile e servizievole.

Ed ecco il punto: queste richieste così incompatibili e inconciliabili fanno letteralmente venire la voglia di strapparsi i capelli!

Perchè è possibile considerare la tricotillomania una perversione che, nel suo significato psicologico, è assimilabile alle automutilazioni?

Il contenuto manifesto è pertanto lo strapparsi i capelli; andando più a fondo, questo strappo può essere interpretato come una versione più violenta della lotta adolescenziale per la separazione/individuazione.

I conflitti da separazione sono più evidenti e più vicini alla superficie mentre i conflitti sessuali (connessi alla tricotillomania) sono meno appariscenti.

Studi sui rituali associati ai capelli, mostrano le connotazioni simboliche di separazione al loro taglio, associate.

In alcune società di cacciatori e raccoglitori c’era l’usanza di organizzare una festa quando il maschio primogenito veniva svezzato. Durante i festeggiamenti (svolti quando il bambino aveva circa 2 anni), al bambino venivano tagliati per la prima volta i capelli e gli veniva conferito il nome: questi eventi sancivano la nascita di una identità separata (soprattutto dal corpo della madre). Nasceva un “nuovo” e “separato” piccolo uomo.

Più tardi (verso la pubertà) si tagliava al ragazzo una ciocca di capelli e quando questa gli ricresceva tanto da poter essere intrecciata, il ragazzo veniva considerato un uomo a tutti gli effetti pronto ad assumersi le responsabilità virili di un vero e adulto uomo.

In tutte le epoche i capelli hanno avuto significati specifici: virilità, mascolinità, energia o estrema femminilità, bellezza, obbedienza.

I capelli così prossimi all’anima o alla testa; così vicini ai pensieri sono considerati come qualcosa di nobile e sacro.

Il pelo pubico invece così prossimo all’ano è spesso associato a ciò che è sporco.

Tutte queste associazioni portano con sé un certo grado di ambivalenza: non è ben chiaro se capelli (e peli) siano sede delle più alte qualità umane o siano portatrici di qualcosa di sporco. Ecco che capelli e peli diventano sede elettiva dei conflitti umani.

“In nome della pulizia ma anche della convinzione che i capelli costituiscono la fonte del potere sessuale e dell’attrattiva femminile, prima del matrimonio le donne ebreo-ortodosse devono rasarsi i capelli e portare la parrucca”. H.S. Barahal.

Pensiamo ancora al taglio dei capelli da parte delle suore, che rinunciando alla piena espressione della femminilità giurano amore, obbedienza e fedeltà al Padre; pensiamo all’iconografia di Medusa (lunghi e fluenti serpenti al posto dei capelli) o ancora alle streghe crudeli e spietate a causa (anche) dei lunghi capelli; prima di essere torturare venivano completamente rasate.

Gli oggetti di pelo sono inoltre tra i feticci maggiormente preferiti dai pervertiti di sesso maschile.

L’uomo che taglia le trecce, infligge alla donna una castrazione simbolica che usa l’idea che i capelli, a differenza dei genitali, possono ricrescere.

Continua.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Mutilazioni.

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Intorno al tema delle mutilazioni, un posto occupa la sindrome di Munchhausen (nome dovuto al barone Karl Friedrich von Munchhausen, 1951).

I pazienti affetti da tale sindrome, sono soggetti di ambo i sessi che riescono a convincere familiari, amici ma (come vedremo) soprattutto medici, di avere una qualche malattia che richiede una operazione.

Questi pazienti riescono addirittura a produrre sintomi “reali”.

Quando si giunge ad un intervento non necessario, due sono le parti chiamate in causa: medico e paziente. Già nel 1934 Karl Menninger, portò l’attenzione su quei medici che “collaboravano” con questa tipologia di pazienti; tale condizione fu allora indicata da Menninger stesso come “tendenza polichirurgica”.

Attualmente i nostri chirurghi sono più capaci di riconoscere persone che fingono un sintomo o comunque coloro affetti da sindrome di Munchhausen: si tratta di una sorta di vagabondi degli ospedali che vagano alla costante e continua ricerca di un chirurgo che sia disponibile e consensiente.

Sono consapevole della difficoltà che, coloro che non vogliono soffrire o avere una malattia, possono avere nel comprendere tale condizione. Queste persone fanno di tutto per sottoporsi ad un intervento chirurgico ma è bene specificare che la natura sadomasochistica della sindrome di Munchhausen suggerisce proprio come la strategia perversa sia operante.

I Munchhausen sono guidati dalla coazione a ripetere (anima di tutte le perversioni). Tutte le volte che queste persone producono un sintomo che convince il medico a sottoporli ad un intervento chirurgico, una mutilazione, essi stanno inconsciamente recitando un ciclo di abbandono e riunificazione castrazione e riparazione, morte e resurrezione.

