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Dov’è la Biglia? Test della Falsa Credenza.

Il test della “falsa credenza” (false belief task) o ancora  Sally-Anne test, è un test nato per verificare lo sviluppo della capacità metarappresentazionale negli esseri umani, ovvero lo sviluppo di una teoria della mente.

La teoria della mente implica la capacità di attribuire stati mentali, credenze, intenzioni, desideri o emozioni a sé stessi e agli altri; si tratta – in sostanza- della capacità di comprendere che gli altri hanno stati mentali diversi dai propri.

Nello specifico, il test Sally-Anne è stato pensato per valutare la capacità dei bambini di saper attribuire agli altri stati mentali che siano diversi dal proprio; il nodo centrale del test è l’attribuzione di una falsa credenza. Non sempre, infatti, una credenza che una persona ha, in un dato momento, rispecchia lo stato effettivo delle cose, nella realtà.

Le azioni possono infatti essere determinate da una errata credenza.

Il test Sally-Anne si svolge sotto forma di gioco: ai soggetti vengono presentate 2 bambole ovvero Sally ( che porta un cestino) e Anne ( che ha una scatola). Successivamente si procede con un gioco di finzione in cui Sally esce a passeggio dopo aver messo una biglia nel proprio cestino e averlo coperto con un panno.

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Mentre Sally è via, Anne prende la biglia e la nasconde nella propria scatola.

A questo punto Sally torna con l’intenzione di giocare con la biglia; l’esaminatore chiede – adesso- al bambino dove avrebbe guardato Sally per prendere la biglia.

Secondo voi, qual è la risposta corretta? Dove guarderà Sally?

Per poter superare il test il bambino deve comprendere che Sally andrà a cercare la biglia dove lei stessa crede che la biglia sia posta, e che crede che la biglia si trovi ancora dove l’ha lasciata ovvero nel cesto. Deve capire che – in quella particolare situazione riprodotta- Sally non ha alcun modo di vedere che cosa è successo durante la sua assenza, per questo motivo Sally si è formata una rappresentazione scorretta della realtà, una credenza falsa.

Il bambino rispondendo correttamente deve assumere la posizione dell’altro e perciò sospendere momentaneamente la propria percezione delle cose, per rappresentare il contenuto della sua mente, cioè una credenza falsa rispetto alla realtà, cosi da riuscire a prevedere cosa farà l’altro proprio sulla base della sua falsa credenza.

I bambini fino a 3 anni danno sistematicamente la risposta sbagliata: per loro, infatti, Sally cercherà la biglia dove si trova “ora” per davvero (nella scatola).

A 3 anni e mezzo alcuni bambini cominciano a dare la risposta esatta (diranno cioè che Sally cercherà la biglia dove lei l’ha lasciata).

Dai 4 anni in poi, diventa prevalente la risposta corretta.

Gli psicologi dello sviluppo ritengono che dopo i 4 anni anni, i bambini, iniziano a sviluppare una conoscenza tacita del comportamento altrui come determinato da stati mentali interni; questa capacità è stata nominata proprio teoria della mente.

Uno dei motivi per il quale è stato ritenuto che la capacità di superare il test della falsa credenza identifichi una capacità cognitiva specifica -la teoria della mente- è quello di aver riscontrato una grande difficoltà o un netto ritardo da parte dei bambini affetti da autismo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Teorie della mente.. penso che tu pensi

Comunicare con qualcuno potrebbe apparire come una cosa tutto sommato semplice e diretta. Ma non è così. Dietro il sipario della mera comunicazione formale tra due persone esiste un mondo fatto di teorie e supposizioni.

Buona parte dei nostri scambi interpersonali, ad esempio, è basata sul tentativo di comprendere cosa il nostro interlocutore sta pensando o stia provando in quel momento. Questo modo di “mentalizzare“, comprendere e prevedere il comportamento dell’altro è stato studiato nel 1978 da Premack e Woodruff (Theory of Mind – TOM). Inizialmente il loro oggetto di indagine era la capacità degli scimpanzé di prevedere il comportamento di un umano in situazioni create ad hoc per lo studio e finalizzate ad uno scopo preciso. Gli sperimentatori scoprirono che gli scimpanzé per risolvere il compito erano in grado di attribuire stati mentali alla persona che era con loro nell’esperimento.

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Dopo circa trent’anni queste prime osservazioni aprirono la strada a diversi studi che hanno provato a descrivere e spiegare la comprensione intuitiva che le persone hanno del mondo e delle relazioni sociali.

E’ come se una persona creasse una “teoria” personale atta a spiegare il comportamento degli altri facendo riferimento ai propri e agli altrui stati interni che hanno potuto determinare quel comportamento, quelle parole e cosi via. Sono tentativi di spiegazione, vere e proprie ipotesi sugli stati mentali dell’altra persona.

Questa nostra abilità ci permette di dare un significato personale a quel comportamento (noi abbiamo bisogno di significare le cose e ciò che succede) e magari di avere degli elementi utili per prevederlo in futuro.

Per stati mentali ci si riferisce al funzionamento mentale che può essere articolato in due categorie: gli stati motivazionali e gli stati epistemici. Quest’ultimi riguardano i pensieri, le credenze e le attività mentali orientate alla conoscenza. Gli stati motivazionali sono invece connessi ad attività mentali come sentire, volere, desiderare, sperare.

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Normalmente noi non agiamo sulla base delle cose come sono realmente, ma sulla base delle nostre rappresentazioni, cioè su come pensiamo che esse siano. Per un bambino acquisire una “teoria della mente” significa avere la capacità di capire che esistono punti di vista differenti dal suo, comprendere che il comportamento manifesto di una persona può non coincidere con il suo stato interno e che questo è prevedibile e spiegabile. Questa capacità insomma permette di distinguere la sfera soggettiva (opinioni personali e valori) dalla sfera oggettiva (i fatti), si rende conto inoltre che le persone possono rappresentarsi la realtà interpretandola in maniera diversa.

Concludendo la funzione primaria della “teoria della mente” è di tipo sociale e personale, serve nelle interazioni sociali per comprendere al meglio il comportamento degli altri. E se questa questa facoltà fosse carente, cosa comporterebbe?

Finisce bene quel che comincia male”

dott. Gennaro Rinaldi