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Role Playing: chi devo essere?

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Con role playing si intende una tecnica che prevede l’assunzione simulata di ruolo. Si tratta di una sorta di recita in cui i protagonisti provano a vivere ed agire in una situazione possibile (simulata) in cui però l’azione deve essere eseguita in maniera “naturale e reale”, dimenticando – in sostanza- che la situazione creata, sia finta.

Questa attività permette di far emergere comportamenti verbali o gestuali su cui tutti gli attori che prendono parte alla “recita”, possono in un secondo momento, riflettere. Ai fini della formazione, il role playing serve per consentire -ai soggetti che vi prendono parte – di mettersi alla prova e pertanto di “misurarsi” stando sotto gli occhi di altri partecipanti/ osservatori attivi (oltre che alla supervisione di uno o più formatori).

Ciò che la tecnica rende parte centrale è il vissuto emotivo del soggetto coinvolto (parte attiva) oltre ad evidenziare tutti gli aspetti verbali e comportamentali (che saranno successivamente discussi in gruppo).

Il role playing si basa su una metodologia attiva in quanto pur essendo più o meno strutturato (a seconda delle finalità cui si deve giungere), lascia ampio margine di interpretazione ai soggetti in formazione che restano sempre i principali attori (se adeguatamente condotti da un conduttore non autoritario).

Le origini della tecnica risalgono allo psicodramma dello psichiatra Jacob Moreno che nel 1921 fondò il “teatro della spontaneità” che non prevedeva prove prima della rappresentazione e in cui veniva messa in scena la realtà. Da qui, Moreno teorizzò una forma di azione terapeutica: lo psicodramma.

La tecnica consiste in una psicoterapia di gruppo durante la quale i partecipanti si esprimono spontaneamente con parole, gesti, movimenti. Azioni, sguardi, contatto fisico o manifestazione dei sentimenti, divengono metodo di cura. La tecnica di Moreno vuole aiutare i soggetti facendo leva sui loro personali sistemi di relazioni interpersonali, al fine di promuovere una liberazione di tipo catartico. Sia il carattere ludico che drammatico dell’azione, possono favorire il cambiamento nei soggetti in trattamento.

Il role playing è una tecnica che deriva dallo psicodramma moreniano, e quindi esso richiede una solida preparazione e una capacità professionale per chi lo voglia proporre come metodologia.

. Per le sue caratteristiche di applicazione, il role playing fa leva sulle risorse personali di chi ne sia protagonista, mettendo alla prova la sua abilità e competenza di relazione interpersonale a livello verbale e comportamentale, ma anche la capacità di gestire le sue emozioni che durante questo tipo di attività, possono emergere improvvisamente creando momenti anche difficili sia a chi sta sostenendo un determinato ruolo, sia a chi (sempre per fini formativi, o altri scopi), sta assistendo all’esercitazione. La derivazione del role plying dallo psicodramma moreniano, la si vede dalla conservazione del carattere ludico nell’attività di simulazione.

La valenza educativa e formativa del gioco è da sempre uno dei capisaldi del discorso pedagogico. Al gioco, che è considerato una delle espressioni della creatività umana, sono connesse le dimensioni dell’avventura, della sfida, rischio e coraggio. La disponibilità quindi di chi accetta di rendersi protagonista di una sessione di role playing, può coincidere con la disponibilità al cambiamento di sè. L’ironia poi, che spesso interviene nelle sedute di role playing, può aiutare ad alleggerire il peso del compito della costante verifica di sè e dell’eventuale cambiamento che si può adottare.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio.

Disturbo Istrionico di Personalità

Fonte Immagine Google.

L. è una bellissima donna di 40 anni; casalinga molto impegnata nella cura del proprio aspetto fisico. Si presenta al colloquio parlando dei suoi “mille” problemi: mal di testa ricorrenti, depressione lieve e difficoltà coniugali. Nel colloquio iniziale (tenuto con la psichiatra) sembra collaborativa anche se con una notevole tendenza a divagare e a offrire dettagli minuziosi su tutto il suo passato, cercando, di fare impressione e colpo sui terapeuti.

Nel descrivere le attuali condizioni di difficoltà, continuava a dare la colpa a persone/fattori esterni; le difficoltà coniugali, ad esempio, erano colpa del marito “da tempo indifferente” (io sono bellissima, come fa a resistermi!) così come i mal di testa e il suo umore, dipendevano solo dal grande stress cui era esposta ogni giorno.

Il marito – in un secondo colloquio- ha ammesso di essere stanco di provare a capire la moglie (era stato attratto inizialmente dal suo status sociale e dalla sua bellezza; nulla di più) e quella che inizialmente era apparsa come vivacità, era diventata negli anni estroversione ingestibile. L., è infatti puerile, superficiale, estremamente concentrata sul suo corpo continuamente venerato; L., appare come una bomboniera di pizzo vestita chiassosa, frivola e lamentosa.

“La colpa è vostra”.

Le persone con disturbo istrionico di personalità (un tempo disturbo isterico di personalità), sono estremamente emotive (emotivamente cariche) e cercano di continuo di essere al centro dell’attenzione (APA, 2000). Si tratta di persone che mostrano un umore esageratamente drammatico; tali persone sono sempre in scena, usano gesti teatrali, manierismi o linguaggio altisonante anche se stanno parlando di banali eventi del quotidiano.

L’approvazione e la lode sono necessari per queste persone che devono avere continuamente la sensazione di essere su di un palco; appaiono vanitosi, egoisti, esigenti e sempre in cerca di gratificazione.

La reazione in caso di evento percepito come negativo, o in caso di rifiuto (anche per la più banale delle azioni) è sempre altamente drammatica ed esagerata.

Le persone con disturbo istrionico di personalità possono attirare l’attenzione con descrizioni drammatiche dei propri sintomi fisici o della stanchezza; possono comportarsi in maniera seduttiva per ottenere (tramite la seduzione sessuale) uno scopo. Sono persona fortemente concentrate sul proprio aspetto fisico (vera ossessione) e possono vestirsi in modo molto eccentrico al fine di essere notati.

Arrivano a considerare molto intime anche le relazioni più banali e superficiali; allacciano di solito relazioni con persone molto affascinanti che però le trattano male.

Secondo recenti statistiche tra il 2 e il 3% degli adulti ha questo disturbo di personalità, con distribuzione simile tra i sessi.

Lavorare con queste persone è difficile in quanto sono frequenti le scenate drammatiche, i comportamenti seduttivi, lusinghe, pianti o è facile che fingano di aver ottenuto un beneficio, mentendo.

L’obiettivo dei terapeuti cognitivi è cercare di aiutare tali persone a cambiare la propria convinzione di non riuscire a farcela da sole, a sviluppare diversi modi di pensare e -ovviamente- puntare ad una risoluzione più profonda del proprio disagio.

La farmacoterapia sembra scarsamente efficace, mentre gli interventi maggiormente efficaci sembrano essere quelli di natura psicodinamica e di gruppo.

“Finisce bene quel che comincia male”.

Dott.ssa Giusy Di Maio