L’intervento chirurgico si mostra quindi come la modalità di prevenire una punizione che si teme più dell’operazione stessa. L’intervento rappresenta, infatti, quel tipo di corruzione della coscienza che trova espressione in molti sintomi di conversione o di malattie psicosomatiche.

Un altro esempio di tale sindrome che appare poi strettamente legato al tema delle mutilazioni, è la storia di una adolescente.

Per alcune donne adulte o adolescenti, mettere al mondo un figlio è visto come una mutilazione del corpo.

Una ragazzina (colpita da una grave forma di costipazione), chiese di essere sottoposta a un intervento chirurgico. La ragazza chiedeva con forza questa operazione poiché convinta di avere qualcosa dentro di lei che si muoveva e andava rimosso. Un internista le fece notare che più che un intervento chirurgico, le serviva una terapia psicologica.

La ragazza, in terapia, confessò di essere convinta che dentro di lei ci fosse un bambino che potava esser estratto solo dal retto o tagliando l’addome.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

La parola sporca: perversione #3.

Qui la seconda parte della trattazione.

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Durante il ventesimo secolo, le categorie utilizzate dai sessuologi in merito alla distinzione tra comportamento sessuale “normale e patologico”, subirono uno scossone poiché considerate non più idonee a giustificare il cambiamento che il gusto sessuale della popolazione, andava esibendo.

L’incertezza diagnostica ha attraversato anche i manuali diagnostici, primo fra tutti il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali). Nel 1952 l’APA (American Psychiatric Association) pubblica la prima versione del DSM; in esso, le deviazioni sessuali erano classificate insieme ai disturbi della personalità psicopatica (in accordo con il fatto che la maggior parte delle perversioni sessuali, venivano attuate da coloro che portavano a termine un reato: criminali antisociali).

Nel 1958 il manuale fu sottoposto a revisione. Nasceva così il DSM- II al cui interno le deviazioni sessuali erano elencate secondo categorie di disturbi della personalità che suonavano meno minacciose rispetto ai criminali: isteria, narcisismo..

Nei decenni successivi (procedendo sempre di pari passo con l’evoluzione del gusto sessuale della popolazione), furono elaborati nuovi criteri relativi alla salute mentale. Nasceva nel 1980 il DSM- III e nel 1987 la sua revisione DSM- III TR. In queste edizioni più recenti, le perversioni sessuali erano indicate in una categoria a sé stante e venivano trattate- per la prima volta- in maniera meno “etichettante”: nascevano le parafilie (para- deviante e filia – attrazione).

Altra potente innovazione del manuale fu l’eliminazione dell’omosessualità e del coito orale e anale dalle perversioni.

Continua però a restare una certa diffidenza sociale, da tali pratiche.

Non si parla, inoltre, delle perversioni femminili nelle quali l’eccitamento e la performance sessuale sono di rado i fattori dominanti e in nessun caso sono elementi cruciali o decisivi.

Attualmente siamo giunti (passando le il DSM IV), al DSM V dove si parla di “disturbi parafilici:

Si parla di disturbo parafilico quando una parafilia, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare, danno a se stessi o agli altri.

In tal senso, una parafilia è una condizione necessaria ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico.

Un esempio:

Masochismo sessuale: le fantasie masochistiche che accompagnano il coito o la masturbazione sono così diffuse da poter essere considerate universali. Quasi tutte le perversioni, comportano una variazione del copione masochistico ma a differenza del travestitismo e feticismo (che sono quasi esclusivamente maschili); il masochismo sessuale può esser ritrovato in entrambi i sessi.

Vi sono donne, ad esempio, che sono costrette a recitare all’interno di scenari masochistici in cui è richiesto all’uomo di assumere il ruolo di sadico umiliatore (di solito la donna partecipa a pagamento o volontariamente , o entrambe le condizioni); in questo scenario la donna si trova sotto il controllo dello scenario inventato dal partner sessuale.

L’idea che il masochismo sessuale sia prerogativa maschile si comprende meglio quando si capisce che tale strategia perversa mira a dare sfogo ai desideri femminili dell’uomo che resta però, nella posizione di potere.

Quando Freud parla di masochismo femminile, si riferisce ai desideri femminili degli uomini (le successive divagazioni – marchiate tra l’altro da profondo pregiudizio- fatte da certi tecnici, non rendono giustizia nell’ottica di chi scrive, all’opera di Freud).

Travestitismo e masochismo sessuale sono perversioni che permettono all’uomo di identificarsi con la posizione degradante assegnata alle donne, nell’ordine sociale, senza però perdere la faccia, ovvero senza veder minacciata la propria virilità.

Continua…

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.